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Lo Psicologo Virtuale

PORTALE DI PSICOLOGIA & PSICOTERAPIA – Dr. FABRIZIO BONINU – Psicologo & Psicoterapeuta –

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Tag: Psicologo

Pubblicato il 10 Gennaio 201520 Luglio 2015

Lavorare in studio con i bambini

Il post di oggi è dedicato ad una clientela particolare: i bambini. Lavorare con i bambini non è sempre facile e non è scontato che si possa fare con le stesse tematiche o con le stesse modalità con le quali si lavora con gli adulti. La differenza più rilevante può essere dovuta al fatto che un adulto in terapia di solito è più consapevole della relazione che si sta costruendo. Questa consapevolezza è, naturalmente un pregio, ma può diventare un’aspetto in più di cui tenere conto nel momento in cui subentrano paure, ansie, timori che possono inficiare la stessa relazione terapeutica. Un bambino è, invece, per sua stessa natura molto più immediato, più istintivo, può essere più aperto e pronto al dialogo (o al gioco!) senza tante paure. Ovviamente possono essercene anche nel caso dei bambini, ma a causa di questa immediatezza è il caso di prestare particolare attenzione a come lavoriamo con loro.

Come sarebbe meglio lavorare con i bambini? Il tema non è facile soprattutto per la delicatezza delle persone coinvolte nel trattamento. È assolutamente necessario cercare di riflettere su quelle che sono le prerogative dei bambini nel lavoro terapeutico. Una delle indicazioni viene fornita dal noto psicoterapeuta Luigi Cancrini: nessun operatore sociale (e, dunque, nessuno psicoterapeuta) dovrebbe accettare di rispondere a quesiti specialistici relativi ad un bambino senza esaminarlo nel vivo della relazione che egli ha con il suo ambiente. Nessuna decisione andrebbe presa relativamente ad un bambino, di conseguenza, senza tenere conto in via prioritaria dell’effetto che essa avrà sul contesto in cui il bambino è posto [1]. Secondo l’autore sarebbe necessario lavorare con un bambino cercando di osservarlo nella sua interazione con l’ambiente nel quale si muove. Per diverse ragioni, è spesso difficile che uno psicologo possa recarsi fisicamente in casa di ogni suo piccolo paziente. Questo limite può essere superato con un primo incontro che preveda la partecipazione dei genitori. L’incontro con i genitori permette infatti di delineare le ‘modalità di funzionamento’ della famiglia stessa, e permette di farsi un quadro delle dinamiche della famiglia.

Un’altro aspetto al quale sarebbe bene prestare attenzione riguarda il sintomo stesso che quel bambino porta in terapia. Un secondo consiglio sulla psicoterapia dei bambini riguarda la doppia importanza del sintomo che non è solo causa di sofferenza, ma anche, e spesso soprattutto, di un arresto pericolosissimo del suo processo di crescita e di socializzazione: disturbando o bloccando la relazione con genitori e insegnanti su cui si basa tanta parte del suo sviluppo emotivo; rendendo difficile l’insostituibile rapporto con i coetanei e con la scuola; creandogli intorno un clima che favorisce (invece di contrastare) le sue tendenze regressive [1]. In questo passaggio l’autore sottolinea l’importanza del sintomo come comunicatore di disagio e di blocco per la crescita del bambino. Naturalmente ogni sintomo ha una valenza e una funzione ben precisa che con un buon lavoro sarebbe necessario chiarire. E’ importante tenere sempre bene a mente come l’insorgenza del sintomo sia causa di blocco nel bambino stesso e possa, poi, ripercuotersi sui diversi ambiti della sua vita (scuola, coetanei, ecc).

L’autore propone anche le possibili soluzioni a situazioni di questo tipo:

– Interventi rapidi e inizialmente centrati sul sintomo;
– Misure di socializzazione che facciano leva sulla consapevolezza degli adulti che si occupano di lui a proposito della necessità di non farlo ‘restare indietro’: puntigliosamente insistendo, con l’aiuto anche di interventi specifici: nel caso in cui il ritardo è giustificato anche da cause di ordine neurologico; sulla necessità di farlo crescere il più possibile;
– Sviluppo di un clima collaborativo e di uno ‘spirito di squadra’ fra tutti gli adulti che di lui, a vario titolo, sì occupano, compresi, ovviamente, i genitori la cui competenza primaria non andrebbe mai posta in discussione. [1]

Punto nodale, così come nel lavoro con gli adulti, rimane quello di accogliere in un primo momento il sintomo e lavorare a partire da quello. Solo in un secondo momento si può estendere il lavoro cercando di riflettere e di comprendere come si è arrivati allo stesso sintomo. La peculiarità del lavoro con i bambini riguarda il fatto che il lavoro deve necessariamente passare per una inclusione delle figure significative del bambino stesso, e per una maggior coordinazione tra gli adulti che si occupano di lui. Questa è una delle aree più problematiche dell’intervento psicologico, laddove, spesso, esistono discrepanze tra gli obiettivi degli adulti coinvolti. Uno dei casi più emblematici, a questo riguardo, è l’esempio in cui i genitori del bambino stiano separandosi in maniera conflittuale.

Queste sono solo alcune riflessioni scaturite dal lavorare coi bambini. Ribadisco come sia necessario prestare particolare attenzione nel lavorare con loro: equivale ad offrire, se possibile, ancora più comprensione, tatto, attenzione, empatia e rispetto nell’entrare nel loro mondo.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Cancrini, L. (1991), Il vaso di Pandora, Carocci, Roma, pag. 195

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Pubblicato il 24 Novembre 20145 Dicembre 2014

Nuovo studio: Carbonia

Nuovo studio CarboniaCome anticipato nel post dedicato alle consulenze online, diversi progetti sui quali stavo lavorando riescono a concretizzarsi. Il nuovo progetto riguarda l’apertura di un nuovo studio a Carbonia. Da questa settimana è possibile prenotare un appuntamento sia per lo studio di Cagliari che per il nuovo studio di Carbonia. Le modalità di contatto sono le medesime: è necessario chiamare il numero 392 0008369 oppure il numero 070 2353652. Nel caso non potessi rispondere, verrete contattati quanto prima.

Lo studio di Carbonia si trova in via Roma, angolo piazza Marmilla, all’interno di una delle torri bianche che sovrastano Piazza Roma, in pieno centro. Raggiungerlo è molto agevole e sono disponibili diversi parcheggi nella zona. Non esitate a contattarmi qualora voleste maggiori informazioni.

Vi ricordo inoltre l’altra nuova possibilità, la consulenza online (cliccate per accedere alla pagina) per richiedere le quale vi rimando alla pagina dedicata.

Spero che questa occasione costituisca una ulteriore opportunità di contatto tra le vostre esigenze e una supporto qualificato.

