La guerra di Mario

La guerra di MarioIl post di oggi tratta di un film intitolato La guerra di Mario (2005) del regista Antonio Capuano. Il film narra la storia del piccolo Mario, nove anni, bambino che proviene da uno dei quartieri più problematici di Napoli, Ponticelli, che viene portato via alla famiglia nel quale è nato e affidato dai servizi sociali e dal Tribunale dei Minori ad un’altra famiglia. La mamma naturale, Nunzia, ha altri sei figli, convive con un uomo del quale si intuisce che uno dei linguaggi preferiti sia quello violento. Il film è giocato sui contrasti a cominciare dal contesto di origine e quello affidatario del bambino. Tanto la famiglia di origine di Mario sembra popolare e povera di strumenti, quanto quella affidataria appare borghese e ricca di vari stimoli. Il film si concentra essenzialmente sull’inserimento del ragazzo nel nuovo contesto, un inserimento che, data la distanza con il luogo d’origine, non sembra per niente facile. I genitori affidatari sono Giulia e Sandro. Se Giulia sembra completamente assorbita dal ruolo di madre e cerca di andare incontro a Mario in tutti i modi, Sandro invece ha difficoltà a relazionarsi con lui, non riesce a parlarci e anche Mario non sembra desideroso di farlo. L’impressione è che la coppia cerchi in lui un collante per il loro rapporto e che Mario, invece che assolvere a questo compito, si infili nelle crepe della loro storia e che, frapponendosi tra loro, crei una distanza non più colmabile. I ruoli sembrano giocare una funzione fondamentale per tutti loro: Giulia vuole essere la madre perfetta, la madre che con le sue mille attenzioni, può far recuperare tutte le infinite privazioni che il bambino sembra avere subito nella sua giovane vita. Sandro, convinto che Mario sia cresciuto in un contesto che lo ha segnato, prova ad avvicinarsi a lui ma con la convinzione che il piccolo ormai non possa più cambiare. Mario rimane li, solo, come spesso si vede nel film, con il suo unico amico Mimmo un cane che trova per strada. Il destino del piccolo sembra, perciò, passargli sopra attraverso le molte figure che si avvicendano nella sua vita: i genitori naturali, quelli affidatari, la scuola, i servizi sociali e il tribunale. Come spesso avviene in queste storie, soprattutto nel caso di giovani problematici, le origini sembrano essere una colpa difficilmente espiabile. Mario, nel film, vive nel frattempo tutta una sua guerra interna, non dichiarata e non cessata, nella quale non si capisce se racconti cose che ha vissuto o che ha solo sentito raccontare. Questo non fa differenza perché quella guerra e quei ricordi sono dolorosamente reali per lui. Dolorosamente reali per una persona che dice di aver dovuto bere latte e polvere da sparo per essere svezzata.

All’interno di questa guerra, interna ed esterna a Mario, forse solo Giulia si accorge di quanto il bambino non abbia bisogno di essere educato ma di essere accolto. Accolto in una vita nuova, in una nuova famiglia, in un nuovo mondo che sembra volerlo inquadrare senza neanche guardarlo.

La cosa che mi colpisce, e che viene evidenziata tutte le volte che Mario attraversa la strada, è come non riesca a distinguere il rosso dal verde nei semafori. Forse è daltonico, ma nessuno sembra accorgersi di questo. Ed è facile vedere l’alta simbologia di questo aspetto, in una storia in cui nessuno sembra essere in grado di vedere il colore delle persone che gli stanno intorno.

Il film apre una finestra su un mondo doloroso e incerto, in cui non sembrano esistere premesse o conclusioni facili, in cui non sembrano possibili scorciatoie o rapide soluzioni. Un mondo dove sembra vero quello che dice Giulia: l’unica libertà è l’intelligenza solo che è difficile stabilirne i limiti.

Un film molto bello che consiglio a chiunque voglia dare un’occhiata a cosa può voler significare accogliere un bimbo nella propria vita.


