Capita che le persone che mi chiedonoĀ che lavoro faccio abbiano molte curiositĆ su come si svolge il lavoro. Da questa curiositĆ fioccano moltissime domande alcune delle quali ricorrenti. Una delle curiositĆ riguarda l’uso del lettino: ho il lettino in studio? I miei pazienti si sdraiano sul lettino e iniziano a raccontare le loro cose? Altra curiositĆ ricorrente ĆØ il modo in cui si parla: sono uno di quegli psicologi che non dicono nulla per tutta la durata della sedutaĀ oppure uno di quelli che fa molte domande? Che genere di domande faccio? Le mie domande possono riguardare anche i genitori del mio paziente? E ancora: la ‘colpa’ dei problemi dei figli può essere imputata più alla mamma o al papĆ ?
Nella rassegna degli stereotipi non può mai mancare la battuta sul fatto che faccio un lavoro molto facile dal momento che devo fare ‘una chiacchierata’ con un’altra persona. Non entrando neanche nel merito sul fatto che mi limiti a fare ‘unaĀ chiacchierata’ con i miei pazienti, mi colpisce, invece, un altro punto che ĆØ legatoĀ all’idea di ciò che succede in seduta. In seduta, questa ĆØ l’immagine che hanno molti, quello che avviene ĆØ che si parli.
Le persone vengono da me per parlare dei loro problemi, per parlare delle loro relazioni, per parlare dei loro figli. Per parlare della loro Vita. Io, a mia volta, parlo con loro di quello che mi portano e cerco di comprendere e restituire loro una visione spesso diversa da quella con la quale vengono.Ā NaturalmenteĀ tutto questo ĆØ vero. Ma solo in parte.
Durante una seduta capita qualcosa che non sempre viene notato dal momento che non fa rumore: si ascolta.
Si ascolta l’altro, la persona che ci ha cercato e che sente di avere il bisogno di un confronto, si ascoltano le sue storie, si ascoltano le sue gioie, le sue paure, le sua ansie, le sue emozioni, le sue angosce. Si ascolta il racconto che la persona da di se stesso. Se si riesce ad essere attenti, ascoltando l’altro ci si ascolta, si ascoltano le proprie emozioni, le proprie risonanze, le proprie ansie, le proprie paure, le proprie gioie, le proprie impotenze e le proprie forze, le proprie inadeguatezze e le proprie risorse.
Se si ĆØ ancora più attenti, si riesce a costruire la condivisione di queste storie, quella vera e propria magia che avviene in terapia. Se si ĆØ bravissimi nel prestare attenzione a come restituire all’altro, capita anche che si venga ascoltati, quando si cerca di dare una nuova luce, una nuova prospettiva alla storia che ilĀ nostriĀ paziente ci ha appena raccontato. L’ascolto ĆØ la chiave diĀ volta di ciò che succede in terapia.
Ascoltare non ĆØ sentire, ascoltare ĆØ prendere atto, partecipando di quello che viene condiviso. Non ĆØ facile, non ĆØ immediato, non ĆØ automatico. Altri fattori entrano in gioco nel disturbare questo ascolto: il giudizio spesso ĆØĀ l’elementoĀ che porta lontano il cuore, che fa perdere il contatto con l’emozione che l’altro ha scelto di condividere con noi. La superficialitĆ ĆØ nemica dell’ascolto, nel momento in cui ci mantiene lontani da un’autentica curiositĆ per quello che ci stanno dicendo. L’egoismo ĆØ profondamente divisore nella costruzione di questo contatto, perchĆ© ci fa concentrare più sulle nostre prospettiveĀ che su quelle dell’altro.
Il rimedio a questiĀ aspettiĀ ĆØ un ascolto partecipe, riflessivo e, come lo definisce Claudio Foti, recettivo:
Nell’ascolto recettivo l’ascoltatore si dispone a recepire con sensibilitĆ ed intelligenza i dati, i problemi, i vissuti emotivi cosƬ come vengono espressi nella comunicazione del soggetto che chiede di essere ascoltato, senza attivare immediatamente interventi tesi a consolare, consigliare, giudicare, ammonire, interrogare o interpretare. Nell’ascolto recettivo sono chiamato a prendere atto e a tentare di condividere qualcosa che esiste o che ĆØ esistito indipendentemente dalla mia volontĆ , indipendentemente dal mio controllo. L’ascolto di sĆ© e dell’altro, la consapevolezza di sĆ© e della realtĆ implicano l’accettazione soprattutto delle informazioni, delle situazioni, delle emozioni meno piacevoli, meno previste, meno gratificanti. Ad ascoltare buone notizie dai nostri figli, a riconoscere sentimenti positivi ed armonici dentro noi stessi, a percepire riscontri emotivi favorevoli nel mondo circostante, sono capaci tutti! Il banco di prova delle potenzialitĆ di contenimento e di cambiamento dell’ascolto e della consapevolezza ĆØ dato dal confronto con le informazioni, con le situazioni, con le emozioni più inattese, più frustranti, più dolorose.Ā
A presto…
[1]Ā Foti, C. (2012),Ā La mente abbraccia il cuore, Edizioni Gruppo Abele, Torino, pp. 52-55Ā Ā Ā Ā
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