Non vi nascondo che ho in mente questa riflessione da parecchio tempo e credo di aver avuto delle difficoltĆ a metterla per iscritto. Se voleste seguirmi, proverò a spiegarmi meglio. Un ideale punto di partenza potrebbe essere la considerazione su quella che (temo) sia una delle tendenze che noto più spesso in questi tempi: la tuttologia. Questa tendenza affligge tutti coloro i quali,Ā non avendo specifiche competenze in determinati campi (economia, salute, ecc), si vedono invece depositari dello scibile umano e si sentono in dovere di ribadirlo con gli altri, magari anche con persone che stanno faticosamente cercando di costruire unaĀ propriaĀ competenza in un campo specifico. Talvolta questo avviene con modi non propri mirabili e i tuttologi puntano il dito su quanto ‘gli altri’ non capiscano niente, quanto non comprendano il mondo, come le cose andrebbero fatte in altro modo, o nel peggiore dei casi, che tutto quello che viene fatto/detto/scritto non sia mosso dalle migliori intenzioni.Ā Ć capitato con alcuniĀ argomenti trattati su questo blog: i post sulle cosiddette teorieĀ riparative o quello sull’omogenitorialitĆ hanno provocato una serie di commenti e di mail nonĀ propriamenteĀ edificanti. Ā Sono stato accusato di non essere obiettivo, di nascondere delle informazioni, di essere poco trasparente.
Sono d’accordo sul fattoĀ che le posizioni possano essereĀ messe in discussione, d’accordo che si possa criticare tutto (sono il primo aĀ spingere in questa direzione!). Ciò che, invece, non comprendo sono le posizioni di coloro che, non avendo strumenti per parlare del tema specifico, irridono i temi trattati e passino dalle critiche sui temi proposti a contestazioni di tipo personale (sono ‘dalla parte di’, ‘nascondo informazioni’, ‘travio le persone’, ecc). Come hoĀ avuto modo di notare e segnalare più volte, questo avviene senza freni particolarmenteĀ nelle interazioni su internet. Da queste premesse sono nate le domande: che cosa origina tutta questa acredine nelle discussioni? Da doveĀ viene questa presunta sicumera? Da dove arriva questa insopportabile saccenza per la quale tutti ostentano di sapere tutto di tutte le cose e irridono gli altri per le proprie posizioni?Ā Dove origina l’incapacitĆ Ā ad accettare le competenze altrui? Se dovessi riassumere queste domande con una sola probabilmente sarebbe:Ā perché molti pretendono di cambiare il mondoĀ partendoĀ dagliĀ altri?
Non volendo specificamente entrare sul tema della competenza e sul conseguente appiattimento nel quale chiunque sembra potersi pronunciare su tutto, l’aspetto che più mi colpisce riguarda il fatto che tutti hanno il desiderio di voler migliorare le cose partendo dagli altri. Ć l’altro che deve cambiare, ĆØ l’altro che deve apportare delle modifiche, ĆØ l’altro che deve mutare, ed ĆØ sempre l’altro che deve iniziare a farlo. Ć raro, invece, che una persona inizi partendo daĀ sĆ©,Ā ĆØ raro che una persona cominci a pensare di voler cambiare le cose partendo da quello che può fare (o può smettere di fare) per migliorare il mondo o, più semplicemente, una discussione, ed ĆØ sempre più raro che una persona metta in discussione le sue scelte, i suoi stili, i suoi pensieri per iniziare a modificare quella che ĆØ la societĆ che ci circonda. L’altro ĆØ in malafede, l’altro non ha capito nulla, l’altro ĆØ prezzolato. L’altro DEVE cambiare il suo atteggiamento/pensiero/azione/emozione. Noi, invece, andiamo bene cosƬ.
Qualche tempo fa avremmo potuto etichettare questo automatismo con termini come scissione e proiezione, due tra i meccanismi più primitivi di difesa. Individuata una parte di noi che non ci piace, la scindiamo e la proiettiamo sugli altri potendo, in questo modo, criticare una parte che sentiamo nonĀ appartenerci. Questa parte non ci appartiene, appartiene all’altro, eppure ci fa arrabbiare molto. Da dove deriva tutta questa rabbia? Una possibile spiegazione potrebbe essere che questa parte ‘rifiutata’ inĀ realtĆ sia a noi molto vicina e che questa scissione, questo non riconoscimento per una parte cosƬ importante di noi, per quanto non ci piaccia, provoca una profonda rabbia. A questa spiegazione possiamo aggiungerne una più generale e cioĆØ cheĀ le persone, sempre più consapevoli dellaĀ complessitĆ del mondo che ci circonda, nel quale con sempre più fatica si distingue tra le diverse posizioni, avvertendo la minoreĀ influenza del proprio peso e il conseguenteĀ senso di impotenza, reagiscano cosƬ, con rabbia. E questa rabbia spesso si sfoga su chi si espone, su chi cerca di fare.