A presto…

Fabrizio

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Revolutionary Road

Revolutionary RoadIl film di cui voglio parlarvi oggi si intitola Revolutionary Road del regista Sam Mendes (2008). Il film è una bellissima e dolente descrizione della vita di due coniugi April (Kate Winslet) e Jack (Leonardo Di Caprio). Lei, come intravediamo all’inizio del film, è un attrice, mentre lui, impiegato in una grossa azienda e innamorato della moglie, sembra assecondare le passioni di April. La famiglia, i due hanno due bambine, si trasferisce in una casa che sembra la perfetta incarnazione del sogno medio borghese americano: bianca, col prato ben tenuto e il vialetto. Man mano che il sogno sembra concretizzarsi per la coppia, scopriamo che forse il sogno non è di entrambi ma che anzi April si trova sempre più costretta a stare all’interno di un modello che non la rappresenta per niente. Inizia una sorta di lotta per la definizione delle regole dove più Frank sembra rincorrere il sogno della sistemazione, più April si sente sopraffatta da questa normalità, dalla quale invece vorrebbe sfuggire. Se c’è stato un momento nel quale April ha pensato di poter condividere il sogno del marito, tocca poi a Frank l’intenzione di fare come propone la moglie. April ha, infatti, un sogno: convincere il marito a trasferirsi a Parigi dove lei potrebbe lavorare mentre lui potrebbe prendere un periodo di aspettativa. Il piano è’rivoluzionario’ per il periodo nel quale il film è ambientato (siamo intorno agli anni ’60): la mogie lavora, il marito no. Frank sembra condividere il piano della moglie nonostante i loro perfetti vicini di casa, complimentandosi con loro della loro decisione, ci facciano capire poi cosa pensassero realmente. In questo sprazzo di felicità, in un momento di passione, April rimane incinta del terzo figlio. Questo scombussola tutti i piani e allontana gradualmente ma inesorabilmente i due coniugi che tendono ad irrigidirsi sulle loro posizioni e a riuscire a comunicare tra loro sempre meno. Entrambi sembrano a disagio col sogno coltivato dall’altro ed entrambi si rifugiano in rapporti fugaci esterni alla coppia. La distanza è tanto più proporzionale alla consapevezza che i due progetti di vita si stanno discostando. Colpisce come, in una delle scene più drammatiche del film, sia il personaggio del ‘pazzo’ che, facendosi carico del peso di poter dire ciò che tutti pensano ad alta voce. Riesce, infatti, a superare le ipocrisie e i manierismi che la società coltiva per cercare di proteggerci ma che, in realtà, servono a mascherare le difficoltà di questa famiglia. John, il figlio disturbato del loro agente immobiliare, nella scena cui accennavo, fa loro un discorso che potrebbe essere un trattato di terapia familiare: dice a Frank che forse il motivo per cui ha messo incinta April era la paura del fatto di poter seguire il sogno di April stessa e che entrambi si meritano l’uno con l’altro tanto Frank con le sue paure, quanto April con la sua incapacità di seguire fino in fondo i suoi sogni. Nel momento in cui viene rotto il velo dell’ipocrisia, niente può più tornare a posto soprattutto se la soluzione sembra essere il ritorno ad un formalismo di facciata che non sembra ormai rappresentare più nessuno. Non vi voglio rovinare il finale. Ma una delle ultime scene è emblematica di come certe macchie, vitali, vadano a distruggere la perfezione formale di un salotto immacolato.

Insomma un film molto bello, al quale la bravura dei protagonisti aggiunge un valore in più. Un film che fa riflettere sul come la mancanza di dialogo e lo scostamento dai sogni, aspetti dei quali tutti sembrano essere consapevoli, non può essere superato con una magnifica facciata. Una magnifica facciata può essere mantenuta solo a costo della fine del dialogo come ci fa intuire il marito dell’agente immobiliare che abbassa il volume del suo apparecchio acustico per non sentire la moglie.

