Il telefono no…

Il telefono no...Cosa direste se vi dicessi che le persone associano l’emozione di una perdita profonda per un oggetto che fino a 20 anni fa nemmeno esisteva come lo conosciamo oggi? Che sto scherzando? Ebbene no. Stando all’articolo che vi segnalo questi sono i sentimenti che un gruppo di persone ha associato alla perdita del proprio telefonino. Segnala, sicuramente, una delle tendenze preponderanti della nostra epoca. Come siamo legati al cellulare? L’articolo riporta uno studio fatto su un gruppo di persone che hanno detto di non poter sopravvivere alla perdita del telefonino. Ormai siamo talmente abituati a questo tipo di tecnologie che le consideriamo estensione di noi stessi. E la loro perdita è vissuta come se perdessimo una parte di noi. Sarebbe interessante estendere il discorso e considerare che cosa definisca ed entri a far parte nella costruzione della nostra identità. Tema su cui potremmo riflettere in un futuro post. L’articolo è del Corriere della Sera (27.07.11) ed è di Elena Meli

Questo il link: http://www.corriere.it/salute/11_luglio_22/cellulare-perdita-disperazione-meli_bff1e256-b3c0-11e0-a9a1-2447d845620b.shtml

Sono quasi sicuro che, se rivolgessi a voi la stessa domanda, probabilmente mi rispondereste allo stesso modo!

A presto…

Fabrizio

 

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– CRISI –

- CRISI -Tagli. Tasse. Default. Crisi epocale. Crisi di modelli sociali. Crisi della democrazia. Chi di noi può salvarsi dal fuoco di fila dei mezzi di comunicazione che, ogni giorno, non smettono di ribadire quanto siamo sull’orlo del baratro di una crisi non facilmente prevedibile nelle sue conseguenze? Tutti i giorni, il nostro risveglio è accompagnato da un bollettino di guerra che ci ricorda come la nostra condizione finanziaria sia sempre più legata ad una sequela di pessime notizie che ci riguardano o ci riguarderanno a breve.

Ma sono solo informazioni finanziarie? Come volete possa reagire l’animo umano di fronte a realtà di questo tipo? Questo continuo stillicidio di notizie catastrofiche per cui noi, a parte fare i sacrifici di cui tutti parlano, non abbiamo nessuna responsabilità diretta, causa un continuo senso di precarietà, di insicurezza che non può non farci stare male. In questo scampolo d’estate sembra che la gara sia a chi spara l’aggiornamento più catastrofico, su chi preveda lo scenario più inquietante, su chi azzeccherà la previsione peggiore di tutti.

E noi?

E noi a gestire un senso di scontento, uno sconforto, una tristezza che, spesso, possono essere i prodromi di veri e propri episodi depressivi. Il sentirsi minacciati nelle certezze e sicurezze, non può non avere conseguenze nefaste su di noi. Il fatto, poi, che i nostri ‘piccoli’ guai siano associati a scenari così foschi non può che incrementare il nostro senso di sfiducia generale. Altro fattore potenzialmente molto pericoloso, in questo cocktail micidiale, è la durata. Questo tipo di notizie sono infatti in prima pagina da mesi. Ribadiscono giornalmente come le borse di tutto il mondo brucino centinaia di miliardi di euro, come siano in picchiata, come non ci sia accordo politico su come fronteggiare la situazione.

E noi?

Sempre più piccoli, sempre più precari, sempre più instabili. Sempre più vacillanti. Sempre più alla ricerca di uno sprazzo di luce, un barlume di speranza che non faccia affievolire ulteriormente la possibilità di sentire che non tutto è perduto. Non so se tutto questo catastrofismo sia fondato. Non so quanto di vero ci sia in queste previsioni. So, però, quanto non sia positivo far intravedere il baratro e non una strada alternativa. Questo è il terreno fertile in cui possono nascere e crescere episodi di tipo depressivo. Naturalmente ciò che descrivo è un innestarsi su istanze personali. Mi spiego meglio: è come se l’incertezza, la paura da cui ci sentiamo circondati quotidianamente (e che in questo post sto associando soprattutto a crisi di tipo economico. Ma, credo, ci sarebbero numerosi altri esempi con cui si ottiene lo stesso risultato!) risuonasse familiare a delle aree che già erano in noi. Aree che, per svariati motivi, non ci potevamo permettere di maneggiare senza sentirci minacciati. E, risuonando in noi, queste aree possono dar vita ad un vero e proprio circolo vizioso che, come vi dicevo, può atterrirci, può sovrastare tutte le parti vitali del nostro Io che si trovano accerchiate da queste istanze depressive. Quale può essere la soluzione? Credo che una delle soluzioni più semplici, e alla portata di tutti, sia la condivisione. Condivisione delle nostre paure, dei nostri timori, delle nostre incertezze. Delle parti ‘deboli’ di noi che, abituati a non riconoscercele, non sappiamo maneggiare neanche quando diventano parti centrali. Il momento in cui le nostre paure prendono il sopravvento: li il catastrofismo ha vinto. In quel momento la nostra vitalità, la nostra creatività sono in maggiore difficoltà. Cerchiamo un amico, un parente, un orecchio che possa condividere con noi i nostri timori. E prestiamo maggiore attenzione alle paure degli altri. Magari sono anche le nostre. Avremmo sconfitto anche l’egoismo che, da sempre, caratterizza i momenti dominati dalle insicurezze. Questo è un enorme periodo transitorio. Dal quale, non è detto, non possa nascere qualcosa di buono.

È vero: forse le borse continueranno a cadere. Ma il fardello delle nostre paure ci sembrerà un po’ più leggero. E noi potremmo dire di conoscerci meglio. Vi sembra tutto perduto?

A presto…

Fabrizio

 

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Intelligenza, ultima chiamata!

