Mi chiamo Sam

Mi chiamo SamIl post di oggi riguarda un film che tocca il tema del ritardo mentale. Avrete capito, naturalmente, che mi riferisco al film Mi chiamo Sam (2001) del regista Jessie Nelson. Il film racconta la storia di Sam Dawson, un uomo sulla quarantina ma che ha le abilitĆ  mentali di un bambino di sette anni, come ci viene spesso ricordato nel film. Sam si trova costretto a crescere la figlia da solo dato che la madre della bimba fa perdere le sue tracce alla prima occasione che ha a disposizione. Sam viene aiutato in questo compito da una serie di figure come i suoi amici e una sua vicina di casa. La situazione precipita nel momento in cui si trova alle prese con il sistema giudiziario/legale che ne vuole una valutazione sulla affidabilitĆ  come genitore. Il tema del film ĆØ, fondamentalmente questo: può una persona con ritardo essere genitore? E, più in generale, c’ĆØ un’altra questione che attraversa il film: chi può stabilire se una persona sia adeguata a svolgere questa funzione? Lungi da me il voler fare un discorso generico sul fatto che l’amore vinca su ogni cosa. Il film vira troppo spesso su questo aspetto e, se posso, credo che questa sia una delle pecche del film. Talvolta questo eccessivo buonismo, spinge lo spettatore a caldeggiare un certo tipo di soluzione che, però, pecca talvolta di eccessiva ingenuitĆ . Se dovesse, nella realtĆ , succedere qualcosa alla bambina ci stracceremmo le vesti gridando allo scandalo per dei servizi sociali mancanti. Vorrei spezzare una lancia in favore di coloro che lavorano nei servizi sociali, servizi per i quali l’attenzione per la situazione ĆØ tutto, di modo che si possa evitare un errore di sottostima piuttosto che di severitĆ . Ecco, forse anche questo aspetto nel film ĆØ abbastanza trascurato dal momento che vi ĆØ un eccessiva polarizzazione tra i ‘buoni’ e i ‘cattivi’. Temo che questo tipo di semplificazione possa funzionare in un film ma difficilmente nella realtĆ . Vi starete chiedendo: ma se sto evidenziando tutti questi punti a sfavore perchĆ© vi segnalo questo film? Lasciando da parte le critiche di cui sopra, il film ĆØ interessante secondo me perchĆ© pone la questione su chi deve o dovrebbe essere genitore. Abbiamo due modelli nel film: Sam, del tutto implausibile secondo gli standard sociali, che invece svolge il suo ruolo con una dedizione, un’attenzione e una cura totali, e l’avvocato che Sam riesce ad ingaggiare, del tutto plausibile secondo gli standard sociali, eppure del tutto assente con il figlio, con il quale non riesce a parlare neanche per telefono, che non riesce ad ascoltare ne a vedere.

Chi ĆØ il vero genitore? E cosa fa di una persona un genitore? Non il reddito o una Porsche, verrebbe da dire. Ma il ritardo mentale? Può il ritardo di Sam essere causa dell’allontanamento di una figlia che sembra cosƬ attaccata al padre? Tra l’altro la dinamica tra il padre e la figlia ĆØ di una bellezza toccante. Sembra costruita su tutte le teorie relazionali che conosco. Tanto la bambina riesce, crescendo, ad acquisire nuove abilitĆ , tanto non le vuole usare per non far sentire indietro il padre che, invece, queste abilitĆ  non ha. Con continui cambi di prospettiva nei quali prima ĆØ il padre che la protegge, poi la bimba; prima la bimba che apprende, poi anche il padre; prima ĆØ il padre che fa di tutto per incontrarla poi ĆØ la bimba che fugge continuamente di casa.

E la soluzione ad una situazione cosƬ ingarbugliata, sembra essere quella di includere anzicchĆØ quella di escludere. CosƬ non solo non viene escluso il padre ma, anzi, il padre chiede l’aiuto ad una figura femminile per aiutarlo nel, comunque difficile, compito. E alla fine, molti dei protagonisti, messe sul tavolo le loro debolezze, sembrano molto più vicini e simili rispetto all’inizio del film.

Rimane il quesito iniziale: cosa fa di una persona un genitore? Non so se esista una risposta a questa domanda. Credo che una chiave di lettura possibile, contenuta nel film, fosse quella di non pensare che la differenza passi tra genitori buoni e cattivi. Forse, la differenza ĆØ tra coloro che sanno di essere imperfetti. E coloro che, invece, sono convinti di essere migliori.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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