Può forse essere questa una fine migliore?

A presto…

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Diario di una schiappa

Diario di una schiappaIl film che vi racconto oggi è una commedia che ci fa entrare direttamente nel ‘magico’mondo della preadolescenza e dei suoi molteplici riti di passaggio. Si intitola Diario di una schiappa(2010), è del regista Thor Freudenthal ed è basato sul libro di Jeff Kinney. Fondamentalmente il film racconta la vita di un ragazzo, Greg, che si trova a dover fronteggiare il passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie. Il film tratta con una irresistibile ironia di fondo, tutti i più importanti temi di quell’età: le prime ‘conquiste amorose’, o meglio i primi scontri/incontri con l’altro, le prime consapevolezze sulle funzioni e sull’immagine sociale e, quindi, tutte le tematiche correlate come l’accettazione o l’esclusione, la desiderabilità sociale o il rifiuto, le cose ‘giuste’ e quelle ‘sbagliate’ da fare. Ancora i primi screzi nella famiglia, i primi casini con gli amici, e tutto quello che vorremmo fare per far si che tutte le cose a cui teniamo a quell’età andassero bene ma che, in realtà, si rivelano dei totali disastri. Molte tematiche sono affrontate particolarmente bene sopratutto il clima competitivo che si può instaurare all’interno dell’ambiente scolastico. Le dinamiche di gruppo, con i loro continui capovolgimenti di ruolo e con i continui aggiustamenti, i riti collettivi che tutti condividono e che nessuno sembra essere in grado di sovvertire, le dinamiche di inclusione ed esclusione dai gruppi secondo meccanismi apparentemente indecifrabili. Insomma realtà con le quali a tutti noi, penso, sia capitato in qualche modo di avere a che fare. Credo che, per le tematiche affrontate, possa essere un film molto utile da vedere con i propri figli adolescenti perché, tramite la condivisione, permette di fare delle riflessioni con loro di alcuni degli aspetti che caratterizzano la loro età.

La forza del film sta nella capacità di affrontare questi temi con un’ironia e una leggerezza che riesce a mascherare e, forse a farci dimenticare, quanto questi temi siano, o siano stati importanti, nella nostra formazione. Chi di noi può non identificarsi in qualcuna delle mille peripezie che si svolgono all’interno della scuola? O può non riconoscersi in uno degli aspetti dei protagonisti del film? Insomma, come al solito non vi svelo altro per non rovinarvi la trama ma spero di avervi incuriosito abbastanza per spingervi a vederlo.

Naturalmente, nel caso lo vedeste, fatemi sapere che cosa ne pensate.


A presto…
 
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American History X

American History XSulla scia del post Bernardo e l’angelo nero (29.12.11), il film che voglio raccontarvi oggi si intitola American History X, del regista Tony Kaye (1998) e con protagonista Edward Norton. Il film racconta sostanzialmente le vicende di due fratelli, Dereck (Norton) e Danny (Edward Furlong), intrecciate tra loro non solo a causa di vicende familiari, quanto per la ‘passione’ col quale Dereck sembra essere vicino al mondo neonazista. Il film inizia con una sorta di prologo che ci spiega quale vicenda ha portato in carcere Dereck: durante un tentativo di rapina, sventa il furto e uccide una persona di colore. Danny assiste a tutta la scena e da questa vicenda sembra essere particolarmente influenzato. Tramite continui salti temporali, troviamo Danny alle prese col preside della sua scuola. L’uomo (tra l’altro di colore) lo convoca perchè Danny, per un compito, ha scritto una tesina sul Mein Kampf, il libro nel quale Adolf Hitler espose le sue deliranti idee politiche e sociali. Il preside gli da come compito quello di scrivere una American History x che tratti della storia del fratello e di quello che la sua vicenda ha provocato nella sua famiglia. Grazie a questo pretesto narrativo verremo pian piano a sapere la più complessa vicenda della famiglia e le vicissitudini che hanno portato a questo avvicinamento all’ideologia nazista.

