Facebook e il pregiudizio di conferma (2)

Facebook e il pregiudizio di conferma (2)Ora, senza entrare nel merito della questione in sé, se io penso che il sale faccia male, tenderò a dar credito a tutte quelle posizioni che confermano la mia posizione di partenza piuttosto che a falsificare la mia posizione di partenza. Cercherò siti, pagine, blog che mi rimandino indietro l’esattezza della mia posizione, cioè che il sale faccia male. Non penserò minimamente di dover tentare di falsificare questa idea con ipotesi contrarie o idee opposte. Alimenterò il mio pensiero cercando negli altri conferme di quello che già penso rispetto agli effetti del sale. Ora dato che uno dei massimi pregi della rete è quello di avere livellato molto il ‘peso relativo’ dei contributi di ciascuno di noi, dal momento che permette a chiunque di postare o condividere stati che non sono testati o vagliati, questo provoca una frammentazione delle posizioni che permette quasi a chiunque di trovare, per quanto particolare possa essere, la condivisione di una posizione rispetto a qualcosa. Se io penso che, per assurdo, respirare faccia male, sono quasi sicuro di trovare qualcuno con cui condividere questa posizione.

Il fatto che possa trovare qualcuno che la pensa come me, e che magari condivide documenti di un qualche tipo che sostengono che respirare faccia male, non farà altro che, paradossalmente, dare ossigeno alla mia teoria e polarizzarla ulteriormente verso la convinzione che sia vera. Se volessi essere ‘scientifico’, dovrei falsificare la mia posizione, cercando prove che, al contrario, dimostrino come respirare sia vitale. Ma questo porta a selezionare, nel mare magnum delle informazioni di tutti i generi che circolano su internet senza alcun vaglio, quelle posizioni che tendono a confermare le nostre posizioni di partenza piuttosto che a smentirle. Abbiamo visto che il nostro modo di ragionare ci porta ad aver bisogno di conferme piuttosto che di smentite, di ragione piuttosto che di torto. Ed è per questo che, spesso con assoluta buona fede, finiamo per alimentare un circolo vizioso enorme di notizie, quanto meno da verificare, che non ci raccontano la realtà dei fatti, ma ci spingono a schierarci per una squadra piuttosto che per un’altra. E qua torno ad un tema a me caro: la polarizzazione delle posizioni nelle discussioni su internet.

Ho affrontato il tema in un altro post, Perché siamo così aggressivi su internet, pubblicato l’11 settembre 2012. In quel post sostenevo come la mancata mediazione dello strumento informatico, il fatto cioè di non interagire faccia a faccia con una persona ‘reale’, portasse ad essere più estremi nei commenti o nelle risposte. Alla base credo ci sia questa tendenza a polarizzarsi in classi confermanti piuttosto che falsificanti. Sono amante del calcio? Al diavolo tutto quello che non mi parla di calcio. Sono amante degli animali? Al diavolo qualsiasi cosa non mi confermi la giustezza del mio amore. Sono amante della carne? Al diavolo qualsiasi posizione mi faccia pensare se mangiarla o meno. E le posizioni tendono ad estremizzarsi, scollandosi da qualunque possibilità di conciliazione. Se ci pensate, è in parte quello che spesso succede anche all’interno dei partiti politici. Anche in questo caso si assiste ad una estremizzazione delle posizioni, non di rado proprio su internet o sui social network, che difficilmente poi può portare ad una ricomposizione delle differenze per privilegiare le somiglianze che si hanno.

C’è la possibilità di fermare, o perlomeno rallentare questa polarizzazione? Credo che una delle soluzioni sia la consapevolezza di quello che succede. Essere consci del fatto che abbiamo sempre più bisogno di sentirci squadra, piuttosto che persone, la dice lunga sul percorso da fare. L’altra possibile soluzione è quello di approcciare anche e soprattutto alle nostre convinzioni con uno spirito critico. E’ preferibile discutere che confermare, per quanto difficile sembri all’inizio. Solo la consapevolezza del modo nel quale costruiamo, talvolta inconsapevolmente, le nostre convinzioni, può permetterci di scardinare questa tendenza alla conferma. Non è una cambio di prospettiva facile ma la falsificazione della quale parlavamo è la strada obbligata per uscire dall’autoreferenzialità nella quale sembriamo avere sempre più bisogno di chiuderci. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Per chi fosse interessato al tema:

Bressanini, P. (2010), Pane e bugie, Edizioni Chiarelettere, Milano

Wikipedia: Bias di conferma

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Facebook e il pregiudizio di conferma (1)

Facebook e il pregiudizio di conferma (1)Il post di oggi è dedicato ad un aspetto che colpisce sempre la mia attenzione e che penso accada soprattutto su internet. Mi sto riferendo alla polarizzazione delle posizioni espresse, il fatto cioè che diventiamo molto più rigidi su internet, e sui social network in particolare, rispetto ad una posizione che condividiamo. L’idea che sta alla base di questo ragionamento mi è venuta leggendo un libro che non si occupa di psicologia ma di cibo. Trovate i riferimenti bibliografici in fondo all’articolo.

Il nostro post comincia con un gioco, per comodità ho messo nella foto le carte che verranno utilizzate nell’esempio. L’unica differenza con il libro è che nel testo in questione, essendo in bianco e nero, si parla di carte chiare o carte scure, mentre io, avendo a disposizione i colori, parlo di carte blu o rosse:

Tengo nascoste in mano quattro comuni carte da gioco. Il dorso può essere chiaro o scuro e l’altro lato riporta una figura o un numero. (…) Ora dispongo le quattro carte davanti a voi, due coperte e due scoperte e faccio la seguente affermazione: Se una di queste quattro carte ha il dorso scuro (blu), allora è una figura. Voi non sapete se la mia affermazione è vera o falsa. Di due carte non conoscete il colore del dorso, mentre delle altre due non conoscete il valore. Il vostro compito è verificare la mia affermazione voltando le carte strettamente necessarie (e solo quelle). Potete voltare sia una carta di cui vedete il dorso per scoprire che valore ha, sia una carta di cui vedete il valore e volete conoscere il dorso. (…) Questo test è stato inventato nel 1966 dallo psicologo cognitivo Peter Wason. (…) Wason lo ha sottoposto a un gruppo di 128 adulti con un’istruzione universitaria. Il 46% delle persone ha risposto che avrebbe girato la carta con il dorso scuro (blu) e la donna di cuori. La seconda risposta più frequente è stata data dal 33%  delle persone intervistate. Queste ritenevano sufficiente voltare solo la carta con il dorso scuro (blu).Solamente il 5% degli intervistati ha dato la risposta corretta. (…) La risposta esatta è che insieme alla carta a dorso scuro, si deve girare il sette: affinché la mia affermazione sia vera, sul retro del sette  devo trovare un dorso chiaro (rosso). Se voltandola trovo un dorso scuro (blu) ho falsificato la mia teoria. (…)

Gli psicologi hanno inventato molte varianti a questo test, e hanno scoperto che mantenendo la stessa struttura logica ma cambiando la descrizione e il contesto si possono ottenere risposte diverse. La cosa interessante è chiedersi come mai così tante persone diano la risposta sbagliata. Secondo alcuni psicologi il motivo è da ricercarsi nel cosiddetto confirmation bias (la preferenza verso la conferma): il nostro cervello si fa un’idea di come funziona un certo fenomeno, e poi cerca degli esempi che avvalorino quell’interpretazione. Cerchiamo una “conferma”. dal punto di vista logico invece è fondamentale anche cercare di falsificare un’ipotesi: provare a vedere se è falsa. A quanto pare il cervello umano ha molte difficoltà ad accogliere questo punto di vista come “naturale”, ed è anche per questo, credo, che il modo di procedere della scienza e del metodo scientifico risulta di difficile comprensione ai più. (…) [1]

Forse a questo punto, vi starete chiedendo il perché vi ho riportato tutto questo e cosa c’entra tutto questo con Facebook. Il punto nodale di questo semplice esperimento, e di molti altri effettuati con lo stesso tema, è che noi tendiamo a dare ascolto alle cose che confermano piuttosto che a quelle che falsificano le nostre posizioni.