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Pubblicato il 13 Ottobre 201426 Novembre 2014

Nuovo servizio: CONSULENZA ONLINE

Nuovo servizio CONSULENZA ONLINETempo fa vi avevo preannunciato nuovi progetti sui quali stavo lavorando. Uno di questi si è finalmente concretizzato. Da oggi, infatti, è possibile richiedere una consulenza online. Tra le linguette verdi che contraddistinguono le pagine del sito potete trovare, ultima a destra, la nuova: RICHIEDI CONSULENZA ONLINE. La consulenza online può costituire un ulteriore punto di contatto tra utenza e professionista ed essere una prima risposta al disagio della persona. Non è un percorso psicoterapeutico, è piuttosto pensato come un servizio di accoglienza e di orientamento per tutte le persone che mi contattano ma che sono impossibilitate a venire personalmente in studio.

Non tutte le situazioni possono essere affrontate tramite un contatto virtuale: sarà mia cura, qualora non ritenessi utile lavorare tramite questa modalità, concordare con la persona l’indirizzamento verso una servizio che possa essere più proficuo per la problematica proposta. Il servizio è rivolto a coloro i quali necessitino di un aiuto in ambito psicologico, relazionale, emotivo ed è pensato per tutti coloro i quali hanno bisogno di un contatto con un professionista qualificato. L’organizzazione e la costruzione di questo progetto è regolato in accordo con quanto previsto dalle linee guida per le prestazioni psicologiche a distanza, approvate dall’Ordine Nazionale degli Psicologi.

– COME FUNZIONA? –

 

Il primo passo da fare per richiedere la consulenza è quello di compilare il form, (clicca su compila form per andare direttamente alla pagina), esponendo le tue richieste. Come già accennato, mi riservo di decidere se accettare o meno la consulenza e, nel caso la richiesta non potesse essere presa in carico, di indirizzare comunque l’interessato ad un percorso ritenuto più idoneo per la situazione prospettata.  In caso la consulenza potesse continuare, dopo la compilazione del form sarete guidati in modo automatico, passo dopo passo, nella definizione della consulenza richiesta. La consulenza online può avvenire in tre diversi modi:

  1. tramite email all’indirizzo consulenze@lopsicologovirtuale.it; 
  2. tramite chat di Skype (solo testo) al contatto lopsicologovirtuale;
  3. tramite Skype (Video Chiamata) al contatto lopsicologovirtuale.

Nei primi due modi l’interazione avviene per iscritto. Il primo modo è un contatto con interazione non immediata, il secondo e il terzo avvengono in interazione diretta con me. L’ultima opzione permette anche un contatto video ed audio. Per la seconda e per la terza opzione è previsto l’utilizzo di Skype: è necessario scaricare ed installare innanzitutto il programma sul proprio computer (nel caso di smartphone o tablet si tratta semplicemente di scaricare l’applicazione). Ognuno di questi apparecchi deve essere dotato di telecamera e di microfono per funzionare correttamente. Scaricare, installare e registrarsi su Skype è del tutto gratuito (cliccando su scarica Skype potete scaricarlo ed installarlo direttamente sul vostro computer) e per registrarsi basta compilare i campi con i propri dati.

Richiedere una consulenza online è estremamente facile ed intuitivo, e verrete guidati agevolmente attraverso i diversi passaggi. Come detto, il servizio si propone di costruire un’ulteriore possibilità di incontro tra una sempre più crescente domanda ed un professionista preparato.

Mi auguro questo servizio costituisca un’ulteriore opportunità di contatto con un aiuto qualificato.  

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Pubblicato il 22 Luglio 201420 Luglio 2015

Empatia, un’altra prospettiva

Empatia, un'altra prospettivaL’empatia è un tema del quale molti si sono occupati, ma ho la percezione che rimanga un argomento tanto generico quanto forse misconosciuto dalla maggior parte delle persone. Non tutti sanno cosa voglia dire questa parola misteriosa: alcuni pensano sia una cosa simile alla simpatia, altri semplicemente non hanno idea di cosa significhi. Coloro che sanno che vuol dire sono consapevoli che, in alcune professioni, in genere quelle mediche o sanitarie, o comunque nelle professioni in cui si ha un contatto con l’altro, l’empatia è una qualità o una dote che le persone dovrebbero possedere. Cosa sia, però, questa dote, rimane ancora difficile da comprendere. Mi sono già occupato del tema in precedenza (vedi i post A proposito di empatia (1) e (2), L’empatia fa la differenza in terapia?). Ritorno sull’argomento perché ho letto un’interessante libro nel quale, partendo dal concetto di intelligenza emotiva, si affronta anche la definizione del concetto di empatia. Ve la riporto:
A maggior ragione nessun approccio psicologico, nessun approccio clinico può avvenire senza introspezione ed empatia, senza un tentativo di conoscenza e di indagine mentale nei confronti della nostra soggettività e nei confronti della soggettività altrui, senza un duplice viaggio esplorativo di tipo mentale, che implica continue oscillazioni e continui approfondimenti nelle due direzioni: verso il Sé e verso l’altro. In altri termini occorre un movimento esplorativo verso me stesso, verso le reazioni degli atteggiamenti mentali che l’altro induce in me e verso le esperienze e le situazioni che risultano simili a quelle altrui e mi consentono di comprendere l’altro, parallelamente e contestualmente, un movimento esplorativo per tentare di capire colui che è diverso da me, ma che non posso ascoltare e comprendere se non trovo dentro di me esperienze e situazioni che mi possano consentire di identificarmi con lui. Ecco perché l’empatia può essere definita introspezione vicariante: conosco l’altro attraverso ciò che mi accomuna a lui. [1]
 

Proviamo a definire meglio ciò che intende l’autore. Ritengo uno dei punti nodali della definizione il fatto che l’empatia non venga descritta come una generica capacità di capire (e di sentire!) ciò che sta provando l’altro, quanto di riconoscere il sentimento dell’altro e trovare in se stessi il ‘serbatoio emotivo’ da cui attingere un’emozione di quel tipo che funga, appunto, da tramite tra il sentire emotivo dell’altro e il mio sentire emotivo. Questa possibilità è resa difficile da una serie di fattori: innanzitutto bisogna che esista la premessa che ci sia la capacità di leggere e comprendere l’emozione dell’altro, che si sia sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda emotiva; altro punto importante è il conoscere se stessi e possedere la capacità di cercare, una volta compresa la natura dell’emozione dell’altro, quella stessa emozione anche in se stessi e questo prevede innanzitutto conoscere ed avere una buona mappa emotiva di sé.