Intelligenza, ultima chiamataVi segnalo un articolo che mi ha incuriosito molto. Si riportano i risultati di diverse ricerche che sostengono che l’uomo sarebbe arrivato al massimo dell’intelligenza possibile a causa di due fattori: 1) le cellule neuronali sarebbero al massimo della loro miniaturizzazione e non potrebbero diventare più piccole di così; 2) si sarebbe raggiunto il massimo numero possibile di connessioni tra queste stesse cellule. Senza contare che già adesso il cervello per funzionare utilizza moltissima energia. Se potesse crescere, come potremmo soddisfare questo bisogno di energia? A meno di non poter implementare la grandezza della scatola cranica (anch’essa, si suppone, ormai pressoché al massimo possibile a causa di alcune ragioni strutturali ( postura, muscoli della schiena..)), saremmo perciò arrivati al capolinea dell’evoluzione dell’intelligenza. Questa stasi potrebbe, addirittura, prospettare una sorta di involuzione? Il che non sembrerebbe così futuristico considerati gli esempi di nostri contemporanei non proprio esaltanti! A parte gli scherzi, non sarei così pessimista circa le conclusioni dell’articolo. Non solo la natura ci ha spesso mostrato di saper prendere strade che neanche immaginiamo, ma non tengono conto del peso delle infinite stimolazioni cui sono sottoposte le ultime generazioni grazie all’ausilio dell’information technology. Forse, ma queste sono mie considerazioni, non potendo più incrementare le nostre reti neuronali, abbiamo intrapreso la strada di aumentare le connessioni tramite l’ausilio dei computer. Che già adesso fanno quel lavoro di rete che, a noi, forse è precluso in quella misura. Insomma mi sembra ci sia ben poco di involutivo. L’articolo è di Repubblica (La Repubblica, 01.08.11) ed è di Alessandra Baduel.

Il link:

http://www.repubblica.it/scienze/2011/08/01/news/il_cervello_umano_al_limite_mai_pi_intelligenti_di_cos-19857329/?ref=HRERO-1

A presto..

Fabrizio

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Lontano da chi?

Lontano da chiEccoci ad un altro tema di attualità. Di brutta attualità. Avrete sicuramente sentito o letto della strage in Norvegia. Per chi non sapesse, un uomo di nome Breivik ha fatto esplodere una bomba in pieno centro ad Oslo e si è messo a sparare all’impazzata su un gruppo di persone che si trovavano su un isola. In tutto è responsabile della morte di 85 persone. Quando capitano casi di cronaca di questo tipo, che generano sgomento e incredulità, mi chiedo come sia possibile succedano cose del genere. Cosa può spingere un uomo a compiere massacri così cruenti su persone sconosciute?

Ovviamente non so nulla del caso specifico dal momento che non ho conoscenza diretta della persona che ha compiuto la strage. Non so, perciò, delle possibili cause personali che possano averlo spinto a tanto. Mi ronzano, però, idee e noto delle somiglianze, ricorrenti in diversi casi, che volevo condividere con voi. Una delle cose che più mi colpiscono è quella che definirei esternalizzazione del male. Con questo termine mi riferisco al fatto che, quando capitano fatti particolarmente efferati di cronaca, il primo aspetto in risalto riguardi il diversificare il colpevole da noi con qualche segno distintivo che lo renda differente. Credo sia un meccanismo protettivo, tranquillizzante. Nel momento in cui avvertiamo il male troppo vicino a noi, cerchiamo in qualche modo di scostarlo, di allontanarlo. Di esternalizzarlo, appunto. Questo meccanismo è noto, in psicanalisi, col termine di proiezione. E’ un meccanismo di difesa per cui sentimenti o caratteristiche proprie, sentite come inaccettabili, vengono proiettate all’esterno, su cose o persone. Questo meccanismo di esternalizzazione non sempre è applicabile. Nel momento in cui non c’è nulla che possa diversificare il colpevole da noi, come, per esempio, nel caso norvegese (non è zingaro, o nero, o povero, o straniero ecc..) allora interviene la salute mentale. “È malato” ci diciamo. Così che noi, ‘sani’, possiamo sentire quello che è successo lontano da noi.

E, se invece, non fosse così lontano? Non fraintendetemi, non credo che ognuno di noi sia un potenziale serial killer. Semplicemente, credo che ognuno di noi abbia delle parti oscure, delle parti non risolte che, in particolari situazioni, possano avvitarsi e ingigantirsi, dando vita ad idee persecutorie che vengono poi agite in fatti simili. Sebbene siano in molti a non conoscere queste parti oscure di se non sono, per fortuna, molti ad agire in maniera così cruenta. Penso dipenda dal fatto che le cause che possono esacerbare questi conflitti interiori debbano essere pesanti e prolungate nel tempo. Ma quali sono queste parti oscure che possono entrare in gioco? Credo riguardino la soppressione di sentimenti che vengono ritenuti non adatti. O mostruosi. Per esempio la rabbia e l’odio sono sentimenti non del tutto tollerati nella nostra società. Il disprezzo, l’avversione non possono essere manifestati e sono in qualche modo censurati. Repressi. Anche in questo passaggio spero non ci siano fraintendimenti. Non credo che ognuno di noi, per evitare che nascano conflitti, dovrebbe andare a disprezzare l’altro, o odiarlo apertamente. Tutt’altro. Credo la conoscenza anche di questi nostri aspetti possa farceli gestire meglio. Il rischio, altrimenti, credo sia che con un sostrato adatto (poca apertura mentale, rete sociale debole, famiglia assente, gruppo di amici, nessuna empatia, fattori ideologici), renda questa conoscenza deficitaria di se stessi facile terreno di coltura per propensioni ‘anti’ (antisociali, anti razziali, ecc.) e che, unite a protettive convinzioni ideologiche, possano sfociare in fatti del genere.