– Continua –

[1]Bressanini, P. (2010), Pane e bugie, Edizioni Chiarelettere, Milano, pp. 55-56

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Devo dire ai miei figli che mi voglio separare?

Devo dire ai miei figli che mi voglio separareLavoro spesso con adolescenti e con i loro genitori e capita che questi ultimi mi chiedano quale sia il modo migliore per affrontare una separazione. Ho notato come uno degli orientamenti più diffusi sia quello di cercare di nascondere il più possibile ciò che sta avvenendo in casa, convinti che questo sia il modo migliore per preservare la tranquillità dei figli da ciò che sta accadendo. Pur trovandolo un atteggiamento molto comprensibile da parte di genitori che sono già disorientati per quello che accade nella coppia genitoriale e non vogliono ‘infliggere’ le loro pene anche ai figli, ritenuti incolpevoli di ciò che sta avvenendo, non lo ritengo il modo più adatto per fronteggiare la situazione per diversi motivi:

  • presuppone che i figli non si accorgano di nulla; questa visione adultocentrica ipotizza che i ragazzi siano come del tutto inconsapevoli di ciò che li circonda e non siano in grado di accorgersi di ciò che avviene intorno a loro;
  • dal punto precedente deriva anche il pensiero che non possano comprendere ciò che sta succedendo, che tenerli fuori non possa che semplificare il problema e che, se dovessero venirlo a sapere, accrescerebbero ancora di più la problematicità della situazione;
  • si crea una sorta di autorizzazione alla menzogna emotiva, sostenendo una situazione che disorienta ulteriormente i ragazzi per la discrepanza tra ciò che viene mostrato e ciò che viene percepito in famiglia.

Ripeto: pur comprendendone le ragioni, trovo che questo modo di affrontare la situazione possa essere ancora più complesso da gestire. A maggior ragione se si parla di coppie con figli preadolescenti o adolescenti. A conferma di questa tesi, vi riporto il passo di un libro che, per l’appunto, si occupa del tema se sia meglio parlare di ciò che avviene in casa oppure cercare di mantenere un’impressione di unità nella famiglia: 

Sono davvero numerosi i casi in cui i due coniugi fingono di mantenere un alone di normalità all’interno della propria vita di coppia, illudendosi in tal modo di proteggere i figli. (…) a volte si scopre il tradimento di un coniuge, a volte entrambi si impegnano in relazioni extra coniugali mantenendo una vita comune sotto lo stesso tetto che è solo di facciata, spesso motivato dal fatto che ci sono figli.

A volte, invece, si resta sotto lo stesso tetto senza però conservare l’apparenza che tutto va bene. Così ogni giorno in casa scoppiano liti furibonde, di fronte agli stessi figli per i quali si decide comunque di non separarsi. È necessario che coppie così in crisi abbiano un supporto per fare chiarezza interiore. È naturale che a un figlio serva avere a disposizione un padre e una madre che vivono con lui sotto lo stesso tetto, ma tutto ciò deve anche prevedere un’unione sincera, intima e profonda tra i due coniugi. Se tale condizione non esiste, allora è bene che i due genitori comprendano le molte implicazioni emotive nelle quali i figli si trovano spesso intrappolati. Obbligare i figli a partecipare alla messinscena di una famiglia che sta insieme per convenienza, per routine oppure per evitare di affrontare la fatica di una crisi e di una separazione, significa imbastire la quotidianità sull’ordito della simulazione, della falsità, della verosimiglianza. E questo accade in un momento della vita dei figli in cui loro hanno soprattutto bisogno di verità, lealtà, sostanza e non forma. I figli di genitori che simulano sono spesso infastiditi  e arrabbiati dal ‘teatro’ al quale si trovano, loro malgrado, a fare da comprimari. È frequente sentir dire dalla voce di un adolescente: ‘molto meglio vivere con due genitori separati, piuttosto che partecipare alla messa in scena dei miei’. E la situazione si complica ulteriormente se i figli hanno il sospetto che i loro genitori abbiano avviato storie sentimentali parallele, condotte nella clandestinità. Proprio nel momento in cui devono investire sogni ed energie nella ricerca di un amore bello prezioso (…) si trovano tutti giorni a dover fare i conti con quello che resta della storia d’amore dei loro genitori. 
Insomma, è un bene che due genitori in crisi riflettano profondamente non solo su quello che sta succedendo alla loro coppia, ma anche sull’impatto che ciò comporta nel mondo dei pensieri e delle emozioni dei loro figli. A volte può succedere che l’unica via d’uscita consista proprio nel progettare una separazione che, pur tra gli innumerevoli problemi che implica nella vita di una famiglia, offre due innegabili vantaggi:
 
• anche affrontando una separazione, due genitori possono aiutare i figli a capire che l’amore è un valore troppo importante da difendere e che non può essere mascherato o sostituito con altro. Se si ha la certezza che una storia è finita, l’unico modo per difendere l’amore è smettere di confonderlo con ciò che non è;
 
• una separazione evita ai figli di convivere con madri e padri che spesso usano la relazione con loro come piattaforma sulla quale far convergere, invece, la loro incapacità di volersi bene. Un uomo e una donna che si separano devono avere chiaro che il loro impegno educativo dovrà farsi ancora più totale e coinvolto e che, mai e poi mai, il loro conflitto dovrà utilizzare l’educazione dei figli come campo di battaglia sul quale, invece, dovrà essere ricercato il massimo accordo possibile. [1]
 
Questo post è scritto pensando ad una coppia con figli adolescenti ma credo sia adatto anche a coppie che hanno figli più piccoli. La differenza potranno farla i genitori che si troveranno a dover calibrare al meglio possibile, in relazione all’età, alla personalità, alla sensibilità del proprio figlio, il modo con cui comunicare quello che sta accadendo. L’intento di questo passaggio non è quello di edulcorare la situazione, né di rende la realtà meno complessa da affrontare. Stabilisce semplicemente che la comunicazione possa avvenire anche sui cambiamenti dolorosi e traumatici che la famiglia si trova a dover vivere, e che questi passaggi non siano silenziati ma esplicitati e condivisi.
 
 
Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369).
 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Pellai, A. (2012), Questa casa non è un albergo, Feltrinelli, Milano, pp. 95-96 

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La macchina della verità funziona?

La macchina della verità funzionaIl post di oggi, basato su un articolo del Corriere della Sera (in fondo al post potete trovare il link diretto all’articolo), si occupa di un argomento particolare, il poligrafo, comunemente conosciuto col nome di macchina della verità. Chi non conosce questo strumento? Compare in moltissimi film, e ha lo scopo, sia nella finzione che nella realtà, di stabilire quando una persona stia mentendo. In realtà la scienza ha sempre avuto molto bene in mente i limiti di una simile rilevazione della verità. La macchina infatti basa i suoi meccanismi su quelli che sono i correlati fisici (le espressioni corporee) che vengono associate alla bugia. Misura per esempio il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la conduzione dell’elettricità sulla pelle oppure la sudorazione del soggetto. Questo si basa appunto sulla premessa che una persona che sta dicendo una bugia abbia un battito cardiaco accelerato o una maggiore conduttività cutanea rispetto a chi non sta mentendo.