È, inoltre, necessario trovare non solo la stessa emozione, ma anche utilizzarla al meglio, mettendola in gioco per comunicare emotivamente con l’altro, facendo capire sia la nostra comprensione che la nostra vicinanza, ma riuscendo, in qualche modo, anche a ‘tenere le redini’ della nostra stessa emozione, cercando di non confonderla con l’emozione dell’altro, riuscendo a capire cosa sia nostro e cosa, invece, appartenga all’altro. Per riuscire in questo è necessario possedere una buona conoscenza e una buona capacità esplorativa della propria realtà emotiva. Solo una persona che maneggia la propria sfera emotiva ha la possibilità di metterla in gioco nel rapporto con l’altro. Se questa sfera rimane misconosciuta perfino a noi stessi come possiamo pensare di poterla utilizzare per comprendere le emozioni nell’/dell’altro? Ed è questa la grande sfida dell’empatia: un potente ponte emotivo che, se non costruito su solide basi, può far perdere anche noi. Sfida che, e parlo soprattutto nel lavoro della psicoterapia, deve essere portata avanti con una certa competenza e con un forte desiderio di conoscere in primis se stessi, di modo che lo stesso terapeuta non si perda nella volontà di stare vicino al proprio paziente, e comprenda cosa è suo e cosa, invece, del paziente che gli sta di fronte. 
Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Foti, C. (2003), L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto, FrancoAngeli, Milano, pag. 80

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Pubblicato il 19 Maggio 201422 Luglio 2015

Sempre a proposito dell’idealizzazione dello psicologo (2)

Sempre a proposito dell'idealizzazione dello psicologo (2)Se vogliamo la condizione di subalternità o di non autonomia del paziente potrebbe essere rafforzata proprio perché avviene in un contesto al quale si è rivolto per essere aiutato e nemmeno in questa occasione, per il paziente molto importante, si sentirà di essere stato in grado di fronteggiare autonomamente la propria vita. Il terapeuta deve essere consapevole che questa possibilità è così insidiosa e dovrebbe avere chiari i rischi che si corrono nel credere al proprio ruolo di guru.

Se accetta questo ruolo corre il rischio di innestare questo ruolo su quelle che sono le aspettative del paziente: la terapia può sfociare in un gioco assolutamente complesso nel quale, magari inconsapevolmente ed inconsciamente, le aree del paziente colludono con le aree del terapeuta. La soluzione di questo tipo di situazioni possono essere diverse: o ci si rivolge ad un professionista che con un suo lavoro personale abbia affrontato queste aree collusive e che possa pertanto muoversi meglio nel momento in cui queste stesse aree vengono attivate nella relazione coi pazienti, oppure ci si dovrebbe affidare a persone che con empatia, ma anche con fermezza, possano gestire questo tipo di situazioni in terapia.

Diffidata da un terapeuta che con facilità dispensa consigli su quello che dovreste fare nella vostra vita: vi sta implicitamente dicendo che voi non siete in grado di viverla! Ma è lo stesso Whitaker a suggerire un modo in apparenza molto semplice, ma in realtà terribilmente complesso, per superare questo rischio: palesare l’impotenza del terapeuta: È molto difficile prendere la decisione alternativa di fare terapia con l’intento di essere sia partecipe sia separato, e ancora più difficile mantenerla. Uno dei modi per raggiungere questo obiettivo è rendere palese l’impotenza del terapeuta. [1] 

Non pensiate che sia semplicemente un alzata di mani ad una situazione difficile da gestire. Il rendere palese la sua impotenza equivale, per il terapeuta, ad ottenere diversi risultati: a) essere consapevole della difficoltà che sta incontrando in terapia, b) ammetterlo con un suo paziente, c) non rendere vana la terapia introducendo o un elemento di rottura rispetto alla terapia stessa, oppure la possibilità di inviare il proprio paziente da un altro collega. Questo permetterà di non vanificare il lavoro terapeutico stesso. 

Ma il risultato in assoluto più importante che si può ottenere con una mossa di questo tipo è ribadire al paziente che nessuno, eccetto egli stesso, è in grado di vivere la propria vita, e che non si sostituirà a lui dandogli un’ulteriore conferma della sua inadeguatezza. E questo è uno dei risultati più alti all’interno di un percorso terapeutico.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whithaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 233

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Pubblicato il 12 Maggio 201421 Luglio 2015

Sempre a proposito dell’idealizzazione dello psicologo (1)

Sempre a proposito dell'idealizzazione dello psicologo (1)Il post di oggi vuole occuparsi di un tema del quale mi era già occupato in passato (L’idealizzazione dello psicologo, 06.12.2011) e che riguarda un aspetto molto importante all’interno della terapia. Sto parlando dell’ idealizzazione dello psicologo, quel processo mediante il quale il terapeuta viene appunto idealizzato da un suo paziente e che porta il paziente ad identificare il suo medico come una sorta di guru che tutto può e che tutto risolve. Ora questa posizione, lungi dall’essere una posizione facilmente gestibile all’interno di un percorso psicoterapeutico per il paziente, è pericolosa per lo stesso terapeuta che può trovare solleticate in terapie parti di sé onnipotenti che, se non conosciute e risolte, possono sfociare nel riconoscimento e nell’accettazione di questo ruolo.

Questo porta la terapia ad essere potenzialmente rischiosa per il paziente stesso e la presa in carico terapeutica si rivela estremamente difficile da gestire. Di questo tema si sono occupati tutti i più grandi terapeuti sistemico familiari. Vi riporto la posizione in proposito di uno dei più grandi e originali innovatori in materia, Carl Whitaker nel suoConsiderazioni notturne di un terapeuta della famiglia:

Una delle difficoltà di accedere al campo di gioco terapeutico dipende dal delirio di grandezza che viene sollecitato dal paziente e dei suoi bisogni; il terapeuta è visto come un Dio onnipotente e onnisciente. Mi pare inoltre chiaro che, come il terapeuta è al centro del mondo del paziente, il paziente e al centro del mondo del terapeuta. Se il terapeuta si fa sedurre da questo delirio di grandezza, la terapia diventa inutile. [1] 

Il rischio è appunto questo: se il terapeuta si fa sedurre da questo delirio di grandezza, la terapia diventa inutile. Vi starete chiedendo forse se un terapeuta non dovrebbe essere pronto a gestire investimenti di questo tipo da parte di un suo paziente. Dovrebbe. Ma non sempre è facile gestire questo tipo di dinamiche. Soprattutto nel momento in cui possono essere così pervasive o seducenti da indurre il terapeuta stesso a crederci. La difficoltà più grande può essere quella per cui, una volta attivato e non riconosciuto questo meccanismo da parte del terapeuta stesso, questo si propaghi e si espanda vanificando di fatto la terapia. 

Se il terapeuta crede infatti al ruolo ‘divino’ che il paziente gli (o le naturalmente!) assegna, si comporterà come tale e, invece di far riflettere il suo stesso paziente sulla sua vita, gli subentrerà, dispensando consigli e modi su come lui affronterebbe una data situazione e sostituendosi de facto al paziente stesso. Questo confermerà l’idea in entrambi che uno dei due (il terapeuta) sia in una posizione superiore mentre l’altro (il paziente) sia in una posizione più bassa.