Altra ridondanza: sembrano sempre più numerosi atti di questo tipo. Se da una parte può esserci un desiderio di emulazione, amplificato dal tempo che i mass media dedicano a questo tipo di eventi (e con particolari sempre più macabri) credo che questa accentuazione sia dovuta anche ad una generale disgregazione della funzione sociale. Porre sempre l’accento sul singolo (sulle sue potenzialità, sulle sue esigenze, sui suoi desideri) fa si che il singolo si senta autorizzato a perseguire qualunque cosa per lui necessaria. Nessun problema sorge quando le mete che il singolo si pone sono socialmente riconosciute. Ma se, in una logica distorta o persecutoria, la meta diviene sterminare il maggior numero possibile di persone, allora l’accento posto sul singolo si trasforma in un totale fallimento per la società.

Credo che un primo passo verso una possibile soluzione possa essere quello di iniziare a considerare queste parti di noi, maneggiarle e accettarle di modo da conoscerle, non reprimerle e non proiettarle sugli altri come se non ci appartenessero. Un lavoro personale, non necessariamente con professionisti, unito alla ricucitura di alcuni strappi sociali (maggiore attenzione alle esigenze del gruppo, interesse collettivo che si colloca su quello particolare, sostegno alla genitorialità e alla famiglia) possono essere fattori depotenzianti il verificarsi di simili tragedie.

P.s.: Certo, se a tutto questo si aggiungesse una legislazione molto più severa sulle armi, forse avremo fatto un ulteriore passo verso una diminuzione di analoghe sciagure.

A presto...

Fabrizio

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Solo canzonette?

Solo canzonetteVi segnalo un articolo di Repubblica (La Repubblica 18.07.11) nel quale vengono citati i risultati di alcune ricerche che, sembra, abbiano dimostrato come il cervello umano colpito da ictus riesca a recuperare meglio alcune abilità (come, per esempio, un miglioramento del tono dell’umore, della memoria verbale e dell’attenzione) anche tramite l’ascolto di musica. Inutile vi dica quanto queste notizie confermino le enormi e non ancora del tutto esplorate potenzialità plastiche del nostro cervello. Nell’articolo, tra l’altro, viene citato il neurologo Oliver Sacks del quale vi consiglio il libro:L’uomo che scambiò sua moglie per un capello (ed. Adelphi) . Contiene una serie di casi clinici trattati con una attenzione e, nello stesso tempo, con una leggerezza che, per me rimangono esemplari. Devo la conoscenza di questo testo al consiglio di una mia paziente che, nel suggerirmelo, dimostrò di conoscermi bene!

Eccovi il link dell’articolo:

http://www.repubblica.it/salute/medicina/2011/07/12/news/neuromusica_guarire_l_ictus_con_le_note_la_riabilitazione_che-19012316/

A presto…

Fabrizio

 

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Storia di Elisa…(2)

Storia di Elisa...(2)(F.) Salve Emanuela mi scuso ancora per la lentezza con la quale riesco a risponderle. Grazie dei molti dettagli in più, che mi hanno permesso di capire un pò meglio la situazione. Quello che non capisco è cosa pensi Elisa della sua situazione. E’ preoccupata perchè si sente sola o sarebbe più contenta se la si lasciasse stare? un’altra cosa: vostra figlia è sempre stata timida o è solo ultimamente che sta mostrando questo tipo di atteggiamento? Sulla scuola nulla quaestio: ha commesso una scorrettezza e credo sia giusto che glielo si segnali così come mi sembra abbiate fatto. Circa il suo comportamento non so: se fosse una fase vi direi di provare a vedere come evolve, se fosse una cosa che Elisa ha sempre avuto vi direi che sarebbe il caso che voi consideraste questo tratto come tratto fondamentale della personalità di vostra figlia.
Capisco che la cosa le crei ansia e infatti ho pensato ad un suggerimento più per lei che per sua figlia. Ha pensato di rivolgersi lei ad uno psicologo? La mia idea è che potreste fare un lavoro su come lei, Emanuela, stia vivendo la situazione e potrebbe riuscire ad avere un bagaglio in più di conoscenze che potrebbe usare nel momento in cui vostra figlia richiedesse la vostra attenzione in maniera diversa rispetto a come fa ora. Che ne dice? Se pensa che potrebbe essere un’idea posso informarmi con miei colleghi verso chi indirizzarla.
Mi faccia sapere se il suggerimento le è stato utile.
A presto

(E.) Grazie della sua gradita risposta.

E rispondo ai suoi quesiti. Elisa è tranquilla, non si sente sola, ha la nonna, e sarebbe molto contenta se io non le rompessi le scatole. Elisa è sempre stata una bambina riservata, a scuola elementare ha avuto una o due bambine con cui legava e che aiutava (bambine straniere quindi un po’ indietro con il programma e la lingua) ma non ha mai chiesto di andare da loro il pomeriggio ne’ che venissero a casa.

Caro Dottore io non aspetto altro che qualcuno mi dica che la devo lasciare stare, che e’ il suo carattere, questo creerebbe molta meno ansia a me e meno rotture da parte mia a lei. Come mamma e mamma lavoratrice mi sembra di non seguirla mai abbastanza e ho molti sensi di colpa ho paura di non riuscire a darle l’affetto necessario per farla crescere armoniosamente. Ma con tutte queste paure penso di fare ancora peggio.Prenderò in considerazione la sua proposta di uno psicologo per me magari un po’ più avanti adesso siamo proprio ridotti all’osso e Elisa abbisogna dell’apparecchio per i denti.

La ringrazio veramente tanto. La seguiro’ sul sito con interesse. Ogni sua dritta sara’ ben accetta.

