Adolescenti e adulti competenti

Adolescenti e adulti competentiSpesso sento dire che non è facile che gli adolescenti comunichino con gli adulti, che non si riesce a comprendere cosa vogliano, che dicano di volere qualcuno che li ascolti ma che non sembrino poi in grado di comunicare. Eppure, e ne parlo anche per esperienza diretta, spesso accade la ‘magia’ per la quale lo stesso adolescente che non comunica, che non ascolta, che non condivide, elegga un adulto conosciuto come tramite personale tra il suo mondo e l’altro, quello adulto, che consideri degne di attenzione le sue parole e presti ascolto ad esse. Come si spiega la ‘magia’? Cosa fa si che questo rapporto possa essere costruito? Vi riporto in merito il passo di un testo che descrive molto bene quello di cui sto parlando. Il libro è di Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra con grande esperienza col mondo adolescenziale. Nel testo si delinea la differenza di rapporto di ragazzi con adulti ‘qualsiasi’, ai quali stentano a riconoscere un ruolo e, dunque, li appiattiscono in un ‘tutto indifferente’, e adulti competenti, adulti coi quali entrano in relazione, si aprono condividendo le loro paure e le loro vite. Cosa fa di un adulto un adulto competente? Sostanzialmente la competenza è data dalla possibilità che gli adulti hanno di credere in quello che fanno, che siano in grado di mettersi in gioco e di relazionarsi con empatia all’altro. Nel brano, come vedrete, si fa riferimento agli insegnanti, ma credo che il discorso sia estensibile ad ogni tipo di categoria. Eccovi il brano:

Generalmente per gli adulti la spavalderia degli adolescenti fragili è intollerabile. Non riescono ad apprezzarla e a divertirsi alle loro gag, perché al fondo delle comunicazioni c’è una certa dose di implicita denigrazione. Gli adolescenti di oggi affrontano gli adulti senza riconoscere loro alcun significato simbolico e senza regalare al ruolo sociale che svolgono un’importanza che meriti deferenza è timore reverenziale. Se gli adulti vogliono essere rispettati, è necessario che facciano o dicano qualcosa di interessante qui e ora, nella diretta interazione con l’adolescente e il suo gruppo. Ottengono rispetto e confidenza solo se hanno saputo dimostrare di conoscere il loro mestiere e di sapere spiegare bene a cosa serva la loro funzione. Che si tratti di un genitore o di un’insegnante, di un poliziotto o di un medico, di un educatore o di un allenatore il fatto che abbia l’età che ha e indossi quel ruolo, o eserciti quell’arte, o quel mestiere non gli regala alcuna importanza particolare agli occhi della tua spavalderia adolescenziale. Gli adolescenti sono portati a dare del tu a chiunque, convinti che non sono le differenze visibili quelle che contano, ma le competenze relazionali. Se poi un poliziotto o un prete, un allenatore o un assistente sociale dimostra sul campo di essere competente, allora si aprono trattative molto interessanti e gli spavaldi sono disponibilissimi all’ascolto.

Sarebbe utile ed interessante riuscire a capire le caratteristiche che deve avere un adulto per essere ritenuto ‘competente’ dagli spavaldi. È infatti molto complicato capire quali possano essere i motivi che fanno sì che fra un centinaio di docenti di una scuola solo quattro o cinque vengano ritenuti competenti. Sembra che l’amore che un insegnante manifesta per la propria materia sia molto apprezzato (…) purché comunichi la convinzione quasi delirante che quella disciplina sia fondamentale per la crescita e la realizzazione piena del sè: a queste condizioni viene posta la premessa affinché quell’insegnante sia ammesso al concorso per l’elezione al ruolo educativo di adulto competente. (…) Anche un certo livello di curiosità da parte del docente è generalmente molto apprezzato, purché sia fine a se stesso e sincero, non intrusivo e pettegolo. Agli spavaldi piace che il loro insegnante dimostri interesse per certe piccole vicende della loro vita, per alcuni incomprensibili riti della loro generazione, a cospetto dei quali gli adulti generalmente provano totale disinteresse. L’adulto competente, invece, se chiede è perché vuole capire, e quindi ammette di non sapere. E’ chiaro che non pretende di sapere ancor prima di aver chiesto delucidazioni. Se la domanda è pertinente, e documenta un certo rispetto per gli usi e costumi generazionali, allora gli spavaldi raccontano e spiegano bene, aprendo uno spazio ed un tempo di confronto educativo sulla quotidianità di enorme interesse ed utilità. Questo dimostra sul campo quanto sia utile ed interessante un confronto democratico fra la cultura adolescenziale e quella adulta. Ovviamente la spavalderia pone delle condizioni che non sono facilmente accettabili da ogni tipo di adulto, poiché pretende che dietro non vi sia alcun pensiero pedagogico o di curiosità intrusiva o di manovra seduttiva per carpire benevolenza d’ascolto a favore della propria disciplina.

Una volta deciso che hanno di fronte un adulto competente, gli adolescenti fragili e spavaldi ne fanno un uso intensivo, dimostrando quanto sia reale e profonda la loro motivazione ad attrezzare una relazione funzionale col mondo adulto e come sia cruciale per loro sentirsi in relazione. Quando viene stabilita una relazione educativa gli spavaldi accettano anche livelli molto elevati di dipendenza e ne sono consapevoli, perché la fiducia che sperimentano li autorizza a ritirare la denigrazione preventiva che è generalmente inalberano. [1]

Sarebbe da rivedere, dunque, il concetto che gli adolescenti non vogliano parlare con gli adulti. Anzi, credo sia per loro fondamentale riuscire a stabilire un rapporto costruttivo con uno di loro, un adulto che possa insegnare con l’esempio piuttosto che salendo in cattedra, che chieda perché interessato e non per ribadire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, che sappia ascoltare piuttosto che proclamare, che sia disposto a mettersi in gioco, che accetti il moto ondivago delle relazioni con un adolescente. Questo fa di un adulto un adulto competente per me. Con sempre maggior allarme mi rendo conto di quanto siano assenti figure adulte con queste caratteristiche nel mondo adolescente e mi chiedo quanto gli adulti siano disposti a mettersi in discussione, arrivando ad intuire come la mancanza di dialogo tra generazioni stia diventando drammaticamente sempre più pesante.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Pietropolli Charmet, G. (2008), Fragile e spavaldo, Editori Laterza, Roma, pp. 116-118

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Violenza su internet, consapevolezza e ascolto…

Violenza su internet, consapevolezza e ascolto...Non so se avete fatto caso, ma lo stillicidio di notizie di questo tipo è ormai quotidiano. Quasi tutti i giorni accade che una vicenda, condivisa su internet e sui diversi social network, qualunque sia il tema o l’argomento trattato, scateni una massa di commenti spesso triviali, retrogradi, incolti che lasciano attoniti. Non c’è alcuna remora nell’insultare, nel denigrare, nell’offendere persone che non si è mai conosciuti. Io stesso ho avuto esperienza diretta di questo modus operandi di molte persone: offese del tutto gratuite, scherni e dileggi semplicemente perché non si condividevano le mie posizioni.

