Le sette (1)

Le sette (1)Il post di oggi è dedicato ad un tema molto particolare del quale si sente parlare sono in relazione ad efferati fatti di cronaca oppure in circostanze particolari: le sette. Il termine setta deriva dal latino secta e significa seguire. Il termine setta è oggi considerato riduttivo e limitante, soprattutto per la sua forte connotazione negativa, tanto che in molti casi si preferisce utilizzare il termine ‘culto’ o ‘confessione’. Utilizzerò qui il  termine setta per motivi di chiarezza, senza connotazione di valore. Genericamente, vengono identificate come  sette i gruppi formati da cultori legati a qualche tipo di adorazione religiosa, sociale, politica. Quello delle sette è, in realtà un fenomeno molto più complesso e io mi concentrerò specificamente su un aspetto molto forte dell’organizzazione stessa: la possibilità che alcuni individui vengano ‘cooptati’ all’interno di un gruppo con caratteristiche particolari.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto cosa è una setta? Le sette sono gruppi organizzati che presentano una serie di caratteristiche comuni. Una setta si raccoglie generalmente attorno ad un individuo, molto spesso definito carismatico o con una forte personalità. Spesso il capo promette qualcosa a coloro che seguono la setta (salvezza eterna, una vita migliore,…). La vera offerta che sembra catalizzare l’attenzione della persona che si decide a seguire il gruppo è però più subdola e sottile e difficilmente la persona se ne può sottrarre: è l’offerta di occuparsi di prendere le decisioni al posto nostro, di poter fare quello che deve essere fatto anche al posto nostro. Il capo di una setta è molto diverso, nella funzione, da quello che potrebbe essere un prete o un mullah. Queste figure, all’interno delle religioni di riferimento, sono dei tramiti rispetto alla religione stessa, officiano un rito che fa avvicinare al dio, ma non sono il fulcro del rito stesso. In una setta, invece, il leader può diventare un vero e proprio oggetto di culto all’interno della setta stessa. Non è più un tramite ma il fine della cerimonia stessa. Spesso viene divinizzato, gli vengono conferite caratteristiche ‘magiche’ o poteri salvifici e questo, se accettato e condiviso dai membri del gruppo, consente al capo di avere una presa molto stretta e salda sulla vita delle persone che seguono la setta. Le difficoltà di abbandono dei membri nascono spesso dalla credenza che il capo, dotato di poteri sovrannaturali, come un dio irato per l’abbandono non si risparmierà di affliggere atroci sofferenze alla persona che ha osato lasciare il suo stesso dio. È lo stesso meccanismo, basato sul plagio, che consente agli sfruttatori di prostitute, di costruire una sorta di gabbia mentale, fatta di paure e terrore, della quale la persona riuscirà difficilmente a liberarsi nel corso della vita.

Nella divinizzazione del capo questo diventa spesso l’aspetto principale all’interno della vita della setta e costituisce il fulcro dell’organizzazione quotidiana del movimento. Va notato come spesso, nelle fasi iniziali della nascita di una setta, il capo sostenga di avere un rapporto privilegiato o costante con un dio ‘ufficiale’ e riconosciuto. Questo tramite con le religioni riconosciute, permette al capo o alla setta stessa, di non essere percepita come potenzialmente eversiva o particolarmente strana. Nel momento in cui questo tramite non è più necessario, spesso viene lasciato decadere e semplicemente non è più essenziale. Il capo diventa egli stesso il dio da venerare e osannare e questo non lascia posto ad un altro dio. Esistono vari modi attraverso i quali il leader può acquistare questo potere sui suoi seguaci. Da un lato possono essere utilizzate delle tecniche di vera e propria manipolazione mentale basata soprattutto sulla destabilizzazione e sulla ricostruzione di un nuovo senso di sé e di una nuova percezione della realtà. La tecnica principale consiste nel mettere profondamente in discussione tutto ciò che appartiene al passato dell’individuo. Tutto viene vagliato e criticato di modo che il novizio non possa più sentirsi sicuro di tutto ciò che era la sua la realtà, che l’ha accolto fino a quel momento della sua vita.

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