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Lo Psicologo Virtuale

PORTALE DI PSICOLOGIA & PSICOTERAPIA – Dr. FABRIZIO BONINU – Psicologo & Psicoterapeuta –

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Tag: Psicologo

Pubblicato il 21 Maggio 201225 Novembre 2014

Psicologo o psichiatra?

Psicologo o psichiatra“Vorrei sapere qual è la differenza tra la psicologia e la psichiatria?? conosco dei parenti che sono incappati in scientology che sinceramente nn saprei ben definire . questi rinnegano la psicologia e considerano molto negativamente la psichiatria.. ti sarei grata se mi potessi essere d aiuto nel chiarirmi le differenze tra le scienze.. grazie Ada”

Approfitto della domanda di Ada per ribadire un concetto già affrontato in precedenza, più precisamente nel post Chi è lo psicologo (04.03.2011) che affrontava in particolare la differenza tra Psicologo e Psicoterapeuta. Essenzialmente la differenza tra psicologo e psichiatra è sia di formazione che di approccio al problema. Mi spiego meglio: lo psichiatra è una persona laureata in Medicina. Lo psicologo una persona laureata in Psicologia. La differenza nella formazione si riflette, inevitabilmente, nell’approccio. Essenzialmente (e semplificando estremamente!), gli psichiatri considerano qualunque problema come frutto di scompensi biologici o somatici. In questo cercano un rimedio che possa ristabilire l’equilibrio biochimico tramite l’ausilio di farmaci. Lo psicologo, invece, ha un approccio che definirei narrativo, legato cioè, ad un lavoro sull’acquisizione del senso che il disturbo ha nella storia della vita del paziente. Lo psicologo non definisce il disturbo in termini di squilibrio chimico e non ritiene che la terapia farmacologica possa essere efficace, se non in casi estremi. Data questa premessa, non credo che un approccio sia meglio dell’altro. O meglio, credo proprio che un approccio sia meglio dell’altro (non sono laureato in Medicina!), ma entrambi hanno, oltre ai punti di forza, dei punti di debolezza. Per la psichiatria tra questi punti di debolezza credo che il più rilevante stia nel fatto di basare molto dell’aspetto terapeutico sull’utilizzo del farmaco. Viceversa, quello dello psicologo non sembra riuscire a godere, dato l’approccio legato al rapporto personale che si instaura tra terapeuta e paziente, di un contesto definibile come ‘scientifico’. Non so se questo possa essere considerato veramente un difetto! Sia lo psicologo che lo psichiatra, dopo altri 4 anni minimo di scuola di specializzazione, che, ricordo, deve essere riconosciuta dal Ministero dell’Università, possono diventare degli psicoterapeuti. Questa, a grandissime linee, la differenza.

Passo ora all’altra questione legata a Scientology. Per chi non lo sapesse, Scientology è un’organizzazione (religione?) con dei soci (adepti?) che credono che l’uomo sia un essere che sfrutta solo parte delle sue potenzialità, soprattutto le potenzialità delle mente. Credo che considerino negativamente la psichiatria (con i suoi farmaci) e la psicologia (meno perchè comunque basata sul rapporto personale) perchè ritengono che l’individuo abbia un potere auto-terapeutico e che debba essere indotto ad imparare l’arte di auto guarirsi piuttosto che dipendere da fonti esterne (psicologo) e tanto meno farmaci (psichiatri). Credo stia qua la base del rifiuto della psichiatria e della psicologia. Personalmente ritengo che sia una posizione troppo estrema. Se credo sia vero il potere non sfruttato della mente umana, è altrettanto vero che ritengo l’uomo un animale sociale e che, come tale, grandi parti delle risorse che attinge siano date dai rapporti interpersonali. Dal contatto. Dallo scambio. Cose che un uomo, da solo difficilmente riesce ad ottenere.

A presto…

Fabrizio

 

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Pubblicato il 11 Maggio 201225 Novembre 2014

Dott. in Psicologia. E poi?

