Gli adolescenti e la noia (3)

Gli adolescentiAdulti invidiosi e mal disposti, li definisce l’autore. Invidiosi di cosa? Cosa può invidiare l’adulto a questi giovani perennemente annoiati e in crisi con la propria vita? Le cose che possono suscitare invidia sono diverse: la vitalità, il tempo, le possibilità, le occasioni, le infinite prospettive che si trova davanti, le opportunità, le esperienze da fare. Non che questi aspetti non possano far parte del mondo adulto, ma spesso molti, una volta cresciuti, non vedono queste possibilità in un vita ormai ordinata, spesso ordinaria, una vita che ha assunto una piega che non lascia intravedere grandi possibili novità. Questo sentire, non ammissibile e non confessabile, spesso neanche cosciente, induce una particolare severità nel giudicare la vita dei ragazzi, severità attraverso la quale non percepiamo l’altro lato della medaglia, il dolore, lo sconforto e la paura che suscita diventare grandi. Se riuscissimo a ricontattare l’adolescente che siamo stati, forse ci tornerebbe alla mente il miscuglio di eccitazione e terrore, di paura e sfida, di sicurezza e fragilità che l’adolescenza comporta. Gli esiti imprevedibili di questa miscela sono ben più spaventosi di quanto un adulto riesca a percepire o ricordare. Anche la noia in questa prospettiva, assume contorni nuovi e stupefacenti, contorni che l’adulto stenta a riconoscere:

Il nostro adolescente non si annoia, ma contempla sgomento la pochezza del mondo che gli hanno preparato ed è costretto a chiedersi come possa renderlo più interessante. Non è affatto ottimista sull’esito dell’operazione è quasi sempre decide di non interessarsi ad azioni trasformatrici, limitandosi a cercare di soffrirne il meno possibile; spesso si costruisce, in alternativa, un mondo parallelo fatto del piccolo gruppo di amici e amiche, con cui prendere in giro il mondo esterno[1]

La noia diviene una forma di desensibilizzazione rispetto al mondo che circonda, mondo sentito come pauroso e ostile, un mondo dal quale fuggire e nel quale, spesso, non si trova la guida di un adulto del quale fidarsi. Un mondo percepito come pericoloso, nel quale ogni privilegio sarebbe volentieri scambiato con la sicurezza, con la facilità, la stabilità, la comprensione. Il mondo in trasformazione è un mondo nel quale anche le relazioni con gli altri, stabili fin da quando si era bambini, vanno ristrutturate all’interno di un rapporto diverso, complesso da decifrare, con continui rimandi e rimproveri, all’interno della logica del ‘non puoi più comportarti così, non sei più un bambino’, quando ancora a quel bambino non è subentrato un adulto che comprenda come relazionarsi con il mondo dei grandi che si avvicina inesorabile.

Questa complessità non viene presa in considerazione, ottenebrati come siamo dai meravigliosi privilegi che concediamo loro e dei quali loro godono. I ragazzi hanno gioco facile nel mostrarsi presuntuosi o fragili, forti o disinteressati, boriosi o intimiditi, in una oscillazione emotiva che spaventa chi sta loro intorno e li allontana. La noia è l’arma con la quale non si fanno toccare, rifuggono dal contatto con un emotivo che disorienta, in primis, loro stessi. Ed è questo il grande dilemma dell’adolescente: essere coinvolto o disinteressarsi? Un dilemma che lambisce anche gli adulti: farsi coinvolgere o mollare la presa?  

Ed è in questo che una figura adulta, supportiva e non giudicante, può essere di grande aiuto. Solo con il sostegno di adulti che siano riusciti a trovare il loro equilibrio tra il ragazzo che sono stati e l’adulto che sono diventati, si può offrire loro una mano tesa e agevolarli a trovare un modo per relazionarsi con un mondo, fisico, relazionale ed emotivo che sta inevitabilmente assumendo contorni nuovi. Un adulto che riesca a non farsi impressionare o spaventare dalla noia e dal disinteresse che manifestano per tenerli alla larga. Un adulto che abbia ben presente che questo mondo sta mutando per i ragazzi ma anche, inevitabilmente, per coloro che li circondano.

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369).  

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Charmet, G., P. (2010), Fragile e spavaldo, Editori Laterza, Roma, pp. 107-111

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Gli adolescenti e la noia (2)

Gli adolescentiSiamo solo profondamente consapevoli di quanto ci costi concedere loro questa vita così gremita, e di quanto loro, di contro, si annoino profondamente per tutto il ben di dio che nella nostra infinita generosità, abbiamo concesso loro: 

È opinione diffusa che gli adolescenti si annoino e che il tentativo di risolvere la loro noia sia all’origine di una serie preoccupante di azioni individuali e di gruppo, che lambiscono l’area delle condotte a rischio, fino a sconfinare in azioni direttamente scellerate. La sottocultura dei mass-media soffia sul fuoco di una rappresentazione che vede il nuovo adolescente disperato a causa della noia che lo affligge. E che gli impedisce di scorgere l’azione che lo potrebbe divertire e motivare, tanto da rendersi disponibile a qualsiasi azione che gli garantisca una scarica di adrenalina e lo svegli, restituendogli il gusto pieno della vita.

Consideriamo questa noia come base di tutte le ‘stranezze’ che accadono. Con sempre più risalto sui mezzi di comunicazione che tendono ad esaltare il fenomeno nei suoi aspetti più deleteri, rifiutandosi poi di aiutare a comprendere cosa abbia generato l’atto in se, qualunque impresa compiano attribuiamo la colpa alla noia, alla profonda noia delle loro vite vuote, vite nelle quali tutto (il vandalismo, il bullismo, l’abuso di sostanze, e così via) è legato a doppio filo con l’evitamento di una vita sazia, piena e prevedibile, una vita nella quale l’unico elemento di sorpresa e di vitalità sembra essere riposto solamente nella condotta a rischio

Si tratta di una delle rappresentazioni più scellerate messa a punto dalla cultura degli adulti. Essa parte dall’accusa rivolta agli adolescenti attuali di godere di una serie infinita di privilegi, quali mai nessuna generazione di adolescenti ha potuto godere; beni di consumo à go go, sesso libero, denaro in smodate quantità, libertà di movimento, facilitazioni scolastiche, azzeramento dei controlli, libera frequentazione degli amici, annullamento dell’obbligo militare, genitori disponibili a sponsorizzare la ricerca della propria vera vocazione per un trentennio: questi sono sono alcuni dei privilegi di cui godono i giovani maschi e femmine, in regime di pari opportunità, avvolti in nuvole di fumo di provenienza sospetta e preda di una strana ebbrezza che forse deriva dall’assunzione di beveroni enormi all’ora dell’happy hour, ammassati nei locali alla moda. 

E anche in questo frangente troviamo il modo di dare loro la colpa. Questi giovani adulti, circondati da tutti i privilegi possibili, sono talmente inetti da non preoccuparsi nemmeno di come rendere interessante la loro esistenza, sprecando in maniera sfacciata non solo tutto il tempo che hanno ma anche le opportunità a loro disposizione. Come osano essere così ingrati? Siamo arrivati all’immagine perfetta della nostra innocenza: noi che triboliamo per concedere loro i privilegi dai quali sono circondati, e che a nostra volta avremmo voluto avere, vediamo dissipata in questa maniera un tesoro dalle proporzioni enormi. E cosa dire, poi, dello smisurato spreco di tempo? Questo è la dilapidazione meno comprensibile per un adulto, forse per l’inesorabile senso di sfuggevolezza che, di contro, caratterizza le nostre vite. Ecco allora la continua rincorsa degli adulti a riempire il loro tempo o a sbraitare perché non ne sprechino, come se non dovessero fare esperienza di cosa significhi ‘tempo’ per loro.

Agli occhi degli adulti i nuovi adolescenti sono soverchiati dai privilegi, soddisfatti dai genitori prima ancora che possano desiderare alcunché, alle prese con una scuola che ormai ha ammainato le vele e non chiede nemmeno più che si parino gli enormi debiti accumulati in anni di pirateria scolastica. Così sarebbero esposti a soffrire gravemente di noia, non perché si trovano a giocarsi la giovinezza in assenza di occasioni e di stimoli, ma perché ne hanno troppi e hanno fatto, fin da piccoli, indigestione di privilegi e vizi di ogni tipo. Conseguentemente, ora non sanno più come gestire i loro il loro sconfinato tempo libero, perché hanno già fatto tutto, di corsa, troppo presto, senza alcuna fatica, ma senza neanche avere il tempo di gustarne il sapore. (…)

In questo contesto di soffocanti privilegi diventa scandaloso, agli occhi degli adulti invidiosi e mal disposti, che i ragazzi possano anche solo alludere al fatto che non sanno bene cosa fare, che si annoiano un po’. Se si annoiano in condizioni così stimolanti, vuol proprio dire che non sanno più trovare stimoli, che soffrono della noia in modo quasi allergico. (…) [1] 

– CONTINUA –

[1] Charmet, G., P. (2010), Fragile e spavaldo, Editori Laterza, Roma, pp. 107-111

 

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Gli adolescenti e la noia (1)

Gli adolescentiMi sono occupato diverse volte del tema dell’adolescenza, e sono consapevole della nomea che la considera uno dei momenti più critici nella vita dell’individuo. Sicuramente questa fase costituisce una sorta di crocevia di quello che sarà l’assetto adulto (relazionale, emotivo, sociale) che il ragazzo si appresta non solo a costruire ma anche ad esprimere, entrando in relazione in maniera nuova col mondo dei pari e con quello degli adulti, mondo quest’ultimo nel quale si appresta, appunto, ad entrare.