In molti paesi del mondo, ed in particolar modo negli Stati Uniti, la macchina della verità è utilizzata come prova molto importante durante i processi. Molti professionisti si sono espressi circa la possibilità che fosse uno strumento fallace e abbastanza facile da ingannare. Solo adesso, grazie allo svolgimento di veri e propri test circa la sua predittività, si è arrivati a ritenerlo uno strumento quantomeno difficile da considerare attendibile. L’utilizzo di strumenti di precisione come il neuroimaging ci da infatti la possibilità di verificare quali aree del cervello siano coinvolte nel momento in cui la persona agisce. Brevemente il neuroimaging permette di verificare quali aree del cervello stiano lavorando maggiormente in un dato momento (misurando, per esempio, l’afflusso di ossigeno in quell’area oppure misurando il livello di consumo di glucosio per produrre energia). La prima scansione è ottenuta con l’utilizzo della tomografia a risonanza magnetica la seconda con l’utilizzo della TEP, tomografia ad emissione di positroni. Grazie all’utilizzo di questi strumenti è possibile vedere in vivo come stia funzionando il cervello stesso. Questi sono gli strumenti utilizzati che hanno portato a mettere in discussione l’attendibilità e l’efficacia del poligrafo. Lo studio è stato abbastanza semplice: 

(…) promosso dalle Università di Cambridge, Kent e Magdeburg dimostra infatti che talvolta il reo mette in atto, volontariamente, temporanei meccanismi di soppressione della memoria in grado di mandare in tilt qualsiasi tecnica, proprio perché le zone cerebrali chiamate in causa realmente si comportano come se non esistesse colpevolezza, anche quando non è così. I volontari osservati sono stati indirizzati a compiere finti crimini e a cercare di sopprimere successivamente il ricordo ed è risultato che alla vista di un dettaglio riconducibile all’episodio criminoso alcuni tra loro erano in grado di pilotare le reazioni del proprio cervello, impedendo all’area cerebrale che ricordava l’evento di «accendersi».

E’ stato possibile quindi verificare per la prima volta come alcuni soggetti siano in grado di ‘pilotare’ consapevolmente i propri ricordi ed impedire che l’area in cui hanno sede i ricordi (che ha dunque un maggiore afflusso di sangue o di glucosio nel momento del funzionamento) fosse rilevabile. D’altronde questa era una delle criticità maggiori del poligrafo fin dal suo esordio dal momento che se il soggetto non riteneva di aver compiuto un crimine, oppure non ricordava di averlo fatto, avrebbe potuto non attivava tutti quei correlati fisiologici che stanno alla base delle misurazioni del poligrafo stesso. Questa capacità di ‘spegnere’ alcune aree cerebrali può portare anche a mettere in discussione l’attendibilità del neuroimaging nella ricerca della verità. Se una persona può arrivare a modificare l’attività di alcune aree cerebrali, questa infatti non verrebbe rilevata neanche dalla tomografia o dalla TEP. Insomma, come tutti gli strumenti può essere fallace. Come riportato nell’articolo, la dottoressa Zara Bergström (…) specifica che gli strumenti di neuroimaging hanno un’assoluta attendibilità, ma il problema è a monte, ovvero nel comportamento cerebrale del sospettato e nella complessa psicologia umana, in grado di controllare la capacità mnemonica e accantonare i ricordi scomodi e non desiderati. Esistono paesi, come gli Stati Uniti, l’India e il Giappone, dove la scansione dell’attività cerebrale viene considerata valida come prova nei tribunali, con la pretesa di individuare con accurata precisione un’eventuale colpevolezza. Ma la sua fallibilità sta nel fatto che l’essere umano può realmente e intenzionalmente inibire un ricordo, comportandosi a tutti gli effetti come se la memoria del crimine venisse rimossa.

In altre parole bisognerebbe far si, dato il ridotto margine di conoscenza che ancora abbiamo su alcuni meccanismi neurologici, che prove di questo genere, data la non totale affidabilità, fossero ricomprese all’interno di un quadro di prove più ampio. Basare la colpevolezza o l’innocenza solo su questi strumenti potrebbe essere fonte di tragici errori processuali.

Intanto qui il link per l’articolo:

L’articolo, come detto, è del Corriere della Sera ed è firmato da Emanuela Di Pasqua. All’interno dell’articolo sono presenti i link che rimandano allo studio citato.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Imparare dagli adolescenti

Imparare dagli adolescentiQuante volte abbiamo pensate di insegnare qualcosa ad un adolescente? Quante volte abbiamo pensato, dall’alto della nostra esperienza, a cosa avremmo potuto modificare del suo comportamento? Quante volte abbiamo pensato che solo l’inesperienza gli facesse dire (o fare) determinate cose? Probabilmente tante volte. Quante volte invece abbiamo pensato a cosa possiamo imparare da loro? Probabilmente poche se non nessuna volta. D’altronde cosa potrebbe insegnarci qualcuno che sta appena affacciandosi nel mondo degli adulti? 

Lavorando con molti adolescenti mi sono reso conto che spesso, automaticamente e inconsciamente, ci mettiamo dalla parte di coloro che devono insegnare, devono ‘far vedere’, devono mostrare il modo con cui ‘fare bene’ le cose. Poche volte, invece, succede l’esatto contrario, il momento in cui cioè ci mettiamo dall’altra parte, dalla parte di coloro che, invece, possono e hanno qualcosa da imparare da loro. Credo che questo ‘sovvertimento’ sia benefico e molto importante per entrambe la parti: innanzitutto l’adulto che non sale in cattedra sta implicitamente rimarcando come ci sia sempre da imparare e che, neanche diventati grandi, sia esaurita quella possibilità di migliorarsi che abbiamo lungo tutta la nostra vita. Questa possibilità potrebbe essere l’esempio che fa da contraltare all’estremismo delle posizioni che da sempre viene considerata come una delle più grandi ‘pecche’ dell’adolescenza. Ancora, il permettersi di poter imparare toglie quell’aura di sacralità per ciò che l’adulto dice, facendo emergere un’area di possibilità molto più consona a persone che si stanno confrontando. Questa posizione è molto importante perché permette di superare lo stereotipo ‘adulto=esperto’. Inoltre credo che il mettersi in discussione, nel confronto con l’altro, sia sempre un bene perché permette di interiorizzare un atteggiamento critico nei confronti di se stessi che impedisce di sentirsi e comportarsi come guru.

In cosa, invece, mostrare quanto possiamo imparare da loro permette una reale crescita dell’adolescente? Il passo del testo che vi riporto descrive molto bene ciò che può succedere:

Mostrare che possiamo imparare da loro ha almeno tre funzioni. Innanzitutto li rende consapevoli che hanno un contributo valido da dare. Questo accresce la loro autostima e soddisfa il loro desiderio di dare qualcosa in cambio di tutto ciò che hanno ricevuto. In secondo luogo serve a far capire loro, con l’esempio, che non si è mai finito di imparare, che si possono sempre rinnovare ed ampliare le proprie conoscenze. Questo dovrebbe favorire un atteggiamento aperto e curioso verso il mondo. In terzo luogo, in un momento in cui stanno facendo un balzo in avanti, li rassicura che i genitori non sono statici, ancorati per sempre nello stesso posto. Alcuni adolescenti vivono con un senso di colpa questo loro sviluppo che li porta a farsi carico di se stessi. Possono preoccuparsi che i genitori siano gelosi o che manchino di vitalità, come se fossero improvvisamente molto vecchi e rischiassero di essere lasciati indietro. La loro capacità di cambiare e di crescere dà ai figli il via per continuare liberamente nel proprio sviluppo. Rifiutando i genitori o cambiando la percezione che hanno delle loro qualità, gli adolescenti provano un senso di perdita, di tristezza perché non possono più fare riferimento a loro. Può succedere che per un certo periodo di tempo si sentano persi e vuoti. Anche la loro autostima ne risente. Se ciò che si è cercato di emulare non appare più così positivo, ci si sente sminuiti. La maggior parte dei ragazzi superano questa fase e riescono a vedere i genitori per quello che sono, con i lati buoni e i lati cattivi. È la battaglia con l’ambivalenza, che continuerà per tutta la vita. [1]

Quest’ultimo passaggio descrive, secondo me, molto bene quello che succede all’interno della famiglia mentre si assiste alla crescita dei membri. E’ come se l’adolescente, col suo rapido mutamento e con la sua crescita mettesse tutti i membri di fronte all’ineluttabilità del tempo che passa. Con tutto ciò che questo passare comporta.