Dott. in Psicologia. E poiQuesto post è dedicato a tutti i giovani colleghi che, approfittando del blog, mi rivolgono spesso domande su cosa si debba fare dopo la laurea. Nonostante ci siano sempre più punti di scambio e possibilità di arrivare ad un numero sempre maggiore d’informazioni tramite internet, mi sembra che le cose siano sempre improntate a poca chiarezza.

Spero che la mia esperienza possa aiutare a schiarire le idee su cosa attende il neolaureato. Innanzittutto il percorso inizia con la laurea! Dopo avere festeggiato degnamente l’evento, il percorso che vi porterà ad esercitare la professione comincia con un anno di tirocinio obbligatorio presso un ente riconosciuto dall’Università. Vi consiglio di scegliere bene questo tirocinio, dal momento che permette di fare anche esperienze pratiche. Uno dei problemi dell’Università secondo me è legata alla eccessiva peso della teoria che caratterizza i corsi. Questa teoria non sempre è accompagnata da una parte più pratica. È vero che si è cercato di porre rimedio a questo aspetto con la presenza di tirocini anche nel percorso triennale. È purtroppo vero, però, che la maggior parte di questi tirocini finisce con un nulla di fatto dal punto di vista clinico. Per due ragioni: la prima è che non vengono affidati “casi clinici” a persone che, comunque, non sono considerate ancora formate. la seconda è che il tirocinio si trasforma spesso in un impegno a svolgere mansioni di ufficio che altri non vogliono più fare. Insomma, il primo ‘vero’ tirocinio rimane quello post laurea. Abbiamo già detto che dura un anno e può essere diviso in due semestri. Quindi potete fare i primi sei mesi presso un servizio e gli ultimi sei da un’altra parte. Dopo il tirocinio dovrete riprendere in mano i libri per sostenere una delle prove più temute: l’esame di stato per l’abilitazione professionale. E’ un esame abbastanza complesso, organizzato in più prove. Una volta passato l’esame potete iscrivervi all’albo degli psicologi della regione nella quale risiedete. Potreste fare gli psicologi ma ancora non potete fare psicoterapia. Per fare quella dovete scegliervi una scuola di specializzazione della durata di almeno quattro anni e riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica (MIUR), una volta finita la quale, sostenuta un’altra prova di esame potrete finalmente fregiarvi del titolo di psicoterapeuta.

Un giovane collega mi chiedeva se ci si poteva iscrivere alla scuola di specializzazione anche non avendo passato l’esame di stato. In teoria si, purchè l’esame venga sostenuto (e passato!) nella prima sessione utile del primo anno di scuola di specializzazione. Se posso, però, vi sconsiglio questo tipo di scelta. Il rischio è che, se non doveste passare l’esame di Stato, potreste perdere non solo l’anno di scuola, ma anche i soldi e il gruppo con il quale avete iniziato. Insomma credo che il gioco non valga la candela anche tenendo conto della forte imprevedibilità dei risultati nelle varie sessioni dell’esame di Stato. Credo sia meglio che abbiate tutte le carte in regola per affrontare tranquillamente la scuola che avete scelto.

Questo è, a grandi linee, quello che vi attende dopo la laurea in Psicologia. E’sicuramente un percorso lungo ma, data la delicatezza dei temi che andrete poi ad affrontare, questo tipo di formazione è assolutamente necessaria. Fatemi sapere se avete altri dubbi o timori e, se posso, cercherò di aiutarvi.

