Il film del quale voglio parlarvi in questo post ĆØĀ Hunger GamesĀ (Gary Ross, 2012) ed ĆØ il primo episodio di una trilogia basata sui romanzi della scrittrice Suzanne Collins. Il film in questione fu bollato (non vi nascondo anche dal sottoscritto), come l’ennesima trilogia commerciale destinata ad un pubblico di adolescenti o post adolescenti. In realtĆ avendolo visto, mi sono decisamente dovuto ricredere sia sul contenuto, sia sul messaggio implicito del film. La trama per chi non la conoscesse ĆØ questa: il mondo come lo conosciamo oggi non esiste più. L’angolo di mondo che vediamo ĆØ una sorta di mondo postapocalittico, ripiombato in una specie di moderno medioevo. Si intuisce che il paese in questione siano gli Stati Uniti dato che la cittĆ in cui si svolge la vicenda ĆØ una non precisata Capitol City. La cittĆ ĆØ attorniata da 12 distretti, ribellatisi e sconfitti che ora, per punizione, versano ciascunoĀ ogni annoĀ un tributo umano: un ragazzo e una ragazza che, estratti a sorte si devono sfidare tra loroĀ finché uno solo non uscirĆ vincitore e diventerĆ il vincitore appunto degli Hunger Games, trasformandosi in un eroe per la comunitĆ dal quale proviene. La trama apparentemente semplice, ĆØ in realtĆ secondo me particolarmente simbolica e molto precisa nel descrivere quello che avviene ora in qualsiasi reality show vada in onda. Il riferimento che mi viene più immediato ĆØ con il meccanismo del reality show più famoso, il Grande Fratello. Sostanzialmente questo tipo di gioco ĆØ basato sul privilegiare tutti gli aspetti più bassi eĀ deleteriĀ delle persone: opportunismo, cinismo, narcisismo, sprezzo dei rapporti, trasformismo, doppiogiochismo, false alleanze e false amicizie basate essenzialmente sul durare di più nel gioco, un gioco che viene venduto come pulito ma che in realtĆ viene, per motivi di trama, montato e pilotato dagli autori a seconda diĀ ciò che il pubblico chiede. Questo avviene anche nel film, dove, la storia d’amore tra i dueĀ protagonistiĀ sembra costruita essenzialmente per fini ‘commerciali’.
Ma le analogie non finiscono qua. Tutta la preparazione, soprattutto quella in cui vengono costruiti dei veri e propri personaggi ad uso e consumo del pubblico, sembra quella di altri reality. Altro aspetto: i bambini nella societĆ del film, imitano ciò che vedono nell’Hunger Games, compresi gli aspetti più deleteri. Non ĆØ quello che succede anche nella nostra societĆ ? Anche per noi sembra si privilegino i comportamenti più infimiĀ purché portino ad un qualche risultato, e le cronache politiche di questi tempi testimoniano di quanto quest’uso eĀ costumeĀ sia ormai diffuso. Ancora l’assoluta vacuitĆ della societĆ che sta intorno alla costruzione del meccanismo del gioco, interessata solamente ai vestiti e agli abiti e dimentica di quella che sarĆ la sorte delle persone che si accingono a partecipare al gioco stesso. Non vi suona familiare? Perfino la casa in cui vivono durante il training di allenamento nel film ricorda la casa ipermodaiola, ma sempre terribilmente artificiale, cheĀ caratterizza ogni edizione del Grande Fratello. Insomma un mondo che sembra futuro e lontano ma che, se lo si osserva con occhi appena diversi, non sembra molto diverso da quello nel quale, purtroppo, siano pienamente immersi anche noi.
E in tutto questo la frase che mi ha più colpito ĆØ quando il presidente Snow, vecchio protagonista, spiega al burattinaio del gioco, Seneca, perĀ qualeĀ motivo venga organizzato tutto questo spettacoloĀ anziché prendere semplicemente dei ragazzi e ucciderli per rappresaglia. Lo scopo, spiega il vecchio conĀ disincantatoĀ cinismo, ĆØ quello di lasciare una speranza, far si che le persone nei vari distretti, tuttiĀ apparentementeĀ molto poveri e schiacciatiĀ economicamenteĀ dalla ricca cittĆ (altra analogia col mondo di oggi?) perseguano l’idea che possano cavarsela, possano diventare conosciuti e degli eroi semplicemente per aver partecipato ed essereĀ sopravvissutiĀ ad un gioco. Non ĆØ lo stesso meccanismo perverso eĀ voyeuristicoĀ che anima i vari reality, nei quali le persone diventano famose per il semplice fatto di esserci? Ed ĆØ davvero un peccato che il meccanismo col quale ci sente importanti sia totalmente artefatto e basato sul motto latinoĀ mors tua vita mea.
Credo che meritiamo qualcosa di più che pensare che schiacciare l’altro sia l’unico modo per diventare qualcuno nella vita. E credo anche che non Ā si possano depositare le nostre speranze semplicemente sull’idea di diventare famosi per il semplice fatto di comparire. Tanto meno di diventare famosi a scapito di qualcun altro. E’ necessario riflettere su quanto questo meccanismo apparentemente innocuo e semplice stia stritolando, senza che ce ne accorgiamo, la nostra stessa capacitĆ di pensare le relazioniĀ conĀ gli altri. Insomma, un film che consideravo una semplice operazione commerciale si ĆØ, inaspettatamente, rivelato un ottimo spunto di riflessione.Ā
Nel caso lo vedeste, o lo aveste giĆ visto, fatemi sapere che ne pensate.
A presto…
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