L’incontro tra il mondo dell’adolescenza e quello adulto non sempre è facile, anzi. Il più delle volte una serie di immagini cristallizzate e stereotipate rendono l’incontro tra i due mondi complesso e difficoltoso, e solo con pazienza e costanza si riescono a superare le incomprensioni. Il movimento di incontro deve avvenire da ambo le parti: l’adolescente spesso si rifugia nel mito dell’adulto ‘che non ascolta’ e, convinto di questa realtà, non fa nulla per aprirsi al confronto. Oppure insegue il mito della sua ‘incomunicabilità’, ponendo una vera e propria barriera alla possibilità di scoprirsi con l’altro. Gli adulti, d’altro canto, si rifugiano nel mito, sempre più in voga, dell’adolescente ‘difficile’, mito dietro al quale si nascondono molte delle tante incapacità comunicative e relazionali. Altro mito duro a morire è quello secondo il quale gli adolescenti comunichino solamente col gruppo dei pari, costruendo una perfetta scusante per quella mancanza di rapporto e dialogo che anche gli adulti sono stati in grado di costruire.

In questa difficoltà comunicativa e relazionale, gli adolescenti, a mio avviso, hanno una grande attenuante della quale quasi mai si tiene conto: non sanno cosa significhi essere adulti. Se un adolescente sta crescendo, si sta gradualmente portando verso l’età adulta. Non ha ancora fatto esperienza di cosa questo significhi e costruisce questo significato per l’appunto con la crescita. Un adulto, di contro, sa (o dovrebbe sapere) cosa significhi essere stato adolescente, dal momento che è una fase della vita che deve aver passato (e vissuto) per divenire adulto. Un adulto sa (o dovrebbe sapere) cosa significhi quel senso di straniamento fisico, emotivo, sociale, relazionale, che spesso gli adolescenti provano nella loro crescita. Sa (o dovrebbe sapere) quali picchi di felicità e quali vette di sconforto possano caratterizzare velocemente l’umore di una singola giornata. Gli adulti sanno (o dovrebbero sapere) quali malumori può significare un no, e quali chiusure può portare. Gli adulti lo potrebbero sapere se riuscissero a contattare e a dare voce dentro se stessi all’adolescente che sono stati, al ragazzo che è ancora dentro di loro, che forse non ha mai voluto diventare l’adulto che sono diventati. Se riuscissero a far partire questo dialogo tra il ragazzo che erano e l’adulto che sono diventati, riuscirebbero a stabilire una comunicazione migliore con gli adolescenti che hanno la fortuna di incontrare nelle loro vite. Purtroppo, invece, l’adolescente che sono stati viene spesso messo a tacere, soffocato dalle incombenze ‘da grandi’ che la vita adulta si trova a mettere davanti. L’adulto prende il sopravvento ed è da questa angolazione che si forma la famigerata presa di posizione nel rapporto con adolescenti (e bambini!) per la quale ‘sono io il grande, so io che cosa sia giusto per te’, tanto disprezzato all’epoca ma riapplicato pedissequamente ora che siamo diventati noi gli adulti e siamo dimentichi di cosa tutto questo significasse quando gli adolescenti eravamo noi.

Mettere in discussione questa posizione è estremamente complicato: comporta un confronto personale pesante da sostenere e i cui esiti, incerti e teorici, non rendono sicuramente più facile affrontare. Ecco perché ci si rifugia in stereotipi vaghi, e si ricorre ad immagini dietro le quali si nasconde la complessità di un mondo del quale sentiamo di non condividere più il linguaggio, sentendo, prima che nel rapporto con loro, di aver perso il rapporto con noi stessi, con la nostra stessa adolescenza e con il ragazzo che siamo stati.

Le immagini divengono, in quest’ottica, sempre più statiche e ferme, frasi fatte che contemplano, compatiscono e si beano di quanto gli adolescenti non sappiano cosa fare, rimarcando una distanza sempre più siderale tra il ‘loro’ ed il ‘nostro’ mondo. Fioriscono gli aneddoti più comuni: adolescenti che passano tutto il tempo di fronte alla tv o con videogiochi, ragazzi che non fanno nulla tutto il giorno, quelli che non sanno cosa vogliono, che non sanno godersi la giornata, quelli sempre in giro e quelli sempre a casa, quelli terribili o quelli troppo mansueti che ‘dottore, ci aiuti perché non è in grado di affrontare la vita’. Un’immagine scoraggiante e sconfortante: ragazzi che hanno tutto e che non sono in grado di essere contenti di nulla. Ragazzi profondamente annoiati da una vita troppo piena, una vita nella quale non capiamo neanche cosa sia quello che chiediamo loro.

– CONTINUA –

 

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Come parlare della morte ai bambini (2)

come parlare della morte ai bambini 2La domanda, allora, sorge spontanea: chi proteggono i genitori con la scelta del silenzio? Abbiamo paura di parlare al bambino dei nostri sentimenti, abbiamo timore di mostrare la nostra fragilità. E soprattutto siamo impreparati a discutere – usando termini che i bambini possono comprendere – e a rispondere alla miriade di domande che hanno da porci.

Sono gli adulti i primi in difficoltà nell’esporre le loro emozioni. I genitori si sentono impreparati a discutere e a confrontarsi su tematiche così vaste. Sono gli adulti a sentirsi in difficoltà nell’immaginare quale tipo di termini possano meglio essere utili per condividere con il bambino l’esperienza della morte. Sono gli adulti che si sentono inadeguati ad avere una conversazione con un bambino su un tema così ostico. Sono gli adulti che sentono la difficoltà di fronteggiare i figli con le loro domande, i dubbi, le paure, le speranze. Quello che gli adulti non si dicono è, in realtà, abbastanza semplice: la morte mette in crisi ognuno di noi. Ci obbliga a riflettere sulla nostra vita e sul suo senso, sul nostro destino, sulle nostre scelte. È questo il confronto che cerchiamo di evitare. Quello con noi stessi, con i nostri dubbi, le nostre paure, le nostre speranze. Quella serie di domande che un bambino, prima di imparare che di certe cose è sempre meglio non parlare, fa ai propri genitori con il desiderio di condividere queste emozioni

Come si può interrompere questa catena di silenzi? Una delle possibilità è quella di accogliere senza giudicare le manifestazioni del dolore: la rabbia, lo scoramento, la delusione, il pianto:

Piangere è uno sfogo utile. Spesso ciò che aiuta davvero è piangere con qualcuno per ricevere appoggio e contenimento affettivo. La condivisione affettuosa di un pianto intenso e non trattenuto è una premessa fondamentale. Essa veicola implicitamente un messaggio strutturante, che dovrà successivamente ed utilmente essere esplicitato: ‘Capisco la tua sofferenza, la trovo legittima, la tua sofferenza e anche la mia, insieme possiamo sostenerla. Il fatto che ci vogliamo bene è anche la risorsa con cui possiamo affrontare le paure, le ansie e le separazioni!’

Questo è un punto particolarmente importante. Il pianto potrebbe essere un momento di condivisione, un momento che accomuna le emozioni del bambino e del genitore, un momento nel quale ognuno può sentire accolto l’altro, ognuno coi propri mezzi. Accogliere e non giudicare o distrarre: frasi come ‘smetti di piangere’, ‘tanto piangere non serve a nulla’, ‘pensa ad altro’, torna a giocare’, ‘non ora’, sono frasi dette talvolta senza prestare troppa attenzione e che, invece di aiutare, possono far sentire soli e isolati. Non accolti appunto. E lascia la manifestazione del dolore incompiuta, incompleta e carente.

Tutti i genitori che mi chiedono cosa fare nel caso la morte entri nell’esperienza di vita di un bambino vengono invitati sul terreno della introspezione e della condivisione, convinto come sono che la cosa più utile sia parlare e con-dividere quello che si sta provando. Magari partendo da se stessi, da quello che si prova e da come ci si sente. Indubbiamente temo sia la scelta più ‘difficile’, più ardua da fare perché opposta a tutto quello che ci hanno insegnato, ma credo anche la più responsabile dal momento che permette di dare un senso, di significare un evento nella storia di vita del bimbo che, altrimenti, rimarrebbe inespresso e sospeso.

Per quanto dolorosa sia la perdita, i bambini non hanno bisogno di distrarsi, non hanno bisogno di pensare ad altro, non hanno bisogno di adulti per i quali quello ‘non è il momento adatto’. I bambini hanno un profondo bisogno di verità, hanno un profondo bisogno di adulti che si assumano la responsabilità di raccontare e condividere con loro questa verità, per quanto dolorosa sia anche per gli adulti

Parlare della morte ai bambini vuoi dire a prepararli a capire la realtà, aiutarli a crescere. Quando muore un nonno, una zia, un genitore, è indispensabile che la verità non venga taciuta o mascherata ai bambini. I bambini sono desiderosi di verità. Se al bambino non è permesso confrontarsi su questo tema cerca di comprenderlo da solo e a volte si crea delle fantasie assurde, il che è molto peggio dell’affrontare la dura realtà della morte. [1]

Verità, non bugie. Avete presente o vi è mai capitato (da genitori o da bambini) che alla morte di una animale domestico lo abbiate (o vi abbiano) semplicemente sostituito l’animale morto con un altro? L’intento è sempre lo stesso: cercare di non (far) vivere l’esperienza dolorosa della morte. Questa apparentemente innocua bugia è la rappresentazione di come affrontiamo la morte: sostituendo l’oggetto amato per non far soffrire. Se l’intento è comprensibile, non altrettanto comprensibili sono le conseguenze di questo gesto: insegniamo (o impariamo) che di alcune cose non si parla, che sono brutte, che sono da dimenticare. Vi invito a fare il contrario: fare una profonda dichiarazione di verità può essere doloroso, ma insegna una grande lezione: non c’è nulla che provo del quale mi debba sentire colpevole di parlare

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Bolognini, N. (2010), Come parlare della morte ai bambiniSie Editore, Pinerolo, pp. 16-17

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Come parlare della morte ai bambini (1)

come parlare ai bambini della morteParlare di morte è difficile. All’interno della società che ha fatto dell’eterna giovinezza l’ideale più alto, anche solo nominare la sua nemesi mette in difficoltà. Quando ci troviamo ad affrontare l’argomento, stentiamo a trovare le parole adatte, oscillando tra frasi di circostanza e tentativi di rimozione. E sembra ancora più complicato parlare di un tema così complesso con bambini o con adolescenti. Come possiamo parlare di una cosa così dolorosa, così ineluttabile con persone che stanno appena iniziando a vivere la loro vita?