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 25 Aprile 201225 Novembre 2014

Counselor & Psicologo…

Counselor & Psicologo...Ho già in parte affrontato le diverse figure professionali che esistono in Italia che hanno a che fare con la psicologia e la psicoterapia (Chi è lo psicologo, 01, Marzo 2011). L’intento di questo articolo è quello di cercare di illustrare le differenze esistente tra lo psicologo e la figura emergente del counselor. Come accennato avevo già affrontato questo argomento riguardo alle diverse professionalità in campo psicologico, ma mi rendo conto che la confusione è sempre in agguato. In questo non aiuta una legislazione spesso farraginosa, poco chiara e con evidenti lacune nelle quali alcune persone possono introdursi giocando sulla buona fede delle persone che si rivolgono loro. Iniziamo cercando di spiegare innanzitutto chi sia il counselor. Con questo termine si indica “un’attività professionale che orienta, sostiene e sviluppa le potenzialità del cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi e stimolando le capacità di scelta. Si occupa di problemi non specifici (prendere decisioni, miglioramento delle relazioni interpersonali) e contestualmente circoscritti (famiglia, lavoro, scuola) (Wikipedia)”. Va da sé che, solo da questa rapida descrizione, questo settore professionale risulta sovrapponibile a quello dello psicologo, nonché dello psicologo-psicoterapeuta. Proviamo allora a parlare delle differenze che esistono tra il counselor e lo psicologo. Sostanzialmente il counselor non può occuparsi di persone che abbiano una qualche patologia. E chi dovrebbe diagnosticare questa ipotetica patologia? Il counselor a cui la persona si è rivolta non ha i titoli per fare questo. A rigore di correttezza il counselor dovrebbe inviarlo ad un professionista, ma questo passaggio è basato sull’iniziativa personale e sulla correttezza del counselor in questione. E se volesse continuare a seguire il paziente? Se non si accorgesse della sofferenza dell’altra persona?

Credo che il problema stia tutto qua. Quando la soluzione di troppi interrogativi è demandata alla singola persona e non ad una cornice legislativa chiara e corretta, si creano interstizi, fessure dove possono annidarsi, appunto, confusione e scorrettezza.

Proprio la mancata esplicitazione di specifiche tipiche della professione di psicologo/psicoterapeuta ha permesso ad altre professioni di proporsi sul mercato utilizzando di fatto strumenti, pratiche e competenze dello psicologo come, per esempio, il sostegno psicologico e la promozione del benessere e della salute. Se questa confusione inizia a livello legislativo, con pochissima distinzione tra ambiti lavorativi contigui, credo che la professionalità venga tralasciata e demandata più alla responsabilità individuale che alla legge. E questo fa si che alcune persone possano approfittarne, facendo lavori sulla persona potenzialmente molto lesivi, non avendo le competenze specifiche.

Vi rivolgo perciò l’invito a stare attenti nelle mani di chi mettete la vostra storia. Informatevi, cercate di sapere se la persona è laureata, che tipo di competenze ha acquisito, chi le ha rilasciate, e quale valore abbiano queste competenze. Nel caso di uno psicologo/psicoterapeuta verificate, SOPRATTUTTO, se è iscritto all’albo competente. Per verificare queste informazioni non dovete far altro che inserire il nome e il cognome della persona nelle apposite sezioni del sito degli Psicologi della Regione Sardegna oppure sul sito nazionale. Trovate i link nella barra laterale di collegamento

Ritengo sia fondamentale accertare la professionalità della persona con la quale vogliamo iniziare a lavorare.

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 12 Aprile 201224 Novembre 2014

Psicologo? O amico?

Psicologo O amicoMolte persone, quando scoprono che sono psicologo, mi dicono che non capiscono che tipo di lavoro faccia. Suppongo abbiano in mente una conversazione tra due persone che, amabilmente, si raccontano le loro cose. Se una persona viene da me per parlare non può parlare con un suo amico, che lo ascolta gratis e può dare dei consigli basati sul buon senso oltreché su una conoscenza più approfondita?