Come già accennato il film ha una sequenza temporale particolare e la vicenda si articola tramite diversi flashback. Attraverso la storia della famiglia iniziamo a capire cosa ha portato Dereck ad avvicinarsi a questo tipo di posizioni. Un incidente (è difficile raccontare una trama senza svelare troppo e levare a voi il gusto di vedere il film!) provoca in lui un rifiuto per tutti i diversi, coloro che provengono da altri paesi e che non meritano di stare nel suo. Possiamo solo notare come, nel momento in cui le nostre certezze sembrano vacillare, abbiamo bisogno di un capro espiatorio, qualcuno che paghi in un solo colpo quello che si percepisce come ingiusto, vano, orribile. Qualunque cosa, nel dolore, sembra essere un’ancora di salvezza. Anche la più bieca ideologia diventa allora un porto sicuro. Dereck finisce in carcere, dove esce dopo tre anni. In uno degli spostamenti temporali abbiamo la possibilità di vedere quanto sia cambiato in carcere, quanto sia ormai lontano da posizioni con cui prima sembrava identificarsi molto di più. All’esterno del carcere, invece, le posizioni sembrano essere rimaste le medesime. Tanto lui è cambiato quanto gli altri sembrano non essere in grado di mutare, di accettare l’evoluzione, di pensare al cambiamento. Sembrano essere rimasti gli stessi di prima. Altra riflessione: tanto più le persone si sentono in difficoltà con la mutevolezza della realtà, tanto più si consegnano ad ideologie assolutistiche, rigide, insindacabili. L’ideologia neonazista è una di queste.Questo, secondo me, è uno dei temi portanti del film. L’identità. Non solo la nostra identità rispetto agli altri (chi è diverso? rispetto a cosa?) quanto la nostra identità con le persone che ci stanno vicino (familiari e amici) e con noi stessi. Quanto gli altri possono accettare il cambiamento in noi? Quanto possono riconoscercelo e averci a che fare? In questo film tutti sembrano avere a che fare più con immagini stereotipate, statiche, piuttosto che con persone reali. E allora fare accettare la nostra nuova immagine agli altri, il nostro nuovo noi, deve passare necessariamente per strappi, atti di forza. Una delle scene emblema è quella nella quale Dereck litiga con la fidanzata. Fuori di sé dalla rabbia ad un certo punto lei gli grida: ‘questo non sei tu’. Proprio questa incapacità di essere consapevoli della possibilità che una persona ha di cambiare rende il film simbolico. Qual è il vero Dereck? Il neonazista o l’altro? Scindere ci aiuta? O è forse una semplificazione? Dereck è il nazista ed è il Dereck nuovo. Uno non esclude l’altro. Uno ci aiuta a capire meglio il percorso dell’altro. E comprendiamo, allora, i movimenti avvenuti in carcere, gli avvicinamenti alle persone con le quali deve per forza di cose interagire. E allora che la conoscenza permette di superare il facile pregiudizio dietro cui ci si trincera. La conoscenza permette l’accettazione, l’integrazione. Solo con l’accettazione (dell’altro e dei propri dolori) si può fare i conti con la realtà nella quale ci troviamo, accettazione che fa dire a Dereck: ‘all’epoca ce l’avevo con tutti, adesso sono stanco di essere incazzato’.
Altra riflessione: quanto peso hanno, nelle nostre decisioni, le influenze dell’ambiente familiare? Dereck si rende conto del peso che sta avendo sul fratello minore e lo esorta a non seguire le sue orme per compiacerlo. Ha un ‘ottima consapevolezza di quello che sta avvenendo, ha gli strumenti per capire che è una strada che non lascia molti margini di manovra. Questo passaggio avviene non solo tra fratelli ma anche tra padre e figlio maggiore. Anche Dereck, scopriamo, aveva solo questo modo di avvicinarsi al padre, lo mantiene e lo coltiva allo stesso modo in cui fa il fratello quando Dereck è in carcere. Se però Danny è fortunato nel poter essere disinnescato da Dereck, quest’ultimo non ha avuto la stessa fortuna e diventa in qualche modo portatore di una visione non sua. Quanto dobbiamo stare attenti ai messaggi che possiamo passare ai nostri figli?