Eppure, per quanto non ci piaccia, è un’esperienza che entra a far parte della vita, spesso fin dalle prime battute. In terapia assisto a situazioni di questo tipo: genitori, peraltro molto premurosi e attenti alle esigenze dei loro figli, si trovano completamente in difficoltà e spiazzati riguardo al come affrontare un argomento così spinoso coi propri figli. La difficoltà è proporzionale al grado di vicinanza (parentale o emotiva) con la persona deceduta. ‘Non volevo farlo star male parlandogliene‘, mi ripetono spesso. Come se la persona cara potesse semplicemente svanire dalla vita o dai ricordi del bambino senza lasciare traccia. Naturalmente questo non è possibile e serve, allora, trovare un modo per condividere quello che avviene. Per farlo utilizzerò alcuni passi di un libro: trovate tutti i riferimenti bibliografici in fondo al post.

Partiamo da una prima considerazione: Gli adulti creano una rischiosa congiura del silenzio intorno al tema della morte. A volte si rimane in silenzio perché si è convinti che la psiche infantile non sia in grado di confrontarsi senza danni con un’esperienza di lutto. I bambini e gli adolescenti si trovano spesso nell’impossibilità di affrontare ed esprimere il lutto, perché non trovano negli adulti che li circondano e anche nella società stessa, un supporto educativo, psicologico ed emotivo adeguato alla perdita.

Questo punto è molto importante: gli adulti costruiscono una sorta di muro di silenzio intorno ai propri figli per non farli confrontare e per proteggerli da un tema doloroso. L’intento potrebbe essere lodevole, ma ogni muro ha una doppia valenza: se da un lato protegge, dall’altro isola. In questo caso, può proteggere da un dolore manifesto (ci sarebbe da chiedere chi protegga questo silenzio ma ci torneremo più avanti!) d’altro canto, però, isola profondamente il bambino che si trova a comprendere di dover gestire autonomamente i propri dubbi, i propri timori perché gli adulti intorno a lui non sembrano intenzionati a condividere con lui questo. Gli adulti utilizzano spesso questo meccanismo coi piccoli (non ne parlo=non esiste) ritenendo il silenzio una grande risorsa protettiva per i figli. In realtà spesso il silenzio genera mostri. Nel silenzio, nella mancanza di confronto, nell’impossibilità di condivisione, proliferano le paure che non possono essere espresse, e crescono dubbi che difficilmente vengono condivisi ma così imparano (e così riproporranno a loro volta da grandi), che di certe cose non si parla ed è meglio che ognuno le gestisca da solo

Andiamo avanti: Sovente i bambini rimangono esclusi dalle comunicazioni e dai rituali che accompagnano la morte di una persona amata. Tale esclusione riflette la grande difficoltà degli adulti nell’affrontare e nel condividere i sentimenti e le emozioni che seguono la perdita di una persona cara. Erroneamente pensiamo che i bambini debbano essere protetti dal tema della morte perché riteniamo che non possiedano gli strumenti psichici, intellettivi ed emotivi per poterlo sostenere. Crediamo che il dialogo con i nostri bambini arrechi loro un dolore insopportabile. Ma questo dialogo fa più male agli adulti, feriti ed impreparati ad affrontare un simile argomento, che non ai bambini desiderosi di verità e di condivisione. [1] 

I rituali funebri, qualsiasi essi siano e comunque vengano celebrati, hanno come scopo quello di sancire una chiusura, scrivere un nuovo capitolo relazionale tra la persona defunta e le persone legate a lui/lei. Anche per gli adulti ha un’alta valenza simbolica, perché permette ad un’esperienza così misteriosa e dolorosa di avere un senso, di essere ricompresa nella vita stessa delle persone che rimangono. Eppure capita che i genitori mi dicano di non aver fatto assistere i figli al funerale della persona amata. Pur comprendendo la difficoltà, temo che questa strategia ottenga in realtà risultati opposti a quelli sperati. Se l’intento, infatti, è quello di proteggere i propri figli, va presa anche in considerazione l’impossibilità, in caso di non partecipazione al rituale che viene celebrato, di salutare la persona amata. Non far partecipare i bambini a questo rito, non permette loro di chiudere l’esperienza di vita con quella persona. È come se l’evento rimanesse sospeso, non definito, aperto. Il bambino, che magari ha già sentito difficoltà a trovare persone con le quali condividere il dolore per la scomparsa della persona, si ritrova anche nell’impossibilità materiale di potergli dire addio e di poter, così, chiudere simbolicamente il percorso di vita con la persona deceduta

– Continua –

[1] Bolognini, N. (2010), Come parlare della morte ai bambiniSie Editore, Pinerolo, pp. 16-17

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PEDOFILIA: intervista a Massimiliano Frassi

abuso

Il tema che affrontiamo in questo post è un tema duro, complesso e disturbante. Parliamo di pedofilia e lo facciamo con una persona che se ne occupa da parecchi anni e in diversi contesti. Una di quelle persone preziose che, anziché ritrarsi inorridito da questo baratro, ha deciso di guardarci dentro e a fondo, cercando di illuminarne gli anfratti, di chiedere e chiedersi il perché, di portare alla luce tutti gli elementi che avvicinano questo baratro a noi e alle nostre storie. Una persona che ha cercato di svegliare le coscienze intorpidite dalla paura e dall’orrore, coscienze che spesso si voltano, con le pericolose conseguenze che ne discendono, pur di non vedere una realtà spaventosa. Sto parlando di Massimiliano Frassi, autore di diversi bestseller sul tema della pedofilia, organizzatore con l’associazione Prometeo del coordinamento nazionale delle vittime di abuso. Ci racconterà meglio lui la sua storia e il suo percorso. Per quanto riguarda la mia storia, mi sto occupando sempre più spesso di questo tema, inserito all’interno della distorsione adultocentrica della nostra società e, in questo mio percorso di conoscenza e approfondimento, ho avuto la fortuna di incontrare Massimiliano ad un convegno organizzato dalla fondazione Domus de Luna (clicca sul nome per visualizzare la pagina della fondazione) a Cagliari.

Scomodo, emozionante, pungente, disturbante, sconvolgente, sono solo alcuni degli aggettivi che mi vengono in mente per descrivere il convegno. E, forse, adatti per descrivere Massimiliano stesso. 

Parlare di materie così complesse mette in difficoltà, costringe a confrontarci con una realtà impossibile solo da immaginare. Una realtà che, invece, esiste e che, su questa nostra difficoltà, prospera e cresce. Una realtà misconosciuta, dove giocano anche stereotipi e pregiudizi che, con l’aiuto di Massimiliano, cercheremo di vagliare. 

Ciao Massimiliano, benvenuto e grazie per aver accettato l’invito e parlare con me di un tema che ti/ci sta tanto a cuore. Dopo la mia breve presentazione, vogliamo darne una più approfondita per chi non conoscesse il tuo lavoro: chi sei e di cosa ti occupi?

Sono il responsabile di Prometeo Onlus, una associazione, da me fondata circa 20 anni fa e tra le più attive, in Italia, nel campo della lotta alla pedofilia. Da una parte siamo operativi e diamo assistenza e tutela alle vittime, molte delle quali adulte che solo oggi trovano la forza e la possibilità di parlare e chiedere aiuto e dall’altra parte facciamo formazione e sensibilizzazione affinché l’omertà che protegge chi abusa sia definitivamente annientata.

La prima curiosità è: come sei arrivato ad occuparti di un tema così forte come la pedofilia?

Non per aver subito abusi io stesso, semmai per poter dare agli altri la stessa infanzia che ho avuto io. Professionalmente parlando è stata parte di un percorso, partito con una scelta di vita che mi ha portato ad operare prima come operatore di strada, che si occupava di emarginazione grave e poi di minori, specializzandomi e fondando la Prometeo.

Che realtà è la pedofilia oggi?

La realtà di sempre. Che vede un abusante e buona parte della società, abilmente impegnati a zittire un bambino. Per potergli nuocere.

All’interno del tuo intervento, mi ha colpito come tu sia riuscito a mettere in discussione alcuni stereotipi ben radicati. Il primo è che, nell’immaginario collettivo, la pedofilia sia un fenomeno prettamente maschile. É proprio così?

Purtroppo da alcuni anni a questa parte assistiamo ad un fiorire di una pedofilia al femminile. Numericamente minoritaria, con percentuali molto basse, ma pesanti “qualitativamente”. Perché quando è la mamma ad abusare, ad es., è chiaro che le ferite saranno ancora più profonde.

Altro stereotipo: gli abusanti sono spesso stati abusati a loro volta. Possiamo confermarlo?

Sì, ma non lo dico io, anche se 20 anni di esperienza mi danno il potere di poterlo gridare forte. Lo dicono tutti i trattati scientifici che hanno davvero studiato questa assurda equazione. Creata dai pedofili per, in qualche modo, difendersi, tutelarsi e nuovamente infangare le vittime. Poi può capitare che su un numero elevatissimo di vittime ci sia chi diventa pedofilo, ma se c’è è davvero un numero bassissimo che non rende tale equazione reale. Chi lo sostiene dimostra di non aver mai lavorato nel campo dell’abuso ma ancora prima, dimostra di non aver rispetto delle vere vittime.

Sapessi quante donne seguo che hanno paura di rimanere incinta perché “magari poi diventano pedofile e fanno provare al proprio figlio quanto hanno provato loro” e questa mala educazione, gliel’ha inculcata chi doveva guarirle. Non renderle vittime a vita.

Ancora: il pedofilo è un mostro, una sorta di orco facilmente identificabile. Cosa c’è di vero?