Ovviamente, non credo che l’avere amici che ci ascoltano e che ci possano dare dei suggerimenti possa essere una cosa negativa, ma la relazione che si instaura tra terapeuta e paziente è molto diversa. Cercherò di spiegare quali sono a mio avviso le differenze. Primo per certe questioni un amico può non essere obiettivo. Un amico fa parte della nostra vita, ha condiviso con noi alcune scelte, non ne ha condivise altre. Non è esterno come potrebbe essere uno psicologo. Questo punto è molto importante tanto che uno psicologo, per lo stesso motivo, difficilmente prenderà in carico un suo parente o un suo amico. Secondo, il rapporto con uno psicologo è basato essenzialmente sulla asimmetria della relazione: una persona parla delle sue cose più intime, l’altro no. Nell’amicizia, si presuppone, questa asimmetria sia molto meno marcata. Questa asimmetria marca il contesto della relazione come altra cosa rispetto a tutte le altre relazioni. La specificità della relazione terapeutica è marcata anche da un altro fattore: il tempo. Spero non abbiate amici che vi concedono solo un’ ora per di più a pagamento!

Ultimo punto, che secondo me fa veramente la differenza, credo sia il fatto che uno psicologo non dovrebbe dare consigli. “E per cosa lo pago” vi chiederete? I consigli, abbiamo già visto, li otterreste gratis dai vostri amici. Personalmente, non mi sembra corretto che mi sostituisca alla persona e le dica cosa deve o non deve fare. Non sono così presuntuoso da ritenere di avere le chiavi o di poter pilotare la vita di un’altra persona. Credo che il compito di un bravo professionista sia quello di mostrare delle alternative in situazioni che sembrano cristallizzate da tempo. Data l’alternativa, ritengo che la scelta debba necessariamente ricadere sull’interessato.

Non lasciatevi ingannare: non è assolutamente un compito da poco. Talvolta accettare una prospettiva nuova su storie che sono ormai assodate e date per scontate da tempo richiede un enorme sforzo. E’ meno impegnativo adagiarsi su una storia ormai accettata piuttosto che doversi impegnare nel ristrutturare modelli e archetipi ormai fissati. Anche se questa storia ci imprigiona, spesso una persona preferisce una gabbia comoda ad una realtà nuova con cui confrontarsi.

Questa è la mia visione del percorso terapeutico: dare alla persona, o alla famiglia, un’alternativa che permetta la scelta. Magari si rimarrà all’interno della gabbia, ma con la consapevolezza che fuori esista un’altra prospettiva. E un conto è essere prigionieri di una gabbia un conto è scegliere di rimanerci dentro. Nel secondo caso ci sarà stata una scelta che prima non si sentiva di poter fare.

Cosa ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 10 Aprile 201224 Novembre 2014

Esperto?

EspertoUn tema che volevo condividere: l’esperto psicologo in tv. Avete fatto caso alla proliferazione di presunti esperti in quasi tutte le trasmissioni televisive che trattino di società, di cronaca nera o di cucina? C’è sempre un esperto pronto a fare una considerazione, a costruire delle analisi, a dare delle indicazioni, a fornire informazioni, a somministrare chiavi di lettura che permettano al povero telespettatore a casa di capire meglio il caso di cui si sta parlando. Inutile aggiungere come spesso, il caso, sia un caso di cronaca nera.

Ma siamo sicuri che si tratti di capire meglio? Non sarà solo spettacolarizzazione? Quando assisto a questo in tv, infatti, la prima cosa che mi chiedo e su cosa sia basata la considerazione, l’analisi, l’indicazione, l’informazione o la chiave di lettura che l’esperto fornisce del fatto.

Spesso sul nulla. Nessuna conoscenza diretta, se non in alcuni casi, rende queste persone esperte di quello di cui stanno parlando. Molto spesso la discussione del caso è basata su quello che si sa tramite giornali o tramite tv. Per farla breve, l’esperto legge il giornale, va in tv a discuterne, un altro giornale riporta le parole dell’esperto, che saranno lette da un altro esperto, che ne discuterà in tv o su un altro giornale. Nient’altro che un circolo autoreferenziale. Non vi sembra manchi qualcosa? In questo vortice tv, giornali (e altri mass media) ci siamo dimenticati dell’evento su cui tutti parlano. Manca solo la cosa più importante.