Il film tratta una tematica che molti di noi possono sentire impattante. Molte figure del film sono a dir poco disturbanti, con idee basate più sul preconcetto che su dati di realtà. Persone che ripetono stereotipi che immaginavamo potessero appartenere ad un passato che non ci rappresentava più. E che, invece, sono come un fiume carsico: a volte sembriamo non vederlo ma, sotto la superficie, continua a scorrere. Un film duro sul razzismo, sulle differenze, sulla nostra capacità di tollerarle nell’altro. Sulla nostra realtà. Dove, forse, non basta coprire una svastica con la mano per cancellare. Ma dove forse è vero che la violenza genera violenza. Ed è anche vero che imprigionarci nell’odio ci fa vivere in una gabbia dalla quale è molto difficile evadere.

A presto…
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I ragazzi stanno bene

I ragazzi stanno beneIl film che volevo raccontarvi oggi si intitola I ragazzi stanno bene. Il film è uscito in Italia nel 2010, è della regista Lisa Cholodenko e ha come interpreti principali Annette Bening, Julianne Moore e Marc Ruffalo. La storia racconta di una famiglia normale: diatribe tra i coniugi, screzi con figli adolescenti, problemi di lavoro ecc. La differenza è che in questa famiglia abbiamo due mamme. Il film ruota intorno alla ricerca, al ritrovare e all’integrare il padre biologico all’interno di questa famiglia. I due figli rispettivamente di 18 e 15 anni, sono i promotori di questa ricerca che porterà a dei cambiamenti per tutti i membri della famiglia. Come al solito non vi svelo di più sulla trama.

Detto questo credo che il film ruoti intorno alla definizione e alla ricerca di un nuovo equilibrio per una realtà decisamente in cambiamento come la famiglia. Tutti i membri sono portati ad interrogarsi su cosa voglia dire ‘essere’, declinato in vari modi: cosa vuol dire essere madri, essere padri, essere figli? Come ci si comporta con un figlio che vuole cercare il proprio padre biologico? Come ci relaziona con dei ragazzi mai visti prima e dei quali si è padre? Come ci si relaziona con un uomo che è nostro padre? Questo insieme di cambiamenti porta nuove domande, nuove prospettive, nuove risposte su ruoli che sembravano ormai consolidati ed acquisiti.

Ci si interroga sul proprio valore (se un figlio va in cerca del padre biologico vuol dire che si è falliti in qualcosa facendo la madre? Che non si basta più al proprio figlio?), sulle proprie funzioni (come si fa il genitore? troppo presenti o troppo assenti sono potenzialmente sullo stesso piano?), sui propi equilibri (Nic, che ha un pò il ruolo del capofamiglia sembra particolarmente destabilizzata dal fatto che le stiano in qualche modo ‘rubando’ la famiglia), sui propri ruoli (se una delle due madri ha sempre avuto/voluto la famiglia sulle spalle può un giorno dire, senza destabilizzare gli altri, che non vuole avere più questa funzione?), sui propri confini (cosa è famiglia? Dove sono i confini tra l’interno e l’esterno? Perché quello che sembrava acquisito sull’identità familiare viene messo così in discussione?).