– Continua –

 [1] Whithaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 233

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Pubblicato il 19 Aprile 201426 Novembre 2014

Buona Pasqua (e nessun grazie, forse!)

Buona Pasqua (e nessun grazie, forse!)Eccomi ad approfittare delle prossime feste per fare a tutti voi gli auguri di Pasqua. Spero sia un periodo di serenità o di riposo o di quello che avete deciso di fare in questi giorni! Approfitto dell’occasione per ricordarvi alcune possibilità del blog: innanzitutto la serie di link che potete trovare nella barra laterale ai vari social network come Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn tramite i quali, accedendo, potrete una volta di più partecipare al nostro lavoro.

Vi invito in particolare a visitare la pagina Facebook del blog (cliccate QUI per andare direttamente alla pagina) e, qualora voleste, ed aggiungere il vostro mi piace agli oltre 1800 già presenti. Ancora, vi ricordo la possibilità di ricevere i post direttamente sulla vostra mail tramite l’iscrizione (del tutto gratuita!) alla newsletter. Per registrarvi alla newsletter cliccate QUI.

Non approfitto, invece, dell’occasione per ringraziarvi per l’affetto con cui mi seguite, per le 860.000 visite sul blog e le 120.000 sul sito, per i commenti, per le osservazioni, per gli spunti che riuscite a darmi, per la serie di riscontri che riuscite a rendermi, perché potrei diventare ripetitivo, e vi sarete sicuramente stancati dei miei ringraziamenti:)

Quindi vi rinnovo i miei migliori auguri… 

A presto…

 Fabrizio Boninu

P.s.: Posso però ringraziarvi per avermi permesso, anche se non festeggiato, di tagliare il traguardo del terzo compleanno del blog! Nel mese di marzo, infatti, il blog ha compiuto tre anni e niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza il vostro supporto e la vostra partecipazione dalle quali mi sento sempre circondato! Avrete capito che non ringraziarvi per tutto questo è, per me, decisamente difficile!

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Pubblicato il 13 Dicembre 201326 Novembre 2014

L’apprendimento permanente

L'apprendimento permanenteIl post di oggi è dedicato ad un aspetto spesso messo in secondo piano in molte professioni ma che reputo fondamentale in una professione, quella dello psicologo, in cui la formazione dovrebbe essere continua e costante. Sto parlando, dell’apprendimento permanente, quello che viene spesso indicato col termine inglese di lifelong learning. Lo psicologo gode già di un apprendimento temporalmente molto lungo, in cui esperienze teoriche si associano, o dovrebbero farlo, con esperienze pratiche. Il percorso che porta una persona a fregiarsi del titolo di psicologo è data dalla frequenza di cinque anni di Università, un anno di tirocinio post laurea, l’esame di stato e la possibilità di iscrizione all’Ordine. Se il nostro psicologo volesse diventare anche psicoterapeuta deve mettere in conto altri 4 anni di scuola di specializzazione accompagnati, anche in questo caso, da tirocini pratici che gli consentano di maturare anche delle esperienze che non siano solo teoriche. Finito questo periodo di apprendimento obbligatorio, che dura comunque ben 10 anni, il professionista è libero di non fare più nulla. Potrebbe, considerato chiuso il ciclo di apprendimento, pensare di non avere più nulla da imparare e pensare di aver raggiunto il massimo del sapere possibile.

Ecco credo che questo tipo di posizione sia assolutamente deleteria in ogni campo ma in particolar modo in professioni nelle quali invece l’affinamento e la conoscenza non possono e non devono essere considerate come concluse od esaustive ma sempre come un work in progress, un continuum dal quale non allontanarsi. Ecco perché cerco di curare la mia formazione e perché invito a non guardare di buon occhio i professionisti che, arrivati ad una certo punto nella formazione, scelgono di sedersi sulle vette raggiunte e non scelgono di andare avanti. Il concetto di apprendimento permanente ha, per me, a che fare con un vero e proprio approccio nella vita di un individuo: ha a che fare col fatto di non sentirsi mai completi, mai arrivati, ha a che fare con la possibilità che ci si riconosca sempre uno spazio in cui permettere ad altro di entrare, maturare e magari arricchirci.

Ci sono varie voci critiche a questo tipo di concetto. La critica più ricorrente è che un sistema sociale che punta su una formazione permanente parte dal presupposto che ci sia sempre qualcuno che insegna e qualcuno che impara, ponendo quindi l’accento sulla posizione più debole di chi ha ancora, e sempre, da imparare. Non sono assolutamente d’accordo su questa posizione. La posizione di chi deve imparare non è necessariamente debole nel momento in cui la si accompagna dalla consapevolezza della necessità di un atteggiamento aperto verso l’apprendimento stesso. Mi spiego meglio: io, avendo ancora o meglio potendo ancora imparare, non nego la validità di tutto ciò che ho imparato fino a questo momento, ma credo sia presente lo spazio per interessarmi a qualcosa di nuovo. Questo qualcosa di nuovo non necessariamente sarà utile nella mia professione, nel senso che magari non verrà messo in pratica quotidianamente. Sarà, secondo me, utile alla mia professione l’atteggiamento di curiosità e di apertura mentale che mi ha portato nella direzione di voler apprendere quella determinata realtà. In questo, secondo me, esiste una differenza.

Il concetto del lifelong learning ha subito un’accelerata in questi ultimi tempi, dato che è stato legato alla riqualificazione o riformazione professionale in momenti, come quelli in cui viviamo, in cui è necessario fronteggiare dei cambiamenti lavorativi spesso anche drastici. La formazione continua sarebbe uno strumento in più per superare questo tipo di impasse. Io credo che sia riduttivo questo punto di vista, e sono convinto che dovrebbe diventare un modello di vita vero e proprio dove, al posto del falso mito dell’esperto, si affianca un percorso di formazione continua che innovando, cambiando e trasformando, permetta di costruire conoscenze continue che rendano lo stesso apprendimento non fine a se stesso o ‘finito’ ma punto di passaggio verso possibili ulteriori evoluzioni. D’altronde non lo diceva già Socrate 2400 e passa anni fa di sapere di non sapere? Quale miglior motore per spingerci a cercare di saperne di più?

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 5 Dicembre 201326 Novembre 2014

Psicotruffe online…

Psicotruffe online...Il post di oggi è dedicato ad una vicenda della quale è probabile abbiate sentito parlare, visto che ha avuto eco su alcuni quotidiani locali. In breve: pochi giorni fa è stato pubblicato sul noto sito di offerte online Groupon, un’offerta che riguardava cinque sedute di psicoterapia a € 29. La prima reazione è stata quella di incredulità riguardante il pensiero di come un professionista potesse svendere in questo modo la professione con offerte di questo tipo. Ad una più attenta lettura è risultato, ciliegina su una torta già indigesta, che ‘il professionista’ che proponeva questo tipo di offerta non fosse neanche qualificato per fare questo lavoro. L’offerta così allettante si rivelava insomma una boutade di nessun valore, l’improvvisazione di una persona che tentava di raggirare i suoi ‘involontari’ clienti.