La mia impressione è che questo chiacchiericcio continuo, soprattutto, ripeto, su fatti di cronaca nera, non solo non aiutino a capire ma anzi, ingenerino un enorme confusione e instillino opinioni preconcette. E come abbiamo visto spesso sono basate sul nulla. Tra l’altro passa il sottotesto per cui un esperto (di cosa? Di cronaca nera? Di lettura di giornali? Di discussioni in tv?) possa dirci come formarci un opinione.

Professionalmente, l’esperienza che queste persone hanno, è fondamentalmente basata sulla conoscenza personale del caso. Questa conoscenza inevitabilmente non esiste in casi così, mediatici. Finisce irrimediabilmente perso, allora, l’aspetto di cui si dovrebbe maggiormente tenere conto, quello per cui ogni persona è una storia, un senso, una percezione unica. Che senso ha standardizzare singoli casi, spesso con sofferenze, lutti, tragedie, con questa pochezza? Non certo per capire meglio, come abbiamo visto. Ma per farci schierare. Non per farci comprendere. Ma per costruire tifosi. Si andrà allora alla ricerca del CATTIVO, del COLPEVOLE, di colui su cui si riverserà tutta la riprovazione mediatica e per cui tutti gli altri potranno dirsi: io sono meglio di quello. E la comprensione? La pietà per tragedie così luttuose? Il senso di rispetto per lo sconvolgimento delle vite di queste persone? Terminato. L’unica cosa che, ormai, può distrarre da un caso di cronaca nera è un caso di cronaca nera ancora più eclatante. Con sempre maggiori particolari. Con sempre maggiori orrori.

Fatto salvo il dovere di cronaca, credo semplicemente che un pietoso e rispettoso silenzio sia meglio di tante, inutili parole. E che ognuno sia libero di farsi un opinione. Libero da esperti.

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 3 Aprile 201224 Novembre 2014

Storia di Sara…

Storia di Sara...Eccovi un caso clinico che tenevo a raccontare per sapere quali possono essere le vostre impressioni.

Sara, ragazzina di 12 anni. Sveglia, intelligente, perfettamente ‘normale’. Il problema? Timida. Immaginate qualcosa di peggio per la nostra società? La vedo da qualche tempo e credo che tra noi si sia instaurato un ottimo rapporto. Noto anch’io che può non avere facilità di rapporti, ma non è qualcosa che considero problematico. Ci ha messo del tempo ma ora si fida di me ed io credo che non abbia alcun problema nonostante i genitori credano vadano inquadrate meglio alcune sue tendenze come questa all’isolamento. Più volte parlo con lei sulla sua volontà di stare con gli altri ma mi risponde sempre con un buon senso al quale non posso obiettare nulla: non le piace parlare con gli sconosciuti, prima di dare confidenza ha bisogno di tempo, le persone grandi spesso le chiedono cose di cui non le piace parlare e così via. Se fosse una persona adulta non staremmo neanche qui a parlarne. Ma, purtroppo per lei, ha 12 anni. Quindi qualcuno deve dirle cosa va bene/ non va bene fare.

Un giorno il padre mi chiede se posso essere contattato dalla sua insegnante, perché vuole sapere come si devono comportare con lei quando tende ad isolarsi. L’episodio più recente avviene durante una gita nel quale Sara tende a stare in disparte. La richiesta del padre avviene davanti alla bambina stessa e mi parla di lei come se non ci fosse. La prima cosa che penso di fare è coinvolgerla nella discussione. Le chiedo se si sia divertita durante la gita e mi risponde si. Le chiedo se per lei è un problema che io venga contattato da una sua insegnante per questa faccenda. Mi risponde che non c’ è problema. Le chiedo infine che cosa pensa che potrò dire alla sua insegnante nel caso mi contatti. E mi risponde di dire che lei è stata bene.