 

(F.) Salve Emanuela…

Come mi diceva mi sembra proprio che le caratteristiche delle quali mi parla siano connaturate in Elisa. Provi a considerare questa caratteristica di sua figlia come una sorta di riflessività accentuata magari dalla particolare fase evolutiva nella quale si trova, fase nella quale si sta costruendo una personalità. Forse segnala il bisogno di stare in disparte per capire meglio ciò che pensa e ciò che può essere. Non voglio assolutamente dirle di lasciarla stare, anzi credo che il compito di una madre sia quello di prestare attenzione, tutte le attenzioni possibili, ai propri figli. Quindi si dedichi pure a sua figlia, coi tempi e modi che riterrà opportuni, magari provi a parlarle delle sue paure, dei suoi sensi di colpa, contando sul fatto che Elisa possa capire meglio se coinvolta in quello che sta succedendo piuttosto che, come dire, ne rimanga ai margini.

Detto questo credo che le cose verranno più spontanee. Se posso, poi, un altro suggerimento: tenga presente che anche i servizi pubblici offrono il sostegno psicologico a prezzi più che contenuti. E, per esperienza diretta le posso dire che validissimi colleghi lavorano nelle ASL. Veda lei poi quando sarà possibile conciliare questo con la sua vita privata e lavorativa. Io la ringrazio per avermi contattato e non esiti a farlo qualora dovessero sorgere altri sensi di colpa! L’intento con cui è nato il blog è proprio quello di creare una rete che permetta alle persone di condividere i propri vissuti e e le proprie paure e che possa aiutare, nella condivisione, a trovare una forma valida di supporto.

 

P.S. potrei usare (naturalmente cambiando nomi e riferimenti geografici) la nostra “chiacchierata” come post nel blog? Credo potrebbe essere utile ad altre persone. Mi faccia sapere che ne pensa!

A presto!

 

(E.) Assolutamente sì, non mettendo il nome della bambina può fare quello che ritiene faccia bene a tutte le mamme un po’ mattonellose come me. Prenderò lo prometto in seria considerazione l’aiuto di uno psicologo, se Lei può indicarmi qualche persona quando potrò andrò (nelle ASL). Grazie infinite, anche con Elisa cercherò di seguire di più la sua natura e i suoi voleri, amandola sempre tantissimo e standole vicino. Un abbraccio.

(F.) Non si preoccupi la privacy sarà gelosamente custodita! Un ultimo suggerimento per lei: vorrei che si riconoscesse l’attenzione con la quale sta attenta a quello che fa, a come si muove, per il bene della sua famiglia e di sua figlia. Non è da tutti farsi delle domande e cercare delle soluzioni con tanta cura. La prossima volta che un senso di colpa dovesse romperle le scatole, gli faccia presente questa sua amorevole attenzione. Tutti noi potremo anche sbagliare, ma credo che gli errori fatti per attenzione, e non per mancata attenzione, dovrebbero essere giudicati più benevolmente.

Sono sempre più convinto che poter condividere i nostri timori, poter dire ad alta voce le nostre paure, soprattutto quella di sbagliare, possa servire a disinnescarle e possa portare ad affrontarle con più fiducia riguardo alle nostre risorse senza essere concentrati sempre e solo sulle nostre mancanze.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

 

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Storia di Elisa…(1)

Storia di Elisa...(1)Sempre col consenso degli interessati, pubblico il “carteggio” tra me e la madre di una ragazza di 12 anni che chiameremo Elisa. La madre mi ha contattato dopo aver letto il post Storia di Sara, pubblicato sul blog il 26.04.11. Abbiamo concordato di renderlo pubblico, sperando possa servire a genitori che si trovano ad affrontare le stesse paure. È diviso in due parti per non rendere eccessivamente lunga la lettura.

(Emanuela) Gentile Dottore, stavo leggendo la storia di Sara e ritrovo molto nella bambina il carattere della mia Elisa. Anche lei ha 12 anni e nessuna amica, quando viene invitata alle feste di compleanno delle compagne di scuola o delle sue ex compagne della quinta elementare rifiuta sempre di andare (non me lo dice neanche), passa i pomeriggi con la nonna e sempre in casa. Io e mio marito lavoriamo, torniamo a casa alle sette. Sono molto preoccupata anche perché il rendimento scolastico di Elisa quest’anno è sceso notevolmente, dovuto al fatto, a sentire i professori, che non riesce a esprimere a parole quello che studia. Volevo chiederle se è il caso di portare Elisa da qualche bravo dottore per farla parlare un po’ oppure cosa mi consiglia di fare. Quest’anno, frequenta la prima media, non ha voluto fare nessuno sport pomeridiano, ma l’anno prossimo vorrei farle frequentare un corso, organizzato dalla scuola, di atletica leggera (dovrò impormi per mandarla). Sembra che non abbia interesse a fare niente, non ha passioni, ma penso che sia per non dover uscire dal suo guscio caldo e affrontare il mondo. Mi dia qualche consiglio, La prego, sono un po’ angosciata, mi sembra di non fare abbastanza per lei. Noi abitiamo a Roma, se riterrà opportuno consigliarmi di farla vedere mi potrebbe fornire anche qualche nominativo ?

Grazie infinite se mi potra’ rispondere.