Da qui voglioĀ partire. Sovvertire questo meccanismo in me. Non chiederò a voi di cambiare per migliorare il mondo nel quale viviamo: lo chiederò a me stesso. Conoscete i buoni propositi per l’anno nuovo? Ecco, anche se inizio anno ĆØ oramai lontano, quest’anno come buon proposito voglio iniziare da me. Voglio essere sicuro di fare del mio meglio nel mio campo per cercare di migliorare, nel mio piccolissimo, la nostra societĆ . Non voglio dare suggerimenti, non voglio dare consigli, non mi intendo delle cose che fanno gli altri, non sono in grado di sostituirmi a chiunque e non ho il sapere su tutto. Ho scelto una professione, una professione delicata e complessa, ho deciso di investire in questo campo, ho deciso di formarmi in questo campo. E questo non mi da la possibilitĆ di essere esperto in altri campi ed ĆØ per questo che mi fido e affido alle competenze degli altri. Come disse qualcuno tanti anni fa, l’unica cosa che so ĆØ di non sapere. Per questo non mi voglio arrogare il diritto di contestare, criticare o denigrare quelle che sono le competenze degli altri. Io parto da me, e posso solo garantire il mio impegno e la mia passione. Anche i miei errori. Quello che non voglio fare ĆØ migliorare il mondo in cui viviamo partendo daĀ voi. Credo sarĆ il cambiamento, l’impegno, laĀ passione che ognuno di noi può esercitare su se stesso a cambiare le cose. E non la criticaĀ aprioristica delle posizioni degli altri. Partirò da me, da quello che faccio, da come mi comporto, da come reagisco, da come mi arrabbio.
Cercherò, per quanto sia più facile e più semplice, di non limitarmi ad incolpare gli altri, di ritenere tutti gli altri, eccetto me stesso, responsabile di quello che ci circonda. E credo non sarĆ facile, in questa continua rincorsa alla ‘colpa degli altri’ e alla incapacitĆ di osservare se stessi. Mi sono stancato di partire dall’altro, mi sono stancato di attribuire all’altro. Provo a rivolgere lo sguardo su di me, cercando di vedere cosa faccio, dove posso migliorare, dove ancora sbaglio eĀ perché lo faccia.
Parto da me e su me cerco di stare, prendendomi laĀ pesanteĀ responsabilitĆ di quello che creo e di come lo creo. Cercando di non cadere nella facile tentazione di accusare gli altri come soli responsabili di quello che mi/ci succede.
Ā
A presto…
Tutti i diritti riservatiĀ



interessante , condivido in gran parte , pero credo necessario espandere I concetti .
Giuseppe
interessante.
questo argomento andrebbe trattato nelle scuole come educazione civica e trasmesso alle famiglie.Molto interessante.
… Non c’ĆØ bisogno di essere ONU, Gandhi o grandi leader mondiali per fare e vedere il cambiamento. E’ meglio che il cambiamento siamo noi, prima che ci cambino gli altri, magari omologandoci in massa dietro un banale slogan del tipo “oppositivo purchĆØ sia”, senza un’idea propria, senza coraggio, e senza che nemmeno ce ne rendiamo conto!!!
āNon ĆØ la specie più forte a sopravvivere, e nemmeno quella più intelligente ma la specie che risponde meglio al cambiamentoā.
Charles Darwin
āNon cāĆØ nulla di immutabile, tranne lāesigenza di cambiareā.
Eraclito
“Se non ti sposti mai di un centimetro vuol dire che non ti stai muovendo e che sei un monumento”.
Mick Mc Gahey
āCambia prima di essere costretto a farloā.
Jack Welck
“Quello che non voglio fare ĆØ migliorare il mondo in cui viviamo partendo da voi. Credo sarĆ il cambiamento, lāimpegno, la passione che ognuno di noi può esercitare su se stesso a cambiare le cose. Io parto da me.”
Fabrizio Boninu