Insomma, un film incompleto, che non da ricette, che non ha una fine. Pone delle domande, degli interrogativi. Ed è lo spaccato di quella che potremmo considerare una famiglia ‘normale’ della società di oggi. Una famiglia incasinata. Una famiglia in costruzione. Una famiglia come tante altre. Una famiglia in cui il fatto che ci siano due mamme è un dettaglio del quale potersi scordare dopo pochi minuti di film.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

 

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Biutiful

BiutifulIl primo dei film che volevo analizzare con voi si intitola Biutiful di Alejandro González Iñárritu(2010). Tra una serie di attività illecite, si svolge la vita della famiglia di Uxbal, padre di due bambini, una femmina e un maschio, Mateo, che vivono con lui. Il film racconta di un contesto familiare sfilacciato, reso precario tanto dalle condizioni economiche quanto da alcuni problemi intrinseci alla famiglia stessa. Fin dall’inizio, infatti, non sembra esserci una figura materna. La marginalità di questa figura fa si che Uxbal si accolli il peso dell’intero nucleo familiare. Il farlo gli provoca tensioni che si ripercuotono, poi, sui figli stessi. Soprattutto Matteo sembra risentire di questa situazione. Manifesta tutto il suo disagio con fenomeni come l’enuresi notturna, spia somatica di malesseri più profondi. Il bambino particolarmente viene conteso tra i genitori che lo usano come ‘merce di scambio’. Credo tutto il film sia attraversato da una evidente difficoltà comunicativa, tra padre e madre, tra padre e figli, tra madre e figli. Questa difficoltà viene ulteriormente accentuata non traducendo i dialoghi tra le varie comunità che vengono rappresentate (asiatica e africana) e sottolinea la problematicità nel comunicare. La mancanza di dialogo pesa sul padre che non riesce ad esprimere la malattia da cui è affetto a nessuno, forse neanche a se stesso. Si sente responsabile dei figli e non sembra poter accettare il fatto che possa mancare loro. Tutti i protagonisti si muovono in un contesto sociale disgregato. Non sembrano esserci amici. Non sembrano esserci famiglie d’origine. Sono soli. Isole. Si intravede un fratello di Uxbal, col quale sembra intrattenere pessimi rapporti. E, per la prima volta, viene citata la madre del protagonista, a cui entrambi si rivolgono con l’epiteto di puttana. Credo sia l’unico riferimento ai genitori. Le famiglie d’origine sono citate tramite alcuni oggetti simbolici e grazie ad alcune immagini che aprono e chiudono il film, come se un ciclo fosse portato a compimento. I protagonisti si muovono in un contesto urbano degradato che trasfigura l’immagine classica di Barcellona, città nella quale il film è ambientato. D’altronde anche loro sembrano essere la trasfigurazione di una famiglia ‘tipo’. Infatti, il rapporto di coppia è problematico. Lui rinfaccia a lei di non esserci ma la soccorre nel momento in cui sta male. Su cosa si incontrano allora? Su cosa fondano il loro ?stare assieme’. Essenzialmente, sono l’incontro di due esigenze complementari: tanto sull’incapacità di lei di prendersi in carico le sue responsabilità (famiglia, figli, lavoro), tanto su quelle di lui di volersi accollare qualunque cosa da solo (famiglia, figli, lavoro). Nel racconto di questa vicenda la realtà non si dice. Si scopre. È infatti la figlia a cercare la verità sulla malattia dopo che lui ha cercato di nasconderla.

Lo spaccato di una famiglia multi problematica sembra dunque l’oggetto di questo film. Ma, credo, sia un film legato anche all’incomunicabilità. Incomunicabilità tra parenti, tra familiari, tra amici. Incomunicabilità con se stessi, con le proprie paure, con le proprie sconfitte. Il film è duro, raccontato con l’uso di colori freddi, a volte glaciali, insoliti per una città mediterranea. Anche la scelta cromatica sottolinea la mancanza di calore, di incontro. L’incomunicabilità, tratto in comune, paradossalmente di incontro, tra i vari membri, esaspera le problematiche presenti e non ne permette una soluzione. Cosa potrebbe voler dire? Che dovremmo imparare a comunicare? Forse. Che potremmo imparare a dirci determinate cose? Forse. O, forse, ci fa vedere come, la mancanza di dialogo, costituisca un terreno dove prosperano le incomprensioni, i non detti, le paure, le indifferenze. Le distanze. Forse.