 

(Fabrizio) Salve Emanuela grazie per l’attenzione. La cosa che mi veniva in mente leggendo la sua email, era se qualcuno avesse provato a parlare con Elisa e, nel caso l’avesse fatto, cosa ne pensava lei circa questa sua preoccupazione. Anche suo marito condivide il suo punto di vista su Elisa? Credo di comprendere quella che lei chiama angoscia e non ho ricette magiche da darle dato che, purtroppo, non ho la fortuna di conoscere sua figlia. Se posso suggerirle qualcosa è coinvolgerla attivamente in ogni decisione che la riguardi facendole comprendere cosa vi stia muovendo a farlo. Potrebbe non capirne le ragioni, potrebbe opporsi ma sicuramente apprezzerà il fatto che le decisioni non siano passate sopra la sua testa come se lei non ci fosse. Per quanto riguarda un possibile intervento di supporto non credo di avere dettagli tali da consigliarlo o da escluderlo.. Potrei dirle di farle fare un colloquio ma non saprei se fosse una misura eccessiva o viceversa se le dicessi di non farlo potrei sottovalutare una situazione di possibile forte disagio. Mi dia altri dettagli e mi faccia sapere gli sviluppi! A presto Fabrizio

(E.) Dottore, che gioia ricevere la Sua risposta.

Mia figlia riguardo la nostra preoccupazione circa la sua timidezza se ne disinteressa completamente, quando le faccio notare (ma non spesso perché non voglio che si senta oggetto di un problema) che potrebbe essere più socievole dice che sta bene così. Ha anche tanti strani atteggiamenti che da mamma so che sono dovuti alla timidezza ma visti da una persona esterna sembrano maleducazione. Ad esempio la mattina davanti a scuola non guarda mai negli occhi le compagne che le parlano, tante volte non risponde nemmeno, fa sempre la faccia da annoiata come se non potesse interessarsi alle cose perché ha sonno.

Quando e’ in mezzo alla gente sta tutta ingobbita e si mangia continuamente le unghie. Ieri siamo andati a un battesimo lei ed io e poi c’e’ stato il rinfresco all’aperto con diversi bambini con i quali non ha voluto assolutamente giocare, stando sempre attaccata a me. A scuola purtroppo non va meglio, ha falsificato vari voti sul libretto sia nel primo che secondo quadrimestre tanto da rischiare una sospensione (per questo ha preso 7 in condotta). Lei sostiene che ha paura della nostra reazione ma anche se non siamo dei genitori perfetti cerchiamo sempre, magari dopo una sfuriata specialmente da parte mia, di parlarle, di cercare di capire. Anche i professori e in particolare quello di italiano è severo ma non orribile, scoperte le contraffazioni le ha spiegato che era una cosa contro la legge scolastica e le ha (spero) fatto capire che se lo rifaceva avrebbe rischiato tanto, ma sempre con maniere pacate. Lei ascoltando questo discorso non ha detto una parola, annuiva solamente.

Sono molto combattuta tra la voglia di lasciarla in pace, magari le sto troppo addosso, e quella di fare qualcosa, di portarla da qualche persona competente che mi possa dire se il suo comportamento è normale o no. Ho tanta paura che rimanga sola, non ha amiche con cui trovarsi, e anche qualche bambina volenterosa poi si stufa della sua mancanza di iniziativa e di entusiasmo. Sembra che niente le interessi. Adesso è a casa con i nonni, lì si sente bene è contenta, può secondo me essere se stessa. Già con noi è meno tranquilla. Non so se sono stata esauriente, forse si chiederà, siccome ho parlato sempre di noi due che ruolo abbia il papa’ in questa situazione. Se ne sta un po’ in disparte, cerca di seguirla nei compiti ma purtroppo non vanno molto d’accordo litigano sempre, lui vorrebbe una figlia che capisse tutto al volo e Elisa in questo momento non è proprio cosi’. Dobbiamo avere più pazienza o come dobbiamo comportarci ? La ringrazio tantissimo dell’attenzione, spero di leggere la sua risposta.

Emanuela

– Continua –

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Storia di Enzo (6)

Storia di Enzo (6)Avrei voluto finire con un happy ending degno della migliore tradizione disneyana. In realtà non credo ci sia un happy ending semplicemente perché il lavoro è ancora in corso. Enzo ha diminuito i suoi atti ma non li ha del tutto lasciati. Ha una strada da compiere e l’accettazione di alcune cose non è facile. So che ha una volontà molto forte, si sta impegnando nel proseguire e credo che già questo sia un ottimo segnale. Tra l’altro succede spesso che ad una ristrutturazione personale non si accompagna, ovviamente, il cambiamento in tutte le persone che sono vicine e che quindi stentano e non riescono ad adeguarsi all’immagine della persona che cambia. Questo può provocare delle resistenze al cambiamento del paziente che può però essere messo in guardia sul fatto che questa evoluzione potrebbe essere accettata con difficoltà dalle persone che gli stanno intorno. E’ necessario allora supportare la persona di modo che possa sentirsi appoggiata nonostante, in una prima fase, percepisca come questo suo cambiamento stia provocando dei movimenti non graditi all’interno del sistema familiare e/o relazionale.

Un ultimo punto: perché vi ho raccontato tutto questo? Se rimanessi fedele alle mie premesse, potreste dire che questa storia non è insegnamento di nulla visto che, come dico spesso, ogni storia è una storia a se stante. Ribadendo il fatto che non voglia insegnare nulla, vi ho raccontato questo caso, con l’autorizzazione di Enzo, con l’intento di permettere una riflessione circa il lavoro che si può fare. Anche se la vostra storia può sembrarvi stupida, folle, priva di senso, MALATA, può invece, ne sono sempre più convinto, avere un significato per voi molto forte e questo significato può essere condiviso e ricostruito. Questa condivisione può far si che possiate avere un cambio di prospettiva su voi stessi e questo cambio di prospettiva, facendovi vedere le cose da un altro punto di vista, può portarvi ad accettare aspetti che prima consideravate dei punti deboli o lati fragili di voi .

Se, sorprendentemente, si rivelassero punti di forza?