La comparsa di questo offerta e la scoperta della inadeguatezza professionale della persona ha innescato tutta una serie di segnalazioni: all’Ordine degli Psicologi regionale, ai siti di vendite online Groupon e Scontu all’interno dei quali queste offerte sono state appunto promosse. Il tutto ha avuto dei risvolti abbastanza veloci:  sia Groupon che Scontu hanno ritirato le ‘offerte’, restituendo i soldi alle persone che avevano già comprato i buoni. L’Ordine effettuerà degli accertamenti per vedere se ci siano gli estremi per una denuncia di esercizio abusivo della professione.

Questo ennesimo esempio è il campanello d’allarme di come questo tipo di offerte siano non solo altamente squalificanti per una professione come la nostra ma anche dei veri e propri raggiri. Non vi ripeto quante risorse (fisiche, emotive, personali, economiche) richieda il diventare psicologi o psicoterapeuti. E’ un lavoro, personale e professionale, che richiede un continuo impegno e investimento da parte di coloro che questa professione vogliono fare seriamente e nel quale l’improvvisazione ha poco spazio. Non voglio neanche addentrarmi sul senso di scoramento che, nel fatto in questione, prende chi, come me e i colleghi i quali, dopo tutto l’investimento personale e professionale, vedono realtà raffazzonate di questo tipo da parte di persone che, per il solo fatto di aver letto la rubrica di uno psicologo sul loro giornale preferito, si reputano psicologi a loro volta.

Voglio invece, al di la della vicenda in se, rimarcare i punti positivi di quanto successo. In primo luogo la catena di informazioni tra colleghi che si sono mobilitati e attivati perché questo tipo di proposta non passasse e che hanno segnalato agli organi competenti la non idoneità di questa offerta. Questo è secondo me un aspetto particolarmente positivo perché da la misura della creazione di una sorta di comunità virtuale di professionisti che si batte, discute ed esamina assieme aspetti della propria professione. Altro punto nodale è la partecipazione e condivisione che molti hanno attuato sui social network per far si che questo tipo di truffe online non avesse seguito.

La vicenda dimostra ancora una volta quanto rimanga alta la necessità di vigilare di modo che episodi di questo genere non possano ripetersi o che persone senza nessun titolo, senza nessuna competenza e senza nessuna esperienza professionale possano dare ad intendere di essere ciò che in realtà non sono.

Invito ancora una volta le persone che si rivolgono ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta di verificare attentamente se la persona alla quale si stanno rivolgendo ha i requisiti per effettuare questo tipo di professione. Farlo è semplicissimo: è necessario entrare all’interno del sito nazionale degli psicologi (www.psy.it) o sui siti degli ordini regionali e digitare il nome della persona nel campo di ricerca dedicato all’albo: questo permetterà immediatamente di verificare se la persona con la quale si sta lavorando è iscritta o meno all’ordine e con quale tipo di competenza, se possa, cioè, esercitare oppure no la psicoterapia.

Lavorare con professionalità è possibile se la vigilanza è attiva da entrambe le parti: da una parte i professionisti che vogliono difendere la propria professione, dall’altra le persone che si rivolgono ad uno psicologo e che devono avere l’accortezza di verificare la competenza delle persone con le quali intendono lavorare. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Se voleste conoscere l’opinione in merito dei colleghi:

Maria Grazia Rubanu: PSYBLOG:

Caterina Steri: GOCCE DI PSICOTERAPIA;

Enrico Maria Secci: BLOG THERAPY;

Pagina Facebook: PSICOLOGI SARDI CRESCONO.

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Pubblicato il 21 Ottobre 201325 Novembre 2014

La terapia sistemico individuale

La terapia sistemico individualeAbbiamo visto in alcuni post precedenti quali siano le caratteristiche dell’approccio teorico da me seguito, l’approccio sistemico relazionale ( LA TERAPIA SISTEMICO RELAZIONALE (1) E (2)). In questi due post ho cercato di evidenziare come, tra le varie caratteristiche dell’orientamento, c’è al primo posto la considerazione degli elementi relazionali della vita di un individuo, il peso, cioè, che le relazioni giocano per una persona. Tra i vari elementi emersi avevamo visto che un peso rilevante lo giocavano elementi come l’importanza della relazione; l’attenzione necessaria al processo di comunicazione; la considerazione dell’insieme di regole che il sistema relazionale condivide; il minor carico del singolo rispetto al sistema; la funzione del sintomo tanto per il singolo quanto per l’insieme; il peso della storia familiare; il ciclo vitale della famiglia.

Il punto di contatto tra questi elementi è il fattore ‘sociale’, il fatto cioè che si riferiscono al peso che le relazioni hanno sull’individuo. Questo comporta il fatto che questo tipo di approccio sia possibile solo con nuclei familiari? Mi è stato chiesto, infatti, dopo questa serie di articoli, se la mia terapia fosse solamente familiare, se, cioè, non fosse possibile fare una terapia individuale. L’idea di coinvolgere il proprio nucleo familiare, spesso ritenuto causa dei problemi che le persone portano, fa si che molti non gradiscano neanche l’idea di coinvolgere la propria famiglia, in un processo che sentono privato e personale della propria vita. Come si può ovviare a questa discrepanza? Si può fare terapia sistemica con un solo individuo?

Naturalmente la risposta è si. Nella mia quotidianità professionale, è più frequente che io abbia a che fare con singoli individui piuttosto che con gruppi familiari. La partecipazione della famiglia è più frequente nel caso di minori, ma devo dire che inizia a diventare più rara dall’adolescenza in poi quando, per varie ragioni, gli individui vogliono preservare quello che sentono come uno spazio personale e privato. Ci sono, naturalmente casi per cui è preferibile una terapia di tipo familiare piuttosto che individuale, ma sono casi analizzati, discussi e trattati col paziente stesso che mai deve sentire messa a repentaglio l’integrità del suo spazio terapeutico. Nella maggioranza dei casi, dicevo, la terapia avviene individualmente. Probabilmente vi starete chiedendo come può essere questa una terapia sistemica. In realtà, la terapia rimane sistemica ugualmente perché si basa sull’interiorizzazione delle relazioni da parte della persona stessa. Ognuno di noi, anche se non direttamente a contatto con le persone significative della sua vita, ha una sua rappresentazione personale delle persone e delle dinamiche che si svolgono all’interno del proprio nucleo familiare. Grazie a queste rappresentazioni, alla loro simbologia per il singolo, è possibile tenere a mente una cornice relazionale anche se in terapia si presenta solo una persona. Anche come singoli, siamo portatori di tutto quell’insieme di valori, credenze, relazioni che crea la nostra famiglia. E, come singoli, è possibile conoscere tutto questo, entrarne direttamente e consapevolmente in contatto ed agirlo con una diversa consapevolezza. Questo è il senso della terapia sistemico individuale. Attraverso il singolo arrivare alla rete relazionale simbolica all’interno del quale ognuno di noi si muove. C’è da tenere presente il punto di vista col quale vengono riportati i fatti: le cose che vengono raccontate in terapia non sono ‘vere oggettivamente’, dato che si ha una sola versione dei fatti. Mi spiego meglio: se un figlio litiga con un genitore, è probabile che entrambi diano versioni completamente diverse di come sono andati i fatti. Se ho il figlio in terapia, mi darà il suo punto di vista, e quella per lui è la ‘realtà’ di come siano andate le cose. Non è importante la ‘verità’ dei fatti, quanto la realtà per il soggetto che le ha vissute e che così le racconta e che su quella visione ha costruito la sua relazione con l’altra persona. Questo è forse il punto di partenza più importante per cercare di capire il senso di ciò che la persona porta in terapia. Capire come ci si relazione con gli altri e quale siano i fondamenti delle nostre costruzioni di senso della realtà. Questo costituisce le basi della terapia sistemica singola.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 2 Settembre 201325 Novembre 2014