Nulla. È ovviamente mostruoso l’atto che compie. Ma se cerchiamo l’orco, così come pensiamo lo sia, non lo vedremo mai nel bravo vicino di casa, nello zio affettuoso, nel maestro severo ma presente, nel parroco pacioccone.

Ho letto il tuo lavoro ‘Il libro nero della pedofilia‘ e le cifre sono spaventose. Credi sia un fenomeno in aumento o stia semplicemente affiorando sempre più in superficie?

Forse entrambe le cose.

Oggi se ne parla poco ma sicuramente molto più di quando iniziammo anche solo 20 anni fa. Poi c’è internet, con il suo lato oscuro e la possibilità di avere accesso a materiale che farebbe uscire di testa qualsiasi essere umano, ma che a loro dà piacere. Ed a lungo andare si stuferanno della “sola” foto e passeranno al contatto diretto. Poi ancora oggi c’è la possibilità di fare viaggi dall’altro capo del mondo, con spese irrisorie rispetto ad una volta e comunque alla portata di tutti, che favoriscono i turisti sessuali, cacciatori di bambine e bambini coetanei dei figli che lasciano a casa.

Sono tutte varianti che portano allo stesso punto: il progresso di questa civiltà ha paradossalmente portato ad una regressione di parte della stessa. In parole spicce, se da una parte siamo andati sulla Luna, dall’altra siamo tornati a Jurassic Park.

In questo giocano un ruolo enorme le nuove tecnologie: social network, smartphone rendono la pedofilia più ‘facile’ e ‘fruibile’? 

Sì, purtroppo sì. Molto banalmente: pensiamo a cosa voleva dire per un pedofilo dover far sviluppare un rullino con delle immagini di abusi da lui prodotte. E pensiamo oggi con il più piccolo smartphone cosa non si può fare.

Quali sono le aree geografiche più interessate al fenomeno?

È un fenomeno trasversale. Che tocca tutte le sfere della società. Non certo solo le aree più povere. Poi di sicuro se dobbiamo fare una analisi “geografica”, posso dire che ci sono aree dove il retaggio culturale ancora favorisce il silenzio. L’omertà. Ma questo vale nel paesino del bresciano, come in quello del cagliaritano.

La pedofilia è una realtà percepita come distante dalla nostra vita quotidiana. Queste sono cose che succedono agli altri, lontani da noi. Noi, e i nostri figli, siamo ‘al sicuro’. E funziona fino a quando un caso cruento di cronaca nera scuote le coscienze. Penso al caso di Yara Gambirasio. O del piccolo Tommaso Onofri. Come possiamo stare attenti a quello che succede intorno a noi?

Questo non è un paese per bambini. Lo grido, disperatamente, da tempo. Basandomi su fatti concreti. Avrei preferito che i fatti mi smentissero. Che i pazzi fossimo noi. Ma purtroppo così non è stato. E la piccola Yara o il nostro angioletto Tommaso, sono solo la punta dell’iceberg. Bimbi strappati dal loro mondo. E sottratti al nostro futuro. Sarebbero diventati dei grandi adulti, in grado di fare grandi cose. Ma qualcuno ha scelto che così non fosse e l’ha deciso con la violenza.

Pensare a loro come fossero figli nostri, forse la risposta sta proprio lì….loro ovviamente in rappresentanza di Salvo, Roberto, Susanna, Lucia, Silvia, Carolina, Alex, Giovanni, Massimo, Rosaria, Andrea, e via dicendo per un elenco di bambini numericamente elevatissimo. Bimbi non finiti per fortuna sul tavolo di un obitorio, ma morti dentro. Fino a quando non troveranno chi riaccenderà in loro la speranza e la voglia di vivere.

C’è, tra i diversi casi che ha seguito personalmente, un caso che ti ha coinvolto più degli altri?

No. Ognuno ha la sua importanza. Ognuno il suo dolore. Poi sì, di sicuro c’è quello che ti resta più dentro, per vari motivi, ma ripeto sono tutti uguali e tutti meritano lo stesso posto e lo stesso rispetto.

La pedofilia spaventa e atterrisce perché è un fenomeno di proporzioni enormi. Nel nostro quotidiano, cosa possiamo fare noi?

Informarci. Ed indignarci. Non chiediamo molto, non credi? Peraltro lo facciamo per mille cose futili. Farlo per qualcosa di serio, non sarebbe male. E sarebbe ora!

C’è qualcosa che non ti ho chiesto che mi vorresti dire? 

Sì, se c’è vita, un futuro dopo l’abuso. E la risposta è: “certo che c’è. Si può e si deve tornare a vivere. E quando accade, ed accade sempre, è meraviglioso!”.

Parola di Massimiliano Frassi.

Ringrazio di cuore Massimiliano per essersi prestato alle mie domande. Il tema è vasto e mi riprometto di tornarci. Chi fosse interessato può visitare il blog di Massimiliano: potete cliccare sul link L’INFERNO DEGLI ANGELI e verrete reindirizzati al sito. Consiglio vivamente anche la lettura dei suoi testi (trovate tutta la bibliografia sul sito L’inferno degli angeli), tra tutti il già citato Il libro nero della pedofilia con prefazione di Alessia Sinatra ed edito da La Zisa. 

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Le mete della terapia: un caso clinico (2)

le mete della terapiaSe torniamo per un momento alle tre regole, possiamo vedere come il sistema familiare sia stato destabilizzato da una versione alternativa del loro racconto e gli sia stato ‘impedito’ di procedere continuando nel mito  condiviso per il quale il figlio costituisse l’unico contrasto all’interno della famiglia. Questa sorta di disvelamento riuscì in qualche modo a far riposizionare tutti gli attori in gioco, padre, madre e figlio, su posizioni diverse rispetto a quelle iniziali. Il forte attrito familiare non era solo del figlio ma, anzi, coinvolgeva molto più il livello genitoriale e di coppia. Il figlio si ritrovava in qualche modo ad agire questa frizione, attuando dei comportamenti che non gli erano propri neanche a detta dei genitori. Le sedute successive servirono per stabilizzare la presa di coscienza di questa situazione, servirono a tutti e tre i protagonisti ad accettare la situazione tra loro, farla emergere e sopratutto potersi confrontare in merito, anziché fingere che non esistesse e che non stesse provocando lacerazioni così forti.  

Il ruolo del terapeuta all’interno di questo processo è quello di agevolare e proporre una visione alternativa di quello che sta succedendo:  il terapista non ricerca l’ipotesi più plausibile, non ritiene di avere ragione nella sua interpunzione dei fatti, si propone di creare e offrire delle ipotesi alternative, delle connessioni diverse tra gli eventi per sbloccare la famiglia da una interpretazione rigida che non permette la risoluzione del problema. È in questo processo di punteggiatura che si fa un ampio uso della ridefinizione [1]. Questo è uno degli elementi maggiormente interessante, perché permette, sia nelle terapie familiari sia nelle terapie individuali, di svincolare la famiglia dal racconto che si è data e che costituisce un blocco e una restrizione nella sua ulteriore evoluzione. Un nuovo racconto condiviso tra i membri permette la ridefinizione di una serie di fattori: ruoli, percezioni, collegamenti, relazioni. Dovendo riassumere tutte queste funzioni in un termine credo potrebbe essere senso. Il senso di quello che succede, il senso di come sia organizzata la famiglia (o la vita dell’individuo!) viene ricostruita a partire da considerazioni diverse rispetto a quelle con le quali la famiglia stessa è arrivata in terapia. Immaginate, nel caso della famiglia raccontata, come possa essere stato liberatorio per il figlio poter scrollarsi di dosso la responsabilità di tutto il malessere che circolava all’interno della famiglia e sentirsi come parte di quello che stava succedendo a livello più ampio e che coinvolgeva elementi che andavano ben oltre le sue frequentazioni o il suo rendimento scolastico oppure a come dev’essere stato importante, per quanto doloroso, per i genitori poter discutere apertamente del nuovo assetto che si stava prospettando per la loro famiglia.

La famiglia viene in terapia con un’ipotesi che organizza il suo rapporto con la realtà; compito del terapista è impedire che questa perseveri nelle premesse. Non si tratta certo di sostituire l’interpunzione della famiglia con un’ altra più ‘corretta’ quanto di proporre varie letture perché la famiglia a prendere a organizzare i dati [1].

Nel nostro caso, non si tratta quindi di dare una ‘versione corretta’ di quello che sta succedendo, quanto di proporre una versione alternativa a quello che viene portato, una nuova visione che permetta loro di uscire dall’unico racconto di senso che si sono autorizzati a vivere. Torniamo a questo punto alla domanda iniziale: abbiamo forse curato la famiglia? L’abbiamo guarita? Curare o guarire sono termini che presuppongono riportare qualcosa o qualcuno da uno stato di malattia ad uno stato di sanità. Possiamo dire di avere fatto questo? Probabilmente no, non si è trattato di curare quanto di agevolare un percorso in un momento evolutivo specifico della famiglia o dell’individuo. Più che di cura, allora, sarebbe necessario parlare di una sorta di processo accompagnatore. Utilizzando un’immagine, mi piace immaginarlo simile al compito che ha un’ostetrica quando aiuta una donna nel parto: non la sta guarendo dalla gravidanza, la sta accompagnando ed aiutando all’interno di un processo che determina l’enorme cambiamento che sta coinvolgendo la sua vita. 

Questo è uno degli enormi obiettivi della terapia: un accompagnamento consapevole, attento e partecipe nel percorso di cambiamento che una famiglia, o un individuo, decidono di affidarti. Un percorso che porta in qualche modo alla ristrutturazione della prospettiva di vita dell’individuo che decide di fidarsi di noi.

Credo sia una meta, un traguardo decisamente più appassionante di quello di voler guarire una famiglia (o una persona).  