In conclusione, tornando al punto, da adulto penso sia molto più fruttuoso e produttivo, benché spesso non sempre facile, cercare di confrontarsi con l’altro piuttosto che salire in cattedra e dare lezioni di vita. Anche, e forse soprattutto, se l’altro è ‘solo’ un adolescente.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Phillips, A. (2003), I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano

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Il quoziente intellettivo è un mito da sfatare

Il quoziente intellettivo è un mito da sfatareIl post di oggi ha come tema quello che è considerato come il maggior strumento della misurazione del QI. Per chi non lo sapesse la sigla QI sta per quoziente intellettivo, e misura quello che è il livello di intelligenza di una persona. Nella foto di apertura potete vedere come  la maggior parte delle persone si collochi intorno ad un punteggio vicino al 100. Questo punteggio è ottenuto attraverso una serie di test standardizzati che misurano ognuno una particolare abilità (mnemonica, visiva, organizzativa, sequenziale, ecc,). Da sempre questo strumento è stato visto e considerato come uno strumento assolutamente parziale della misurazione dell’intelligenza umana. Non tiene, per esempio conto delle influenze socio ambientali che possono influenzare il tipo di punteggio che si ottiene. Se una persona ha un ragionamento molto pratico e ‘materiale’, avrà difficoltà ad astrarre. Questo abbasserebbe il suo punteggio generale del QI ma potrebbe far dire che la persona è più o meno intelligente?

Questo ci porta alla difficoltà stessa di spiegare l’intelligenza. La definizione più condivisa descrive l’intelligenza come una generale funzione mentale che, tra l’altro, comporta la capacità di ragionare, pianificare, risolvere problemi, pensare in maniera astratta, comprendere idee complesse, apprendere rapidamente e apprendere dall’esperienza. Non riguarda solo l’apprendimento dai libri, un’abilità accademica limitata, o l’astuzia nei test. Piuttosto, riflette una capacità più ampia e profonda di capire ciò che ci circonda – “afferrare” le cose, attribuirgli un significato, o “scoprire” il da farsi. Già questa definizione apre scenari interpretativi che la misurazione del QI chiude. E’ possibile definire poco intelligente una persona che è perfettamente adattata al suo ambiente ma che per, gli standard, non ha un QI elevato? Prendiamo come esempio un contadino analfabeta. Se testassimo la sua intelligenza coi test, probabilmente avrebbe un punteggio molto basso. Questo ci porterebbe ad affermare che è una persona poco intelligente. Quella stessa persona, nata e cresciuta all’interno del lavoro e dell’ambiente nel quale vive, è invece assolutamente adatta, afferra le cose, gli attribuisce un significato e sa come muoversi per scoprire il da farsi. Magari, data la natura molto pratica e materiale della maggior parte dei suoi ragionamenti quotidiani, non sarà in grado di fare grandi astrazioni, ed è anche possibile che non riesca a comprendere il senso se qualcuno gli leggesse un testo. Questo lo rende non intelligente nel mondo all’interno del quale vive? No, perché all’interno del suo mondo è una persona estremamente adattata. Questa è una delle critiche più forti a quello che è il concetto di intelligenza. Intelligenza è anche la capacità di adattarsi e di sopravvivere, la capacità cioè di inserirsi all’interno di un ambiente ed utilizzare o sviluppare strategie che consentano appunto la nostra sopravvivenza  Se la capacità di astrazione non risulta fondamentale per questo, come potremo considerare una persona sprovvista come poco intelligente? Chi volesse approfondire il tema sulle controversie legate alla misurazione del QI può cliccare qui.

Alla luce di quanto fin qui detto, ho trovato particolarmente interessante l’articolo riportato dal Corriere della Sera riguardante appunto la messa in discussione del valore di questo tipo di misurazioni. In esso si riportano i risultati dello studio di Adrian Owen del Western’s Brain and Mind Institute, che in uno studio pubblicato sulla rivista Neuron ha appunto messo in discussione il valore del QI.  Lo studio di Owen è impressionante per il numero di persone coinvolte, ben centomila, che partecipando allo studio (sull’articolo potete trovare tutti i link che rimandano allo studio stesso) arrivano a fargli dire come nessuna componente da sola, tanto meno l’IQ, può spiegare tutte le capacità e l'”intelligenza” di un soggetto – spiega il ricercatore -. Dopo aver esplorato una tale mole di abilità cognitive, possiamo dire che le variazioni nelle performance sono imputabili a tre distinte componenti, ovvero la memoria a breve termine, il ragionamento e la capacità di verbalizzazione. Misurare l’intelligenza con un singolo test, qualunque esso sia, può dare perciò risultati fuorvianti.

L’autore avrebbe anche analizzato l’influenza dei videogiochi sul funzionamento del cervello (favorirebbero la memoria a breve termine ed il ragionamento) e sconfessato l’utilità dei cosiddetti brain training che non apporterebbero differenze significative sulle capacità generali. Vi segnalo che è in corso anche il nuovo studio sull’intelligenza: chi volesse saperne di più od iscriversi clicchi qui.

Insomma una serie di evidenze che quantomeno dovrebbero farci ridimensionare l’importanza che questo tipo di test hanno nella valutazione di abilità complesse tra le quali abbiamo l’intelligenza. E’ evidente come uno strumento di standardizzazione sia assurto a valutazione delle capacità, delle competenze, in ultima analisi del valore di una persona. E ci deve essere una stortura nel momento in cui uno strumento di misurazione raggiunge una tale potenza

L’articolo come vi dicevo è del Corriere della Sera.

Se voleste leggere l’articolo cliccate qui

Che ne pensate?

A presto

Fabrizio Boninu

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Adolescenti e adulti competenti: la risposta di una mamma

Adolescenti e adulti competenti la risposta di una mammaSicuramente ricorderete l’articolo di qualche tempo fa Adolescenti e adulti competenti (clicca qui per andare direttamente all’articolo). In esso si parlava della possibilità che preadolescenti e adolescenti potessero eleggere  degli adulti competenti tra quelli conosciuti e che questi adulti potessero dimostrarsi fondamentali nella crescita e come esempio per i ragazzi stessi. Naturalmente l’essere competenti non è dato semplicemente dall’essere scelti, quanto da una serie di competenze e attenzioni (la capacità di ascolto, l’assenza di giudizio, il non essere ‘cattedratici’, l’empatia ecc) che l’adulto stesso deve poter dimostrare di possedere e tramite le quali riesca a relazionarsi. Devo aver toccato un tasto dolente, con quell’articolo perché ho ricevuto diversi riscontri circa quello che ho scritto. Uno in particolare, la lettera di una mamma, mi ha colpito e volevo riportarvele integralmente:

Gentile Dott. Boninu,
Da mamma, e quindi prima educatrice dei miei figli, ho letto con profondo interesse l’articolo “Adolescenti e adulti competenti”. La ringrazio per il professionale apporto in materia di educazione, in un campo di cui tanto si scrive e si dice, ma nella realtà i disagi dei giovani vengono per la maggiore addebitati, come una colpa, ai giovani stessi. Tanto basta per deresponsabilizzarci e autoassolverci. Vorrei dire anch’io la mia, esprimendo con semplicità le mie considerazioni, il mio pensiero, sulla base delle tante esperienze di relazione con il mondo della scuola e con altri settori (anche in ambito di studi medici di pedagogia clinica). E’soprattutto come genitore che ho potuto verificare come i problemi di relazione e quindi di comprensione dei nostri figli siano principalmente riconducibili a due fattori: un’assenza di sinergia tra gli educatori coinvolti nel loro percorso di crescita, quindi uno scollegamento, una insufficiente comunicazione tra gli stessi adulti che giocano per loro i principali ruoli educativi. Da qui ne deriva, purtroppo, la scarsa credibilità di cui godono gli adulti da parte dei bambini e dei giovani in genere. Inoltre, ho spesso modo di verificare quanto gli educatori si diano da fare per adempiere ai loro doveri di protocollo, dimenticando l’universo emozionale dei diretti fruitori del loro servizio. Un preoccupante indirizzo di educazione monodirezionale sta prendendo sempre più piede, sulla base del fatto che si debba trattare tutti “allo stesso modo”, appiattendo e omologando delle personalità in formazione, lasciando pericolosamente inosservata la meravigliosa unicità che contraddistingue ogni essere umano. Sono convinta che il materiale in materia di buone strategie educative non manchi, a partire dalle stesse convenzioni internazionali che sanciscono i diritti del fanciullo. Basterebbe soltanto desiderare di conoscere i nostri bambini e ragazzi, di tacere, saper fare silenzio, mettersi in ascolto delle loro voci, delle loro passioni, occupare meno spazio e lasciare a loro quello indispensabile alla loro allegria e creatività, perché soltanto così possiamo conoscerli, e ci insegnerebbero loro ad essere dei bravi educatori, molto più che i manuali. Basterebbe essere molto, molto umani, prima che professionali. Saremmo, così, degli adulti più credibili, modelli umani per un mondo più umano e compatibile con il loro universo emozionale.
(…)
Michela

Come non essere colpiti dalla lucidità con la quale Michela centra il punto dell’argomento? Le questioni sono proprio queste: assenza di sinergia tra coloro i quali dei ragazzi si occupano (scuola, famiglia, sport,) e un forte disinteresse, per incapacità, per fretta, per superficialità, per il mondo emotivo dei ragazzi, spesso bollato come sciocco o inconcludente. A questo si aggiunga la citata capacità autoaasolutoria nel momento in cui, alle prime difficoltà nella relazione, attribuendo la responsabilità di quello che sta avvenendo all’altro e non riuscendo a capire quale sia il nostro ruolo in quella relazione, finiamo col non volercene più occupare. O pensare che siano ‘impazziti’ a causa dell’adolescenza stessa. Questa mail mi sembra particolarmente significativa, però, di un atteggiamento decisamente più consapevole, di come la coscienza di questo tipo di problematiche stia non solo aumentando ma anche necessariamente stimolando un confronto che, spero, possa portare alla riconsiderazione della costruzione delle relazioni con ragazzi/e adolescenti.

Credo che l’obiettivo debba necessariamente essere quello di recuperare la capacità critica di come ci confrontiamo coi ragazzi e di come possiamo migliorare il nostro contributo per costruire rapporti più apprezzabili da parte di entrambi gli attori in gioco. Solo percorrendo questa impervia strada, che comporta l’abbandono da parte degli adulti dell’idea deresponsabilizzante che noi non c’entriamo nulla ma che siano loro così ‘strani’, potremmo ambire sul serio al ruolo di adulti credibili, gruppo del quale, per le domande che porge, credo Michela sia un’ottima esponente.

Se qualche altro genitore potesse/volesse comunicare la sua esperienza è, naturalmente benvenuto.

A presto…

Fabrizio Boninu

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I no che aiutano (i genitori) a crescere (2)

I no che aiutano (i genitori) a crescere (2)L’autrice spiega questa incapacità ad assumere il ruolo genitoriale come una continua giovinezza che non permette ai genitori di collocarsi nella fascia adulta. Credo sia vero, soprattutto considerando il peso che la nostra società pone sempre più di frequente sul mito dell’eterna giovinezza, sull’abbaglio che si possa essere giovani per sempre. Nella società italiana vi è spesso poi la tendenza a rimanere figli anche in età adulta, e questo viversi figli rende ancora più complesso focalizzare le funzioni genitoriali nel momento in cui si diventa effettivamente genitori. I futuri genitori crescono quindi in una sorta di immaturità emotiva che, non permettendo loro di percepirsi appieno come adulti, non lascia loro spazio per costruire ed interiorizzare un’immagine di se stessi come genitori. Questa può essere una delle cause per cui poi si assiste ad un continuo oscillare tra posizioni amicali e posizioni genitoriali che spesso non ha altra conseguenza se non quella di disorientare i figli.

Il rischio è che i figli si trovino appunto a dover fare i conti con genitori non del tutto consapevoli del ruolo che ricoprono e che i genitori non siano in grado di assumere gli aspetti più problematici (i no appunto!) e non si trovino a dovere marcare una funzione, quella genitoriale, con la quale, abbiamo visto in precedenza, si ha spesso difficoltà ad interagire proprio perché segna inesorabilmente il nostro passaggio nell’età adulta. Si dice spesso che i genitori crescano con i figli: credo avvenga proprio in questo movimento: le continue richieste dei figli obbligano un genitore a prendere posizione rispetto al proprio ruolo. E abbiamo già delineato come la non accettazione del proprio ruolo adulto di guida possa, non essendo stato riconosciuto ed accettato, creare problemi al genitore stesso che si trova nella condizione di non saper fronteggiare queste richieste. Nella crescita è soprattutto l’adolescenza il periodo che più influisce su questo equilibrio perché muta i rapporti all’interno della famiglia. Le dinamiche diventano più complesse perché alla crescita dei figli corrisponde la marcatura del ruolo adulto dei genitori stessi che si trovano dunque a dover accettare de facto una condizione per cui spesso non si sentono pronti. Il rischio è che nascano conflitti e che si esacerbino proprio nel momento in cui lo scontro generazionale è più esplicito.

In questo fase dovrebbe giocare un ruolo fondamentale la presenza genitoriale, perché contenitiva rispetto alle tensioni che questo momento vitale comporta nella vita delle famiglie. Un ‘buon’ genitore è il genitore che, consapevole del ruolo che ricopre per il proprio figlio, è in grado di accollarsi gli onori e gli oneri della sua posizione, riuscendo a creare una relazione con il proprio figlio senza che questo comporti l’annullamento della distanza generazione o funzionale all’interno della famiglia stessa. Un genitore che fa il compagno grande del figlio probabilmente non dovrà fare i conti con la messa in discussione da parte del figlio adolescente ma altrettanto probabilmente non sarà riuscito ad assolvere in pieno alla sua funzione genitoriale. 

L’importanza dell’adulto risiede proprio nel suo compito di ‘traduttore’ della realtà, di ‘potenziatore’ di soluzioni alternative, di ‘sostegno’ emotivo, oltre che cognitivo, alla capacità di prendere decisioni: azioni fondamentali per affrontare compiti evolutivi richiesti dalla crescita! [1]

In conclusione ci è stato detto in un famoso libro quanto i no aiutino i figli a crescere [2]. Forse bisognerebbe iniziare a pensare quanto quegli stessi no aiutino a far crescere anche i genitori di quei figli.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, GiuntiDemetra, Firenze, pag. 96

[2] Phillips, A. (2003), I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano 

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I no che aiutano (i genitori) a crescere (1)

I no che aiutano (i genitori) a crescere (1)A quale genitore non è mai capito di dover dire ‘no’ al proprio figlio? Il post di oggi cerca di occuparsi proprio di questo: quanto sia difficile per un genitore dire di no, ma da un punto di vista diverso: quanto i no costino al genitore stesso. Questo è uno dei temi più dibattuti ultimamente riguardo l’educazione dei propri figli. Quando un genitore deve dire di no? L’argomento, come dicevo, è dibattuto da tempo perché è uno degli interrogativi su cui ci si interroga di più: è necessario dire qualche volta di no o è meglio accogliere le richieste dei figli? Diverse le tendenze: da una parte coloro che si prodigano per l’accettazione incondizionata di qualunque richiesta da parte dei figli, dall’altra coloro che invece ritengono che i genitori debbano mantenere una sorta di ‘distacco genitoriale’ rispetto ai figli. Naturalmente, come in tutti gli estremi, la soluzione potrebbe trovarsi nella mediazione ed è forse necessario cercare di considerare quella che è l’utilità di alcuni no e l’utilità di alcuni si. Il tema di questo post però voleva focalizzarsi non tanto sulla capacità dei genitori di accogliere le richieste dei figli quanto sulla capacità o meno dei genitori di riuscire a farlo.