Le sette (3)

Le sette (1)Molti studi in materia, per quanto lacunosi e problematici dato il silenzio che avvolge le persone che hanno subito questo tipo di esperienza, hanno evidenziato come molte delle persone che partecipavano a queste esperienze provenissero dalla classe media o da contesti sociali non particolarmente problematici sia dal punto di vista sociale che monetario. Il silenzio che avvolge questo tipo di vicende, a meno che non accadano fatti particolarmente eclatanti, porta anche a sottostimare il fenomeno. È stato ipotizzato che esistano in Italia circa cinquecento sette di tipo ‘religioso’ che coinvolgono circa l’1% della popolazione nazionale (600.000 persone circa) (fonte:  Maurizio Alessandrini, presidente dell’Associazione nazionale familiari delle vittime delle sette (Favis))

Spesso questi gruppi non costituiscono un problema per l’ordine sociale, anche perché non hanno nessun interesse ad attirare su di loro l’attenzione, specie dei media, ma in alcuni casi sono state legate a fatti di cronaca particolarmente efferati. Waco, I Cancelli del Cielo, l’Ordine Del Tempio Solare sono solo alcuni dei nomi di sette associate a veri e propri massacri.

Tornando alle caratteristiche individuali che possono spingere ad entrare in contatto con questo mondo due fattori possono essere importanti nello spingere ad entrare in questo tipo di organizzazioni. Da una parte veri e propri fattori depressivi che, non permettendo di riconoscersi come persone competenti o autonome può, ovviamente in casi estremi, portare a ricercare gruppi nei quali sentirsi accettati. Il secondo fattore credo possa essere, appunto, il senso di appartenenza o meno ad un gruppo. Se una persona ha buoni rapporti sociali, li giudica soddisfacenti e consoni alla sua vita, probabilmente non avrà bisogno di sentirsi accettato e difficilmente cercherà un tipo di gruppalità che sull’adesione ad alcuni valori, come abbiamo visto, ha costruito il suo collante. Questo senso di straniamento potrebbe essere caratteristico di fasi di passaggio della vita ‘normale’ delle persone e potrebbe causare delle ripercussioni sulla percezione del soggetto rispetto a se stesso.

Con questo non voglio dire che qualunque fase di passaggio coincida con il pericolo di finire in vicende di questo tipo. Credo sia necessario, però, prestare attenzione a questo fenomeno. Soprattutto credo sia necessario cercare di capire e di comprendere il perché una persona si rivolga a quella che crede una possibile soluzione. Al di là di tutte le generalizzazioni che necessariamente si devono usare per descrivere fenomeni così ampi, dobbiamo ricordare che dietro ad ogni singola scelta, anche quelle che sembrano più sconvenienti, vi è un bisogno, spesso un falso bisogno, che deve essere soddisfatto. Inviterei chi ha o chi ha avuto questo tipo di esperienze a rivolgersi all’Associazione nazionale familiari delle vittime delle sette oppure alle autorità competenti. Naturalmente sarebbe necessario anche un lavoro di supporto psicologico che consenta alla persona che è stato direttamente interessata dall’esperienza di elaborare e comprendere le ragioni profonde della sua scelta.

Avete esperienze in merito? Se voleste condividerle, potete contattarmi via mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure via telefono (392 0008369).

Vi lascio con i link che mi hanno consentito di elaborare questo post:

Associazione nazionale familiari delle vittime delle sette;

Centro studi nuove religioni; 

Wikipedia;

Se vuoi leggere i primi articoli clicca sul link: LE SETTE (1), LE SETTE (2)

A presto…

Fabrizio Boninu

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Pubblicato il 26 Agosto 201325 Novembre 2014

Le sette (2)

Le sette (1)Naturalmente, questo disorienta perché la persona si trova a non avere più punti di riferimento che possa ritenere sicuri. Su questo si innesta la possibilità che giochi un ruolo fondamentale il carisma del leader tramite il quale viene fatta una vera e propria ricostruzione di valori che l’adepto deve accettare e condividere con gli altri. Questo costituisce la base del collante del gruppo, la base di tutte quelle dinamiche cosiddette di in-group ( sono membro del gruppo, credo in determinate cose, sono vicino ai membri del mio gruppo) rispetto a delle dinamiche cosiddette di out-group (non riconosco coloro i quali non fanno parte del mio gruppo, non condividono i miei valori e non sono membri del mio gruppo). In molti casi, possono essere utilizzate sostanze psicotrope tramite le quali la volontà del soggetto può essere piegata oppure opportunamente manipolata. Su questo doppio binario (rispetto interno, mancato contatto con l’esterno) si muovono i membri del gruppo stesso. Questa è una delle differenze più macroscopiche rispetto alle religioni ‘ufficiali’: queste ultime sono infatti mosse dal proselitismo di massa, cercare di far diventare il maggior numero possibile di persone membri della propria fede. Nelle sette il processo di ‘reclutamento’ è molto più circoscritto e limitato come numero di casi, proprio perché l’adesione al modello deve essere totale e, come tale, deve essere inculcato nella mente del novizio.