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Boscolo, L., Caille, P., et al. (1983), La terapia sistemica, Editore Astrolabio, Roma, pp. 46-47

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Le mete della terapia: un caso clinico (1)

le mete della terapiaUno degli interrogativi più importanti, che spesso le persone con le quali lavoro mi chiedono, è quali possano essere considerate le mete, gli obiettivi della terapia. Qual è l’obiettivo che si dovrebbe raggiungere in terapia, quali sono gli scopi, e verso cosa sarebbe necessario tendere nel lavoro? All’interno della cornice sistemica, orientamento psicoterapeutico nel quale sono specializzato, il concetto stesso di malattia è messo in discussione, sostituito dal concetto di significato: un comportamento che sembra ‘malato’ dall’esterno, spesso acquista un senso nel momento in cui ci si rende conto che ha un’utilità all’interno del sistema familiare nel quale viene portato avanti. In quest’ottica epistemologica, questa premessa ha, come necessaria conseguenza, considerare come l’obiettivo della terapia non possa essere la ‘guarigione’, dal momento che non c’è nessuna guarigione da perseguire. L’obiettivo può allora diventare la consapevolezza dei meccanismi che, diventati automatici, sono talmente radicati e istintivi da diventare del tutto inconsapevoli. L’obiettivo può essere quello di una risignificazione, costruire un nuovo significato a ciò che definiamo ‘malato’. Questa presa di coscienza presuppone un cambiamento? Non necessariamente, dal momento che, data maggiore consapevolezza al sistema familiare che lo persegue, la famiglia stessa potrebbe decidere comunque di portare avanti quel tipo di comportamento. Ma allo stesso tempo è vero che qualunque presa di consapevolezza, qualunque riflessione sui modi che sottostanno al comportamento stesso costituisce già di per  un cambiamento perché porta quel comportamento da uno stato di automatismo ad uno stato di maggiore consapevolezza.

Come si ottiene che si dia l’avvio ad un processo terapeutico?

Tre sono i momenti (…):
1) destabilizzare il sistema ponendosi come campo di forza esterno in grado di provocare o amplificare una fluttuazione, offrendo informazioni alternative e una lettura differente degli accadimenti;
2) impedire che la famiglia proceda nel solito percorso e favorire l’introduzione di informazioni che facilitino il processo di riorganizzazione introducendo una costante;
3)  sapersi separare al momento in cui si innesta il processo di riorganizzazione (Fivaz, 1980)[1]

Va fatta una premessa: l’autore fa questo lavoro riferendosi specificamente alla terapia familiare ma credo che il senso sia estendibile anche alle terapie individuali. Il terapeuta, all’interno della terapia familiare, può dunque dare vita a tre momenti diversi: può destabilizzare il sistema offrendo un racconto diverso rispetto a quello che si da la stessa famiglia. Proporre una lettura alternativa a quello che è il racconto della famiglia, può impedire che essa torni o tenda al solito percorso, introducendo in questo modo una costante nuova, una variabile, che possa modificare la visione. Il terapeuta dovrebbe, infine, comprendere quando questo processo è avviato e riuscire a separarsi, favorendo l’autonomia, l’individuazione e l’indipendenza della famiglia.

Un esempio concreto renderà questo discorso più facilmente comprensibile: tempo fa avevo in terapia la famiglia Bianchi, composta da padre, madre e un figlio di 16 anni. Vennero perché il figlio, a loro dire, era particolarmente indisponente, non faceva più nulla di quello che doveva fare, andava male a scuola, frequentava persone che non piacevano ai genitori, aveva iniziato a fumare e così via. Volevano che lo curassi, che lo facessi tornare ‘normale’. Accolsi questa loro richiesta e proposi loro qualche incontro col ragazzo. Il ragazzo che mi si presentò era molto diverso dalla descrizione che me ne era stata data: era un ragazzo disponibile, aperto, molto educato e faticai a riconoscere in lui il ‘mostro’ che mi era stato dipinto.

Pensai, allora, che un incontro con tutti e tre i membri della famiglia assieme potesse far incontrare le diverse visioni che avevano sulla loro stessa famiglia. Nell’appuntamento successivo vennero, dunque, tutti e tre e, per lo meno inizialmente, la seduta si concentrò su quanto il comportamento del figlio fosse l’unica causa del malessere in famiglia. Con tutti i membri del nucleo familiare presenti era però possibile rendere loro l’idea che questo focus così forte sul comportamento del figlio, potesse anche essere un modo per ‘occultare’ qualunque altro movimento all’interno della famiglia. Concentrarsi esclusivamente sul comportamento del figlio rendeva completamente invisibile tutto il resto che riguardava la famiglia e non lasciava molto spazio per i malesseri dei singoli membri. Tentai di passare loro la mia idea che il comportamento del figlio costituisse una sorta di grande distrattore familiare che non permetteva di vedere altro. Cos’altro accadeva in famiglia? Spostando il comportamento del ragazzo dal centro dell’attenzione, vennero fuori aspetti particolarmente interessanti. Il padre era completamente insoddisfatto della sua vita lavorativa e meditava, avendolo di fatto già deciso, di partire all’estero per cercare di fare qualcosa di più interessante oltreché più remunerativo. D’altro lato la madre era completamente insoddisfatta (e spaventata) da questa prospettiva, ed era altrettanto insoddisfatta della piega che stava prendendo la sua vita familiare, dal momento che si apprestava a diventare una madre sola con un figlio adolescente, con un marito lontano per molti mesi all’anno che non avrebbe più potuto occuparsi attivamente dell’educazione del figlio. Al figlio non era stato detto nulla dell’enorme cambiamento che si andava prospettando ma, come tutti voi avrete avuto modo di sperimentare in famiglia, le cose le aveva in qualche modo intuite anche se nulla era stato apertamente ammesso (potremmo aprire una parentesi enorme sulla gestione del dialogo in questa famiglia, soprattutto nei confronti del figlio, ma il tema ci porterebbe troppo lontano dall’idea centrale di questo post). Insomma, una serie di movimenti, dei quali non si poteva neanche parlare, stavano interessando tutto il nucleo familiare. Ecco allora che il comportamento del figlio, concomitante con questa fase di vita familiare, acquista un significato del tutto diverso. Il comportamento del ragazzo ha un senso contrario rispetto al valore che ne veniva dato nella descrizione iniziale: anziché disturbatore della pace familiare, il ragazzo catalizza le attenzioni dei genitori, permettendo a tutti loro di non concentrarsi su un divario ben più pericoloso e consistente.

– CONTINUA –

[1] Boscolo, L., Caille, P., et al. (1983), La terapia sistemica, Editore Astrolabio, Roma, pp. 46-47

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FILM: Hungry hearts

hungry heartsEccomi a raccontarvi uno dei film forse più disturbanti visto da un po’ di tempo a questa parte. Il tema è abbastanza complesso e ricco di sfaccettature. Un film che mi ha colpito molto sia per il tema trattato, che per la bravura di regista e attori.

Il film in questione si intitola Hungry hearts, letteralmente Cuori affamati, scritto e diretto da Saverio Costanzo, e interpretato con straordinaria bravura da Alba Rohrwacher nel ruolo di Mina e Adam Driver nel ruolo di Jude.

Il film racconta la storia di Mina e Jude, due giovani il cui primo incontro avviene in maniera abbastanza imbarazzante ma che costituisce una sorta di presagio a quello che capiterà tra i due. Nella prima parte, viene raccontata la genesi del loro rapporto, dall’episodio nel bagno del ristorante giapponese fino alla costruzione del loro rapporto. 

Dopo qualche tempo arriva con loro, ma soprattutto tra loro, un figlio. Questo fattore costituisce il punto di rottura nei rapporti tra i genitori. Il bimbo, anziché costituire un ulteriore legame nella relazione genitoriale, si frappone fra i due genitori diventando causa scatenante delle ossessioni della madre. Mina, inizia gradualmente a chiudersi nel rapporto col figlio tagliando fuori il mondo esterno sotto tutti i punti di vista. Per cercare di garantire la purezza del figlio, arriva a non fargli mangiare altro se non cibo di sola origine vegetale che lei stessa coltiva su una sorta di serra sulla terrazza di casa. Il bambino non viene portato mai fuori: il mondo esterno è percepito come ostile, pericoloso, avvelenato. Da evitare. La loro casa diventa un piccolo mondo asfittico, deformato nelle stesse inquadrature dei personaggi che assumono contorni sformati ed alterati. Anche la relazione tra madre e piccolo diventa sempre più esclusiva e in Mina aumentano le difficoltà anche a far toccare il bambino dal padre che, venendo ogni giorno a contatto col mondo esterno, è sempre più contaminato. Il rapporto con Jude inizia a farsi complicato. La vitalità che sorreggeva il loro rapporto si è tramutata ormai in un clima di pericoloso sospetto, nel quale entrambi attribuiscono all’altro la pericolosità per la salute del bambino. La loro vita di coppia, finanche la loro vita sessuale è tramontata sotto la scure pesantissima dell’ossessione. Jude si rende conto del fatto che il comportamento di Mina è sempre più pericoloso e riesce, con una sorta di sotterfugio, a far visitare di nascosto il bambino da un medico che ne constata il grave stato di denutrizione e il mancato accrescimento. Questo provoca una sempre più forte perdita di fiducia tra entrambi i genitori, una perdita di sfiducia che sfalderà inesorabilmente il noi coniugale a favore di due io contrapposti, sublimati nelle frasi di Mina ‘Io so cosa è meglio per lui’ o in ‘tu hai fatto male a mio figlio’. Fine del noi, fine del nostro. Il contrapporsi di due visioni completamente differenti su cosa sia proprio fare, sfocerà in un esito che evito di raccontarvi per non rovinarvi il film.

Come dicevo, il film mi ha particolarmente colpito per l’apparente discrasia che esiste tra le intenzioni della mamma, quella di fare il bene del proprio figlio, ed i risultati manifesti. La nascita e la crescita del figlio diventano  vere e proprie ossessioni: il mantenimento della purezza del bimbo diventa lo scopo ultimo dietro al quale deve attendere tutto, persino la sua vita, tanto che si annulla nella crescita di questo bambino.

