Il compito degli educatori

Cuore-Mary

E’ più facile insegnare che educare,
perché per insegnare basta sapere,
mentre per educare è necessario essere
– Alberto Hurtado –

 

Quando accadono fatti di cronaca nera che coinvolgono bambini o adolescenti, vengono citate, tra le cause di quello che succede, la mancanza di figure educative che possano in qualche modo porre freno alla deriva apparentemente senza fine di questi fatti terribili. Chi è un educatore oggi? Il termine è veramente molto vago e potrebbe delineare tutti coloro che si occupano a vario livello di persone che abbiano bisogno di una guida. Sicuramente è un educatore il genitore, è un educatore l’insegnante, è un educatore l’allenatore sportivo.

Secondo il dizionario Treccani, l’educatore è colui il quale ‘educa, e soprattutto chi per vocazione o per professione compie l’ufficio di educare i giovani’. Punto principale di questa definizione è il termine educare: l’etimologia del termine deriva dal latino e-ducere, letteralmente condurre fuori, ma anche trarre da e sottolinea il lavoro maieutico di portare fuori l’adulto dal ragazzo, di riuscire ad insegnargli a come diventare grande. Se non ci sono dubbi sul fatto che gli adulti abbiano questo immenso potere, ce ne sono invece tanti sul come si fa l’educatore. 

Gli insegnanti o i formatori continuano a fare interventi caratterizzati dalla tendenza a spiegare, a moraleggiare, puntando esclusivamente sugli argomenti logici o sugli sforzi informativi. Siamo portati con i soggetti in età evolutiva ad esortare e a fare la predica. Ci convinciamo che il fulcro della nostra missione sia consigliare, offrire suggerimenti o soluzioni. Come educatori tendiamo sempre prima di tutto ad insegnare, argomentare, persuadere; per allontanare la complessità e la sofferenza possiamo rassicurare, simpatizzare, consolare, sostenere; quando il disagio in noi aumenta allora attendiamo a sottrarci, cambiare argomento, scherzare, distrarre; infine quando gli allievi non corrispondono più alle nostre aspettative allora etichettiamo, ridicolizziamo, umiliamo, giudichiamo, critichiamo, biasimiamo, diamo ordini, minacciamo… Magari in nome di una cultura democratica.

Siamo insomma disposti a fare di tutto per fuggire dal compito arduo dell’ascolto delle emozioni e delle storie dei nostri interlocutori. I bambini, i ragazzi che hanno difficoltà ad accettare l’altro, così come quelli che vivono l’esperienza di essere considerati diversi, sono soggetti che hanno massimamente bisogno di un ascolto attivo. Dietro la rabbia, l’arroganza, il disprezzo, l’onnipotenza che sottendono i comportamenti razzisti violenti, ci sono a ben vedere sentimenti che tendono ad essere mascherati, negati e trasformati nel loro contrario: la solitudine che spinge alla coesione compensativa del gruppo violento, l’impotenza che si tramuta in arroganza onnipotente, la paura che diventa il coraggio nei confronti dei più deboli magari perché provenienti da altrove. E ascoltare, per un educatore, non significa certo accettare schemi violenti a manipolatori, bensì favorire una circolarità dell’ascolto, promuovere nel gruppo classe la possibilità di lasciare esprimere e legittimare sentimenti, punti di vista, storie di vita che hanno una loro radicale originalità. [1]

Il punto che reputo importante del passo che vi ho riportato è la difficoltà che spesso gli adulti hanno nel rapportarsi con la realtà emotiva dell’altro. Presi come siamo dal voler imporre, con difficoltà riusciamo (se ci riusciamo!) a fermarci ad ascoltare la realtà dei ragazzi, condividerne la visione del mondo, comprendere le scelte, supportarne le paure. Il confronto coi ragazzi, e parlo per esperienza diretta, richiede, prima di entrare in contatto con l’altro, l’entrare in contatto profondo con se stessi, con le proprie paure, con la propria visione del mondo. Ed è un terreno  nel quale non ci piace avventurarci, specie se diamo per scontato che diventando adulti abbiamo anche acquisito il potere di non dover più confrontarci con parti di noi che non ci piacciono e che non hanno necessità di essere rinvangate.

Il confronto coi ragazzi invece ci porta spesso su quel terreno e faremmo di tutto per evitarlo. Più evitiamo questo confronto, più ci irrigidiamo nei confronti del bambino/ragazzo, più questo sente la nostra distanza rendendo questo un circolo vizioso che si alimenta di continuo, diventando problematico spesso durante l’adolescenza, età nella quale tutte le dinamiche appaiono particolarmente amplificate. Come si spezza il cerchio? Con l’ascolto, un ascolto attivo, un ascolto partecipe, un ascolto interessato, che faccia sentire l’altro coinvolto in quello che ci riguarda. Un ascolto che parta dal nostro stesso ascolto, dalla conoscenza, dalla comprensione e dall’accettazione di quello che noi sentiamo e proviamo. Solo in questo modo potremmo metterci a disposizione per l’altro. Non è sicuramente una cosa facile: dopotutto anche a noi è stato insegnato di crescere mettendo da parte quanto più possibile la nostra realtà emotiva.

Solo recuperando quello che ci appartiene possiamo utilizzarlo come ponte per comunicare con chi, in fondo, vuole essere aiutato a tirare fuori  e a capire come maneggiare quello che sta faticosamente iniziando a sentire. 