Tornando brevemente a quello che abbiamo chiamato manipolazione mentale, possiamo notare come questo processo sia fondamentalmente basato sul ferreo controllo della vita dell’individuo. Nel momento che possiamo chiamare della ‘ristrutturazione cognitiva’, l’individuo non può essere lasciato in balia di agenti esterni che potrebbero convincerlo a tornare sui suoi passi, o potrebbero far fallire il processo di indottrinamento stesso. È perciò assolutamente necessario che la persona venga controllata in ogni aspetto ed in ogni fase del suo vivere quotidiano. Vengono per questo motivo, decisi a livello centrale e controllati aspetti come l’alimentazione, il sonno, il tempo libero. Spesso i novizi non hanno disponibilità di denaro, di modo che possano essere poco autonomi anche finanziariamente. Tutto questo crea due sensazioni che sono correlate tra loro: il senso di dipendenza e il senso di impotenza. Il senso di dipendenza è dato sia fattori pratici ( si è realmente dipendenti nel fare qualcosa dalla volontà di altri) sia da fattori psicologici (ci si abitua al fatto che qualcuno provvede e si occupi di quelle che ritiene le nostre incombenze quotidiane). Anche l’impotenza è legata sia a fattori pratici (non sembra si possa fare nulla che non sia stata decisa per noi) sia da fattori psicologici (ci si abitua all’idea che debba esserci qualcuno che debba pensare per noi, si conferma sempre di più l’idea che non siamo in grado di fare alcunché autonomamente).

Altro aspetto che nasce spontaneo, all’interno del gruppo, è quello dell’allontanamento di qualunque membro non sia o non voglia appartenere al gruppo stesso. Non è tollerata nessuna critica all’operato, non è tollerato, ne potrebbe esserlo per la sopravvivenza della setta stessa, alcuna voce critica, alcun pensiero libero che possa interrogarsi su quello che sta avvenendo. Ovviamente, è qui giungiamo ad un punto per me focalizzante, gli adepti delle sette non sono solo ‘vittime’ di quello che ho fin qui descritto. Sono i costruttori di questa nuova realtà, del quale hanno, probabilmente bisogno. Se è vero, infatti, che la realtà fin qui descritta possa apparire come mostruosa per molti, ad altri, per certi versi, potrà apparire addirittura rassicurante. Nel momento in cui una persona si trova deresponsabilizzata da tutto, accolta in un gruppo nel quale si riconosce e dai membri del quale è a sua volta riconosciuto, si trova a rappresentare la base attraverso cui queste sette si rinnovano e continuano. Sarebbe riduttivo pensare, poi, che le persone che vengono interessate da questo tipo di fenomeni siano emarginati oppure persone ai margini della cosiddetta società civile.

Se vuoi leggere il primo articolo clicca sul link: LE SETTE (1)

– Continua –

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Pubblicato il 15 Aprile 201325 Novembre 2014

This is England

This is EnglandIl film di cui vi voglio parlare oggi illustra in maniera emblematica come un ragazzo, tranquillo e pacato, possa trasformarsi nel perfetto esempio di un piccolo razzista intollerante ‘grazie’ alle compagnie che frequenta e alla mancanza di una guida adulta che possa fargli capire meglio il peso delle scelte effettuate. Mi riferisco a This is England (2006), del regista Shane Meadows. Il film ruota intorno alle vicende del protagonista Shaun, 12 anni.  Shaun ha perso il padre nella guerra delle isole Falkland ed abita con la madre in un anonimo quartiere di villette a schiera nella periferia di una città inglese. Shaun non gode di molta popolarità nella scuola che frequenta: è vittima della derisione dei suoi compagni per come si comporta o per come si veste. Dopo uno di questi litigi, nel quale è costretto a fuggire, Shaun incontra un gruppo di ragazzi più grandi. Il gruppo, vero protagonista del film, è composto da vari personaggi e condensano i vari stili dell’epoca in cui il film è ambientato. Il peso che il gruppo ha sulla storia di Shaun è molto rilevante e credo descriva bene il ruolo che il gruppo dei pari gioca in un momento così delicato com’è quello dell’adolescenza. Shaun si sente, probabilmente per la prima volta in vita sua, rispettato ed accettato e diventa una sorta di mascotte del gruppo che, in realtà, è costituito da persone più grandi di lui. La mamma non reagisce molto bene a queste nuove amicizie, pretende di conoscere i membri del gruppo e riesce in qualche misura a fidarsi di loro. E’ interessante notare questo passaggio perché denota diversi passaggi: da una parte la madre sente di ‘dover’ accettare il cambiamento che sta avvenendo nelle amicizie del figlio, dall’altro credo possa ben esplicitare il sollievo che un genitore solo si trova a dover affrontare al momento della crescita di un figlio e come può sentirsi sollevata dall’essere l’unico punto di riferimento per il figlio adolescente.
L’apparente equilibrio viene rotto dalla ricomparsa di un membro del gruppo, Combo, finito in carcere ed entrato in contatto con idee naziste. Questo ritorno provoca il disfacimento del gruppo ed origina una serie di interrogativi sull’essere dentro o fuori del gruppo. Anche questo passaggio è molto importante. Sottolinea la rilevanza del gruppo nella costruzione dell’identità sociale durante l’adolescenza.
L’appartenenza ad un gruppo con idee forti e condivise, qualunque esse siano, funge spesso da protezione e da paravento per molte delle debolezze che si percepiscono nel momento del cambiamento adolescenziale. Questo porta ad aderirvi incondizionatamente e cementa e fortifica l’appartenenza al gruppo. Questo spiega anche la radicalizzazione delle posizioni espresse durante l’adolescenza. Ovviamente la diversità di pensiero e di opinione non può essere tollerata, pena la morte del gruppo stesso e questo avviene anche nel film dove il nuovo leader del gruppo chiede apertamente a tutti chi è dentro e chi è fuori. Shaun, che ha bisogno del senso di appartenenza e accettazione che il gruppo gli fornisce, aderendovi viene coinvolto in una serie di episodi violenti e razzisti. Per questo credo che Combo possa essere simbolicamente considerato l’alter ego in negativo del gruppo. Così come, in una prima fase, il gruppo dei pari svolge per Shaun un ruolo di accettazione e comprensione, in seguito lo stesso gruppo (con qualche defezione), capitanato questa volta da Combo, finisce per esprimere tutti gli ideali di rifiuto e incomprensione dell’altro. Questi nuovi e pessimi ideali fanno presa su Shaun e sulla sua visione del mondo e, innestandosi su sentimenti di rabbia e di frustrazione, sfociano in atteggiamenti oppositori e antagonisti. Nel caso del piccolo protagonista del film si innestano specificamente sulla rabbia e sul rancore che Shaun prova per la prematura scomparsa del padre. E così, per un malinteso senso di onore e rispetto per la morte in guerra dell’uomo, Shaun si ritrova ad assistere ad episodi di violenza ed intolleranza che porteranno ad un epilogo tragico e doloroso, nel quale le generiche questioni di razza si tradurranno nella brutale violenza all’indirizzo di un membro del gruppo. Insomma un film doloroso e amaro che getta uno sguardo su quell’età di passaggio, sul peso degli amici, sul ruolo del confronto che, se non accompagnati, possono fare di questa età di passaggio un’età problematica come spesso avviene.
Un’ultima nota: il titolo, tradotto in italiano, significa questa è L’Inghilterra. La realtà che descrive, invece, credo non sia più solo una questione inglese ma quantomeno occidentale, e potrebbe adattarsi a segnalare il disagio diffuso negli adolescenti delle civiltà europee e nordamericane. Un fenomeno ben più diffuso di quanto il titolo faccia intendere.
Come sempre, nel caso doveste vederlo, fatemi sapere che ne pensate.
A presto…
Fabrizio
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Pubblicato il 30 Marzo 201325 Novembre 2014