Fin qui, direte, nulla di nuovo sotto il sole. Ho già affrontato l’argomento della deriva aggressiva del confronto su internet (clicca qui per saperne di più). La novità è che vorrei legare questo atteggiamento, che secondo me è la punta di un iceberg ben più grosso, con altri episodi che vedono protagonisti ragazzi adolescenti e internet. Convinto che l’associazione non sia per nulla casuale, si assiste anche in questo caso in maniera esponenzialmente sempre più frequente, ad episodi nei quali ragazzi (o ragazze naturalmente) adolescenti o preadolescenti condividano e diffondano loro foto private personali in atteggiamenti intimi, soli o con altre persone coetanee. Il mezzo informatico è ormai utilizzato quotidianamente da quasi tutti noi. E’ entrato a far parte della nostra esperienza giornaliera, un po’ come utilizzare il frigo o utilizzare la luce elettrica. Come tutti gli automatismi, non ci rendiamo neanche conto di utilizzarlo se non accadono degli intoppi nel suo stesso utilizzo. In questi casi però, quando ci si rende conto dell’intoppo, il danno è ormai fatto. E quando le conseguenze sono tragiche, gli ‘intoppi’ sono particolarmente pesanti. E’ accaduto a Cagliari all’inizio del mese di Febbraio, un fatto di cronaca particolarmente sconcertante: una ragazza di 16 anni pone fine alla sua giovane vita. Poco tempo e iniziano a comparire sulla sua bacheca di Facebook insulti e derisioni rispetto a quanto successo. Suoi stessi coetanei si avventuravano in battute di scherno e di irrispetto in un momento tragico. La domanda che mi ronzava in mente era: a cosa è dovuta quest’insensibilità? Cosa spinge dei ragazzi perfettamente ‘normali’ a compiere atti di questo tipo? Cosa spinge le persone ad insultarsi in maniera pesantissima su Internet qualunque sia l’argomento del quale si parla? Abbiamo parlato di insulti su internet, di atti osceni diffusi tramite internet e di cyberbullismo. Cosa unisce questi tre fattori?

Fondamentalmente credo che alla base di tutto questo ci sia la totale inconsapevolezza del mezzo che si sta utilizzando. Questo aspetto può riguardare sia adulti che ragazzi ma in questo post voglio concentrarmi sui secondi. Soprattutto i ragazzi, si trovano spesso soli a maneggiare e a gestire un mondo che è assolutamente più grande di loro e per il quale nessuno ha fornito loro uno strumento di comprensione. All’interno di Internet tutto sembra un gioco, tutto sembra facile, tutto sembra a portata di clic, tutto sembra possibile, e niente sembra avere conseguenze: tanto quella cosa li non è ‘reale’. È una realtà virtuale dalla quale si può uscire nel momento stesso in cui lo si desidera. Questo pensiero si trasforma spesso in una trappola. Un tempo la fruizione di internet era limitata all’uso di un pc: ora l’accesso ad internet è praticamente costante attraverso i telefoni. Molti ragazzi ne possiedono uno e hanno piani tariffari che consentono la navigazione su internet costantemente. Naturalmente molti pochi adulti si preoccupano di spiegare o di stare vicino a questi ragazzi nell’uso di tanta potenza. L’inconsapevolezza dei ragazzi, infatti è specchio dell’inconsapevolezza dei tanti adulti che non si preoccupano minimamente di aiutare o di dare degli strumenti di comprensione a questi ragazzi. Probabilmente non avendone avuto a loro volta. Sarebbe come se mettessimo loro in mano un’arma non spiegando come funziona, e stupendoci poi che l’uso di quest’arma possa provocare feriti o, peggio, morti. Ed anche questo è solo la punta di un disinteresse totale che il mondo degli adulti rivolge ai suoi ragazzi.

Presi da mille incombenze e, non di rado, spaventati dalla loro crescita, troppi adulti semplicemente li lasciano a loro stessi, senza nessun sostegno e senza nessun supporto, non fornendo loro nessuno strumento per capire il mondo all’interno del quale stanno iniziando a muoversi. Questo disorienta moltissimo i ragazzi che si trovano a non avere figure adulte di riferimento con le quali potersi confrontare e impedisce loro di acquisire la consapevolezza e l’autonomia necessarie nel mondo adulto. L’unica soluzione è un ripensamento totale del patto generazionale tra adulti e ragazzi. Stare loro vicini, fornire loro un orecchio (e un cuore) che li ascolti può veramente fare la differenza. Sento già l’obiezione che mi si potrebbe muovere, sopratutto da parte di chi ha figli adolescenti: ‘Ma io cerco di ascoltare mio figlio e lui che non vuole ascoltare o parlare con me!’. Cosa fare in questo caso? Non reputo necessario che l’adulto di riferimento sia uno dei due genitori. Succede spesso che durante l’adolescenza i ragazzi abbiano bisogno di disconfermare le figure genitoriali e debbano in questo senso metterglisi contro. Sta all’intelligenza degli adulti capirlo e trovare una ‘figura adulta fiduciaria’ che il ragazzo riconosce come degno di stima e del quale i genitori stessi si fidino. Attenzione, non sto parlando solo di psicologi: potrebbe essere un amico/a dei genitori, un parente, un allenatore qualcuno che possa fungere da intermediario tra la figura genitoriale e il ragazzo. Una persona che possa servire da riferimento ed affiancare i ragazzi nella consapevolezza di quello che stanno facendo.

Confrontandomi spesso, per motivi professionali, con la realtà di ragazzi pieni di tutto ma sostanzialmente abbandonati a se stessi, credo che qualunque passo fatto nella direzione di ascoltarli e supportarli non possa non essere l’obiettivo condiviso di ognuno di noi.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Il Killer invisibile (2)

Il Killer invisibile (2)Che pensate dopo avere letto questo allarmante trattato sulla pericolosità del monossido di diidrogeno? Probabilmente starete pensando alla necessità di controllare in quali alimenti esso è contenuto. Posso aggiungere che è contenuto in tutti gli alimenti che avete in casa. Qualunque sia l’alimento lo contiene. E, a pensarci bene, anche voi siete in buona parte formati dal monossido di diidrogeno. Il nome comune con il quale viene indicata questa sostanza è…. acqua. Monossido di diidrogeno è il nome chimico dell’acqua formata da un atomo di ossigeno (monossido) e due di idrogeno. Naturalmente, se rileggeste tutto il brano tenendo in considerazione che stiamo parlando solo di acqua, nulla di ciò che c’è scritto è in se falso. Per esempio è vero che l’acqua è ampiamente utilizzata nella produzione di Coca Cola, oppure che viene addizionata al vino. E’ vero che se ne fosse impedita la commercializzazione questo avrebbe conseguenze nell’economia mondiale, è vero che è pericolosa se viene a contatto con l’olio bollente, è vero che viene utilizzata nelle centrali nucleari. Tutto ciò che non è vero è il contesto o i toni con le quali sono state messe assieme diverse informazioni. Notate come l’uso di luoghi comuni divenuti vere e proprie fobie mondiali generi sospetto.

Parlare genericamente di multinazionali mondiali americane, Fondo Monetario Internazionale, Germania nazista, Organizzazione mondiale per il commercio, nominando alcuni presunti esperti senza fornire un minimo di prove o di bibliografia circa quello che stanno sostenendo, ingenera tutta una serie di aspettative in noi che porta semplicemente a temere ciò di cui stiamo parlando. Lo scopo di questo post è quello di cercare di portare l’attenzione su quello che è il modo di raccontare le cose. Il nostro raccontare (e raccontarci) costruisce la nostra realtà e quello delle persone che leggono (o ascoltano) quello che stiamo dicendo. Su internet, sui social network in particolare, circolano una serie di articoli la cui caratteristica è quella di ingenerare false aspettative o falsi timori. Raccontano di realtà misteriose, di cose pericolose, di sostanze inquinanti, di timori.

Il mio invito è quello di utilizzare al massimo il pensiero critico. Non aderiamo ciecamente a questi appelli. Non crediamo ciecamente a ciò che ci vien detto. Non beviamoci completamente tutto ciò che ci viene raccontato. Qualsiasi cosa, se decontestualizzata, può essere resa ‘misteriosa’ e ‘pericolosa’ come potete aver visto con l’acqua. Qualsiasi cosa può essere travisata, anche se è stata scritta con le migliore intenzioni. Viene da chiedersi del perché di tutto questo. Perché abbiamo bisogno di un pensiero così uniformato? Perché sembra che, proprio nel momento storico in cui abbiamo un accesso all’informazione che altre generazioni potevano solo immaginare, abbiamo la necessità di uniformarci acriticamente a quello che ci viene detto?