Ho letto che molte persone, in questo film, hanno visto una critica all’alimentazione vegetariana soprattutto se destinata ai bambini. Non sono d’accordo, non credo sia questo il punto principale della narrazione. Credo che il tema principale sia: cosa succede quando un figlio diventa l’unica ragione di vita? Cosa accade quando l’amore è solo un pretesto e un figlio è solo il modo per creare un senso alla nostra vita? In tutto il film aleggia una fortissima solitudine che accentua ancora di più lo spaesamento dei protagonisti. Ambientato a New York, alienante di per sé come ogni grande metropoli, i protagonisti si trovano a muoversi da soli, non circondati da una rete di relazioni né amicali né familiari che possano costituire per loro motivo di sicurezza. Solo la mamma di Jude avvicina i due giovani nella loro vicenda. La storia familiare di Mina è molto sfilacciata. Orfana di madre, ha un padre che non vede mai e con il quale non è in buoni rapporti. Questa potrebbe essere una delle chiavi che possano far ‘comprendere’ ciò che poi Mina attua con suo figlio: un bimbo che ci ama come la cosa più preziosa del mondo non può che riscattare una vita nel quale l’amore è stato così assente. E nessuno correrebbe il rischio di inquinare la sola fonte di amore che sente di avere. Ed è necessario esercitare un forte controllo sulla fonte, un fortissimo possesso, in grado di riscattare una vita che ha avuto così poco emotivamente.

Ripeto, un film profondo e disturbante, sicuramente un film che non lascia indifferenti e costringe a riflettere su quelle che sono le conseguenze dell’amore, o meglio sulle conseguenze del mancato amore, quando tutto quello che sembra dare un senso alla nostra vita è quello di aggrapparsi all’amore delle persone che riescono a fornircelo nel modo più incondizionato: i bambini. Finendo, in questo attaccamento, per perdere di vista il valore più importante: il loro bene.

Se l’aveste visto e voleste condividere le vostre impressioni lasciate un commento o contattatemi per mail (fabrizioboninu@gmail.com). 

A presto…

Fabrizio Boninu

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La persecuzione del bambino

violenza sui bambini

Tra i temi dei quali amo scrivere e occuparmi, una menzione particolare andrebbe fatta per i bambini e gli adolescenti. Il lavoro in loro compagnia è fonte di continue scoperte ed è spesso grazie all’incontro con le loro esigenze che le mie opinioni si affinano e migliorano.

Non sempre è stato così e, soprattutto all’inizio, mi sono trovato imprigionato all’interno di un’ideologia ‘adultocentrica’ che mi ha messo in difficoltà rispetto al confronto con i bambini e con i ragazzi. Rimuovendo tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che abbiamo subito da bambini, una volta cresciuti costruiamo un modo di pensare che colloca l’adulto in una posizione privilegiata: questo ostacola la comunicazione e l’ascolto e fa si che idee quali superiorità, durezza, insensibilità, violenza, maltrattamento e costrizione si frappongano all’ascolto aperto e autentico della loro verità.

In questo senso, mi ha impressionato il libro dal quale ho tratto il brano che vi riporto. Scritto da Alice Miller, psicologa e psicoterapeuta svizzera, la quale si occupò, in quasi tutte le sue opere, della relazione tra i maltrattamenti subiti da bambini e i successivi maltrattamenti inflitti, una volta che questi bambini sono diventati adulti, alla generazione successiva. Nei suoi scritti la Miller arrivò a criticare pesantemente la psicoanalisi freudiana che, secondo l’autrice, costituisce un’ulteriore rimozione rispetto alle violenze subite dai bimbi in nome di alti principi come l’educazione. Il brano, riportato integramente, è tratto dall’opera La persecuzione del bambino (trovate tutti i riferimenti bibliografici alla fine del post) e costituisce una sorta di manifesto del processo che, partendo dall’infanzia, fa di ognuno di noi le vittime delle coercizioni subite da bambini che si perpetuano una volta che quel bambino sia diventato, a sua volta, adulto. Solo partendo da questa consapevolezza è possibile avvicinare, guardando con occhi diversi, il mondo dell’infanzia di oggi. Personalmente, soprattutto nel mio lavoro, reputo questa attenzione e questa consapevolezza la rappresentazione di ciò che un terapeuta attento dovrebbe avere in mente nel momento in cui ha la fortuna di lavorare con un bambino o con un ragazzo:

1) Ogni bambino viene al mondo per crescere, svilupparsi, vivere, amare ed esprimere i propri bisogni e sentimenti, allo scopo di meglio tutelare la propria persona.

2) Per potersi sviluppare armoniosamente, il bambino ha bisogno di ricevere attenzione e protezione da parte di adulti che lo prendano sul serio, gli vogliano bene e lo aiutino onestamente a orientarsi nella vita.

3) Nel caso in cui questi bisogni vitali del bambino vengano frustrati, egli viene allora sfruttato per soddisfare i bisogni degli adulti, picchiato, punito, maltrattato, manipolato, trascurato, ingannato, senza che in suo aiuto intervenga alcun testimone di tali violenze. In tale modo l’integrità del bambino viene lesa in maniera irreparabile.

4) La normale reazione a tali lesioni dell’integrità sarebbe di ira e dolore, ma poiché in un ambiente simile l’ira rimane un sentimento proibito per il bambino e poiché l’esperienza del dolore sarebbe insopportabile nella solitudine, egli deve reprimere tali sentimenti, rimuovere il ricordo del trauma e idealizzare i suoi aggressori. In seguito non sarà più consapevole di ciò che è stato fatto.

5) I sentimenti di ira, disperazione, desiderio struggente, paura e dolore – ormai scissi dallo sfondo che li aveva motivati – continuano tuttavia a esprimersi in atti distruttivi rivolte contro gli altri (criminalità e stermini) o contro se stessi (tossicomania, alcolismo, prostituzione, disturbi psichici, suicidio).

6) Vittime di tali atti vendicativi sono assai spesso i propri figli, che hanno la funzione di capri espiatori e la cui persecuzione è ancora sempre pienamente legittimata nella nostra società, anzi gode persino di alta considerazione, non appena si autodefinisca ‘educazione’. Il tragico è che si picchiano i propri figli per non prendere atto di ciò che ci hanno fatto i nostri genitori.

7) Perché un bambino maltrattato non divenga un delinquente o un malato mentale, è necessario che egli, perlomeno una volta nella vita, incontri una persona la quale sappia per certo che ‘deviante’ non è il bambino picchiato e smarrito, bensì l’ambiente che lo circonda. La consapevolezza o l’ignoranza della società aiutano, in tal senso, a salvare una vita o contribuiscono a distruggerla. Di qui la grande opportunità che viene offerta a parenti, avvocati, giudici, medici e assistenti sociali di stare, senza mezzi termini, dalla parte del bambino e di dargli la loro fiducia.

8) Finora la società proteggeva gli adulti e colpevolizzava le vittime. Nel suo accecamento, essa si appoggiava a teorie che, corrispondendo ancora interamente al modello educativo dei nostri nonni, vedevano nel bambino una creatura astuta, un essere dominato da impulsi malvagi, che racconta storie non vere e critica i poveri genitori innocenti, oppure li desidera sessualmente. In realtà, invece, non v’è bambino che non sia pronto ad addossarsi lui stesso la colpa della crudeltà dei genitori, al fine di scaricare da loro, che egli continua pur sempre ad amare, ogni responsabilità.

9) Solo da alcuni anni, grazie all’impiego di nuovi metodi terapeutici, si può dimostrare che le esperienze traumatiche rimosse nell’infanzia vengono immagazzinate nella memoria corporea e che esse, rimaste a livello inconscio, continuano a esercitare la loro influenza sulla vita dell’individuo ormai adulto. I rilevamenti elettronici compiuti sul feto hanno inoltre rivelato una realtà che finora non era stata percepita dalla maggior parte degli adulti: e cioè che sin dai primi attimi di vita il bambino è in grado di recepire e di apprendere atteggiamenti sia di tenerezza che di crudeltà.

10) Grazie a queste nuove conoscenze, ogni comportamento assurdo rivela la sua logica sino a quel momento nascosta, non appena l’esperienza traumatica subita nell’infanzia non debbano più rimanere nell’ombra.

11) L’aver acquisito sensibilità per le crudeltà commesse verso i bambini, che sinora venivano generalmente negate, e per le loro conseguenze arresterà il riprodursi della violenza di generazione in generazione.

12) Individui che nell’infanzia non hanno dovuto subire violazioni alla loro integrità, e a cui è stato consentito di sperimentare protezione, rispetto e lealtà da parte dei loro genitori, da giovani e anche in seguito saranno intelligenti, ricettivi, capaci di immedesimarsi negli altri e molto sensibili. Godranno della gioia di vivere e non avranno affatto bisogno di far del male agli altri o a se stessi né addirittura di uccidere. Useranno il proprio potere per difendersi, e non per aggredire gli altri. Non potranno fare a meno di rispettare e proteggere più deboli, ossia anche i propri figli, dal momento che essi stessi, un tempo, hanno compiuto tale esperienza, e dal momento che fin dall’inizio in loro è stato memorizzato proprio questo sapere (e non la crudeltà). Questi individui non saranno mai nella condizione di capire come mai i loro avi nel passato abbiano dovuto impiantare una mastodontica industria bellica per sentirsi a loro agio e sicuri nel mondo. Dal momento che il compito inconscio della loro vita non consisterà più nel difendersi dalle minacce subite nell’infanzia, essi saranno in grado di affrontare in maniera più razionale e creativa le minacce presenti nella realtà.[1]

 

 Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Miller, A., La persecuzione del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1987, pag. XII e seg.