In altre parole l‘argomento vuole essere non tanto un ragionamento sui diversi stili di educazione che i genitori possono assumere nei confronti dei figli, quanto piuttosto quella che appare spesso come un’incapacità di accettare il proprio ruolo da parte dei genitori stessi. Essere genitori significa spesso anche sobbarcarsi le parti ‘spiacevoli’ che la posizione comporta. Molti genitori ritengono invece di poter ovviare alla complessità del proprio ruolo semplicemente diventando amici dei loro figli e non si preoccupano quindi di quelle che possono essere le conseguenze di quello che dicono loro. Non sembrano essere in grado dunque di prendere in considerazione quello che è il ruolo di responsabilità che l’essere genitore spesso comporta. Questo necessariamente significa prendere delle posizioni, che spesso possono essere scomode, e tenere ferme queste decisioni. Mantenere queste posizioni non è per niente facile ed è più semplice ovviare con una posizione intermedia (la posizione amicale) che però disorienta i ragazzi che, crescendo, hanno bisogno di un modello adulto al quale confrontandosi (avvicinandosi o allontanandosene) ma col quale comunque prendere le misure. Se questo modello è un surrogato della loro cerchia amicale come può avvenire un processo di crescita equilibrato? Svolgere un ruolo genitoriale significa spesso utilizzare dei no, no che definiscono delle regole, dei confini, degli equilibri che spesso si ha timore a mantenere

Vi riporto un brano del libro Scuola: istruzioni per l’uso che descrive bene quello che cerco di dirvi riguardo al ruolo genitoriale:

Chiedo ai genitori: perché un figlio non dovrebbe avere un tempo per giocare, un tempo per interrompere i giochi, un tempo per aiutare, un tempo per studiare, un tempo per andare a letto? Perché dovrebbe essere così pericoloso dire un ‘no’ senza chiedersi, allarmati, quale trauma si stia provocando? Ho l’impressione che l’adulto oggi sia più fragile, abbia un’eccessiva paura di sbagliare e rimandi ad altri la responsabilità di porre limiti. Il sentirsi tutti un po’ più giovani delle precedenti generazioni, il dimostrare meno anni di quelli che si hanno, per cui oggi a cinquant’anni se ne possono mostrare anche dieci di meno, rischia di farci assumere atteggiamenti mentali non consoni all’essere comunque adulti. Non mi interessa che abbiate ben chiaro cosa si vuole quando si è adolescenti: (…), nostro figlio ha bisogno di un genitore, non di un amico, o di un adulto che fa l’adolescente. Nel momento che diventiamo genitori, perdiamo il diritto a rimanere adolescenti spensierati, trasgressivi e senza confini. Questa è la condizione dei nostri figli. Loro si aspettano un adulto, certamente comprensivo, disposto al dialogo, all’ascolto, ma autorevole e stabile. Un modello con cui rapportarsi, da imitare in qualche momento e da combattere in altri. I figli non sono i nostri giocattoli, neppure cavie per vedere cosa vuol dire essere genitore! L’essere genitori è un’eccellente esperienza, un viaggio magnifico, una ricerca coinvolgente, una continua trasformazione anche per noi stessi per condividere le tappe evolutive dei nostri figli, ma accompagnandoli, in quanto persone adulte, contenendoli, indirizzandoli, ben convinti che non saranno (e non dovranno essere) le nostre copie e neppure la realizzazione dei nostri desideri! [1]

– Continua –

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, GiuntiDemetra, Firenze, pag. 168

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Io censuro

Io censuroRicevo, qualche mese fa, un commento ad un mio articolo riguardante i terapeuti riparatori. In questo post sostenevo la pericolosità, per l’intera categoria professionale, dei colleghi che, reputandosi depositari di una verità da imporre agli altri, si trovano a voler cambiare e a voler guarire aspetti della personalità che da tempo sono stati derubricati nella comunità scientifica dalle categorie di patologie mentali.  (Il post è stato pubblicato il 14.07.2013. Clicca Il terapeuta riparatore per leggere l’articolo). Nel commento mi si accusa di “nascondere e sottrarre risposte”, perciò ho pensato che la pubblicazione integrale, ed una integrazione, dello scambio non possa che fugare i possibili dubbi di qualsivoglia censura operata da parte mia.

Questo il commento: Repubblica quest’anno ha pubblicato una lettera di un ragazzo “omosessuale” che “riteneva la sua condizione una sfortuna e diceva di avere pensato al suicidio. E’ UNO SCANDALO che a questi ragazzi non venga detta la verità e cioè che Jung e Adler, i pilastri della psicananalisi curavano l’omosessualità. Quanto agli psicanalisti che l’hanno curata e la curano dal 1950 al 2014, e che hanno scritto abbondantemente su questo, un piccolo elenco – MOLTO parziale – è il seguente: EDMUND BERGLER, ELIZABETH MOBERLY, CHARLES SOCARIDES( HOMOSEXUALITY A FREEDOM TOO FAR, IRVING BIEBER( HOMOSEXUALITY A PSYCHOANALITIC STUDY), BENJAMINK KOFFMAN , JANELLE HALLMAN, DEAN BYRD, RICHARD COHEN ( COMING OUT SRAGHT), JOE DALLAS, BOBBY MORGAN, STANTON JONES, JEFFREY SATINOVER, JOSEPH NICOLOSI (SHAME AND ATTACHMENT LOSS), JOHN LAWRENCE HATTERER( CHANGING HOMOSEXUALITY IN THE MALE),ETC…

SPERO CHE PRIMA O POI QUALCUNO CHIEDA GIUSTIZIA DELL’OCEANO DI CONOSCENZE E INFORMAZIONI CHE GLI PSICOLOGI – COME LEI – HANNO SISTEMATICAMENTE NASCOSTO E SOTTRATTO AI RAGAZZI IN CERCA DI RISPOSTA.

Questa la mia risposta: Salve Federico, benvenuto. Guardi l’unico scandalo di questa sua mail è la scortesia del tono che usa. E’ a conoscenza del fatto che scrivere tutto in maiuscolo equivale ad urlare? E ancora sostiene che io nasconda informazioni. Le sembra che se volessi nascondere informazioni creerei un blog pubblico? O pubblicherei il suo commento? Ma veniamo a noi. Capisco la spinosità dell’argomento, e sono a conoscenza del fatto che molti miei (ben più illustri) colleghi hanno sostenuto la curabilità dell’omosessualità (con risultati che definire discutibili è un puro eufemismo). Non conosco le loro motivazioni, anche se per molti di loro giocò un ruolo rilevante la fede o l’età. Elizabeth Moberly era teologa per esempio. Parliamo di come una realtà personale venga traslata su questioni sociali. Ben altro numero di colleghi ha di fatto smentito una volta per tutte questo delirio patologizzante, depennando definitivamente l’omosessualità nel 1973 (41 anni fa) quando l’American Psychiatric Association rimosse l’omosessualità dal DSM (il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), negando così la sua precedente definizione di omosessualità come disordine mentale (fonte Wikipedia).