Oltretutto questo avviene facendosi guidare da emozioni come paura, timore ecc che spesso questi articoli suscitano in noi. Ho già affermato come credo fermamente che siamo i costruttori del nostro mondo: siamo noi che ci raccontiamo come funziona il nostro mondo e finiamo, in questo per crederci. Perché lasciare allora questa possibilità agli altri? Non lasciamo che altri instillino in noi timori che risuonano con le nostre ansie o con le nostre fobie. Diventare costruttori attivi del nostro mondo è assolutamente necessario e comporta una trattazione critica di quello che sentiamo o leggiamo. Sempre che il bisogno di credere fermamente all’altro non sia un modo per proteggerci da alcune cose di noi come, per esempio, la nostra assenza di opinione, oppure il peso di avere responsabilità. Ma credo sia un altro discorso sul quale, naturalmente, avremo modo di tornare. Torniamo costruttori attivi della nostra realtà: servirà per non perderci in un bicchiere di monossido di diidrogeno!

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Il killer invisibile (1)

Il killer invisibile (1)Il post di oggi riguarda un pericolo forse sottovalutato. Vi riporto il brano di un libro che affronta il problema.

Nel nostro paese ancora non se ne parla molto. Le associazioni ambientalistiche nostrane forse lo ritengono un argomento secondario rispetto ai pericoli ben maggiori rappresentati dall’elettrosmog o dagli OGM, ma all’estero la consapevolezza riguardo ai pericoli di questa sostanza, ribattezzata “il killer invisibile”, sta montando rapidamente. Sto parlando del monossido di diidrogeno (non è un errore di stampa: si scrive proprio così). Come il suo cugino, il terribile monossido di carbonio, questa sostanza è incolore, inodore e insapore, e uccide, spesso per eccessiva inalazione ambientale, svariate migliaia di persone ogni anno. Le informazioni riguardanti questo pericoloso composto sono apparse sinora solo sporadicamente sugli organi di stampa italiani, quindi mi sembrato opportuno dedicargli un capitolo apposito, anche nella speranza che coloro che si battono per l’ambiente e la salute pubblica inizino a considerare seriamente i pericoli rappresentati da questa sostanza chimica è ad inserirli nella loro agenda politica. Un libro recente, Chemistry, health and environment, riassume bene il problema, spiegando che il monossido di diidrogeno o DHMO, usato ampiamente nelle centrali nucleari e impiegato come solvente industriale, è il componente principale delle piogge acide, è uno dei responsabili dell’effetto serra, contribuisce all’erosione del suolo e dei paesaggi naturali. È presente nelle falde acquifere, dove penetra tramite la pioggia, arriva nelle nostre case, entra le nostre cucine dei rubinetti e finisce nei nostri cibi.c È molto difficile evitare la contaminazione perché, a differenza di altre molecole che possono essere filtrate, il DHMO si miscela completamente con l’acqua. Può causare ustioni anche gravi e ne è stata trovata traccia all’interno delle cellule tumorali.

Ecco le informazioni riportate dal Material safety data sheet, una raccolta autorevole di dati sulla tossicità di moltissime sostanze chimiche:

il monossido di diidrogeno è un prodotto non regolamentato, ma reagisce violentemente con alcuni metalli, come il sodio e potassio. Con il fluoro e con alcuni agenti disidratanti come l’acido solforico. Forma un gas esplosivo con il carburo di calcio. Si raccomanda di evitare il contatto con materiali di cui non si è prima verificata la compatibilità.

Il testo omette di dire che, a contatto con il sodio, il DHMO sviluppa gas idrogeno, elemento di cui è ricco, con il forte rischio di esplosioni. Ricordo che al liceo, durante le lezioni nel laboratorio di chimica ci divertivamo (incoscienti!) a incendiare l’idrogeno prodotto dalla reazione. Il DHMO diventa molto pericoloso se viene in contatto con l’olio bollente. Possibile,  vi chiederete, che nessuno faccia nulla perssare almeno una soglia di tolleranza generalizzata? Il monossido di diidrogeno ebbe un’importanza fondamentale per i nazisti.  Durante la seconda guerra mondiale la Germania non poteva accedere alle normali fonti di petrolio e aveva il grosso problema di produrre carburanti. Perfezionando un processo chimico chiamato “Fischer-Tropsch”, dal nome dei due chimici inventori, si tentò di produrre sostanze convertibili in benzina a partire dal monossido di diidrogeno e dal carbone, materia prima di cui la Germania era ricca. (…) Oggi alcuni economisti sostengono che bandire dal commercio il monossido di diidrogeno avrebbe conseguenze gravissime per l’economia mondiale, ma c’è chi insinua che questi esperti siano troppo vicini alle posizioni dell’Organizzazione mondiale del commercio e del Fondo Monetario Internazionale per essere credibili. Addirittura alcuni di loro hanno contratti di consulenza per grandi multinazionali. Forse la situazione risulta più chiara se coiamo che questa sostanza viene ampiamente utilizzata nella produzione di Coca Cola e di altre bevande gassate. E’ ovvio che le multinazionali alimentari, specialmente americane, non possono permettere che sia messa al bando. Tra l’altro, è una molecola comunemente presente in natura, anche se i chimici hanno trovato il modo di sintetizzarla artificialmente. Tornando agli alimenti, viene a volte addizionata al vino, secondo una pratica che risale all’antica Roma. La storia delle sofisticazioni alimentari è molto lunga: i romani già mescolavano il vino con l’acetato di piombo per renderlo più dolce. Aggiungendo che il monossido di diidrogeno creavano una miscelato tossica. Per fortuna alcuni alimenti come l’olio extravergine di oliva ne sono privi, ma è presente nel latte che comperiamo dalla grande distribuzione. L’industria però ha cominciato a produrre latte senza monossido di diidrogeno per l’alimentazione dei neonati. Il burro è uno dei pochi elementi in cui la presenza di questa sostanza è regolamentata da una soglia massima fissata per legge, mentre la panna da cucina a lunga conservazione venduta nei supermercati ne contiene sicuramente. Poiché è presente nel latte, il monossido di diidrogeno si ritrova in tutti latticini, anche nelle mozzarelle di bufala campana DOP. I formaggi stagionati ne contengono una quantità inferiore. Che cosa può fare il cittadino informato? Può cominciare segnalando il pericolo alle persone che conosce e che gli sono più care. In altri paesi si stanno già muovendo. Nel 2001 lo staff del deputato al Parlamento Sue Kedgley del partito dei Verdi della Nuova Zelanda, sollecitato da chi si batteva contro il monossido di di idrogeno, si dichiarò “assolutamente d’accordo con la campagna per bandire questa sostanza tossica dalla Nuova Zelanda”. [1]

– Continua –

[1] Bressanini, D. (2010), Pane e Bugie, Editore Chiarelettere, Milano, pp. 43-44

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Facebook fa male?

Facebook fa maleIl post di oggi segnala un articolo comparso su Repubblica che mi ha molto incuriosito. Si parla della possibilità che l’uso intensivo del più famoso social network, Facebook per l’appunto, possa fare male. Forse vi starete chiedendo chi dice questo. Qualche mio collega ha svolto uno studio sui rischi del frequentare troppo assiduamente il social network? Qualche università ha cercato di capire come funzioni la sovraesposizione da Facebook? Niente di tutto questo visto che la fonte di questa notizia è… Facebook stesso. 

Qualche tempo fa proprio sulla pagina di profilo ufficiale dell’azienda fece capolino un messaggio che faceva una correlazione tra il mangiare troppo e l’uso di Facebook. La frase esatta era: “Le torte di compleanno sono fatte dalle persone per stare insieme, mangiarne troppe fa male e Facebook è molto simile alle torte”. Sembra proprio che il social network stesso, consapevole dell’uso fin troppo intensivo che alcuni utenti, specie minorenni possono fare, invitata a non abusare dell’uso del social stesso.