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

 

[1] Foti, C. (2012), La mente abbraccia il cuore, Edizioni GruppoAbele, Torino, pag. 185

 

Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

La costruzione di un buon dialogo interiore (2)

dialogo interiore2Una delle tematiche nelle quali in adolescenza è indubbiamente necessario sviluppare un buon dialogo interno è sicuramente il tema della sessualità:

Ugualmente, il supporto che ragazzi devono ricevere li metterà nelle condizioni di saper fronteggiare e avere controllo sulle influenze provenienti dal mondo esterno, in particolare in tema di sessualità. È fondamentale che ogni genitore e insegnante li aiuti a sapersi districare nella giungla di condizionamenti negativi che cercano di incidere sullo sviluppo psicofisico, sull’adozione di attitudini e valori che si traducono poi in scelte comportamentali e stili di vita. Solo avendo a disposizione adulti competenti e aperti, disponibili a parlare e ad essere di orientamento in un percorso tortuoso quale è spesso l’educazione sessuale, preadolescenti e adolescenti potranno interiorizzare messaggi significativi che diventeranno di riferimento in momenti cruciali della propria vita. In questo senso è fondamentale che i genitori, in primo luogo, se possibile supportati dalla scuola, riescano a definire i tempi e modi di un’educazione affettiva e sessuale che sappia comunicare il valore relazionale ed emotivo che la sessualità riveste nella vita di ciascuno di noi, allontanando all’equazione che sempre più spesso il mercato gli stessi media propongono i ragazzi per cui la sessualità viene esclusivamente identificata con uno strumento che procura eccitazione e piacere. [1]

L’autore sottolinea come sia necessario sviluppare un dialogo interiore per evitare che il peso delle voci che provengono dall’esterno non abbiano un contraltare e possano così avere campo libero. Se così fosse, come spesso succede in adolescenza, si rischierebbero comportamenti dettati più dalle spinte esterne che dalle motivazioni interne. Questa capacità porterà ad agire in base al proprio sentire. La focalizzazione riguarda il tema della sessualità che in adolescenza gioca un ruolo molto forte anche a causa dei cambiamenti fisici che caratterizzano questo periodo della vita. Se un adolescente non è riuscito a costruire un buon dialogo su queste tematiche con una persona per lui significativa, correrà il rischio di non riuscire ad instaurare un suo dialogo circa quelle che poi saranno le sue stesse scelte sessuali. Se non è riuscito ad instaurare un dialogo con l’altro, probabilmente incontrerà difficoltà anche nel dialogo con se stesso (o stessa naturalmente!), non avrà una posizione sua rispetto a quello che succede intorno a lui. Potrà essere disorientato e temere quello che può succedere dal momento che non ha idea di cosa provocherà in lui.

Gli esiti possono essere estremi come spesso accade in adolescenza: il ragazzo potrà buttarsi a capofitto nell’agito, nascondendo la paura per ciò che sta succedendo, dimostrando ancora una volta che non è necessario nessun dialogo interiore, nessuna consapevolezza nel fare le cose. Oppure, di contro, essere timoroso ed evitante riguardo alla sfera sessuale. Nel primo caso avremo un adulto che continua a non essere in grado di instaurare un dialogo con se stesso, nel secondo una persona spaventata da ciò che non conosce. Naturalmente sono posizioni estreme che, nella loro purezza, non esistono. Sono, però, indicative di due diversi atteggiamenti nei confronti di diverse realtà che, secondo me, sono imparentate dalle stesse cause: l’incapacità nella costruzione di un proprio dialogo interiore.

È dunque necessario che questo processo venga non solo messo in moto ma anche coltivato nel tempo di modo da riuscire ad attecchire nella mente e nel cuore dei giovani ragazzi. Solo così sarà possibile autonomizzarli, rendendoli in grado di capire il valore delle scelte che effettuano ogni giorno. E solo così saranno scevri dalla possibilità che si trasformino in burattini nelle mani di voci esterne, voci che spesso, solo per il fatto di urlare di più, vengono considerate più credibili.

Ed il punto di partenza di questa piccola rivoluzione è alla portata di tutti: basta semplicemente imparare a prestare loro attenzione.

Che ne pensate? Che tipo di dialogo interiore siete riusciti a costruire con voi stessi?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Pellai, A. (2012), Questa casa non è un albergo!, Feltrinelli, Milano, pp. 186-188

Tutti i diritti riservati
MyFreeCopyright.com Registered & Protected

FILM: Requiem for a dream

Requiem-for-a-Dream-Wallpaper-Il film del quale voglio parlarvi oggi è uno dei film più descrittivi di quello che è la dipendenza in ogni suo aspetto. Requiem for a dream (2000) diretto da Darren Aronofsky, è la lenta discesa di ognuno dei quattro personaggi principali nella sua personale dipendenza. Il titolo è abbastanza esplicativo di quello che verrà mostrato: il requiem per ogni sogno, per ogni speranza e per ogni illusione delle persone che mostra. I protagonisti sono la signora Sara Goldfarb (Ellen Burstyn) madre e casalinga, completamente e totalmente dipendente dalla sua televisione e dal figlio Harry (Jared Leto), unico scopo della sua vita. Harry, a sua volta tossicodipendente, è molto legato all’amico Tyrone (Marlon Wayans) e alla fidanzata Marion (Jennifer Connelly), tossicodipendenti a loro volta.

Ognuno dei protagonisti si lega alla dipendenza dell’altro e ha come obiettivo il proprio riscatto, che persegue con ogni mezzo fino all’autodistruzione, al requiem del titolo per il sogno di farcela. Il film è secondo me perfetto per descrivere non solo la dipendenza, quanto l’alienazione, sia nei confronti degli altri che nei confronti di se stessi, che il mancato riconoscimento di queste debolezze porta a non affrontare.