Tanti auguri a noi (2)

Tanti auguri a noi (2)Anche se passato sotto silenzio, dato che non mi piace molto festeggiare i compleanni, questo mese ha segnato il secondo compleanno del blog. Nacque, infatti, il 1 di Marzo del 2011. Da allora molte cose sono successe, tante cose sono state pubblicate, tanti punti di discussione, incontri e scontri, molto spesso argomentati, altre volte veri e propri inutili insulti, che ho provveduto a pubblicare perché non mi si potesse accusare di mettere solo commenti a me graditi. Tanti, col tempo che passa, continuano a chiedermi chi me lo faccia fare, chi mi ‘costringa’ a coltivare un vero e proprio secondo lavoro che consiste non solo nello scrivere, quanto nell’organizzare la serie di articoli o di riferimenti che poi utilizzo per scrivere gli articoli stessi. La verità è che non saprei rispondere.

Credo che quello che mi spinge sia il mio profondo amore per la professione che esercito e che ho scelto di fare. Quella che dall’esterno può apparire come una ‘fatica’ (scrivere, leggere, organizzare, pubblicare, ecc.) è per me un vero e proprio piacere, è la possibilità, per me stesso innanzitutto, di poter fare il punto della situazione, riflettere, informarmi, incuriosirmi, appassionarmi, divergere. Insomma è una attività vitale, che permette di fare i conti prima di tutto con se stessi. Molte persone mi hanno detto che trovavano difficile capire come io potessi espormi così pubblicamente. Non ho mai ben capito che cosa intendessero dire. Questa frase mi fa sempre venire in mente il titolo del film di Marco Tullio Giordana (o l’omonimo libro di Maria Pace Ottieri) Quando sei nato non puoi più nasconderti. Ho sempre pensato che, dato che non possiamo più nasconderci, dovremo utilizzare e mostrare al meglio ciò che riteniamo di saper fare bene.

Per me si tratta semplicemente di perseguire e condividere ciò per cui ci sentiamo portati. Non è un esporsi quanto la ricerca di una prospettiva che necessariamente, passando per la condivisione, comporta l’esposizione. Che non è, però, che un effetto della volontà di costruire qualcosa con l’altro. 

 A presto…

Fabrizio 

P.S. Approfitto dell’occasione per farvi i migliori auguri di Buona Pasqua. Spero possiate passarla nel modo a voi più vicino.

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Pubblicato il 24 Marzo 201325 Novembre 2014

Come scegliere la scuola di specializzazione?

Come scegliere la scuola di specializzazioneHo parlato in altri post su cosa fosse la terapia sistemico relazionale (La terapia sistemico relazionale (1) e (2) pubblicate rispettivamente il 06.11.11 e il 26.11.12), dal momento che ho fatto una scuola con questo tipo di indirizzo. Mentre scrivevo quegli articoli, pensavo ad un’altra sfaccettatura che riguarda più in generale le scuole di specializzazione e coloro che si accingono a fare una scelta che, nel bene o nel male, caratterizzerà il tipo di formazione e approccio rispetto al proprio futuro professionale. La domanda è: come si sceglie una scuola di specializzazione? Vorrei chiarire subito due punti: in primo luogo non intendo fare una ‘classifica’ degli approcci che ritengo migliori, semplicemente perché una tale scelta apparirebbe come troppo semplificatoria e non ritengo che un approccio sia meglio dell’altro. Naturalmente ho le mie idee, le mie preferenze, ma credo che abbiano a che fare esclusivamente con me stesso. Se una scuola di specializzazione è ben condotta, è comunque un’esperienza formativa molto potente ed esaltante. La seconda osservazione riguarda la formazione nel mestiere dello psicoterapeuta. Se è vero che poche persone dopo aver finito una scuola di specializzazione intraprendono il percorso in un’altra scuola, è anche vero che sono assolutamente convinto della necessità di continuare il proprio percorso formativo durante l’intera carriera lavorativa. E non mi riferisco solo alla frequenza di corsi, quanto anche all’informarsi, all’aggiornarsi, al tenere d’occhio quelle che sono le tendenze contemporanee nel nostro lavoro. Solo in questo modo è possibile che il professionista sia effettivamente aggiornato su quello che lo circonda nel mondo professionale. Dovremmo entrare nell’ottica di una formazione costante necessaria per tutta la vita lavorativa. Andrebbe, infine, aggiunto e chiarito che non è necessario o scontata l’iscrizione ad una scuola di specializzazione. Molti colleghi, pur non avendola fatta, lavorano come psicologi. Si tratta di capire le proprie esigenze e le proprie aspirazioni e calibrare le scelte su queste. 

Torniamo al punto: come si sceglie la scuola di specializzazione? Credo sia un aspetto da ponderare bene dal momento che la frequentazione di una scuola di questo tipo comporta un cospicuo investimento sia in termini monetari che di tempo. Senza tralasciare le energie personali che devono essere profuse. L’offerta ormai è vastissima, si possono fare scuole di diverso indirizzo e in diverse sedi. Le mie indicazioni riguardano in generale il muoversi per ricavare informazioni che possano essere utili nell’orientarci in questa scelta:

  • il primo passo è informarsi sull’offerta formativa della scuola stessa, su come è articolata e su come quest’offerta si avvicina alle nostre preferenze;
  • possibilmente preferite scuole che esaltino l’aspetto esperienziale piuttosto che un metodo didattico frontale. Di quest’ultimo credo abbiate già fatto abbastanza esperienza durante gli anni universitari;
  • informarsi il più possibile circa il funzionamento pratico della scuola. Non abbiate paura di chiedere sia direttamente alla segreteria della scuola sia a coloro che frequentano le scuole stesse. Sui social network esistono gruppi di allievi o di ex allievi delle scuole ai quali potete rivolgere una serie di dubbi o curiosità in maniera più diretta o più immediata;
  • fate attenzione alle implicazioni pratiche della scuola, i giorni in cui essa è organizzata, i giorni di training o le altre esperienze che vengono proposte. Soprattutto per un lavoratore, potrebbe essere meglio un’organizzazione durante i weekend che durante la settimana;
  • cercate di chiarire anche gli aspetti più pratici all’atto di iscrizione. Chiarite preventivamente tutto l’investimento economico, quanto verrà a costare sia l’iscrizione che la quota mensile, di modo da non trovare sgradite sorprese al momento del pagamento. 

Credo queste possano essere delle regole ‘base’ per procedere con la scelta della scuola più adatta a voi. Se voleste, potete farmi sapere delle vostre esperienze facendo nascere, dalla condivisione, la possibilità di una scelta più responsabile.

A presto…

Fabrizio

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