Molti tra gli utenti che hanno letto l’avviso hanno risposto con ironia, molti sono stati infastiditi dall’invito alla moderazione che veniva fatto. E’ pur vero che questo annuncio pone un problema di considerazione di quanto alcuni dei comportamenti compulsivi che vengono coltivati tramite Facebook, possano portare, alla lunga, a dei veri e propri disturbi comportamentali per coloro i quali questi comportamenti attuano senza nessuna consapevolezza.

Sopratutto i ragazzi minorenni, non sembrano del tutto consapevoli circa le conseguenze che un abuso di questo tipo può provocare sulla vita e sui rapporti quotidiani con le persone. Al di là del fatto che non ci siano ancora prove e correlazioni circa disturbi su uso intensivo che questi strumenti possono provocare, valga, anche in questo caso una regola di buon senso: non esageriamo. E, sopratutto per i minori, non lasciamo che passino troppo tempo da soli di fronte ai social network. Se è vero, infatti, che ci hanno cambiato la vita, e lo continueranno a fare creando una piattaforma di condivisione che non ha uguali nella nostra storia, è pur vero che un uso moderato o meglio un uso consapevole del mezzo non possono che rendere questa esperienza ancora più completa e al riparo da eccessi che potrebbero rivelarsi pericolosi.

Qui il link dell’articolo che vi ho citato:

L’articolo è di Ugo Leo, Repubblica.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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La terapia coi bambini

La terapia coi bambiniIl post di oggi è dedicato alle riflessioni che scaturiscono dal lavorare a stretto contatto con le persone più belle che mi capita di incontrare: i bambini. Spesso, in terapia, sopratutto in quella familiare, i bambini vengono tenuti fuori da quelle che sono le dinamiche familiare perché, all’interno della seduta, possono essere fonte di ‘disturbo’. E’ sicuramente vero che una seduta di terapia familiare coi bambini è più difficile da gestire, ma più per il maggior numero di membri familiari presenti piuttosto che per ‘la chiassosità’ dei bambini. Costituiscono, di contro, degli ottimi elementi, spesso privi di inibizioni e convenzioni, che permettono di avere un quadro più preciso e brillante del funzionamento familiare stesso. Quando vedo dei bambini in terapia singola l’aspetto che più mi colpisce è la possibilità che si lasciano di fidarsi, di mettersi in gioco e di partecipare a ciò che viene loro proposto. Lavorare con i bambini, naturalmente, implica qualche accortezza in più necessariamente legata sia all’età del bimbo che al suo grado di maturità emotiva e mentale. Ad un bambino spesso non si possono fare domande dirette, è necessario avere risposte, passando da quello che è il modo in cui i bambini comunicano: il gioco. Tramite il gioco è possibile accedere ad una serie di significati o di fantasie che il bambino spesso non è in grado di verbalizzare e che non troverebbe altra espressione. Il gioco può concretizzare speranze e timori e costituire un valido elemento sul quale impostare la terapia stessa che prevede il riconoscimento, l’accettazione e il lavoro su quello che il bambino prova. Spesso dimentichiamo che lavorare con il bambino è abbastanza recente come concezione. Fino all’inizio dell’800 il bambino veniva visto come un piccolo ‘estratto’ dei genitori e si è invece cercato di relazionarlo dapprima con se stesso e con i propri vissuti (psicanalisi) in seguito con l’ambiente nel quale il bambino stesso cresceva. A questo proposito è interessante la posizione dello psicologo britannico John Bowlby (1907-1990) che, tracciando una storia del lavoro coi bambini, in uno studio commissionato dall’OMS, pubblicato nel 1951 col titolo Maternal Care and Mental Health, sancì questo:

Riflettere sul bambino e sulla sua storia, per cercare le origini delle difficoltà psichiche dell’adulto, ha rappresentato una svolta fondamentale nella storia della psichiatria e della psicoterapia. (…) Tradotto in centinaia di lingue, diffuso ampiamente in tutto il mondo, il rapporto commissionato a Bowlby dall’Organizzazione mondiale della Sanità rappresenta da molti punti di vista un simbolo efficace di questo passaggio decisivo. Smettendo di considerare le difficoltà del bambino come una conseguenza diretta del suo ‘essere in un certo modo’, sfatando i miti costruiti dalla medicina ottocentesca sull’eredità biologica del carattere, dell’intelligenza e delle qualità morali, le ricerche riassunte da Bowlby proponevano di collegare i comportamenti diversi del bambino, dal loro primo manifestarsi al loro eventuale cristallizzarsi, in sintomi o difetti, alla situazione concreta in cui egli viveva. Negli istituti o a scuola, in ospedale o in famiglia, il bambino viene percepito e presentato, da questo momento in poi, come un essere caratterizzato soprattutto dalla dipendenza affettiva e dal bisogno di adattamento a contesti che egli può contribuire a mantenere (…) ma su cui non ha comunque capacità di decidere.

Cosa discende da queste considerazioni?

Il consiglio che discende da questa considerazione è molto semplice. Nessun operatore sociale (e, dunque, nessuno psicoterapeuta) dovrebbe accettare di rispondere a quesiti specialistici relativi a un bambino senza esaminarlo nel vivo della relazione che egli ha con il suo ambiente. Nessuna decisione andrebbe presa relativamente a un bambino, di conseguenza, senza tener conto in via prioritaria dell’effetto che essa avrà nel contesto in cui il bambino è posto. [1]

E’ fondamentale dunque conoscere la situazione familiare all’interno della quale il bambino vive e basarsi su questa per capire le paure o le speranze che animano un bambino. Ed è per questo motivo che, quando mi viene chiesto un appuntamento per un bambino, il primo incontro viene fissato coi suoi genitori. Questo permette di farmi un quadro della situazione familiare e di poter meglio calibrare l’intervento col bimbo stesso. Insomma, saranno pure piccoli ma credo che le nostra attenzione e la nostra sensibilità debba necessariamente essere molto grande.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Cancrini, L., La Rosa, C. (1991), Il vaso di Pandora, Carocci, Roma, pag. 194

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Chirurgia estetica anti bullismo?

Chirurgia estetica anti bullismoIl post di oggi riguarda una preoccupante tendenza che sembra si stia diffondendo con facilità tra i genitori di bambini presi di mira per difetti fisici che possono andare dalle orecchie a sventola, al naso grosso. Secondo un articolo comparso sul Corriere della Sera, che riporta i dati dell’American Society For Aesthetic Plastic Surgery, l’associazione americana dei Chirurghi Plastici, il numero degli interventi di chirurgia plastica di questo tipo sarebbe aumentato del 30% negli ultimi dieci anni. Nell’articolo, si riporta il caso di Samantha Shaw, sette anni, sottoposta ad un intervento di otoplastica per correggere le orecchie. Questo nelle intenzioni dei genitori doveva servire a far cessare le continue prese in giro dei compagni di classe di Samantha. Ora le considerazioni che vengono in mente sono diverse. Se alcuni di questi difetti sono fisicamente impattanti e disturbanti anche per la conduzione di una vita ‘normale’, ben venga la possibilità di correggere e di rimediare a quello che viene percepito come un problema. E’ anche vero che spesso le continue prese in giro e gli atti di bullismo, soprattutto se focalizzati su una singola persona, possono risultare pesanti e destabilizzanti per l’autostima di una persona che proprio in quegli anni sta formando la sua personalità. E anche vero che nessun genitore immagino vorrebbe vedere il suo bambino deriso e dileggiato per una sua caratteristica fisica. E’ pur vero che anche considerate queste premesse, trovo che la notizia sia in sé abbattente e costituisca una pesante sconfitta educativa non solo per il ragazzo e per i suoi compagni, ma anche per i genitori. Quale messaggio passa in questo modo? Che l’unico modo per non essere presi in giro sia quello di adeguarsi alla richiesta del gruppo? O ci si uniforma o si viene sempre derisi? E quale genitore può considerare questa una soluzione al problema? Anziché intervenire a monte del problema, cercando di educare alla comprensione e al rispetto dell’altro, si interviene a valle, modificando il proprio aspetto per farlo diventare socialmente accettabile. Non so, non mi suona bene tutto questo. Sarebbe come se, dato che il surriscaldamento globale porta allo scioglimento dei poli, ci portassimo avanti sciogliendoli artificialmente. Così il surriscaldamento non potrà più farci nulla. Ecco, siamo sicuri che questa sia la soluzione più adatta? O non è forse un palliativo adatto a non affrontare più in profondità dinamiche che, se non risolte o affrontate correttamente, potrebbero ripresentarsi quando, anziché per il naso, verremo presi in giro per la macchina che guidiamo? Cosa faremo allora? Correremo in concessionaria per cambiarla?