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Educhiamoci ad educare

educazioneCi siamo occupati altre volte di cosa voglia dire educare: educare, secondo la definizione comune, è dato da quella serie di attività che servono e sono finalizzate a favorire lo sviluppo di una persona. Questa definizione è molto generica, dal momento che mette l’accento sulle attività consapevoli che vengono svolte per educare un individuo, ma non tiene conto della molteplicità di attività che sono educative senza che l’educatore ne sia consapevole. Il modo in cui mi comporto è educativo, perché funge da esempio, da paradigma al quale l’altro può rifarsi prendendolo a modello, ed è un modello educativo espresso spesso senza che, appunto, se ne sia consapevoli.

Nell’immagine comune del termine poi, è sempre l’adulto che educa il minore. Quasi mai viene preso in considerazione come un minore possa educare un adulto e anzi sembra una sorta di controsenso considerare che un minore possa farlo. Diversi altri aspetti dovrebbero essere presi in considerazione in una riflessione su cosa significhi educare: uno dei più rilevanti riguarda il fatto che nella relazione educativa è implicita una condizione di disparità tra chi educa (e sa) e chi deve essere educato (e non sa). L’educatore, soprattutto se il suo ruolo è riconosciuto e accettato a livello sociale, ha più potere di chi viene educato, e spesso si serve di questo potere nell’atto stesso di educare. Interessanti, a mio avviso, i passaggi che vi riporto:

Prima riflessione: chi educa rischia perché nella relazione educativa mette a confronto due soggetti, che non hanno una posizione paritaria: ce n’è uno più forte ed uno più debole e c’è sempre il rischio che il soggetto che ha più esperienza, più competenza, più capacità di parola sia tentato di usare questo potere non per far crescere il soggetto più inesperto e più facile, ma per approfittarne. È un rischio che si ritrova nella relazione educativa, nella relazione parentale, nella stessa relazione terapeutica: in queste situazioni si struttura un piano inclinato, dove il rischio è la distorsione strumentale della relazione a fini di potere da parte del soggetto più forte. Chi educa rischia, perché c’è sempre la tentazione da parte del genitore, dell’educatore, il terapeuta stesso di utilizzare la relazione interpersonale Per sostenere le proprie difese e imporre in qualche modo i propri bisogni.

Credo sia necessario prestare particolare attenzione a questo potere ed esserne consapevoli dal momento che, se non riconosciuto, può portare, nella relazione educativa, verso l’imposizione piuttosto che verso la proposizione di un modello. Anche nella relazione terapeutica questo rischio è particolarmente forte e rischia di far deragliare la relazione stessa nel momento in cui il terapeuta invece di sollecitare l’autonomia e le risorse del paziente, si sostituisce a lui con suggerimenti e consigli, perché ‘sa che cosa sia giusto fare’.

Seconda riflessione: chi educa rischia e chi non rischia non educa. Il rischio inevitabile, necessario che non si può eludere nella relazione educativa è quello di avvicinarsi alle emozioni. Non educa chi non vuole rischiare di mettere in discussione la propria immagine narcisistica di soggetto razionale, sempre è comunque capace di controllare le emozioni e le situazioni. Non educa che non scende dal piedistallo della propria competenza educativa auto rassicurante, raggiunta presunta mente una volta per tutte. Non educa chi evita di avvicinarsi al mondo fluido, sofferto, conflittuale delle emozioni. Non educa chi non è disponibile a sviluppare l’intelligenza emotiva, l’intelligenza del cuore.[1]

Questo secondo punto è facilmente fraintendibile. Se è vero che chi educa rischia e chi non rischia non educa, nel senso che chi educa deve mettere in gioco se stesso, è altrettanto vero che spesso chi educa cerca di non rischiare per niente perché si difende, dall’alto della sua posizione privilegiata di potere, dal mettersi in gioco, dal condividere, dal rendere la relazione più paritaria e non basata sostanzialmente sul gioco di potere nascosto per cui tu fai ciò che dico io perché io so che cosa sia giusto per te. Se questo non avviene è lecito ricorrere a qualunque strumento per ottenere i risultati voluti. L’incognita è che ciò sfoci nell’autoritarismo, rischio al quale ci si può opporre coltivando l’autorevolezza. Diverso è infatti essere autoritari, fare leva sulla forza o sul proprio potere per imporre la propria volontà, tutt’altra cosa è essere autorevoli, avere cioè un’autorità educativa riconosciuta per le proprie capacità e non per la propria forza. Nel primo caso è necessario fare qualcosa (farsi obbedire, sgridare, punire…) nel secondo, ben più difficile, è necessario essere (essere coerenti, credibili, contenitivi…).

La differenza come sempre la costruiamo noi. Sono sempre più convinto che educare sia fornire un esempio, coerente e centrato a partire da quello che siamo. Questo non vuol dire non dover porre delle regole o non farle rispettare. Significa non ritenersi  dei dispensatori di regole ma cercare di partecipare attivamente alla costruzione della relazione con l’altro.

E, soprattutto, iniziare a non ritenere che il processo educativo sia a senso unico.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

 

[1] Foti C., La mente abbraccia il cuore, Edizioni GruppoAbele, Torino, 2012, pag. 74.

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La morte differente: Oriente e Occidente

cimitero giapponeseRecentemente sono stato in Giappone. Per un occidentale il primo impatto è spiazzante ed è come trovarsi in un altro mondo, un posto completamente diverso sotto molti punti di vista e alcuni luoghi, come Tokyo, sembrano nel futuro. La curiosità, parte del bagaglio essenziale di ogni mio viaggio (e della mia vita in realtà!), è stata molto solleticata nel confronto con una cultura tanto diversa

Uno degli aspetti che più mi colpiva, è che vedevo continuamente in ogni piccolo paesino che attraversavo nei lunghi spostamenti in treno, è la differenza esistente con noi nel rapporto che hanno con la morte. Piccola premessa: in Giappone la consuetudine è quella di cremare i morti. I cimiteri sono generalmente molto piccoli e ‘spartani’ rispetto ai nostri. Detto questo, e tenuto conto delle imposizioni che in molti paesi europei si ebbero per motivi igienico sanitari dopo le riforme ottocentesche napoleoniche (il cosiddetto editto di Saint Cloud), salta all’occhio come la cultura occidentale e quella giapponese differiscano nel rapporto con la morte: semplicemente noi tendiamo ad isolarla e nasconderla. In Europa il suo massimo simbolo, il cimitero, è spesso fisicamente separato dal resto della città. L’unica eccezione la abbiamo nei cimiteri storici, ma il fatto che siano in piena città è dovuto alla crescita delle città che, col tempo, li hanno inglobati. A parte questi casi, da noi il cimitero è un’entità estranea alla città. Nella nostra cultura la morte è temuta, è spaventosa ed è tenuta lontano a livello psicologico e fisico. Tendiamo a non parlare di morte, tendiamo a cercare di rinviare il più possibile l’idea che sia un aspetto della vita che possa coinvolgerci. E, come dicevo, lo stesso luogo che rappresenta la morte ha queste caratteristiche: i cimiteri sono spesso circondati da mura molto alte, che lo separano anche visivamente dalla vita quotidiana. Per riuscire a vederlo dentro non rimane altro che entrarci e questo spetta solo alle persone toccate recentemente da un lutto. Tutti gli altri possono continuare a far finta di non sapere/vedere/sentire cosa ci sia dentro quelle mura.  

In Giappone, invece, i cimiteri si trovano all’interno delle aree urbane. Non sono circondati da mura, spesso non c’è neanche una rete che li divida dalle abitazioni intorno. Già, hanno abitazioni affianco. Per noi è inconcepibile abitare vicino ad un cimitero a meno che, appunto, il cimitero non sia storico e si trovi all’interno della città. In Giappone è invece la norma, e molte case sorgono in prossimità dei cimiteri. Questa differenza è il segno tangibile del diverso atteggiamento nei confronti della morte. Nel mondo giapponese la morte è semplicemente una esperienza che fa parte della vita stessa. La morte è entrata, inevitabilmente se si pensa alle tragedie spesso di dimensioni immani che costellano la storia del paese, penso per esempio allo tsunami del 2011, nella vita quotidiana del cittadino giapponese. Ed anziché relegare e nascondere questa esperienza la includono nella loro realtà.

Poter fare queste riflessioni ha avuto una valenza profondamente educativa nel farmi comprendere che alla morte, per quanto spesso esperienza dolorosa, ci si possa avvicinare in maniera differente. La morte fa parte della vita, la definisce e la ricomprende, la delimita dandole, in ultima analisi, senso. Probabilmente se non morissimo, desiderio insito in ognuno di noi, la nostra stessa vita avrebbe un significato completamente diverso rispetto quello che ha ora. Noi occidentali, spesso impegnati nella rincorsa di un’eterna giovinezza che altro non è se non l’idea di poter vivere per sempre, non potendo sconfiggere la morte né, spesso, affrontarla come idea, abbiamo semplicemente deciso di farla ‘sparire’. Vince una sorta di rimozione collettiva, rimane un’idea con la quale abbiamo difficoltà a relazionarci. Nel momento in cui questa esperienza entra nella nostra vita, ci scopre impreparati, incapaci di dare forma e parola alle emozioni che stiamo vivendo e incapaci di comunicare questa difficoltà a noi stessi e a coloro che ci stanno accanto.

La consapevolezza di questa censura, di questa rimozione può costituire il punto di partenza per una riflessione che ci faccia comprendere quanto sia necessario fare un lavoro di inclusione con una realtà, la morte, che altre culture sono state in grado di comprendere ed includere nella loro esperienza di vita.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Conosci te stesso (per conoscere gli altri!)

guardare se stessiC’è in realtà un solo modo per ‘capire’ il mondo complesso di impulsi e simboli; si deve guardare in se stessi. Solo quando sappiamo veramente identificare un certo impulso basilare in noi stessi siamo sicuri che esiste. Solo quel punto diventa reale; fino ad allora era soltanto un buon concetto o teoria, di ben poca utilità. Credo che la formula funzioni anche all’inverso: se non riusciamo a trovarlo in noi stessi, esso non esiste a fini pratici. Se non siamo mai stati in grado di identificare e affrontare i nostri impulsi omicidi, non saremo realmente capaci di credere che esistono, comunque non nelle persone ‘normali’. Quindi, per definizione, chiunque ammetta di avere impulsi del genere sarebbe anormale secondo le tue norme interiori nascoste.