Tutto il resto sono illazioni non più approvate dalla comunità scientifica. Lei è naturalmente libero di credere ciò che vuole, ma la differenza tra me e lei è che io non voglio imporre le mie risposte su quella che è la vita di un’altra persona per cui l’unica cosa che mi sento di fare è provare un profondo rispetto. E stia pur certo che nessuna mia risposta influenzerà le scelte delle persone che ho la fortuna di incontrare nel mio lavoro. Grazie per l’intervento!

Potremmo aggiungere un riferimento particolare su Joseph Nicolosi, uno dei massimi esponenti delle cosiddette terapie riparative. Nicolosi, psicologo statunitense, è noto essenzialmente per le sue teorie riparative sull’omosessualità. Nicolosi ha espresso la strategia nella sua interezza, ne ha indicato scopi, metodi ed esiti, rispetto ai quali è molto più lucido dei suoi seguaci, preferendo al termine ‘guarigione’ quello più ambiguo e confusivo di ‘cambiamento’.  Le sue posizioni sono inequivocabili, al contrario di quelle dei nuovi terapeuti fautori della ‘terapia dell’identità sessuale’, che sembrano prendere le distanze da lui, apparendo meno drastici e netti, ma in realtà sostengono la promozione dell’eterosessismo sociale (e di conseguenza l’omonegatività che ne è corollario). Nicolosi basa il suo insegnamento sulla pretesa di essere ‘scientifico’, laico persino, sottacendo le premesse fondamentaliste, da lui poste come un dato di fatto indiscutibile. Da lui tutti i vari movimenti, religiosi e no, hanno preso ispirazione e alimento. [1]

Il guaio delle teorie riparatorie è che, avendo come premessa il fatto di sapere cosa sia o non sia giusto per l’altro, cercano di imporre una soluzione, una ‘cura’ per l’appunto su quello che è il sentire dell’altro. Non avendo alcuna verità in tasca, penso semplicemente di poter cercare di comprendere, più che cambiare o guarire, la persona che mi si siede davanti ed, in generale, le persone che incontro. Diffido di coloro che pensano di poter guarire o modificare l’altro perché non condivido nulla della loro premessa epistemologica: io so cosa è giusto fare per te. Se pensate che debba fare questo non rivolgetevi a me perché, semplicemente, non sono  in grado di (e non voglio!) farlo! E spero che questo post chiarisca una volta di più come la censura non mi appartenga, per quanto le idee o le posizioni di cui si parla siano agli antipodi dal mio modo di pensare.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1]Rigliano, P., Ciliberto, J., Ferrari, F. (2012), Curare i gay?, Raffaello Cortina Editore, Milano, pag. 15

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Luci ed ombre del DSM V

Luci ed ombre del DSM VE’ uscita la nuova edizione, la quinta per l’esattezza, del celebre DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali. Questa edizione era largamente attesa perché ha introdotto notevoli differenze rispetto alle edizioni precedenti. Tutte positive? Non proprio. Le vedremo più avanti. Per chi non sapesse cosa sia questo manuale è necessaria una piccola introduzione. Il DSM è fondamentalmente la bibbia delle diagnosi psichiatriche. Contiene le classificazioni di quelle che ad oggi sono considerate malattie mentali, i criteri che devono essere presenti per emettere una diagnosi, i tempi lungo cui questi criteri devono comparire per poter essere classificati come tali. Il DSM è largamente usato in psichiatria proprio perché pone dei criteri ‘certi ed oggettivi’ per le classificazioni stesse. Come tutte le generalizzazioni, naturalmente, mostra anche i suoi limiti, ma sicuramente si è provato a fare un passo avanti rispetto alle edizioni precedenti. I passi avanti riguardano una maggiore attenzione riguardo alla razza, al sesso e all’etnia, cercando di prendere in considerazione dunque tutte quelle differenze legate ad una appartenenza sociale che altrimenti potrebbero essere classificate semplicemente come patologiche. Altri fattori positivi sono:

  1. Introduzione di nuove categorie per i disturbi dell’apprendimento e una categoria diagnostica unica per i disturbi dello spettro autistico, con inclusione di tutte le diagnosi dei disturbi autistici, sindrome di Asperger, disturbo dirompente dell’infanzia e disturbo pervasivo dello sviluppo (NAS). I membri del gruppo di lavoro inoltre raccomandano la modifica dell’etichetta diagnostica di “ritardo mentale”, da tramutare in “disabilità intellettuale”.
  2. Eliminazione delle attuali diagnosi di abuso da sostanze e dipendenza a favore della nuova categoria “dipendenze e disturbi correlati”. Questi includono disturbi da abuso di sostanza, dove ogni tipo di sostanza viene definita con la propria specifica categoria diagnostica. In questo modo sarà più semplice distinguere tra la ricerca compulsiva di sostanze, nell’ambito della dipendenza (“craving”), e la normale riposta di aumento della tolleranza nei casi di pazienti che usano quei farmaci che alterano il sistema nervoso centrale.
  3. Creazione di una nuova categoria diagnostica per le “dipendenze comportamentali” in qui verrà inserito il “gambling”. Alcuni specialisti hanno richiesto l’inclusione, all’interno di questa categoria, anche della dipendenza da internet, ma ancora non esistono dati sufficienti per rendere ufficiale tale inserimento. Al contrario, però, questa diagnosi verrà inserita in appendice, con lo scopo di promuovere studi sull’argomento.
  4. Inserimento di nuove scale per valutare il rischio suicidiario in adulti e adolescenti, con lo scopo di aiutare i clinici ad identificare coloro maggiormente a rischio. Le scale includono criteri derivati da ricerche sull’argomento, come ad esempio l’impulsività e l’uso di alcol in adolescenza.
  5. Considerazione di una nuova categoria di “sindromi a rischio” (“risk syndromes”), per aiutare i clinici a identificare precocemente eventuali disturbi mentali gravi, come demenza e psicosi.
  6. Inserimento della categoria diagnostica di “disregolazione del temperamento con disforia” (temper dysregulation with dysphoria, TDD), all’interno della sezione dei Disturbi dell’umore. I nuovi criteri saranno basati su studi precedenti con lo scopo di aiutare i clinici a distinguere i bambini con TDD da coloro i quali presentano un disturbo bipolare o un disturbo di tipo oppositivo provocatorio.
  7. Riconoscimento del disturbo da alimentazione incontrollata e criteri più adeguati per le diagnosi di Anoressia (AN) e Bulimia nervosa (BN). [1]

Accanto ad aspetti positivi ve ne sono altri decisamente più discutibili che andrebbero valutati con attenzione. In un articolo rilasciato dal Fatto quotidiano (sotto trovate il link per poterlo leggere) lo psichiatra Paolo Migone dell’Università di Parma sostiene come, tra i peggioramenti dell’attuale edizione del DSM ci sia l’abbassamento delle soglie per la diagnosi (ridotto il numero di sintomi sufficienti a dire che una persona è malata), col risultato che si creeranno molti falsi positivi con conseguente aumento di consumo di farmaci, che peraltro aumenteranno i costi per il Servizio sanitario nazionale e i cittadini”. (…)  Tante le nuove malattie ‘create’ dal DSM-5, per esempio il disturbo di disregolazione dirompente dell’umore che medicalizzerà gli scatti di rabbia, con conseguenze soprattutto sui bambini. La tristezza del lutto diverrà depressione, con somministrazione di farmaci inutili a quanti hanno perso una persona amata e vivono il lutto più a lungo del “normale”. Normali dimenticanze e defaillance cognitive degli anziani verranno diagnosticate come disturbo neurocognitivo minore, creando falsi allarmi e sofferenze in persone che non svilupperanno mai una demenza e anche chi la svilupperà, dato che non vi è una terapia per curarli (…). Aumenteranno le diagnosi di iperattività e deficit d’attenzione (ADHD) soprattutto nell’adulto, con crescita dell’abuso di stimolanti. A causa dell’abbassamento della soglia diagnostica del disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating), abbuffarsi 12 volte in tre mesi non sarà più segno di golosità, ma malattia mentale. Per di più, continua Migone, l’introduzione del concetto di ‘dipendenze comportamentalì (le nuove dipendenze) potrà “favorire una cultura secondo cui tutto ciò che ci piace molto diventa disturbo mentale. [2]