In questo un ruolo fondamentale lo dovrebbero giocare gli adulti, ma temo che il morbo dell’uguaglianza fisica sia in parte frutto della loro visione, una scorciatoia emotiva che permette loro di sentirsi ‘bravi genitori’ per i figli e per non averli fatti soffrire. Certo, può essere assolutamente comprensibile la molla che spinge ad agire in questo modo, ma siamo sicuri che sia un buon esempio per i ragazzi? Credo che l’unica alternativa, anche se più lunga e costosa, sia quello di comprendere e supportare, più che correggere. Comprendere il disagio del ragazzo preso in giro, supportare la conquista di una sua autonomia emotiva che gli consenta di accettare i suoi piccoli difetti fisici come parte di lui anziché errori da correggere. Attraverso la scorciatoia chirurgica forse i risultati sembreranno più immediati ma, dal punto di vista psicologico, probabilmente più labili.

Intanto qui  il link all’articolo:

Naturalmente sono consapevole di quanto il discorso sia complesso e foriero di implicazioni psicologiche e sociali. Spero di aver dato solo uno spunto di riflessione. Qualora voleste raccontare il vostro punto di vista o la vostra esperienza non fareste altro che arricchire il dibattito.

A presto…

Fabrizio

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L’alfabetizzazione emotiva a scuola

L'alfabetizzazione emotiva a scuolaSempre a proposito del tema affrontato nel post Analfabeti delle emozioni pubblicato il 25 Febbraio 2013 (potete cliccare sul titolo in arancio per rileggerlo), ho trovato un interessante articolo riguardo al tema che si occupa di un punto particolare della stessa alfabetizzazione emotiva: l’alfabetizzazione emotiva a scuola. Tendenzialmente, consideriamo la scuola un luogo dove si Apprende: si apprende a leggere, si apprende a far di conto, si apprendono i confini degli stati e tante altre cose che costituiscono il ‘terreno di elezione’ dell’apprendimento scolastico. Un aspetto che raramente viene preso in considerazione è quello che riguarda la possibilità di trasformare la scuola anche in un grande laboratorio dove provare ad imparare quali sono le emozioni, imparare a riconoscerle, cosa comporta il viverle, come affrontare al meglio i momenti nei quali queste emozioni spiegano tutta la loro forza lasciandoci, talvolta, impreparati. In questo la scuola, lungi dall’essere l’unico ambito nel quale questa maturazione deve avvenire, e lungi anche dal considerare l’ambiente scolastico come unico depositario di un apprendimento così importante e così marcato, può, però, se affrontato con persone preparate che con questi temi possono avere una certa dimestichezza e facilità d’uso, diventare un ottimo strumento per portare l’attenzione su un dettaglio della maturazione e della crescita spesso ritenuto e considerato secondario ma che, invece può essere l’elemento che fa la differenza nella vita di una persona.

In proposito vi riporto un bel passo che illustra bene ciò di cui sto parlando: A volte, a scuola, ci imbattiamo in alunni che rispondono alle provocazioni dei compagni sempre nella stessa maniera – sempre aggredendo, ad esempio, o sempre subendo – senza tenere conto delle differenti entità delle offese. Ciò denota una sorta di risposta generalizzata, che non prende in considerazione le sfumature della situazione e del momento, l’intensità di ciò che è detto, operando una semplificazione della realtà che certo non giova ad arricchire la capacità di rispondere. Solo un adulto può aiutare l’altro a differenziare, prendendo in considerazione non soltanto ciò che appare ma guardando oltre, interpretando appunto le sfumature che non son immediatamente comprensibili. A volte abbiamo bisogno di aiutare a comprendere ciò che sta accadendo, traducendo un comportamento che può essere ambiguo oppure ad attribuire un significato diverso da quello che siamo abituati a dare. Il mancato esercizio di riconoscere e attribuire emozioni diverse può portare una persona a diventare un adulto con una ridotta competenza emotiva. Per questo motivo ormai si parla di alfabetizzazione emotiva, di quoziente emotivo, di competenza emotiva, che va acquisita di pari passo alla competenza cognitiva. Non dimentichiamo che l’apprendimento è molto influenzato dagli stati emozionali, dai quali può essere facilitato oppure ostacolato. Per questo motivo alterazioni, riduzioni, distorsioni della parte emozionale sono un campo di azione congiunto scuola-famiglia poiché influenzano tutta la persona sia nel ruolo di adulto che nel ruolo di figlio. Non è un compito da poco… ma non affrontarlo potrebbe mettere a rischio il corretto sviluppo del ragazzo. [1]

Il brano mi sembra interessante per diversi aspetti: ribadisce il ruolo di guida dell’adulto nella considerazione della comprensione del peso che l’emozione può giocare in un determinato frangente. L’adulto, come abbiamo accennato, deve essere in grado di percepire questo stessa differenziazione in se stesso: se anche egli ha difficoltà ad entrare in contatto con il suo lato emozionale, difficilmente potrà essere di grande aiuto o fare da guida, nel permettere al bimbo di entrare in contatto e maneggiare il proprio lato emotivo. Il secondo fattore che mi preme mettere al centro in questa discussione è il peso che il fattore emotivo ha sull’apprendimento stesso. Credo sia una di quelle esperienze che accomuna tutti: sappiamo quali scherzi può fare l’ansia in un’interrogazioni nella quale pensavamo di essere molto preparati. La sensibilità emotiva può far percepire le difficoltà del singolo alunno che può essere guidato alla comprensione e accettazione dei suoi stati d’animo. Solo il riuscire a stabilire un contatto con la propria realtà emotiva può portare a cercare di capire e comprendere quanto questo tipo di fattori possano influire non solo sul nostro apprendimento, quanto sull’intera possibilità di rapportarci con la nostra stessa vita. Non è un discorso semplice da fare, alla luce poi del disinvestimento sociale e il generale discredito che l’istituzione scolastica sembra vivere in questo periodo. Ma è un punto di partenza: impegnativo, difficile e forse gravoso da portare avanti ma necessario per cercare di non considerare la scuola solo come luogo di mero apprendimento accademico ma come porta d’ingresso principale per la formazione di individui maturi e completi. O quantomeno più consapevoli del loro mondo emozionale.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, Giunti Demetra, Firenze, pp. 98-99

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L’educazione alla crudeltà

L'educazione alla crudeltàAnche quest’anno, come ogni anno ormai, le feste di Natale hanno portato, come una piaga sempiterna, i circhi nella nostra città. Anche quest’anno si sono sprecate le polemiche circa la necessità di autorizzare e dare spazio ad uno spettacolo che definire vergognoso è assolutamente eufemistico. Non mi si venga a dire che quella di assistere e portare in scena questo tipo di spettacoli fa parte della nostra cultura, perché potrei rispondere che anche le uccisioni in piazza erano delle messe in scena che facevano parte della nostra cultura, ma spero conveniate con me che non ne debbano più far parte. Sembra, invece, che continuiamo ad essere particolarmente indulgenti nei confronti di questa tradizione e ogni anno le polemiche si riaccendono. 