La madre, Sara, è del tutto presa dalla realtà fittizia dei suoi programmi televisivi, dai continui gesti stereotipati che scandiscono il passaggio del tempo in una routine quotidiana ormai insignificante, mentre coltiva la speranza e il desiderio di partecipare al suo programma preferito e, tramite questo, avere il suo personale riscatto da una vita solitaria nella quale non le è rimasto nulla dopo la morte del marito. In vista della ipotetica partecipazione ad uno dei suoi programmi tv, Sara coltiva una vera e propria ossessione per il suo aspetto fisico, volendo rientrare in un abito che non indossava più da tanto tempo. Questo obiettivo assurge a diventare idolo della sua stessa esistenza, unico e inutile scopo di una vita vuota. Per ottenere l’agognato risultato, si rivolge ad un medico che le fa assumere (e sviluppare un’altra dipendenza) delle anfetamine, farmaci anoressizzanti.

Nessuna delle amiche della donna interviene, nessuna (ma questo accade di continuo nel film tra i diversi personaggi) si rapporta con la persona reale quanto con le aspettative che hanno nei confronti dell’altro. L’alienazione è ben descritta dal rapporto che Sara ha con il medico che ne segue la dieta: in nessuna occasione la degna di uno sguardo: il loro rapporto è dato semplicemente dalla compilazione della ricetta per le pillole.

La relazione di Sara col figlio Harry è sullo stesso piano: alienante. Sara non sembra chiedersi mai chi sia/cosa faccia il figlio ma proietta su di lui i suoi desideri (che lavori, che trovi una fidanzata, che abbia una vita ‘normale’); a sua volta il figlio non si rende conto dell’alienazione della mamma nel suo isolamento, mirando semplicemente a farla felice cercando di comprarle una televisione migliore. Non esiste nessuna famiglia, non c’è una relazione: il loro è l’incontro di debolezze, speranze e desideri che si proiettano sull’altro. La ragazza di Harry, Marion è un altro esempio di come la famiglia sia del tutto assente: proviene da una famiglia benestante (che non compare mai nel film) il cui unico scopo è mantenerla e pagarle le cure da uno psichiatra. Anche lo psichiatra, così come il medico che segue la mamma Sara, è una figura misera in questo quadro, un approfittatore delle debolezze altrui. Harry e l’amico Tyrone hanno come unico scopo quello di riuscire a diventare spacciatori sempre più grandi e affrancarsi da una vita fallimentare diventando ricchi (vedi le fantasie risarcitorie ricorrenti di Tyrone con la madre e le sue promesse che ‘ce l’avrebbe fatta’). 

Il risultato, ovviamente, sarà di tutt’altro tipo: una lenta discesa nell’inferno personale di ciascuno di loro, una totale incapacità di accettare i propri limiti e le proprie possibilità, un continuo stordirsi con tutto (droga, tv, sesso…) qualunque cosa permetta loro di allontanarsi da quello che sono e possa far sognare realtà che non esistono, vite degne di nota, possibilità di riscatto nate e cresciute dall’essere qualcun’altro piuttosto che riuscire a partire da se stessi.

Questa scissione tra chi si è e cosa si vorrebbe essere è data anche a livello visivo dall’uso che il regista fa del cosiddetto split screen, la divisione in due diverse inquadrature dello schermo. I protagonisti sono spesso scissi tra una realtà immaginaria e consolatoria e una verità che non accettano e che rifuggono. Un continuo alternarsi tra vita reale e speranza, tra mondo concreto e illusione che trova il suo apice nei deliri della madre ridicolizzata dal suo scintillante alter-ego televisivo e totalmente frastornata dalle sue paure nel mondo reale, del tutto in balia della sua separazione, incapace di permettere un dialogo tra le sue varie anime che acquistano spessore e che arrivano a scontrarsi frontalmente.

Il film è diviso in tre episodi intitolati Summer (estate), Autumn (autunno) e Winter (inverno). L’inverno è l’inverno delle anime, anime diventate completamente fredde, completamente sorde a se stesse, impegnate nella ricerca di qualcosa o di qualcuno esterno loro che possa far sentire il senso della propria vita che si avverte perduto. All’inverno non segue nessuna primavera, nessun risveglio, nessuna rinascita. La lenta discesa è compiuta, l’alienazione è arrivata all’apice: ognuno di loro non ha più idea di chi sia ne del proprio senso. Un film assolutamente cupo, nelle atmosfere, nella fotografia, nelle luci, nella splendida colonna sonora, un film crudo su cosa siano le dipendenze (emblematico, in questo senso, il fatto che lo spaccio avvenga all’interno di un supermercato, moderno luogo delle nostre molteplici dipendenze, quali esse siano: alimentari, igieniche, ludiche…).

Un film estremo che spinge a riflettere sulla dipendenza, sulle diverse forme di dipendenza e su come queste abbiano la capacità di allontanarci da noi stessi, nel portare il baricentro del nostro equilibrio sempre più lontano fino a farci crollare, fino a farci collassare in un inverno perenne.

Qualora l’aveste visto e voleste farmi sapere la vostra opinione, lasciate un commento o scrivetemi (fabrizioboninu@gmail.com)

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati 

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Come avere figli educati?

