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manuela arca
manuela arca
8 anni fa

Credo che si possa evitare di far sentire chiunque umiliato e rifiutato, considerandolo come un ā€œessereā€ e non come un caso clinico e basta. La valutazione dei costi-benefici vale tanto per i farmaci quanto per la psicoterapia. Forse ĆØ necessario essere sicuri, convincenti e guardare il proprio interlocutore dritto negli occhi mentre gli si comunica qualcosa…..compresa la paziente di cui sopra.

mattafaluga
mattafaluga
8 anni fa

in medio stat virtus.
Se lo psicologo conosce il paziente sa quanto può concedere e quando ĆØ davanti solo ad un’ingenua richiesta di intimitĆ ,insomma non dimentichiamo che lo psicologo per il paziente ĆØ speciale e che il paziente desidera essere un pò speciale per lui!Aprirsi un pò aiuta il paziente a rassicurarsi sulla normalitĆ  del suo funzionamento.
Sono curiosa di sapere come si potrebbe evitare il giochino seduttivo della paziente con personalitĆ  isterica…come lasciare frustrato il paziente senza farlo sentire umiliato e rifiutato?

manuela arca
manuela arca
8 anni fa

Sorrido al discorso sull’idealizzazione, sorrido tra me e me:))
Celare o svelare? mha! per chi sta dalla tua parte ĆØ difficile e credo che ogni caso vada valutato singolarmente e nell’agire (tenendo conto che lo psicologo ĆØ anche un essere umano) fare la scelta che gioverebbe terapeuticamente al paziente. Credo che sia la personalitĆ  del paziente a dettare spesso il tipo di scelta su questo tipo di ā€œmanovraā€. Io mi chiedo: che tipo di ā€œdisagioā€ ha questo paziente che vuole sapere di me?ā€ Chi ĆØ che chiede? Il problema ĆØ poi quello di sapersi gestire o meno le conseguenze relazionali di un non ā€œdireā€ o di uno ā€œsvelareā€. Se a chiedere ĆØ (faccio un banale esempio usando una terminologia un pò da classificazione manualistica) un paziente donna con struttura di personalitĆ  isterica, allora penso sia meglio non cadere nel giochino seduttivo che potrebbe esserci dietro; se a chiederlo ĆØ un paziente non troppo compromesso e desideroso di capire come funziona il mondo della psicoterapia (che per molti sembra un mondo magioco quasi alieno rispetto alla relatĆ  quotidiana comune), allora può darsi che sia più facile gestire la questione. Io penso sempre una cosa: quanto siamo coscienti, consapevoli dei meccanismi che mettiamo in atto nella relazione psicologo-paziente? La mia chiave che apre la porta dei dubbi ĆØ questa…la consapevolezza. E dopo che c’è la consapevolezza, se c’è, cosa facciamo? Basta essere consapevoli?

antonello
antonello
8 anni fa

Il terapeuta ĆØ una persona come tutti noi. Esso ha il suo lavoro, ed una vita con gli stessi problemi quotidiani di tutti. Cosa spinge un paziente a chiedergli di raccontarsi? Forse un bisogno di certezze, sapere che anche il suo terapeuta ha come tutti dei bisogni, delle aspettative, perchĆØ no anche delle incertezze. E’ questo che ci rende umani. Raccontare di sĆØ ad un altro, seppure competente e specializzato, all’inizio ci spaventa. Ci mettiamo a nudo come non l’abbiamo fatto mai neanche con noi stessi. Lo psicologo non ti dice cos’è giusto o sbagliato, perchĆØ non ĆØ nel giudicare che si aiuta una persona. Tantomeno può darti delle risposte su come agire o pensare, ciò che molti nei primi approcci con lui si aspettano. Lo psicologo ti dice quali strade hai sempre preso finora, e ti aiuta a scoprirne delle altre, che tu conosci ma per vari motivi non usi. Ti fĆ  vedere attraverso il tuo ragionamento ciò che potresti fare o pensare, mutando ciò che finora ti ha creato tensione o sofferenza. Tutto questo avviene con diverse sedute, tra l’altro il terapeuta deve “leggere tra le righe” ciò che non dici verbalmente ma che urli con il linguaggio non verbale. E’ chiaro che si abbiano dei dubbi se il nostro terapeuta ĆØ valido o meno. Ci accorgiamo di ciò dalle domande che ci pone, da come insiste su determinati punti “critici”. Però tutto questo non ci soddisfa appieno e quindi ecco la necessitĆ  per il paziente di conoscere il proprio terapeuta. Ora che sia giusto o meno diventare “buoni conoscenti” (escludo l’amicizia, perchĆØ essa implicherebbe uno stato emotivo imparziale e quindi dannoso)questo ĆØ da dosare per il minimo e stretto necessario. Solo allo scopo di rassicurare il paziente che anche il terapeuta vive come tutti, e come tutti affronta i suoi problemi giorno per giorno. In effetti spesso un psicologo per il proprio lavoro si reca da un collega per un controllo, una verifica del suo operato. si mette dall’altra parte per poter comprendersi meglio. La figura dello psicologo attualmente ĆØ poco considerata, perchĆØ vi radicata l’idea che averne bisogno implica dover essere “matti” o avere problemi psichici da nascondere agli altri. Quando in altri paesi la figura dello psicologo eĆØ considerata alla stessa stregua di andare dal dentista. Ecco quindi che riemergono queste paure ancestrali e immotivate. Non sarebbe male rivalutare la figura dello psicologo come aiuto e sostegno, in una societĆ  che ĆØ afflitta, per quanti mezzi di comunicazioni ci siano, di mancanza di relazionarsi con altri, e conoscenza di sĆØ stessi.

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