Le mete della terapia: un caso clinico (2)

le mete della terapiaSe torniamo per un momento alle tre regole, possiamo vedere come il sistema familiare sia stato destabilizzato da unaĀ versioneĀ alternativa delĀ loro racconto e gli sia stato ‘impedito’ di procedere continuando nel mito Ā condiviso per il quale il figlio costituisse l’unico contrasto all’interno dellaĀ famiglia. Questa sorta di disvelamento riuscƬ in qualche modo a far riposizionare tutti gli attori in gioco, padre, madre e figlio, su posizioni diverse rispetto a quelle iniziali. Il forte attrito familiare non era solo del figlio ma, anzi, coinvolgeva molto più il livello genitoriale e di coppia. Il figlio si ritrovava in qualche modo ad agire questa frizione, attuando dei comportamenti che non gli erano propri neanche a detta dei genitori. Le sedute successive servirono per stabilizzare la presa di coscienza di questa situazione, servirono a tutti e tre i protagonisti ad accettare la situazione tra loro, farla emergere e sopratutto potersiĀ confrontareĀ in merito,Ā anziché fingere cheĀ nonĀ esistesse e che non stesse provocando lacerazioni cosƬ forti. Ā 

Il ruolo del terapeuta all’interno di questo processo ĆØ quello di agevolare e proporre una visione alternativa di quello che sta succedendo: Ā il terapista non ricerca l’ipotesi più plausibile, non ritiene di avere ragione nella sua interpunzione dei fatti, si propone di creare e offrire delle ipotesi alternative, delle connessioni diverse tra gli eventi per sbloccare la famiglia da una interpretazione rigida che non permette la risoluzione del problema. ƈ in questo processo di punteggiatura che si fa un ampio uso della ridefinizioneĀ [1].Ā Questo ĆØ uno degli elementi maggiormente interessante,Ā perché permette, sia nelleĀ terapie familiari sia nelle terapie individuali, di svincolare laĀ famiglia dal racconto che si ĆØ data e cheĀ costituisce un blocco e una restrizione nella sua ulteriore evoluzione. Un nuovo racconto condiviso tra i membri permette la ridefinizione di una serie di fattori: ruoli, percezioni, collegamenti, relazioni. Dovendo riassumere tutte queste funzioni in un termine credo potrebbe essere senso. Il senso di quello che succede, ilĀ senso di come sia organizzata laĀ famiglia (o la vita dell’individuo!) viene ricostruita a partire da considerazioni diverse rispetto a quelle con le quali laĀ famiglia stessa ĆØ arrivata in terapia. Immaginate, nel caso della famiglia raccontata, come possa essere stato liberatorio per il figlio poter scrollarsi di dosso la responsabilitĆ  di tutto il malessere che circolava all’interno della famiglia e sentirsi come parte di quello che stava succedendo a livello più ampio e cheĀ coinvolgeva elementi che andavano ben oltre le sue frequentazioni o il suoĀ rendimento scolasticoĀ oppureĀ a come dev’essere stato importante, per quanto doloroso, per i genitori poter discutereĀ apertamenteĀ del nuovo assetto che siĀ stava prospettando per la loro famiglia.

La famiglia viene in terapia con un’ipotesi che organizza il suo rapporto con la realtĆ ; compito del terapista ĆØ impedire che questa perseveri nelle premesse. Non si tratta certo di sostituire l’interpunzione della famiglia con un’ altra più ‘corretta’ quanto di proporre varie letture perchĆ© la famiglia a prendere a organizzare i dati [1].

Nel nostro caso, non si tratta quindi di dare una ‘versione corretta’ di quello che sta succedendo, quanto di proporre una versione alternativa a quello che viene portato, una nuova visione che permetta loro di uscire dall’unico racconto di senso che si sono autorizzati a vivere. Torniamo a questo punto alla domanda iniziale: abbiamo forseĀ curatoĀ la famiglia? L’abbiamoĀ guarita? Curare o guarire sonoĀ termini che presuppongonoĀ riportare qualcosa o qualcuno da uno stato di malattia ad uno stato di sanitĆ . Possiamo dire di avere fatto questo? Probabilmente no, non si ĆØ trattato di curare quanto di agevolare un percorso in un momento evolutivo specifico della famiglia o dell’individuo. Più che di cura, allora, sarebbe necessario parlare di una sorta di processo accompagnatore. Utilizzando un’immagine, mi piace immaginarlo simile al compito che ha un’ostetrica quando aiuta una donna nel parto: non la sta guarendo dalla gravidanza, la sta accompagnando ed aiutando all’interno di un processo che determina l’enormeĀ cambiamentoĀ che staĀ coinvolgendo la sua vita.Ā 

Questo ĆØ uno degli enormi obiettivi della terapia: un accompagnamento consapevole, attento e partecipe nel percorso di cambiamento che una famiglia, o un individuo, decidono diĀ affidarti.Ā Un percorso che porta in qualche modo alla ristrutturazione della prospettiva di vita dell’individuo che decide di fidarsi di noi.

Credo sia una meta, un traguardo decisamente più appassionante di quello di voler guarire una famiglia (o una persona).  

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1]Ā Boscolo, L., Caille, P., et al.Ā (1983),Ā La terapia sistemica,Ā Editore Astrolabio, Roma, pp. 46-47

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