Come ci ricorda la LAV, in Italia ci sono ancora 2000 animali prigionieri: la maggior parte di loro, come tigri e leoni, sono nati in cattività, mentre altri sono stati importati, spesso illegalmente. (…) un leone o una tigre del circo vivono in uno spazio di 3 metri quadri. La tortura è reale, se consideri le dimensioni medie di un circo e gli animali ospitati. La realtà dell’addestramento si basa sulla violenza, fisica e psicologica. Sulla paura del dolore fisico e sulla privazione del cibo. Il resto lo fanno i bastoni, le percosse, a volte anche i pungoli elettrici. In gabbia gli animali soffrono, anche se i circensi dicono di no. I segnali del loro malessere sono evidenti, basta solo saperli cogliere: in cattività sviluppano atteggiamenti stereotipati, come dondolarsi continuamente, o girare su sé stessi. (Fonte www.lav.it)

Dato il mestiere che faccio, uno degli aspetti che più mi colpisce è come alcuni adulti si ostinino a portare i bambini al circo. Mettetevi un attimo nei panni di un bambino: arriva in un posto magico, un posto che non c’è sempre. Che arriva solo in alcuni periodi dell’anno. Vede animali che non fanno parte della sua quotidianità fare numeri strani, obbedire a comando all’uomo che si relaziona con loro. Vede come spesso l’obbedienza sia ottenuta con urla o con colpi di frusta. Succedono delle cose che, nello stupore del bambino, non tornano. Perché un animale grosso come un elefante dovrebbe piegarsi per farsi salire addosso un essere piccolo come un uomo? Non dovrebbe comandare lui, essendo più grosso? Sa che questo succede nella vita di tutti i giorni: il più grande sa cosa sia giusto fare. In questo mondo magico tutto è rovesciato. Non comandano i più grandi e, per ubbidire, si utilizza la forza. 

L’ambiguità viene accentuata dal fatto che il clima generale è un clima di festa e gli adulti attorno a lui lo autorizzano a ‘godersi’ lo spettacolo. La nota sorda rimane e, tenendo a mente che ci troviamo nei panni di un bambino, non abbiamo gli strumenti cognitivi per comprendere questa situazione. Ma qualcuno degli adulti che lo circondano, che questi strumenti cognitivi dovrebbero, invece, aver maturato, si è mai domandato che tipo di messaggio sta dando al bambino facendolo assistere ad una tortura? Il messaggio che passa è, a mio avviso, di una violenza enorme: stiamo chiedendo loro di trovare divertente andare a vedere un essere che, per fare quello che sta facendo, è stato privato della sua libertà, è stato torturato, e viene costretto con la paura ad effettuare cose che la sua natura non gli imporrebbe di fare (come stare in equilibrio su una pedana). Stiamo facendo vedere ed insegnando loro ad infischiarsene della sofferenza di qualche essere vivente (sono ‘solo’ animali, no?), di non curarsi del suo dolore perché il MIO divertimento viene prima di tutto. Apprenderà così che il suo benessere può essere anteposto alla vita di altri e alle sofferenze che gli si devono infliggere perché si diverta. 

Come possiamo pretendere che i bambini siano empatici nei confronti delle sofferenze altrui se li abituiamo ad essere sordi a quello che vedono o a considerarlo divertimento? Questa riflessione è rivolta particolarmente a tutti quegli adulti che si scagliano, invece, così violentemente contro videogiochi considerati crudeli o sanguinari, e che invece sono così inspiegabilmente comprensivi nei confronti di uno spettacolo altrettanto crudele. 

Non credo ci sia nulla di educativo o di divertente in tutto questo. E non penso sia saggio continuare a ripetere come questo serva anche ad altro, come a far vedere animali esotici ad un bambino. Sarebbe meglio portarli in un parco o fargli vedere un documentario, sempre che non si possa fare un viaggio. Sarebbe meglio spiegare loro l’impossibilità di fare vivere questi animali da noi se non snaturando le loro stesse caratteristiche. I genitori sanno che la naturale curiosità dei bimbi li porta a voler essere in prima fila nei circhi, ma l’ambigua malinconia di quello che vedono non è costruttiva. In nulla. Sarebbe uno spettacolo perfetto solo se il nostro fine fosse desensibilizzarli.

Mi fa ben sperare che i dati diffusi dimostrino una inversione di tendenza rispetto agli accessi nei circhi: il numero di esibizioni è calato in un anno (2012) da 17.404 a 15.603 e gli ingressi, idem, da 1.135.037 a 1.121.758. Mi sembra che rimangano sempre troppe le persone che alimentano questo rimasuglio di altre epoche e sempre troppi i bambini che hanno la sventura di assistere, senza strumenti per comprendere e anzi rinforzati dall’idea che assistano ad una cosa divertente, ad uno spettacolo indegno.

Personalmente tornerò sotto il tendone di un circo quando lo spettacolo sarà libero da animali, quando vedrò artisti che hanno scelto liberamente di dedicare la propria vita allo spettacolo che interpretano. Fino ad allora non finanzierò più questi commercianti di finto divertimento e di vera sofferenza.

A presto…

Fabrizio Boninu

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I compiti per le vacanze…

Prueba1669Ci siamo. Le tanto sospirate vacanze di Natale sono arrivate. Per molti bambini e ragazzi è arrivato finalmente il momento in cui, essendo liberi dalle tante incombenze che caratterizzano la loro routine quotidiana, pensano di potersi dedicare a ciò che più piace loro. Questo sarebbe possibile se non avessero quello che per molti è un vero e proprio incubo da vacanza: i compiti delle vacanze appunto. Esistono due tipi di scuole al riguardo: coloro che reputano i compiti necessari per tenere in allenamento i ragazzi e coloro che li ritengono l’ennesimo modo per tenerli sotto scacco anche nei momenti in cui dovrebbero essere più liberi. In supporto alla seconda tesi ho trovato un interessante articolo che fa un elenco dei motivi per cui sarebbe preferibile che i ragazzi non avessero compiti durante le vacanze. L’elenco è stato stilato da Miriam Clifford, insegnante e blogger che si occupa del tema scuola attraverso InformEd, sorta di laboratorio di idee sulla scuola. Trovate il link in fondo al post.

Intanto i punti:

  1. Gli studenti  imparano tutto il tempo nel 21° secolo. In una società come la nostra, costantemente connessa e nella quale circolano una miniera di informazioni ovunque, non si può pensare che i ragazzi apprendano solamente all’interno del contesto scolastico. Questo rende in parte superflua l’idea di compiti da fare a casa, legati alla visione di tenere vive e fresche le conoscenze acquisite a scuola durante l’anno;
  2. Non necessariamente molti compiti equivalgono ad una maggiore realizzazione: non è detto cioè che assegnare compiti a casa faccia studenti più diligenti o più bravi a scuola;
  3. I paesi che assegnano più compiti a casa non sono i migliori. Spesso invece è vero il contrario. Per esempio il Giappone ha abolito l’utilizzo di compiti a casa per favorire il tempo in famiglia mentre paesi del nord Europa, come per esempio la Finlandia, hanno limitato i compiti a casa ad un impegno massimo di mezz’ora al giorno;
  4. Invece di assegnare compiti, suggerire che leggano per divertimento: invece di assegnare un compito si può cercare di far interessare ad una lettura libera, per divertimento, che consenta di superare la logica di imposizione dei compiti a casa;
  5. Non assegnare troppo lavoro durante le vacanze: è controproducente anche al momento del ritorno a scuola; 
  6. Invitare gli studenti a partecipare a un evento culturale locale: questo tipo di attività, oltre ad essere percepita come più attiva rispetto allo svolgimento dei soli compiti, può portare il ragazzo a conoscere aspetti della sua realtà che non avrebbe mai preso in considerazione altrimenti;
  7. Il tempo in famiglia è più importante nelle vacanze: spesso infatti è una delle poche occasioni nella quale tutti  i membri, essendo anche gli altri in vacanza, possono passare del tempo insieme, non distratti dalla mille incombenze quotidiane che portano spesso ad incontrarsi tutti assieme solamente a cena; 
  8. Per gli studenti che viaggiano durante le vacanze, i compiti possono ostacolare l’apprendimento sul loro viaggio: dovendosi portare i compiti appresso hanno meno tempo di dedicarsi all’esperienza che stanno vivendo; 
  9. I bambini hanno bisogno di tempo per essere bambini: il fatto di avere spesso doveri non aiuta molto questo aspetto; 
  10. Alcuni esperti consigliano una fine a tutti i compiti: il rischio è, come detto, quello del sovraccarico; 
  11. Inviare una lettera ai genitori per spiegare perché non si stia assegnando lavoro: questo punto è dedicato agli insegnanti che possono spiegare con una lettera ai genitori dei propri alunni per quale motivo non reputano necessario assegnare loro compiti;
  12. È possibile rendere le vacanze un momento per un “progetto aperto” per crediti supplementari: si può, cioè, affidare alla fantasia e alla creatività del ragazzo l’esecuzione di un compito che sia dal ragazzo pensato, progettato ed eseguito. Il progetto sarà poi valutato a seconda delle qualità che il ragazzo ha deciso di mettere in gioco; 
  13. Suggerire la visita di un museo: se a scuola si studia il Medioevo, una visita ad un museo che ha questo tipo di reperti può essere più interessante che l’ennesima scheda su un brano letto nel libro di storia; 
  14. Esortare gli studenti a fare volontariato durante il periodo di vacanza: questo genere di attività, come nel punto 6, può essere percepita come più attivante rispetto al fare semplicemente dei compiti, e può spronare il ragazzo ad impegnarsi in attività che lo portino ad interessarsi all’altro e ai suoi bisogni;
  15. Sviluppare un gioco di classe: prima delle vacanze è possibile costruire un’attività scolastica la cui fine può essere poi assegnata a casa, coinvolgendo anche altri membri della famiglia. Questo favorirà un maggior tempo che i membri passano tra loro; 
  16. Gli studenti possono imparare di più osservando il mondo reale, piuttosto che fargli fare compiti su quello stesso mondo;
  17. Fare escursioni a piedi: e utilizzare le impressioni registrate. Come per altri punti precedenti, un’esperienza diretta è spesso più formativa dello studio della stessa esperienza; 
  18. Dire agli studenti di visitare un parco divertimenti: concetti spesso astratti come le forze fisiche possono essere sperimentate direttamente con molti giochi presenti in questi parchi!
  19. I bambini hanno bisogno di riposo: come tutti noi, anzi forse sopratutto loro, hanno bisogno di un momento di stacco dalle attività quotidiane;
  20. Molti genitori e studenti non amano compiti delle vacanze: sulla veridicità di questo punto non sono molto d’accordo, perché da per scontato che i genitori vogliano passare più tempo coi figli durante le vacanze e non sempre le cose stanno così.

Come avrete notato, uno dei punti principali di questo elenco è quello di preferire delle attività pratiche piuttosto che mere attività scolastico/mentali. Il tempo che rimane libero può essere utilizzato per far vivere delle realtà (musei, volontariato…) che normalmente vengono solamente insegnate. Come accennavo nell’ultimo punto, questo comporterebbe passare e dedicare maggior tempo ai propri figli e per molti genitori, in vacanza a loro volta, potrebbe essere un impegno non da poco che eviterebbero volentieri per riposarsi a loro volta. Sarebbe interessante allora chiedersi a chi giovi che i figli abbiano compiti da svolgere anche durante le vacanze.

Che ne pensate? A che scuola di pensiero appartenete? I compiti sono per voi una cosa utile oppure una vessazione cui cercare di porre al più presto rimedio?

Se voleste leggere l’articolo per intero, solo in inglese, cliccate qui

A presto…

Fabrizio Boninu

P.s. Dato che siamo in tema di vacanze natalizie, approfitto per fare a tutti voi un augurio di Buon Natale:)

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L’empatia fa la differenza in terapia?

L'empatia fa la differenza in terapiaIl post di oggi riguarda un interessante articolo del Corriere della Sera che tratta il tema del rapporto tra medico e paziente. Secondo uno studio condotto su 21 mila pazienti diabetici, il rapporto che si instaura tra medico e paziente è fondamentale e necessario alla riuscita della terapia. Questo non deve sorprendere, alla luce del peso che i fattori relazionali giocano nel fidarsi o meno del percorso terapeutico che si intraprende. Provate a pensare alla vostra esperienza personale: seguireste più volentieri e più assiduamente una cura prescritta da un medico di cui vi fidate e con il quale avete instaurato un buon rapporto, oppure seguireste comunque la cura anche senza questa premessa? Naturalmente credo che la risposta sia scontata e testimonia appunto dell’importanza che la relazione, un fattore considerato immateriale e non importante nella terapia, perché difficilmente valutabile, viene spesso messa in secondo piano, dopo la cura. In realtà la relazione è da considerare parte importante e fondamentale della cura stessa. In questo gioca un ruolo la capacità del medico di riuscire a stabilire una relazione empatica. Non è scontato e non è un fattore di poco conto.

Empatia è la capacità di relazionarsi con i vissuti e i sentimenti dell’altro, comprendendoli ed accettandoli cercando di rimanere fuori dal giudizio e dalla critica. E’ un aspetto importante nella relazione, ma diventa fondamentale se le due persone coinvolte sono all’interno di una relazione terapeutica. Lo studio, per il quale, qualora lo vogliate vedere, c’è un link diretto alla fine del post, ha rivelato che quelli che avevano un medico empatico hanno seguito meglio le terapie e sono stati ricoverati ben tre volte meno in ospedale per complicanze legate alla loro malattia. Il motivo è che questi malati, secondo lo studio, hanno aderito meglio alle prescrizioni perché sono state spiegate loro con chiarezza e pazienza, e da qualcuno che aveva ottenuto la loro fiducia.

L’empatia del medico è stata valutata tramite questionari che sono stati somministrati ai pazienti. E’ interessante notare come questo aspetto venga annoverato tra i criteri di successo dagli stessi operatori sanitari per cui è forse più evidente come l’importanza della relazione sia parte integrante della cura. Ovviamente la relazione, in una professione come quella sanitaria, comporta un carico emotivo decisamente pesante e complicato da gestire soprattutto per quegli operatori che non hanno competenze o non hanno investito su questo tipo di conoscenza a livello personale (penso soprattutto a reparti con malati gravi o con malattie terminali) può portare a far si che i medici disinvestano sulla relazione per non essere investiti o coinvolti in un aspetto emotivo che può essere impattante da gestire. 

La consapevolezza sull’importanza della relazione sta, però, incrinando questo disinvestimento a favore del fatto che la preparazione, esperienza ed aggiornamento devono rimanere (…) le prime qualità da ricercare in professionisti nelle mani dei quali si mette la propria salute, tuttavia, in un periodo in cui la medicina viene sempre più percepita, dagli stessi medici, come fin troppo informata da algidi algoritmi, tecnologia e obblighi amministrativi, l’importanza di stabilire una sintonia emotiva con i pazienti forse dovrebbe essere riscoperta e valorizzata, anche per rivendicare alla professione medica la sua titolarità di «arte».

Insomma, uno studio ed una riflessione interessante sul peso della relazione nel mondo della medicina.

Qualora voleste leggere l’articolo cliccate qui 

L’articolo è di Luigi Ripamonti. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Cosa chiedono gli insegnanti alla scuola?