A presto…

Fabrizio

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Storia di Enzo (5)

Storia di Enzo (5)Ma, tornando a noi che senso avrebbe questo? Perché uno dovrebbe auto svalutarsi per far piacere agli altri? Ovviamente i termini non sono così semplicistici. E se aggiungessi agli elementi che abbiamo in mano il fatto che Enzo è il più piccolo di tre fratelli molto più grandi di lui, è l’ultimogenito di una coppia di genitori molto anziani? Se aggiungessi che la madre, che non va più molto d’accordo con il marito ha in Enzo la sua unica speranza di non rimanere sola? Se aggiungessi che se Enzo fosse una persona convinta di poter essere indipendente, autonomo, forte, sarebbe una persona che andrebbe via di casa appena iscritto all’università? Se aggiungessi che la madre resterebbe sola con un marito che non sopporta e di cui Enzo è ovviamente al corrente. Se vi dicessi che tutto il suo mondo sembra essere legato al problema di non lasciare la madre sola non vi sembra che il comportamento di Enzo acquisti all’improvviso un enorme senso?

Abbiamo una versione alternativa del mito di Enzo. Lui non è intrinsecamente incapace di far qualsiasi attività pratica: fare attività pratica, essere autonomo, essere indipendente, vanno contro tutta una serie di altre ragioni, più profonde e non esplicitabili, che rendono Enzo legato a questo. Il fatto di disvelare questa altra lettura permette ad Enzo non solo di calibrare meglio la sua posizione, ma di rendersi conto come sia legato a schemi da lui controllati solo in parte. Gli permette di capire se quello che sta succedendo sia sostenibile oppure no. Una cosa importante del mio lavoro infatti è quella di fornire dei passaggi mancanti, delle chiavi alternative che permettano alla persona di avere più letture e di non sentirsi prigioniero di quello che accade. Il fatto che vengano fornite più versioni infatti non significa necessariamente che questo provochi un cambiamento: semplicemente permette alla persona di poter scegliere, di poter vedere quale delle alternative possa rappresentarlo meglio. Possono iniziare così piccoli movimenti, piccoli passaggi che, forse, segnalano un cambiamento rispetto ad alcune posizioni. Enzo inizia ad essere più litigioso con i suoi amici, a voler ribadire e rimarcare la sua posizione. E credo sia un segnale di come lui inizi a chiedersi dove sia rispetto a quello che fanno/pensano gli altri.

Nel momento in cui inizia questo processo definitore, Enzo può permettersi di sperimentare degli aspetti di se stesso che sono sempre passati in secondo piano: tutta una serie di emozioni che potevano essere nascoste o comunque non essere prese in considerazione. Primo fra tutte forse la rabbia. Essere “incastrati” in una situazione del genere, sentirsi come unici responsabili delle sorti del genitore oltre ad essere un compito molto pesante, potrebbe essere sentito come un compito ingiusto. Ma quando questa rabbia è rivolta alla persona per cui sentiamo amore, quando la rabbia è rivolta alla persona che ci ha messo al mondo non può essere esplicitata senza provocare un conflitto interno molto pericoloso. Verso chi poteva rivolgere la sua rabbia Enzo? Chi gli rimaneva sotto mano per poter scaricare la sua rabbia, la sua aggressività tutte emozioni non tollerate per una persona non autonoma? Se stesso. La persona con cui Enzo se la poteva prendere era soltanto lui. Non si sabotava solo a livello razionale (valgo meno degli altri, gli altri sono meglio di me) ma anche a livello fisico strappandosi i capelli, facendosi male fisicamente. Se ci pensiamo poi i capelli per noi hanno sempre avuto una fortissima valenza simbolica: sono segno di personalità, li coloriamo, li tagliamo, se li perdiamo ci sentiamo vecchi. Come non pensare poi al mito di Sansone che senza quei capelli perdeva addirittura la forza? Senza contare che tramite questo forse, permetteva di dar voce ad un dolore altrimenti inesprimibile, difficilmente verbalizzabile. Ecco allora che un atto apparentemente incomprensibile, apparentemente senza senso, apparentemente stupido, acquista un valore di senso fondamentale. Un valore. Potrebbero esserci altri sensi, validi altrettanto. Credo che l’obiettivo, quello di fornire un’ alternativa, sia il primo passo per la messa in discussione di un mitologia così radicata come quella di Enzo.

– Continua –

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Storia di Enzo (4)

Storia di Enzo (4)Nel caso di Enzo c’era un’immagine che tornava spesso: quella per la quale Enzo si senta meno degli altri, già accennata prima. Per meno intendo che si senta fisicamente e intellettualmente meno degli altri e, nella sua visione questo è mitologico, è un dato acquisito con cui lui si relaziona agli altri (e con se stesso!) e gli permette di vedersi solo come quello che non può stare al passo con gli altri in nessun campo. Non riesce a vedere le varie cose per cui non solo sta al passo con gli altri ma, magari, anche un passo avanti, come per esempio nella scuola, perché questo aspetto non si addice con la visione che lui ha di se stesso. Cerca sempre gli elementi che confermino questa visione non quelli che li disconfermino.