Come avere figli educatiIl post di oggi riporta un articolo del Corriere della Sera che cerca di individuare quale sia la strategia migliore per avere figli più educati: è meglio premiarli o sgridarli? Meglio metterli in punizione o lodare il comportamento corretto? Non è una differenza di poco conto se ci si pensa, perché il metodo educativo basato sulle punizioni si basa sull’intimorire il bimbo sulla reazione al comportamento sbagliato, mentre elogiare un comportamento corretto fa leva sul rinforzo positivo ad un comportamento ‘buono’. Nell’articolo si propende per il privilegiare l’elogio piuttosto che la punizione. Questa tendenza viene chiamata «terapia di interazione tra genitori e figli» ma, più semplicemente, è la tendenza, propugnata da una parte degli psicologi infantili, ad accantonare le punizioni (per lo meno quelle troppo drastiche) e a privilegiare elogi e abbracci. In pratica, l’imperativo per i genitori è: non fissatevi sui comportamenti ‘cattivi’ ma valorizzate quelli ‘buoni’

Secondo lo psicologo Timothy Verduin, docente di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza all’Università di New York, sarebbe meglio che questi elogi venissero accompagnati da manifestazioni fisiche di affetto (una carezza, un abbraccio…) che avrebbero lo scopo di accompagnare e rinsaldare il legame tra genitori e figli. Questa è la ricetta per avere figli educati? In realtà, l’articolo riporta quelle che sono le ‘evidenze empiriche’ di ogni genitore: a volte semplicemente parlare non serve a molto, sopratutto se il bambino è piccolo. Cercare di far comprendere solo col dialogo a volte non sembra dare i risultati sperati, e i genitori si trovano costretti ad alzare la voce. E’ un comportamento basato sulla punizione anche se stabilisce comunque una regola all’interno della famiglia e presuppone che sia contenitiva rispetto ad una totale assenza di regole o ad una liceità apparente per tutto. Le regole in qualche modo ordinano il mondo per quanto sembrino dolorose da rispettare. 

Per il rispetto delle regole stesse vale il principio che sarebbe meglio l’elogio piuttosto che la punizione. Come riportato nell’articolo, infatti, il castigo è un’arte, e molto difficile» spiega lo psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet. Che illustra il metodo: «Bisogna prima di tutto capire qual è la comunicazione implicita contenuta nella trasgressione della regola: nella violazione di un patto c’è sempre, nel bambino, una speranza di potersi affrancare, di crescere. Se capiamo questo suo desiderio e lo aiutiamo a realizzarlo non ripeterà il comportamento scorretto. E ancora: La sanzione non deve mortificare ma aiutare a crescere. Per esempio, se la trasgressione sta nel non apparecchiare la tavola, si potrebbe far frequentare al bimbo un corso di cucina, per sviluppare una competenza legata al cattivo comportamento». L’arte del castigo, insomma: «La punizione – nota Charmet – è un momento educativo molto alto: il bambino che trasgredisce non si aspetta di provare un dolore fisico o morale come conseguenza della sua azione, ma vuole vedere quale sarà la reazione degli adulti al suo superare i limiti fissati» Ecco perché il «buon» castigo conclude lo psicoterapeuta, «richiede tempo e astuzia». E non deve essere una sculacciata, «o un togliere ai figli i soldi, le uscite o l’uso del computer». Sì al castigo allora, ma con intelligenza.

L’aspetto importante è cercare di capire cosa il bambino sta cercando di comunicarci con il suo infrangere le regole. Non si tratta di cose molto lontane dalla realtà come si può vedere. Basta applicare buonsenso e giudizio. E cuore. Capisco che molti di voi potrebbero obiettare alla frequenza del corso di cucina, ma ci sono veramente tanti metodi per ottenere lo stesso risultato. Quello che posso suggerire è il coinvolgimento: una soluzione che veda coinvolti i genitori (per vicinanza, per spiegazione, per comprensione…) avrà risultati sicuramente più duraturi di una semplice punizione per privazione (‘non usi il pc, non usi più i giochi’, ecc.)

Intanto qui il link all’articolo:

L’articolo è di Giulia Ziino.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati
MyFreeCopyright.com Registered & Protected

L’eterocentrismo: le sentinelle in piedi

L'eterocentrismo le sentinelle in piediLa riflessione di oggi parte da una fenomeno abbastanza recente ma che sta incontrando una discreta rilevanza mediatica: le cosiddette sentinelle in piedi. Il 5 Ottobre abbiamo assistito alla nuova manifestazione, in diverse piazze d’Italia, dei rappresentanti di questa associazione. Ma chi sono le sentinelle in piedi e qual è il loro obiettivo? Come riporta il sito nazionale sentinelle in piedi è una resistenza di cittadini che vigila su quanto accade nella società e sulle azioni di chi legifera denunciando ogni occasione in cui si cerca di distruggere l’uomo e la civiltà. Ritti, silenti e fermi vegliamo per la libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna.
La nostra è una rete apartitica e aconfessionale: con noi vegliano donne, uomini, bambini, anziani, operai, avvocati, insegnanti, impiegati, cattolici, musulmani, ortodossi, persone di qualunque orientamento sessuale, perché la libertà d’espressione non ha religione o appartenenza politica, ci riguarda tutti e ci interessa tutti.
[1]

Cosa significhi nella loro visione distruggere l’uomo e la civiltà è facilmente riassumibile: sono contrari a qualunque tipo di unione che non sia tra uomo e donna. La loro è una visione prettamente eterocentrica, fondata sull’idea che l’unione eterosessuale sia l’unica possibile e da tutelare a discapito di qualunque altra forma relazionale. Come qualunque ‘centrismo’ anche questo è basato sul presupposto che la propria posizione sia migliore delle altre. Mossi dall’intento di voler preservare la famiglia ‘naturale’ (sulla ridefinizione dell’aggettivo naturale in una società come la nostra ci sarebbe da scrivere un trattato!), le sentinelle in piedi lottano perché altre persone non godano degli stessi diritti civili dei quali gode una famiglia eterosessuale. Sono sempre più convinto del fatto che, se una mobilitazione è contro i diritti di qualcun’altro, abbia come presupposti delle premesse discutibili.

