Se vogliamo la condizione di subalternità o di non autonomia del paziente potrebbe essere rafforzata proprio perché avviene in un contesto al quale si è rivolto per essere aiutato e nemmeno in questa occasione, per il paziente molto importante, si sentirà di essere stato in grado di fronteggiare autonomamente la propria vita. Il terapeuta deve essere consapevole che questa possibilità è così insidiosa e dovrebbe avere chiari i rischi che si corrono nel credere al proprio ruolo di guru.
Se accetta questo ruolo corre il rischio di innestare questo ruolo su quelle che sono le aspettative del paziente: la terapia può sfociare in un gioco assolutamente complesso nel quale, magari inconsapevolmente ed inconsciamente, le aree del paziente colludono con le aree del terapeuta. La soluzione di questo tipo di situazioni possono essere diverse: o ci si rivolge ad un professionista che con un suo lavoro personale abbia affrontato queste aree collusive e che possa pertanto muoversi meglio nel momento in cui queste stesse aree vengono attivate nella relazione coi pazienti, oppure ci si dovrebbe affidare a persone che con empatia, ma anche con fermezza, possano gestire questo tipo di situazioni in terapia.
Diffidata da un terapeuta che con facilitĆ dispensa consigli su quello che dovreste fare nella vostra vita: vi sta implicitamente dicendo che voi non siete in grado di viverla!Ā Ma ĆØ lo stessoĀ Whitaker a suggerire un modo in apparenza molto semplice, ma in realtĆ terribilmente complesso, per superare questo rischio: palesare l’impotenza del terapeuta:Ā Ć molto difficile prendere la decisione alternativa di fare terapia con l’intento di essere sia partecipe sia separato, e ancora più difficile mantenerla. Uno dei modi per raggiungere questo obiettivoĀ ĆØ rendere palese l’impotenza del terapeuta.Ā [1]Ā
Non pensiate che sia semplicemente un alzata di mani ad una situazione difficile da gestire. IlĀ rendereĀ palese la sua impotenza equivale, per ilĀ terapeuta, ad ottenere diversi risultati: a) essereĀ consapevoleĀ dellaĀ difficoltĆ Ā che sta incontrando in terapia, b) ammetterlo con un suo paziente, c) non rendere vana la terapia introducendo o un elemento di rottura rispetto alla terapia stessa, oppure la possibilitĆ di inviare ilĀ proprioĀ paziente da un altro collega.Ā Questo permetterĆ di non vanificare il lavoro terapeutico stesso.Ā
Ma il risultato in assoluto più importante che si può ottenere con una mossa di questo tipo ĆØĀ ribadire al paziente che nessuno, eccetto egli stesso, ĆØ in grado di vivere la propria vita, e che non siĀ sostituirĆ Ā a lui dandogli un’ulteriore conferma della sua inadeguatezza. E questo ĆØ uno dei risultati più alti all’interno di un percorso terapeutico.
Che ne pensate?
A presto…
[1] Whithaker, C. (1989),Ā Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 233
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