Io credo nell’esatto opposto; credo che parte della condizione umana sia l’avere una ricca e spumeggiante vita interiore di impulsi. Tutti abbiamo pulsioni omicide, tutti lottiamo con impulsi suicidi, tutti abbiamo fantasie incestuose, tutti siamo terrificati dal concetto di morte. Non riuscire ad affrontare questi semplici fatti della vita significa tagliar fuori buona parte della nostra umanità.

La consapevolezza del nostro mondo di pulsioni è in effetti il requisito essenziale alla nostra capacità di vedere, e ancora di più di capire, il mondo simbolico degli altri. Nella misura in cui possiamo affrontare le molteplici manifestazioni simboliche dei nostri stessi impulsi saremo liberi di utilizzare questa capacità nei rapporti con gli altri. [1]

La citazione è di uno degli autori più interessanti che ho avuto modo di leggere in questi anni. Carl Whitaker, psicoterapeuta statunitense, pioniere della terapia familiare, sostiene quella che per me, dopo tanto lavoro personale, è diventata una realtà effettiva: solo partendo da noi stessi possiamo arrivare a comprendere gli altri. Il modo unico per arrivare alla realtà simbolica degli altri è quello di partire dalla propria. Solo quando posso fare i conti con la verità dei miei impulsi, solo quando riesco a comprendere e ad accogliere la verità della mia paura della morte, solo quando posso vedere ed accogliere quelle che sono le mie realtà personali più reconditi e spaventose, posso pensare di conoscere, comprendere e accogliere queste verità nell’altro.

Non riconoscerlo in sè stessi significa tagliare fuori la possibilità di contatto e di comprensione dell’altro. Un lavoro di integrazione non parte dall’accoglienza dell’altro, parte dall’accoglienza di noi stessi, delle nostre verità, anche quelle più scabrose e che ci spaventano di più. Il punto di vista sostenuto da Whitaker è sostanzialmente focalizzato sulla realtà della terapia, ma credo sia estendibile alla considerazione di qualsiasi rapporto umano. Se manca il contatto e l’accoglienza di queste emozioni, di questi pensieri in noi, difficilmente potremmo contattare le stesse emozioni e gli stessi pensieri nell’altro.

Arriva da me Angela, una ragazza di 16 anni che ha una fortissima paura del rifiuto degli altri e di essere scartata nel rapporto con i suoi coetanei. Ragazza modello fino all’età di 12 anni inizia con l’adolescenza, come in tante altre storie, a fare cose apparentemente inconciliabili con il suo essere brava ragazza: utilizza droghe di vario tipo, frequenta compagnie poco raccomandabili e questo è il motivo della richiesta di terapia. Qual è il primo passo da compiere per comprendere le ragioni di Angela? Credo che il punto sia partire da se stessi, contattare la propria parte interna nella quale ha dominato la paura dell’esclusione, la paura di non essere accettato, la paura di discostarsi dalle attese degli adulti che mi hanno circondato quando ero adolescente. Non avendo questo passaggio, come avrei potuto capire comprendere ed accogliere quella che è la paura di Angela?

In caso contrario, il pericolo è precipitare nel giudizio aprioristico, arrivare cioè a giudicare quelle che sono le scelte e le difese (ma ovviamente giudicare anche le proprie difese e le proprie resistenze) che l’altro tenta di mettere in campo per affrontare la vita. Una maggiore conoscenza di sé stessi non può che aiutare una facilitazione di contatto con gli altri. 

Questo discorso è focalizzato sulle modalità di incontro in terapia, ma sono convinto possa essere applicato all’accoglienza di qualsiasi rapporto umano. Il giudizio sull’altro può essere sconfitto proprio con un maggiore contatto di se stessi, con una maggiore vicinanza e ascolto di noi stessi e delle nostre emozioni più profonde e spaventose. Questo è il contatto che permette il contatto con le stesse emozioni dell’altro, assottigliando così il peso che il giudizio può avere sull’ascolto e l’accoglienza.

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whitaker, C. (1989), Danzando con la famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 63

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La paura

pauraQual è l’emozione tra tutte più temuta? Molti di noi a questa domanda risponderebbero quasi sicuramente la paura, forse tra tutte la più vituperata. La paura è essenzialmente l’emozione che si attiva quando sentiamo di essere in pericolo. Il pericolo può essere reale o immaginato: la differenza non è importante a livello di attivazione perché anche un pericolo immaginato può avviare una serie di reazioni, sia fisiche che psicologiche, molto importanti. La paura è un meccanismo atavico, antico quanto condiviso tra specie diverse, portato avanti nella catena evolutiva come meccanismo indispensabile alla vita stessa perché, proprio la sua attivazione, permette all’individuo di salvarsi dai pericoli che incombono. E, come accennavamo, la paura è anche una delle emozioni più detestate perché associata all’ansia, al senso incombente di minaccia e di pericolo. A livello fisico tra le manifestazioni che possono segnalare la presenza in noi di paura sono:

  • aumento della percezione di pericolo;
  • aumento del battito cardiaco;
  • aumento della sudorazione;
  • maggiore attivazione di funzioni fisiche e intellettive;
  • aumento dei livelli di adrenalina;
  • fuga.

I sintomi della paura non si esauriscono in questa lista e, spesso, ognuno di noi riesce a declinare la paura con un proprio comportamento personale. Ci sono persone che si agitano visibilmente, altre diventano apatiche rasentando l’immobilismo. Possiamo dire che uno dei due ha più paura dell’altro? No, possiamo solamente dire che lo esprimono in maniera differente. Una delle reazioni più comuni ad emozioni così intense è quella di evitamento: sfuggire quell’emozione, cercare di farla andare via, non pensarci o distrarci, è una della cose che più spesso facciamo per cercare di superare la paura. Questa strategia è funzionale solo sul breve periodo, perché ci consente di non affrontare la paura in un dato momento ma non ci da indicazioni su cosa l’abbia causata. Se, per esempio, ci incute timore il fatto di parlare in pubblico, per superare la paura metteremo in atto una serie di strategie che ci consentano di affrontarla (mi vestirò in un modo che mi faccia sentire bene, farò una presentazione che riduca la possibilità di fare errori, ecc) ma, passata quell’occasione, magari non rifletterò più sul perché parlare in pubblico mi dia questo tipo di emozione. Non avrò fatto mia l’emozione accogliendola e facendola diventare parte del mio vissuto. Questa attenzione è molto difficile perché prevede un riconoscimento e un accoglimento dell’emozione. Non mi focalizzo sul singolo atto che mi provoca quell’emozione (il parlare in pubblico), ma cerco di capire cosa sia quell’emozione per me. 

La nostra esperienza ci dice che la più grande barriera al riprendersi dalle esperienze di abbandono e deprivazione non sono il dolore e il dispiacere, ma la paura e la lotta contro il dolore. Dentro di noi abbiamo infinite risorse per affrontare la perdita e la frustrazione, ma questo è difficile se non comprendiamo cosa sta succedendo e perché sta succedendo. Questa mancanza di comprensione e consapevolezza provoca la paura. Inoltre nessuno ci ha mai insegnato che il dolore ha un valore. Non abbiamo imparato che possiamo maturare solo permettendo al dolore di essere parte integrante della nostra vita. Attraverso il dolore cresciamo, ma di solito lo combattiamo anziché accoglierlo e la lotta lo fa diventare una sofferenza che si trascina più a lungo di quanto invece durerebbe se fosse accettato, sentito e lasciato fluire attraverso di noi.

Se smettiamo di resistere e riconosciamo che ciò che accade è parte di un inevitabile viaggio dentro l’anima, allora possiamo rilassarci.

Un aspetto di questa comprensione è il semplice fatto che l’amore comporta la perdita: ciò è parte dell’esperienza dell’amore. Se apriamo il nostro cuore, molte volte verrà ferito. Se siamo vicini a qualcuno, sentiremo spesso dei piccoli abbandoni. E quanto più siamo intimi con questa persona, tanto più intense saranno le emozioni.

Quando stiamo per tanto tempo lontani l’uno dall’altro attraversiamo sempre momenti in cui sentiamo intensamente la mancanza dell’altro.

Un’altra comprensione è che le esperienze di deprivazione e abbandono aprono spazi nascosti nell’inconscio che possono guarire appunto solo se vengono aperti. Il terrore e il dolore dell’abbandono che abbiamo sperimentato da bambini giacciono addormentati dentro di noi e vengono stimolati solo quando esperienze simili accadono nella nostra vita attuale. Non guariranno se non vengono aperti e sentiti. E infine, la sensazione di paura e di dolore passeranno solo se ci permetteremo di sentirle senza opporvi resistenza. Allora la confusione e lo choc, la collera e il risentimento, il dolore e l’angoscia si calmeranno. Accogliendo la deprivazione e l’abbandono ci apriamo a una profonda pace interiore. La maggior parte della lotta con la vita è dovuta proprio al nostro resistere alle emozione connesse col sentirci soli e indifesi. [1] 

La paura insomma, come le altre emozioni, non andrebbe espulsa dalle nostre esperienze ne evitata. Per quanto possa apparirci difficile, andrebbe accolta e sentita come parte integrante della nostra esperienza di vita. Solo così potremmo non solo ricomprenderla in noi ma anche depotenziare quegli effetti che percepiamo spesso come problematici. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

 

Sullo stesso tema leggi anche:

LA PAURA DI AVER PAURA

[1] Trobe, T., Trobe Demant G. (2008), Fiducia e sfiducia, Feltrinelli, Milano, pp. 116-117

 

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