L’empatia è un tema del quale molti si sono occupati, ma ho la percezione che rimanga un argomento tanto generico quanto forse misconosciuto dalla maggior parte delle persone. Non tutti sanno cosa voglia dire questa parola misteriosa: alcuni pensano sia una cosa simile alla simpatia, altri semplicemente non hanno idea di cosa significhi. Coloro che sanno che vuol dire sono consapevoli che, in alcune professioni, in genere quelle mediche o sanitarie, o comunque nelle professioni in cui si ha un contatto con l’altro, l’empatia è una qualità o una dote che le persone dovrebbero possedere. Cosa sia, però, questa dote, rimane ancora difficile da comprendere. Mi sono già occupato del tema in precedenza (vedi i post A proposito di empatia (1) e (2), L’empatia fa la differenza in terapia?). Ritorno sull’argomento perché ho letto un’interessante libro nel quale, partendo dal concetto di intelligenza emotiva, si affronta anche la definizione del concetto di empatia. Ve la riporto:Proviamo a definire meglio ciò che intende l’autore. Ritengo uno dei punti nodali della definizione il fatto che l’empatia non venga descritta come una generica capacità di capire (e di sentire!) ciò che sta provando l’altro, quanto di riconoscere il sentimento dell’altro e trovare in se stessi il ‘serbatoio emotivo’ da cui attingere un’emozione di quel tipo che funga, appunto, da tramite tra il sentire emotivo dell’altro e il mio sentire emotivo. Questa possibilità è resa difficile da una serie di fattori: innanzitutto bisogna che esista la premessa che ci sia la capacità di leggere e comprendere l’emozione dell’altro, che si sia sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda emotiva; altro punto importante è il conoscere se stessi e possedere la capacità di cercare, una volta compresa la natura dell’emozione dell’altro, quella stessa emozione anche in se stessi e questo prevede innanzitutto conoscere ed avere una buona mappa emotiva di sé.

A presto…
[1] Foti, C. (2003), L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto, FrancoAngeli, Milano, pag. 80
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