Provo a questo punto a far riflettere il padre facendo delle considerazioni a voce alta: per quale motivo tutti danno per scontato che sia stata male se lei stessa dice che è stata bene? Per quale motivo dobbiamo cercare di prendere delle decisioni sulla sua testa come se lei non fosse in grado di esprimere un parere? Non fraintendetemi: so benissimo che stiamo parlando di una persona minorenne, per legge non in grado di avere responsabilità. Ma neanche di avere la responsabilità di gestire come meglio crede la sua gita?

Ho pensato che al massimo potevo parlare con lei del perché non le piacesse stare con gli altri in gita, del perché avesse preferito stare da sola, del perché non volesse condividere le sue impressioni, le sue emozioni con gli altri.

Capisco l’intento del genitori, come credo di capire l’intento delle insegnanti. Penso però che questo intento di migliorare la situazione di una persona, per quanto minorenne, non possa farci prescindere dalle ragioni della persona stessa. Non sto dicendo che ci siano stati errori, o comportamenti sbagliati, anzi. L’attenzione dimostra come Sara sia all’interno di relazioni protettive e accorte. Vorrei solo che questa attenzione non offuscasse le volontà e i desideri di Sara.

Credo sia meglio cercare di capire che correggere. E, vi assicuro, non fa differenza se la persona da capire ha 12 anni.

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 25 Marzo 201222 Luglio 2015

Quanto costa andare dallo Psicologo?

Quanto costa andare dallo PsicologoCiao Fabrizio, ci sarebbe anche una terza parte della domanda, o meglio della risposta…  ma quanto costa ? Aspetto banale, parlando di salute, ma che unito al preconcetto verso la terapia per “matti”, rende ancor più difficile l’approccio. Sono convinto che se fosse economicamente più alla portata, ci sarebbe anche più gente negli studi. E non si può pensare ai consultori, perché li davvero pochi casi eclatanti.

Ciao Stefano. Innanzitutto grazie dell’attenzione che dimostri nei  confronti degli argomenti del blog. La tua domanda  solleva una questione non da poco perché, come tu stesso dici, se fosse alla portata di tutti più gente penserebbe di andarci. Temo, però, che la questione sia più articolata. Economicamente uno psicologo ha degli standard di riferimento al quale attenersi. L’ordine degli psicologi,per ogni prestazione, individua una tariffa minima e una tariffa massima di riferimento. Giusto per fare un esempio, una seduta di consulenza e/o sostegno psicologico individuale va da un minimo di 35€ ad un massimo di 115€: una oscillazione di ben 80€. Se grossomodo 35 € sembrano una spesa affrontabile da un maggior numero di persone, 115 sembrano una spesa più impegnativa. Diciamo in linea generale che il costo della prestazione può dipendere da una molteplicità di fattori. Tra gli altri:

– Complessità dell’intervento;

– Numero di persone coinvolte;

– Situazione socio economica della persona;

– Urgenza della prestazione.

Quello che posso dire è che, spesso, le persone trincerandosi dentro un generico “costa troppo” riescono a non prendere in considerazione l’ipotesi di andare a fare un lavoro di questo tipo. In realtà il lato economico, le modalità di pagamento, possono essere contrattate con la persona alla quale vi rivolgete. Starà poi a voi capire se queste condizioni possano o non possano soddisfare le vostre esigenze. Se riesce a venirvi incontro è una buona cosa ma non immaginatevi di poter  tirare sul prezzo perché l’oggetto dello scambio siete voi. Quanto vi mettereste a contrattare sul vostro valore? Vorrei anche che teneste presente un altro aspetto:  non è automatica ne l’equazione pago:molto=vale:molto, ne l’equazione contraria pago:poco=vale:poco.

La mia opinione in proposito è molto chiara: se il lato economico è, in linea teorica, un discorso molto personale (spesso si dice che non si possano fare i conti in tasca alle persone) è pur vero che ogni persona spende in base alle priorità che essa stessa si prefigge.  Se una persona non si considera una sua stessa priorità perché dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di investire in un lavoro su se stessa?

