… e ora parliamo di Kevin

... e ora parliamo di KevinIl film del quale voglio parlarvi oggi ĆØ un film molto duro sulla famiglia. Si intitolaĀ …e ora parliamo di KevinĀ (2011),Ā ĆØ della regista Lynne Ramsay ed magistralmente interpretato da Tilda Swinton e da John C. Reilly nei panni dei genitori del Kevin del titolo, loro primogenito. Il film, come dicevo ĆØ un film sulla famiglia ma non per la tutta la famiglia.Ā Racconta della discesa all’inferno deiĀ protagonisti, del lentoĀ sfaldamentoĀ di una famiglia alle prese con un dramma che diventa, piano piano, più grande di lei. Il film ĆØ spiazzante e spiazzante lo ĆØ anche nellaĀ sequenzaĀ temporale dato che non ĆØ lineare nelloĀ svolgimento, procede per salti con continui rimandi al passato e altrettanti ritorni al presente. Ci viene, in questo modo, presentata la storia della famiglia fin dalla sua origine, la coppia genitoriale. Le scene iniziali del film sonoĀ ambientateĀ nella famosa battaglia dellaĀ Tomatina, la battaglia dei pomodori, che si svolge in estate nella cittadina di Bunol, in Spagna. La luce delle scene ĆØ cosƬ particolare da far risaltare il colore rosso dei pomodori e renderlo uguale al colore del sangue. Questa caratteristica mi ha colpito moltoĀ perchĆ©, fateci caso, un oggetto con lo stesso colore, o comunque lo stesso rosso, compare in quasi tutte le scene del film. E’ come se si volesse sottolineare, anche cromaticamente, come il sangue, inteso anche come legame di sangue, sia presente dall’inizio alla fine della storia rappresentata.Ā 
SostanzialmenteĀ il film ruota attorno al rapporto tra il primogenito e il resto della famiglia. Fin dalla nascita sembra essere la madre il membro più spiazzato dall’arrivo del bimbo. Questo si traduce in un rapporto problematico madre/figlio e in una ridefinizione dei ruoli all’interno della coppia dei genitori: da una parte la madre non riesce ad avere, se non con difficoltĆ ,Ā nessun contatto fisico col bimbo e sembra incapace di gestire il rapporto con lui mentreĀ il padre sembra essereĀ molto più vicino e attento a questa esigenza del piccolo. Osservando la madre, si ha l’impressione che abbia più paura che trasporto verso il piccolo. Questa mancanza di contatto e di relazione le fa, in breve perdere il controllo della situazione. Ogni cosa, anche la più piccola e la più quotidiana, ĆØ fonte di scontri Ā e di tensioni e questo, anzichĆ© rinsaldare la coppia genitoriale, la divide in ruoli di ‘buono’ e ‘cattivo’ che sembrano essere totalmente parziali. La mancanza di relazione, quindi, non coinvolge solo madre e figlio ma anche i genitori. E’ come se in tutti i membri della famiglia mancasse la capacitĆ  di comunicare apertamente, come se tutto dovesse essere sepolto sotto una coltre di finta indifferenza e fintaĀ mancanzaĀ di problematicitĆ , aspetto che porta a sottovalutare e a non comprendere appieno la situazione nella sua complessitĆ . Una scena emblematica ĆØ, per me, quella nella quale, all’ennesimo comportamento del figlio, la madre, innervosita, gli da uno strattone e gli provoca un livido. Il bimbo, al ritorno del padre, non dice nulla, inventa una bugia per spiegare il livido e rafforza unaĀ complicitĆ Ā con la madre basata sulla menzogna e non sulla possibilitĆ  di parlare.
Nel film viene descritta molto bene questa dimensione, questa incapacitĆ  comunicativa che, nello sforzo di cercare di far si che le cose sembrino il più normale possibile, allontana sempre di più tutti i componenti della famiglia. Il fatto di avere un bambino piccolo spinge il padre a proporre il trasferimento dalla cittĆ  di New York alla campagna, contro il volere della moglie. Anche qua la domanda naturale che potrebbe sorgere ĆØ: ĆØ possibile che tra loro non abbiano parlato prima, per cercare di capire cosa sarebbe successo alla nascitaĀ di un figlio? Questo ĆØ il punto nodale, che sta a monte anche rispetto alla nascita di Kevin ed ĆØ la modalitĆ  di relazione della quale Kevin stesso ĆØ vittima. Ancora la nascita della secondogenita provoca una serie di episodi che non attivano una forte funzione genitoriale, ma che, al contrario, spaventano e sembrano rendere ancora più inadeguati i rapporti tra i genitori e i figli.Ā Crescendo il figlio diventa sempre più apertamente problematico, ma questo non porta una generale ridefinizione della famiglia che appare ancora più incapace e ancora meno disposta ad accettare e riconoscere la gravitĆ  della situazione.Naturalmente, lo ribadisco, dal mio punto di vista, non c’ĆØ un membro malato e altri membri sani: ĆØ tutto il sistema familiare ad essere problematico, anche se poi, fisicamente, ĆØ solo uno di loro quello che appare ‘disturbato’, ed ĆØ il membro che agisce questo disagio che, però accomuna tutti loro. Il disturbo arriva ad un epilogo del quale non vi svelo nulla per non rovinare la trama.
Rimane, a mio avviso, pur essendo duro e disturbante, un film interessante che pone degli interrogativi: quanto siamo responsabili per le cose che avvengono in chi cresciamo? Quanto siamo disposti a non vedere pensando di proteggerci da una sofferenza che è solo rimandata? Nel film, per esempio, viene mostrata la crudeltà di Kevin nei confronti degli animali. Può essere considerato un segnale da prendere in considerazione nel valutare il disagio di un adolescente? Chi si accanisce contro animali può, in seguito, essere pericoloso anche per le persone che lo circondano? Naturalmente il film non fornisce risposte. Crea più dubbi, interrogativi che costringono necessariamente a riflettere sul nostro ruolo, sulle nostre relazioni, sulla nostra capacità di comunicare.
Domande che spesso nascono a posteriori ma che dovremmo imparare a farci prima. Se non avete visto il film, penso che questa frase risulti abbastanzaĀ incomprensibile. Spero anche di avervi incuriosito abbastanza per spingervi a guardarlo.
Nel caso lo vedeste, fatemi sapere che ne pensate.
A presto…
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