Il ‘centrismo’ più famoso, in psicologia, è sicuramente l’egocentrismo. Userò le parole di Claudio Foti, psicologo e psicoterapeuta, per descrivere cosa sia l’egocentrismo e tracciare un parallelismo tra i due ‘centrismi’ citati:

l’egocentrismo non coincide con l’affermazione sana del Sé, anzi l’egocentrismo rivela un qualche fallimento nel processo di integrazione e di espansione del Sé. L’atteggiamento egocentrico del soggetto con carenze narcisistiche, che rincorre conferme e puntelli esterni alla propria grandiosità immaginaria, rivela un deficit di autostima, un’incompiutezza profonda della soggettività, una mancanza di autonomia vitale. Le cause profonde del suddetto deficit va ricercata peraltro nella frustrazione traumatica di alcuni bisogni di valorizzazione e di integrazione del Sé che non sono state soddisfatte nell’infanzia.

(…) L’atteggiamento egocentrico del soggetto alla ricerca avida di gratificazioni immediate per sé, insensibile agli interessi delle persone che gli stanno a fianco rinvia ad una debolezza del sé. L’Ego del soggetto egocentrico non è un’ego forte, ricco e vitale, bensì un Ego impoverito dall’incapacità di trarre soddisfazione da quelle dimensioni dell’esistenza che presuppongono il rispetto per l’altro. Questo soggetto non riesce a percepire e ad integrare bisogni fondamentali, che lo spingerebbero a valorizzare la dimensione relazionale e comunicativa dell’essere umano, una dimensione che implica la sensibilità e la capacità di identificazione nei confronti dell’altro. [2]

L’eterocentrismo, così come l’egocentrismo, si accompagna al ritenere come degna di comprensione e accettabile solamente la propria idea di realtà e, nel caso specifico, a non ritenere accettabile l’idea che esistano altre realtà familiari, altre idee di famiglia, altre idee di amore che non sottraggono, ma anzi aggiungono complessità ad una dimensione, la vita relazionale, nello stesso tempo privata e sociale, intima e pubblica. E credo sia chiaro, inoltre, come questa visione ego/eterocentrica non lasci spazio alcuno alla dimensione relazionale, alla sensibilità e alla capacità di identificazione con l’altro. Ammantati da un apparente savoir-faire silente, le sentinelle in piedi portano avanti un messaggio univoco e discriminatorio: la mia realtà è migliore della tua! Come per l’egocentrismo, anche l’eterocentrismo così estremizzato non può non essere indice di debolezza, di intransigenza, di rigidità di visione, un monolite che non lascia spazio a dubbi, alle domande, all’altro. La visione eterocentrica è, in’ultima analisi, profondamente egoistica nella prospettiva monodimensionale che persegue. 

Ogni ampliamento dei diritti non dovrebbe essere vissuto come un pericolo, non dovrebbe mobilitare sentinelle che veglino, non dovrebbe semplicemente costituire motivo di scontro. Se viene vissuto in questo modo, sarebbe interessante chiedersi il perché del senso di minaccia avvertito dall’altro, il motivo di tanta rigidità e di tanta chiusura. Probabilmente aiuterebbe a far luce sulla necessità di tanta intransigenza.

Spero arrivi un momento nel quale le sentinelle, continuando a leggere (magari anche libri che confutino tesi diverse rispetto a quelle nelle quali credono!), possano finalmente mettersi sedute e godersi l’evoluzione della società senza sentirsi minacciate. Se poi da silenti diventassero dialoganti sarà fatto un passo in più per cercare di superare lo scoglio di egocentrismo che preclude la vista di ogni posizione diversa dalla propria.

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] www.sentinelleinpiedi.it

[2] Centro Studi Hansel e Gretel (2008), Adultocentrismo: il mondo dominato dagli adulti, Sie Editore, Torino, pp. 8-9

 

Tutti i diritti riservati 

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

 

Ci siamo separati a causa di nostro figlio!

Ci siamo separati a causa di nostro figlio!Il post di oggi prende spunto da una aspetto che noto spesso durante le terapie nelle quali sia coinvolta una famiglia con almeno un figlio. Vi ho già descritto il mio modo di lavorare con i bambini o con ragazzi adolescenti: quando il ragazzo (o la ragazza!) è minorenne, invito i genitori per conoscere meglio quella che è la situazione familiare. Capita allora che i genitori, soprattutto ma non solo, quando è presente un figlio adolescente, inizino a raccontare di come divergano le strade educative tra i due. Il papà accusa la madre di essere troppo indulgente e bonaria, la madre si difende dicendo che sa invece come prendere il figlio/a e accusa a sua volta il partner di non saper ‘maneggiare’ i figli e di essere, al contrario, troppo rigido e severo. Mi è capitato che questa ‘lotta educativa’ fosse talmente forte ed esasperante, che in alcuni casi entrambi ritenevano fosse meglio separarsi piuttosto che condividere queste differenze così marcate nello stile educativo dei figli. Queste divergenze insanabili rispetto al modo con cui affrontare l’educazione dei figli non è altro che, a mio avviso, la classica ciliegina sulla torta. E’ quantomeno inverosimile che un figlio, per quanto sia provocatorio, sopratutto durante l’adolescenza, possa portare due persone che condividono una stessa visione del loro ruolo genitoriale a separarsi per causa sua. E’ più probabile che quel figlio si sia infilato tra le crepe nel rapporto tra i suoi genitori e sia riuscito ad allargarle.

A questo proposito vi riporto il brano di un testo particolarmente interessante e piacevole da leggere. Si intitola Questa casa non è un albergo! Adolescenti: istruzioni per l’uso, ed è scritto da Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, nonché conduttore della trasmissione radiofonica ‘Questa casa non è un albergo’ in onda su Radio24 e che ha raccolto in questo testo parte delle esperienze e delle comunicazioni che quotidianamente arrivano in trasmissione:

L’ingresso in adolescenza pone un figlio di fronte ad un dato di fatto: il suo bisogno di lealtà, la sua idealità, la sua voglia di riparare ciò che la vita gli ha fatto trovare ‘rotto’, spesso lo spingono a smascherare le ipocrisie del mondo degli adulti. Sono numerosi i figli che provocano e istigano i propri genitori a entrare in crisi in modo manifesto, quasi approfittando della propria adolescenza. Tantissime mamme papà approdano in consulenza psicologica dichiarando di essere sulle soglie della separazione per colpa dei differenti punti di vista sull’educazione di un figlio.