Quale senso può avere per lui questo? Lavorandoci su noto come questa visione sia in parte sua ma anche un rimando dell’ambiente circostante che gli ha reso sempre un’immagine di se stesso come gracile, mingherlino, poco adatto agli sport, poco adatto alle attività in cui fosse necessaria la forza fisica, esaltando invece le sue doti intellettuali. Il risultato è stato che Enzo è molto sveglio dal punto di vista intellettuale (ovviamente non ricoscendoselo perché comunque, è la persona che non sa far nulla), ma crede di non poter far nulla sul piano fisico. Crede non sia il suo campo. Quanto di questa idea è sua e quanto è introiettata dal modo circostante? Ormai, possiamo dirlo, è anche sua. Ma lo rappresenta ancora? Mentre lavoriamo cerco di farlo riflettere su questo, su come questa idea sia ormai di tutti ma che non riesco a capire quanto rappresenti ognuno di loro e soprattutto lui. Ma, come dicevamo, questa immagine non può essere abbandonata se non ci si può vedere in un altro modo. Voi potreste traslocare senza avere ancora una casa dove andare? Così per Enzo. Innanzitutto riflettiamo su quanto questo lo rappresenti. Molto, mi dice. Quanto lo stimola a cambiare? Per nulla, mi dice. Questa ormai è la sua realtà. E, in questo punto, cerco di introdurre la nuova prospettiva di cui parlavamo prima. L’idea nuova è che lui abbia dato retta a quest’immagine per proteggere altre persone. In altre parole, gli rendo l’impressione che questa immagine sembra appartenere più a coloro che da bambino vedevano Enzo piccolo e gracile (soprattutto, vengo a sapere, in famiglia) e che Enzo si sia sentito così più per proteggere la visione degli altri oltreché la sua. Sarebbe un cambio di prospettiva enorme, non solo per lui ma anche per tutti che si troverebbero a dover fare i conti con elementi del tutto nuovi. Questa sua incapacità fisica non sarebbe allora REALE, sarebbe frutto di quella mitologia condivisa per cui lui non sarà in grado di fare bene attività pratiche.

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Storia di Enzo (3)

Storia di Enzo (3)Questa apertura introduce la possibilità di concentrarci su un’altra questione: perché le idee di noi stessi anche quelle svalutanti sono coltivate con tanta attenzione? Perché sono realtà conosciute? Una delle cose che mi colpisce spesso della mia professione, riguarda il fatto che le persone si costruisco una vera e propria mitologia e, per quanto questa possa essere difficile da mantenere, o strana, o impattante con la propria realtà quotidiana, si trovano a difenderla con le unghie e con i denti non appena questa mitologia viene messa in discussione. Col termine mitologia intendo tutta quella serie di credenze, di idee, di modelli, di archetipi che ognuno di noi si costruisce e che considera fondativi della propria esperienza di vita, che ci guida e ci permette di conoscere il mondo. Talvolta, sembra difficile capire cosa faccia di buono questa visione del mondo, ma ho appreso che una funzione che svolge spesso è quella protettiva. “Protettivo per chi?” vi chiederete. Può essere protettivo per diversi attori: lo può essere per la persona stessa, che vi si trincera dietro e che, tramite questa visione, conosce il mondo. Oppure può essere protettiva nei confronti delle persone significative che, con questa persona, hanno dei rapporti. In altre parole è come se noi avessimo degli occhiali tramite i quali guardiamo il mondo. Questi occhiali non ci consentono di vedere la realtà per quello che è ma per quello che noi crediamo che sia. E ci abituiamo talmente tanto alla visione che questi occhiali ci consentono, da non riuscire ad immaginare nessuna realtà diversa da come l’abbiamo vista e da come pensiamo sia naturale che sia.

Come possiamo muoverci, allora, per provare ad immaginare questo mondo, e il mondo di Enzo in particolare, senza questi occhiali? Innanzitutto credo che il primo passo sia capire che si hanno questi occhiali. Se Enzo non ha la consapevolezza di guardare il mondo tramite una sua visione, ed è invece convinto, come spesso noi facciamo, di vedere una realtà “oggettiva”, non potremmo introdurre dei nuovi occhiali, che permettano di vedere le cose da un altro punto di vista. Oppure non potremmo permetterci di aggiungere dettagli cui prima non prestavamo attenzione. O, ancora, non potremmo permetterci di raccontarci le cose in maniera diversa. Il secondo passo può essere quello di capire se questi occhiali sono adeguati alla nostra vista. Come detto, alcune volte ci adagiamo su delle prospettive, su dei racconti, su delle mitologie, non perché ci facciano star bene quanto perché ormai sono assodate e conosciute. Talmente assodate e conosciute che non ci prendiamo più la briga di metterle in discussione perché le riteniamo più facili, più semplici, più comodi, rispetto alla difficoltà di considerare delle prospettive nuove e non familiari. Prima di abbandonarle forse è necessario capire l’inadeguatezza che queste visioni hanno nella nostra vita attuale. Voglio dire se da piccoli avevamo l’impressione che tutto fosse enorme e irraggiungibile, questa visione è cambiata (spero!) nel momento in cui siamo cresciuti. Quello che ritenevamo fosse assodato da piccoli viene messo in discussione nel momento in cui cresciamo. Ci rendiamo conto come non rappresenti più il nostro mondo. Nel momento in cui percepiamo questa insufficienza nella nostra mitologia magari siamo pronti per sostituirla. E il passaggio può essere compiuto nel momento in cui una prospettiva nuova è stata costruita e permette di mandare in pensione la vecchia.

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Storia di Enzo (2)

images-3-150x150Uno degli aspetti che noto da subito è una forte dipendenza dal giudizio degli altri. Enzo ha paura di muoversi autonomamente, non si sente in grado di far nulla che non preveda il considerare l’opinione degli altri. Teniamo conto che stiamo parlando di una persona di 16 anni. E’ naturale che, nel momento della vita in cui una persona sta costruendo la propria immagine, l’opinione, le impressioni, i rimandi degli altri giochino un ruolo fondamentale. Questa è la premessa che dovremmo tenere presente nell’approcciare con adolescenti. In questa situazione particolare però, noto come gli altri possano plasmare i movimenti di Enzo dal momento che lui è in grado di rinunciare ad un suo interesse solo perché qualcuno ha idea che quell’interesse sia futile.