Come potete vedere non mancano sicuramente i punti critici sopratutto per coloro che ritengono eccessiva questa medicalizzazione di molti comportamenti umani con il rischio che provochino un aumento del consumo di psicofarmaci. Non tutti sono d’accordo su questo tipo di lettura dal momento che il DSM V offre classificazioni diagnostiche che erano state appena abbozzate nelle edizioni precedenti. Insomma pro e contro di quello che sostanzialmente è e rimane solo uno strumento. Uno strumento decisamente importante, va detto, ma il cui uso è reso utile e fruttuoso solamente dalla persona che quello strumento usa e maneggia. Non è necessario essere degli esperti per sapere che qualunque strumento anche se ottimo non ha nessuna validità se utilizzato impropriamente. Il DSM V, con tutte le accortezze del caso naturalmente visto che stiamo parlando di persone, non fa eccezione e deve essere utilizzato con attenzione. Solo questo renderà il suo utilizzo utile e non superfluo.  Chi volesse consultare le pagine citate trova i link alla fine della pagina. L’articolo, come detto, è del Fatto Quotidiano. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Wikipedia (DSM)

[2] Se voleste leggere l’articolo cliccate qui

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Perché si va in terapia?

Perché si va in terapiaQuanto più faccio questo mestiere, quante più persone vedo, mi rendo sempre più conto che molti, di solito coloro che non sono mai stati in terapia e che la reputano ancora una faccenda che riguardi solamente i ‘pazzi’, mi chiedono che tipo di lavoro faccia, cosa succeda dentro la misteriosa stanza di uno psicologo. La curiosità è tanta, ma tanta è anche, purtroppo, l’ignoranza per il tipo di lavoro che uno psicoterapeuta svolge. Mi si chiede spesso perché si va in terapia, perché una persona dovrebbe spendere tempo (e soldi!) per ‘fare due chiacchiere’ con uno sconosciuto. La verità è che spesso queste persone sono tanto incuriosite quanto intimidite dall’idea che ci si possa metter a nudo di fronte ad una persona. Questa considerazione mi ha riportato alla mente un brano che ho letto tempo fa e che si occupa appunto del perché della psicoterapia. Ve lo riporto:

Ognuno di noi si muove nell’ambito di un sistema di convinzioni, la maggioranza delle quali, pur non essendo apertamente dichiarate, determinano il nostro modo di vivere le nostre relazioni con gli altri. Vorrei dire qualcosa a questo proposito. Prima di tutto niente che valga la pena di imparare può essere insegnato. Tutto deve essere scoperto da ognuno di noi. Questo processo di apprendere ad apprendere, di scoprire la propria epistemologia, il proprio modo di affrontare nuove scoperte, nuovi pensieri, nuove idee, nuove opinioni, richiede una lunga lotta per riuscire a sviluppare sempre meglio ciò che siamo. Tillich ha scritto un libro intitolato Essere è divenire. Questo titolo è stato per me un koan. Per molti anni mi sono chiesto cosa volesse realmente significare, finché all’improvviso tutto è diventato chiaro: agire è un modo per impedirsi di essere, nel senso che se ci si dà abbastanza da fare, non si è obbligati a essere qualcuno. Si può cercare, con sempre maggiore impegno, di diventare qualcosa di diverso da quello che si è: sempre migliori, sempre più potenti, sempre più simile a qualcun altro sempre meno simili a ciò che in passato abbiamo scoperto di essere.

Ma essere è divenire vuol dire che si deve imparare ad essere totalmente ciò che si è. Questo è, ovviamente, un processo pericoloso, perché la struttura sociale tollera solo certi modi di essere persona. Se ci si scopre sadici, bisogna stare attenti ad esserlo al tempo giusto, nel modo giusto con le persone giuste, se non si vuole passare un brutto quarto d’ora. Una delle ragioni per andare in psicoterapia è che, mettendosi in posizione subordinata rispetto ad un estraneo, si può scoprire quel tipo particolare di libertà che rende possibile essere maggiormente se stessi. Uno psicoterapeuta è qualcuno che si può odiare senza provare sensi di colpa. È una di quelle persone con le quali si può essere completamente se stessi, ciò nonostante, venire accettati; o, guardando la cosa da un altro punto di vista, probabilmente un terapeuta può sopportare che un paziente, per circa un’ora alla settimana, sia totalmente se stesso. Osare rivelarsi a qualcuno rende più facile approfondire la conoscenza di se stessi.

Il primo passo consiste nell’imparare ad ascoltarsi: avere il coraggio di aspettare quando non succede nulla, aspettare che qualcosa accada dentro di noi, non fuori di noi, non grazie a qualcun altro diverso da noi. La creatività richiede tempo e solitudine. [1]

Uno dei punti principali di questo brano è che alcune cose devono essere vissute piuttosto che insegnate. Imparare ad essere se stessi secondo me è una di queste: nessun altro, neanche con una serie enorme di titoli e di attestati, può insegnare all’altro come essere se stesso. Solo il viverlo, lo sperimentarlo, può portare ognuno di noi a rintracciare ciò che è l’essenza del suo essere. Questo ribadisce una mia convinzione profonda: in questo campo non ci sono delle autorità in materia, nessuno che ti possa insegnare ad essere. La nostra funzione è, come diceva Socrate, una funzione maieutica: possiamo aiutare a far nascere qualcosa, ma la vita era presente prima del nostro intervento. Tornando al punto, il nostro senso possiamo costruirlo solo attraverso l’esperienza: ma se l’esperienza è censurata socialmente come può avvenirne la costruzione? Questo, secondo Whitaker è il grande significato dell’esperienza della psicoterapia: in essa la persona può sperimentare parti di se che, per motivi sociali o personali, ritiene debbano essere censurate nella sua vita quotidiana. Solo questa sperimentazione può portare ad una consapevolezza prima e ad una valutazione e accettazione (o rifiuto, naturalmente) poi. Quello che con un termine solo chiamiamo crescita. Questo porta alla crescita di se stessi proprio nel momento in cui aumenta la propria consapevolezza. E da questo dobbiamo passare: solo l’esperienza di ciò che siamo intimamente può portarci ad una evoluzione. Il rischio, altrimenti, è quello di continuare a pensare di coltivare e di mostrare solo ciò che riteniamo accettabile o condivisibile. Whitaker dice che il primo passo di questo processo è imparare ad ascoltarsi. Se però ci siamo abituati ad essere sordi nei confronti degli aspetti che di noi non ci piacciono, il pericolo è che queste parti rimangano sempre in ombra e non emergano. Questo è ciò che avviene all’interno della psicoterapia: in uno spazio protetto la persona può permettersi di sperimentare parti considerate inaccettabili. La condivisione senza giudizio porta spesso a rivalutare queste parti di se stessi e a pensare di rimetterle in gioco nella vita di tutti i giorni. E non è cosa da poco autorizzarsi a condividere parti di noi che fingiamo non esistano. Credo sia questo il sostegno che siamo chiamati a dare all’interno della professione.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whitaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 69 

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