Cosa chiedono gli insegnanti alla scuolaDopo il post Cosa chiedono i genitori alla scuola?  è venuto il momento di affrontare l’altro punto di vista quello degli insegnanti. Il rischio, se non si prendono in considerazione più punti di vista in gioco, è il fatto che ogni soggetto del contenzioso è convinto che la responsabilità sia completamente dell’altro senza valutare che questo gioco disfunzionale si alimenta con il contributo di tutti, perché ognuno fa qualcosa che non dovrebbe fare e non fa ciò che dovrebbe fare. [1] Uno dei primi e più importanti errori di valutazione è proprio questo: essere convinti che la responsabilità di ciò che succede all’interno di un sistema come quello scolastico, sia di una e non invece delle parti. Come attori in gioco sullo stesso piano, andrebbe tenuto presente, infatti, che ogni singola parte gioca un ruolo fondamentale nella definizione del tutto e che qualunque azione, anche la più lieve possibile, produce delle conseguenze sulle altre parti del sistema stesso. Torniamo al tema: cosa chiedono gli insegnanti ad un genitore? Sostanzialmente di essere sicuro e fiducioso delle scelte che compiono la scuola nel suo complesso e i singoli insegnanti (…) nei confronti di suo figlio e soprattutto di essere riconosciuta capace di leggere altro rispetto a ciò che il genitore sa del proprio figlio perché la realtà della classe, che è condizione di confronto e a volte anche di scontro, è diversa da quella di casa, e perciò i comportamenti del singolo alunno possono essere molto diversi da come il genitore se li immagina. I docenti sono stanchi di non essere creduti solo perché dicono qualcosa di diverso da quello che i genitori vorrebbero sentirsi dire sul proprio figlio. [1]

Questo passaggio è molto importante perché contiene una delle critiche maggiori che i genitori rivolgono agli insegnanti quando viene fatto notare loro che il figlio, all’interno del contesto scolastico, non è quel docile agnellino che loro sono abituati a vedere in casa. Questo rilievo provoca spesso, nei genitori, un senso di spaesamento, come se fossero stati messi di fronte al fatto che non conoscono il loro figlio. La reazione può essere diversa, ma quella tipica non è mettere in discussione la veridicità di quello che viene loro detto, quanto il fatto che l’insegnante non capisca, non riesca a leggere tra le righe del loro figlio. Ma se lo fraintende così tanto, o non lo conosce o non lo capisce, come può quello essere un buon insegnante? E come può una scuola seria accettare nei suoi ranghi un insegnante così poco capace di leggere i suoi alunni? Insomma,  il passo per una squalifica ben più ampia è veloce e può portare non solo ad estremizzare le posizioni ma anche a cercare alleati (gli altri genitori i cui figli avranno le stesse possibilità di non essere conosciuti bene!). Un punti nodale che dovremmo sempre tenere a mente riguarda, secondo me, il considerare sempre il sistema all’interno dei quali gli individui si muovono.

Se è vero che vostro figlio può essere il bambino più bravo del mondo in casa, è vero che a scuola, all’interno di un sistema più ampio e ben più complesso, si trovi ad affrontare e a reagire ad aspetti che a casa non possono succedere. D’altronde non c’è niente di più facile che pensare alle innumerevoli variabili all’interno del mondo scolastico che possono tramutare un bambino tranquillo in un bambino più complesso da gestire: altri compagni, contesto competitivo, continue richieste, compiti, esposizione, prestazione ecc. Quale bambino potrebbe comportarsi perfettamente come in un ambiente domestico? Il punto allora è: quanto possiamo accettare di non conoscere nostro figlio? Purtroppo le conseguenze di questa scoperta, apparentemente non piacevole, può portare a prendercela con la scuola che, pensiamo, non sappia capire o non sappia valorizzare il nostro ragazzo. Fermarsi e considerare tutti i possibili fraintendimenti, può essere particolarmente risolutorio nel momento in cui, invece di accusare o di delegare, ci si ferma a capire il nostro ruolo in tutto questo. Certo non è un compito facile, ma se lo si affronta dal punto di vista strutturato, può veramente far percepire la possibilità che si possa costruire un vero e proprio patto formativo che preveda l’interazione e l’integrazione dei diversi attori in gioco: scuola-genitori-ragazzi.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, Giunti Demetra, Firenze, pp. 20-23

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La paura di aver paura

La paura di aver pauraQuesto post è dedicato ad una delle emozioni più ancestrali che guida la vita dell’uomo: la paura. Cos’è la paura fondamentalmente? Come abbiamo accennato, è una delle emozioni primarie che accomuna gli uomini agli animali, una sensazione istintuale attraverso la quale, percependo un pericolo reale o presunto, vengono attivate tutta una serie di reazioni fisiche e psicologiche che fanno percepire un senso di pericolo o un bisogno di fuga, le sensazioni fondanti della paura stessa. Ovviamente esistono gradi diversi di attivazione di questa emozione. I gradi sarebbero in ordine crescente: timore, ansia, paura, panico, terrore. Se ci pensiamo, la sensazione di paura è l’emozione che ci ha garantito la sopravvivenza evolutiva. Perché allora questa emozione è una delle più vituperate? Se è stata selezionata filogeneticamente, è evidente che ha delle implicazioni rispetto al nostro stesso profilo evolutivo. Eppure, come dicevo, è una delle emozioni dalle quali si cerca di sfuggire più spesso. Come se ci facesse paura la stessa idea di poter avere paura. In effetti è una delle cose dalle quali cerchiamo di fuggire più spesso. Semplicemente non vogliamo avere paura, vogliamo sentirci sicuri e protetti. Eppure questa odiosa emozione si ripresenta spesso all’improvviso, soprattutto sotto la forma familiare dell’ansia, disturbo percepito con sempre maggior fastidio.

Ma se c’è una cosa che credo di aver imparato in questi anni, è quello che più che fuggire dovremmo imparare a stare. Stare sull’emozione, stare sulla sensazione, stare sul disagio. Anche se questo stare è scomodo, pesante, difficile. Anche se vorremmo fuggire a gambe levate facendo finta di niente. Credo che proprio qua si annidi il punto. Se fuggiamo, se facciamo finta di non averla, non possiamo portare l’attenzione su cosa l’ha causata, su quali siano le ragioni che quella paura ci fa sentire, qual è il senso di questa paura rispetto alla nostra storia. Se riusciamo a stare, a non fuggire, possiamo apprendere qualcosa di nuovo su di noi, cosa ci spaventa, cosa provoca in noi. Non è una cosa da poco perché comporta una nuova consapevolezza su se stessi. E non è neanche una cosa facile perché va contro tutta la nostra esperienza che è appunto quella di sfuggire, di cercare di evitare ciò che ci fa stare male. Se è una reazione comprensibile (chi vuole stare male?), credo che alla lunga sia controproducente dal momento che la fuga non permette di affrontare o conoscere il nodo che quella paura ha portato. 

In merito a questo c’è un brano che descrive molto bene ciò che intendo: credo che una buona salute mentale sia determinata non tanto dall’evitare le emozioni negative, quanto nella ricchezza di espressioni emozionali differenti che possiamo mettere in campo. Non è negativo avere paura di una situazione nuova, ma può diventare disfunzionale se non provo a cercare risorse, dentro o fuori di me, che mi permettano di provare il coraggio di affrontare la mia paura, piuttosto che “rimuoverla” attribuendo ad altri o alla situazione il mio senso di sofferenza. Non è detto che riesca a superare la mia paura, ma posso provarci. Se non creo questa condizione, è probabile che la paura prenda il sopravvento e mi faccia credere che quello è il solo modo di affrontare l’altro o le situazioni in genere. [1]

La mancata accettazione di queste nostre emozioni ci porta spesso ad agire la rabbia o la deresponsabilizzazione che, se ci pensiamo bene, non fanno altro che allontanarci ancora una volta dalla nostra paura, e ripetono inesorabilmente quel circolo vizioso per cui non ci conosciamo-ciò che intravediamo non ci piace e ci spaventa-fingiamo che non esista-continuiamo a non conoscerci. L’unico modo per spezzare il circolo, per quanto doloroso sembri, è quello di portare la propria attenzione sul momento stesso del disagio e quindi, in buona sostanza, cercare di accogliere la nostra stessa emozione.

Nonostante possa farci paura l’idea di avere paura.

Che ne pensate?

presto…

Fabrizio 

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, Giunti Demetra, Firenze, pag. 164

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