Credo che questa dipendenza eccessiva dalle opinioni e dalle idee altrui possa segnalare una carente autostima di Enzo. Se l’idea che lui ha di se stesso fosse più positiva, credo che, pur ascoltando e prendendo in considerazione le idee degli altri, sarebbe in grado di poter scegliere da solo e capire cosa sia giusto per se stesso. Se sceglie sempre e solo le idee degli altri come se fossero migliori cosa si sta dicendo? Che le sue valgono meno? Si tratta, ora, di cercare di capire a cosa possa essere dovuta la bassa autostima. Credo che gli ideali che Enzo ha delle persone gli impediscano di vedere le cose per come sono. All’interno di una necessità semplificativa di un mondo in evoluzione, un mondo che lo vede come bambino e come adulto, come maturo e come immaturo, che fornisce, cioè una serie di segnali discordanti per cui la confusione aumenta, gli adolescenti sono spesso presi nel gioco dell’Assoluto, dei Posizionamenti, per cui le cose sono o tutte belle o tutte brutte, o tutte giuste o tutte sbagliate, impedendo loro di cogliere quelle sfumature, quell’ambivalenza semantica che, giocoforza, fa parte delle umane cose. Questo è il motivo per cui spesso si trovano a tenere in piedi posizioni intransigenti delle quali anche loro avvertono le costrizioni ma che, in qualche misura, li difendono dal caos. In un momento di transizione ognuno di noi non si aggrappa ad alcune certezze? Nell’idea di Enzo la dicotomia, la separazione, avviene tra l’interno e l’esterno. Il buono sembra essere esterno mentre il negativo sembra essere interno. E’ovvio che questa separatezza sia più ideale che reale ma riesce in qualche maniera a compenetrare tutto il suo mondo. Come si può relativizzare una posizione del genere? Nel mio lavoro utilizzo due chiavi per me fondamentali: l’ironia e la metafora. Uso molto spesso metafore, immagini attraverso le quali riesco a condensare delle realtà spesso incomunicabili e incomprensibili. Tramite la metafora avviene questa sorta di magia per cui l’altro capisce cosa voglio dire e l’immagine che gli rimando può essere più facilmente assimilata e ricordata per cui il lavoro alla fine può risultare più facile. Anche l’ironia, termine con il quale, nel rispetto della storia che mi si porta, intendo quella capacità di saper sorridere in certi frangenti, è un mio grande alleato: fa parte del mio modo di essere e riesce in qualche maniera ad abbassare il tono tensivo in alcuni momenti. Tramite questi due ‘strumenti’ riesco a relativizzare la posizione assolutista assunta su alcuni punti da Enzo e introduco una possibilità di dubbio in realtà che, prima, venivano date come assodate, certe, indiscutibili.

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Storia di Enzo (1)

Storia di enzo 1Volevo condividere con voi un caso clinico. Inutile vi dica che i dettagli di queste storie sono modificati per preservare l’identità delle persone. Chiameremo questo ragazzo Enzo. Enzo ha sedici anni, va bene a scuola, è molto educato e sveglio. E’ un piacere lavorare con lui, riesce a seguire ragionamenti anche abbastanza complessi, è curioso. Insomma, una splendida persona. Se non fosse che ha un problema che lo assilla: la tricotillomania. Per chi di voi non sapesse cos’è, vi posso dire che la tricotillomania è un atto di autolesionismo che consiste nello strapparsi i capelli. Inutile vi dica che questo sintomo segnala un disagio abbastanza pronunciato. Io vedo Enzo una volta alla settimana da circa due mesi. Aveva cercato di iniziare altri percorsi terapeutici ma senza riuscire a trovare un suo senso, tanto che più volte ha sospeso la terapia. Quando arriva da me, uno degli aspetti che reputo più interessante riguarda il fatto che io sono un uomo mentre gran parte delle altre persone con cui ha lavorato in precedenza erano donne. Non è, naturalmente, una questione di sesso, quanto una questione di possibile identificazione con una figura maschile. Enzo non ha, infatti, un buon rapporto con il padre. Tende a non volerlo coinvolgere nella sua vita e a non farlo partecipe di quello che gli accade. Ne parla in tono accusatorio e svalutante mentre tutt’altro discorso fa sulla madre che sarebbe attenta e vicina alle sue esigenze. Parlandone con il mio supervisore, notiamo come questo elemento potrebbe far si che il rapporto tra noi possa essere costruttivo e che lui possa trovare in me una figura maschile positiva con la quale stabilire una buona relazione. Pensiamo, infatti, come uno dei limiti che possono aver sabotato le altre terapie potrebbe essere la coincidenza tra la figura terapeutica e la figura materna. Dobbiamo tenere presente che parliamo di un adolescente che, da bravo adolescente, sta mettendo in discussione le figure genitoriali. Perché le dovrebbe riaccettarle sotto forma di terapeuta? Da questo punto di vista io costituisco una rottura: sono più giovane e non identificabile con una figura genitoriale.

Il rapporto tra noi, dopo una normale diffidenza, inizia ad essere buono. Il tema principale, la tricotillomania, sembra rimanere sullo sfondo e non viene mai portato direttamente. Il rispetto per i suoi tempi, mi suggerisce di non affrontare subito, forzandolo, questo tema. Il mio pensiero ricorrente riguarda il fatto che Enzo sia stato sempre visto come quello-che-si-strappa-i-capelli. Non ho nessuna intenzione di etichettarlo nello stesso modo e lascio che inizi a mostrarmi quello che preferisce della sua vita. Naturalmente, scopro come ci sia moltissimo altro. E iniziamo a lavorare su quello che mi porta. Innanzitutto, la prima cosa che faccio è quella di cercare di far si che venga fuori la motivazione per cui viene da me. Non voglio che possa rifugiarsi dietro un “mi obbligano” ma che si veda come una persona che può scegliere cosa fare.

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