Anche nell’esperienza della trasmissione radiofonica, molti genitori attaccano dicendo ‘con mio figlio è un vero disastro’ ma, interpellati sull’intesa di coppia di fronte alle crisi del figlio, concludono la conversazione affermando ‘con il mio/a compagno/a di vita è un vero disastro’. 

Allora torniamo all’inizio: nessun figlio può essere la causa di separazione dei propri genitori. La coppia coniugale non si sfascia di fronte alle fatiche educative imposta dalla crisi di crescita di un figlio. Solitamente i compiti educativi per un figlio diventano distruttivi per una coppia perché si innestano su un terreno d’intesa molto fragile a causa della scarsa intesa che già preesiste tra uomo e donna.[1] 

Sono d’accordo con quanto sostiene l’autore. Credo sia improbabile che un figlio, qualunque sia l’età, possa essere causa della rottura del rapporto tra i genitori. Può sicuramente essere un fattore enorme di stress per il rapporto stesso, ma ribadisco il fatto che se esiste una condivisione rispetto al ruolo educativo che i due genitori sentono di svolgere è inverosimile che un figlio ne causi la rottura, per quanta forza possa mettere nell’attaccare il legame.

Spesso i figli sembrano introdursi con la forza nei ‘punti deboli’ della coppia genitoriale: questo processo è teso più a verificare la robustezza e la veridicità del legame delle persone che lo circondano, e quanto queste, soprattutto i suoi stessi genitori, possano reggere e reggerlo. Ma questo ‘attacco’ non è rivolto allo sfaldamento del legame coniugale, quanto piuttosto a testarne la valenza. Non si può, dunque, attribuire a questo movimento, dettato tra l’altro dalla fase di vita che ragazzi adolescenti si trovano a vivere, la causa di un possibile allontanamento tra i membri della coppia genitoriale. Se si imputa al rapporto genitori-figli la causa dell’allontanamento tra i membri della coppia sono certamente possibili due aspetti: il primo è quello di trovare un facile capro espiatorio circa le difficoltà della propria relazione, il secondo aspetto rilevante è di non riuscire a vedere qual è stato il nostro ruolo nella accadere degli eventi. So che è una posizione decisamente più difficile, ma credo più utile per cercare di comprendere quello succede. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Pellai, A. (2012), Questa casa non è un albergo!, Feltrinelli, Roma, pag. 92

Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

 

Quanti giochi dovrebbero avere i bambini?

Quanti giochi dovrebbero avere i bambiniCapita, lavorando con bambini e coi loro genitori, che vengano chiesti consigli su come affrontare quelle che nelle descrizioni appaiono come vere e proprie piccole emergenze quotidiane che riguardano soprattutto la gestione dei rapporti tra genitori e figli. Come fare se…? Come comportarsi quando…? Cosa rispondere se…?  Vi ho spesso detto come non reputi opportuno entrare nell’area dei consigli, perché starei implicitamente accogliendo il fatto che i genitori stessi non siano in grado di occuparsi dei propri bambini, e che non siano, in ultima analisi, dei bravi genitori. Uno degli aspetti che viene riportato più spesso riguarda la non obbedienza dei figli i quali, secondo i genitori, non sembrano intenzionati ad obbedire neanche quando vengono levati loro, per punizione, qualunque tipo di giocattolo. Via la Playstation, via la Wii, via le Psp, via la tv, via il pc, ecc. Ora già da questo lungo elenco si potrebbe iniziare una riflessione sull’abbondanza di giochi e distrattori dai quali i bambini sembrano costantemente circondati nella loro quotidianità. Questo fa sorgere un altro interrogativo legato ai giochi: che valore hanno i giochi nell’educazione di un bambino? Come detto, i genitori si lamentano di non essere ascoltati nonostante levino per punizione tutti i giochi dalle mani dei figli. Il vero quesito sarebbe: perché i bambini hanno così tanti giocattoli? Sono necessari al loro sviluppo? Qual è il senso di una punizione che leva un gioco quando sanno di poter contare su un’altra infinità di giochi pronti a rimpiazzare e non far rimpiangere il gioco sottratto o perduto? Per illustrare meglio il valore e la complessità che il gioco ha per un bambino vi riporto un brano (trovate i riferimenti bibliografici in fondo alla pagina) che mi sembra perfetto per illustrare ciò di cui parlavo:

Spesso i sensi di colpa ci inducono a riempire i nostri figli di cose materiali. Le case di oggi straripano di giocattoli, vestiti, divertimenti. (…) Il risultato è che i bambini crescono con l’idea che le cose siano a loro disposizione e debbano essere costantemente rinnovate. Si comportano come se avessero assolutamente bisogno di qualcosa, facendo leva senza volerlo sul nostro timore di non dar loro abbastanza, che si tratti di cose materiali o di tempo, attenzione, amore. Vogliamo compensarli per quello che ci pare di non aver dato, e diamo loro oggetti. Ma così facendo rischiamo di privare il bambino di un’esperienza necessaria. Quando vogliono qualcosa, i bambini hanno la sensazione di averne bisogno. Ma noi, come adulti, siamo in grado di discernere ed attraverso il nostro atteggiamento anche il bambino impara a distinguere tra desiderio e bisogno; è importantissimo che riesca a farlo, perché rischia altrimenti di essere sempre in balia di bisogni estremi, che non potranno mai essere soddisfatti del tutto. L’abitudine ad ottenere ed a buttare via facilmente, inoltre, priva il bambino dell’idea che esista qualcosa di speciale. Se il giocattolo si rompe, per risparmiargli un dispiacere viene immediatamente sostituito, ma così il bambino non fa l’esperienza di soffrire per la perdita di qualcosa e di superare poi il dolore. Così i giocattoli non possono assumere un significato emotivo e il bambino non impara da affezionarsi profondamente a qualcosa. Ne risente anche il suo senso della realtà, la presa di coscienza che, se si rompe qualcosa, è danneggiato ed è possibile che non funzioni più. Un’altra conseguenza positiva del fatto di non ottenere sempre quello che si vuole e di sentirsi dire ogni tanto no da un genitore, è la capacità di sopportare uno spazio vuoto. (…)

Se gli spazi vengono riempiti all’istante, non c’è posto per la creatività. Se un bambino ha un giocattolo per tutte le occasioni, non userà la sua immaginazione per inventare nuove combinazioni, per trasformare un oggetto in un altro. Una scatola sarà solo una scatola, invece che una potenziale casa di bambole, un pezzo di legno resterà in giardino senza poter diventare la bacchetta di un direttore d’orchestra, un fucile o qualunque altra cosa suggerisca la fantasia. Il fatto di avere sempre a disposizione l’oggetto specifico rischia di sviluppare solo i lati più concreti, a scapito della capacità simbolica, dell’inventiva, dell’immaginazione. Inoltre, cosa ancora più importante, viene riportata la sensazione che lo spazio vuoto sia intollerabile. Stiamo dicendo a nostro figlio che non avere è terribile, che senza soddisfazione è perduto. In fondo gli stiamo trasmettendo l’idea che lui è quello che ha. Se il bambino lega la propria importanza a quello che possiede, la sua immagine di sé sarà sempre a repentaglio. Tollerando di non avere, invece, acquista più fiducia in se stesso e più consapevolezza di essere la persona che è, con un suo carattere, che è la cosa più preziosa di tutte, che nessuno gli può togliere. È questo senso del proprio valore, di essere apprezzati per quello che si è che aiuta a sopravvivere nei periodi di avversità. [1]

Credo sia esaustivo nel raccontare quella che è la complessità e l’intreccio di diversi piani (educativi, relazionali, oggettuali e simbolici) che da sempre accompagnano lo sviluppo del bambino attraverso il gioco. E’ importante prestare attenzione a questi aspetti perché anche su questi si basa la crescita e lo sviluppo del bambino. Forse allora sarà più proficuo che ci si metta a parlare con loro per spiegare perché non compreremo tutti i giocattoli visti a casa dall’amichetto piuttosto che accontentarlo acriticamente pur di non vederlo piangere. Anche per l’adulto è un importante passaggio, perché, cresciuti nell’idea che tutto sia accessibile e comprabile, deve implicitamente contenere l’idea di essere ‘cattivo’ nel non accontentare il proprio figlio. Insomma una sfida evolutiva per tutti i membri della famiglia coinvolti. Un altro esempio di come la complessità entri anche nelle cose più quotidiane della nostra vita.

Come al solito fatemi sapere che ne pensate e se qualche genitore volesse raccontare la sua esperienza può contattarmi tramite blog, email (fabrizioboninu@gmail.com) o telefono (3920008369).

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Phillips, A. (2003), I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano

Tutti i diritti riservati
MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Devo dire ai miei figli che mi voglio separare?

Devo dire ai miei figli che mi voglio separareLavoro spesso con adolescenti e con i loro genitori e capita che questi ultimi mi chiedano quale sia il modo migliore per affrontare una separazione. Ho notato come uno degli orientamenti più diffusi sia quello di cercare di nascondere il più possibile ciò che sta avvenendo in casa, convinti che questo sia il modo migliore per preservare la tranquillità dei figli da ciò che sta accadendo. Pur trovandolo un atteggiamento molto comprensibile da parte di genitori che sono già disorientati per quello che accade nella coppia genitoriale e non vogliono ‘infliggere’ le loro pene anche ai figli, ritenuti incolpevoli di ciò che sta avvenendo, non lo ritengo il modo più adatto per fronteggiare la situazione per diversi motivi:

  • presuppone che i figli non si accorgano di nulla; questa visione adultocentrica ipotizza che i ragazzi siano come del tutto inconsapevoli di ciò che li circonda e non siano in grado di accorgersi di ciò che avviene intorno a loro;
  • dal punto precedente deriva anche il pensiero che non possano comprendere ciò che sta succedendo, che tenerli fuori non possa che semplificare il problema e che, se dovessero venirlo a sapere, accrescerebbero ancora di più la problematicità della situazione;
  • si crea una sorta di autorizzazione alla menzogna emotiva, sostenendo una situazione che disorienta ulteriormente i ragazzi per la discrepanza tra ciò che viene mostrato e ciò che viene percepito in famiglia.

Ripeto: pur comprendendone le ragioni, trovo che questo modo di affrontare la situazione possa essere ancora più complesso da gestire. A maggior ragione se si parla di coppie con figli preadolescenti o adolescenti. A conferma di questa tesi, vi riporto il passo di un libro che, per l’appunto, si occupa del tema se sia meglio parlare di ciò che avviene in casa oppure cercare di mantenere un’impressione di unità nella famiglia: 

Sono davvero numerosi i casi in cui i due coniugi fingono di mantenere un alone di normalità all’interno della propria vita di coppia, illudendosi in tal modo di proteggere i figli. (…) a volte si scopre il tradimento di un coniuge, a volte entrambi si impegnano in relazioni extra coniugali mantenendo una vita comune sotto lo stesso tetto che è solo di facciata, spesso motivato dal fatto che ci sono figli.