A presto…

Fabrizio

 

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A proposito di famiglie…

A proposito di famiglie...Vorrei affrontare oggi un argomento forse più legato al rispetto che alla psicologia. Ma, volendo fare di questo blog un luogo vivo, non posso esimermi dal commentare alcune notizie apparse in questi giorni sui giornali. E poi credo che il mio lavoro debba tenere sempre presente il rispetto per le altrui vicende. La notizia è del 23 aprile, antivigilia di Pasqua. E riguarda una pubblicità. Più esattamente riguarda la pubblicità della catena svedese Ikea. Nella pubblicità per il mercato italiano si vedono due uomini presi per mano, fotografati di spalle, accompagnati dallo slogan “Siamo aperti a tutte le famiglie”. Voi, forse, direste: ebbè? L’avrei detto anch’io, se non fosse che questa campagna pubblicitaria è stata accusata niente meno che di offendere la Costituzione Italiana. Un Senatore, nonché Sottosegretario del Parlamento Italiano, infatti, ha dichiarato che “il termine ‘famiglie’ è in aperto contrasto contro la nostra legge fondamentale che dice che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio, ed è usata in quella pubblicità in polemica contro la famiglia tradizionale, considerata datata e retrograda”(fonte: La Repubblica).

La pochezza di questa polemica avrebbe già dovuto indurmi a non continuare. Ma vorrei solo aggiungere alcune considerazioni: A) non viene detto da nessuna parte che quella famiglia (due uomini) sia in contrasto con la famiglia tradizionale, ne che la prima sia moderna e d’avanguardia mentre la seconda datata e retrograda. Forse questa è più l’idea del Sottosegretario in questione? mah; B) il fatto che esista un tipo di famiglia non organizzato su padre/madre/due figli/cane/station wagon/vacanze ad agosto non vuol dire che un modello sia meglio dell’altro: semplicemente esistono entrambi; C) primo aggettivo che mi lascia perplesso: naturale. Manderei al Sottosegretario una mail per chiedere cosa intenda per naturale. Probabilmente la leggerebbe, forse non rispondendo, tramite un pc. O, peggio ancora, un palmare. E’ forse naturale quello che vi ho descritto potrebbe fare? Se fosse per la natura, lui non riceverebbe nessuna mail (e tanto meno, aggiungo, siederebbe in qualche parlamento). Propongo al Sottosegretario di essere pagato d’ora in poi con frutti della terra invece che con realtà così innaturali come le banconote. Immagino la risposta…; D) secondo aggettivo: TRADIZIONALE.. tradizionale? E quale sarebbe questa fantomatica famiglia tradizionale? Uomo+donna? Uomo+donna+figlio naturale? Uomo+donna+figlio adottivo? Uomo vedovo? Uomo vedovo+figlio naturale? Donna vedova+figli del compagno morto? Uomo separato + figli? Donna risposata+secondo marito+figli del primo matrimonio del secondo marito? Ragazza madre+figlio non riconosciuto dal padre naturale ma adottato dal nuovo compagno? Quale di queste avrebbe il titolo di tradizionale? E, badate, sono rimasto nell’ambito di una relazione uomo/donna. Altrimenti questa lista sarebbe potuta andare avanti per parecchio!

Quando queste persone smetteranno di semplificare la realtà in maniera così superficiale e banale, forse non avremmo risolto il problema. Ma almeno potremmo riflettere mettendo da parte facili giudizi e ancor più facili moralismi.

P.S. Il Sottosegretario in questione non viene mai nominato perché non vorrei mai che lui, usando giustappunto una pubblicità, usasse questo pretesto polemico irrisorio, con un unico scopo: farsi pubblicità! Il fatto che questa polemica sia stata aperta alla vigilia di Pasqua era del tutto casuale, suppongo. Sarò anche aperto a tutte le famiglie ma non sono ancora aperto a tutte le sciocchezze.

A presto…

Fabrizio

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