Non fraintendetemi: credo che ognuno sia libero di spendere quello che ha nel modo che ritiene più opportuno. Credo, però, che il modo in cui decidiamo di spendere i nostri soldi dica molto su di noi!

Le mie tariffe sono frutto di questa mia premessa: se volete possiamo parlarne di persona. Il primo colloquio presso il mio studio è gratuito. Io conoscerò le vostre esigenze e voi il mio modo di lavorare!

Per il momento  vi saluto.

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 5 Marzo 201224 Novembre 2014

Chi è lo psicologo?

Chi è lo psicologoHo pensato di iniziare il nostro lavoro col rispondere ad alcune domande che spesso le persone mi rivolgono riguardo alla professione di psicologo.

La prima che tratteremo è il CHI declinata in due modi: chi E’ lo psicologo e chi VA dallo psicologo.

Per quanto riguarda la prima domanda possiamo dire che attualmente in Italia può essere considerato psicologo/a una persona abilitata all’esercizio della professione di psicologo. E fin qua non abbiamo spiegato nulla! Diciamo che per essere abilitati è necessario conseguire la laurea in Psicologia e sostenere l’esame di Stato dopo un anno di tirocinio. Neanche adesso le cose sono finite! Lo psicologo, prima di poter esercitare, è infatti tenuto ad iscriversi ad un ordine regionale. La legge che regola la professione di psicologo è, attualmente, la L. 56/89. Il punto che riguarda l’iscrizione ad un ordine regionale è particolarmente importante ed è necessario che coloro che si rivolgono ad un professionista verifichino l’iscrizione dello stesso presso un ordine regionale o presso l’Ordine Nazionale.

Come verificarlo? La cosa è molto semplice: è necessario andare sul sito dell’ordine nazionale (i link sono nella barra laterale sotto la voce Info). Una volta entrati cliccate sulla voce “Albo”. Digitate anche solo il cognome del professionista al quale avete scelto di affidarvi e verificate così la sua iscrizione effettiva. Nel caso il nome non compaia è necessario chiedere spiegazioni alla persona oppure rivolgersi ad un altro professionista. Un rapporto basato sulla fiducia non può sicuramente iniziare con requisiti poco chiari!

Un’altra distinzione che credo sarebbe meglio chiarire è quella tra psicologo e psicoterapeuta. Lo psicoterapeuta è uno psicologo che ha frequentato una scuola di specializzazione in Psicoterapia della durata di almeno quattro anni e che sia riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica (Miur). Per completare il quadro di riferimento possiamo aggiungere che lo psichiatra invece è un medico laureato in Medicina. Ovviamente anche lo psichiatra può frequentare una scuola di specializzazione quadriennale e diventare psicoterapeuta!

Ora che abbiamo iniziato a chiarire meglio le figure professionali esistenti oggi in Italia, e sulle quali torneremo, possiamo iniziare a pensare alla seconda parte della domanda: chi va dallo psicologo? L’idea comune vuole che dallo psicologo ci vadano i matti! Dovremmo entrare, a questo punto, nel merito della questione “matti”: chi sono i matti? Come sono differenziati dai “normali”? Questo svierebbe troppo dalla discussione e ci porterebbe a dover riflettere sui concetti di salute e di malattia mentale. Su queste tematiche, naturalmente, torneremo a parlare. Chiarito che non ci vanno i “matti” possiamo dire che dallo psicologo vadano quelle persone che hanno bisogno di chiarire alcuni aspetti della loro vita essenzialmente con se stessi. Persone che necessitano di un punto di vista in più per rendere chiari alcuni movimenti che avvengono nel loro interno. Non vi sembra forse che un “matto” non avrebbe proprio questa sensibilità nei suoi stessi confronti?

Vi saluto con questa domanda. So che le questioni che ho sollevato sono molte e torneremo ad affrontarle nei prossimi giorni.

A presto…

Fabrizio

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