A volte, invece, si resta sotto lo stesso tetto senza però conservare l’apparenza che tutto va bene. Così ogni giorno in casa scoppiano liti furibonde, di fronte agli stessi figli per i quali si decide comunque di non separarsi. È necessario che coppie così in crisi abbiano un supporto per fare chiarezza interiore. È naturale che a un figlio serva avere a disposizione un padre e una madre che vivono con lui sotto lo stesso tetto, ma tutto ciò deve anche prevedere un’unione sincera, intima e profonda tra i due coniugi. Se tale condizione non esiste, allora è bene che i due genitori comprendano le molte implicazioni emotive nelle quali i figli si trovano spesso intrappolati. Obbligare i figli a partecipare alla messinscena di una famiglia che sta insieme per convenienza, per routine oppure per evitare di affrontare la fatica di una crisi e di una separazione, significa imbastire la quotidianità sull’ordito della simulazione, della falsità, della verosimiglianza. E questo accade in un momento della vita dei figli in cui loro hanno soprattutto bisogno di verità, lealtà, sostanza e non forma. I figli di genitori che simulano sono spesso infastiditi  e arrabbiati dal ‘teatro’ al quale si trovano, loro malgrado, a fare da comprimari. È frequente sentir dire dalla voce di un adolescente: ‘molto meglio vivere con due genitori separati, piuttosto che partecipare alla messa in scena dei miei’. E la situazione si complica ulteriormente se i figli hanno il sospetto che i loro genitori abbiano avviato storie sentimentali parallele, condotte nella clandestinità. Proprio nel momento in cui devono investire sogni ed energie nella ricerca di un amore bello prezioso (…) si trovano tutti giorni a dover fare i conti con quello che resta della storia d’amore dei loro genitori. 
Insomma, è un bene che due genitori in crisi riflettano profondamente non solo su quello che sta succedendo alla loro coppia, ma anche sull’impatto che ciò comporta nel mondo dei pensieri e delle emozioni dei loro figli. A volte può succedere che l’unica via d’uscita consista proprio nel progettare una separazione che, pur tra gli innumerevoli problemi che implica nella vita di una famiglia, offre due innegabili vantaggi:
 
• anche affrontando una separazione, due genitori possono aiutare i figli a capire che l’amore è un valore troppo importante da difendere e che non può essere mascherato o sostituito con altro. Se si ha la certezza che una storia è finita, l’unico modo per difendere l’amore è smettere di confonderlo con ciò che non è;
 
• una separazione evita ai figli di convivere con madri e padri che spesso usano la relazione con loro come piattaforma sulla quale far convergere, invece, la loro incapacità di volersi bene. Un uomo e una donna che si separano devono avere chiaro che il loro impegno educativo dovrà farsi ancora più totale e coinvolto e che, mai e poi mai, il loro conflitto dovrà utilizzare l’educazione dei figli come campo di battaglia sul quale, invece, dovrà essere ricercato il massimo accordo possibile. [1]
 
Questo post è scritto pensando ad una coppia con figli adolescenti ma credo sia adatto anche a coppie che hanno figli più piccoli. La differenza potranno farla i genitori che si troveranno a dover calibrare al meglio possibile, in relazione all’età, alla personalità, alla sensibilità del proprio figlio, il modo con cui comunicare quello che sta accadendo. L’intento di questo passaggio non è quello di edulcorare la situazione, né di rende la realtà meno complessa da affrontare. Stabilisce semplicemente che la comunicazione possa avvenire anche sui cambiamenti dolorosi e traumatici che la famiglia si trova a dover vivere, e che questi passaggi non siano silenziati ma esplicitati e condivisi.
 
 
Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369).
 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Pellai, A. (2012), Questa casa non è un albergo, Feltrinelli, Milano, pp. 95-96 

Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Imparare dagli adolescenti

Imparare dagli adolescentiQuante volte abbiamo pensate di insegnare qualcosa ad un adolescente? Quante volte abbiamo pensato, dall’alto della nostra esperienza, a cosa avremmo potuto modificare del suo comportamento? Quante volte abbiamo pensato che solo l’inesperienza gli facesse dire (o fare) determinate cose? Probabilmente tante volte. Quante volte invece abbiamo pensato a cosa possiamo imparare da loro? Probabilmente poche se non nessuna volta. D’altronde cosa potrebbe insegnarci qualcuno che sta appena affacciandosi nel mondo degli adulti? 

Lavorando con molti adolescenti mi sono reso conto che spesso, automaticamente e inconsciamente, ci mettiamo dalla parte di coloro che devono insegnare, devono ‘far vedere’, devono mostrare il modo con cui ‘fare bene’ le cose. Poche volte, invece, succede l’esatto contrario, il momento in cui cioè ci mettiamo dall’altra parte, dalla parte di coloro che, invece, possono e hanno qualcosa da imparare da loro. Credo che questo ‘sovvertimento’ sia benefico e molto importante per entrambe la parti: innanzitutto l’adulto che non sale in cattedra sta implicitamente rimarcando come ci sia sempre da imparare e che, neanche diventati grandi, sia esaurita quella possibilità di migliorarsi che abbiamo lungo tutta la nostra vita. Questa possibilità potrebbe essere l’esempio che fa da contraltare all’estremismo delle posizioni che da sempre viene considerata come una delle più grandi ‘pecche’ dell’adolescenza. Ancora, il permettersi di poter imparare toglie quell’aura di sacralità per ciò che l’adulto dice, facendo emergere un’area di possibilità molto più consona a persone che si stanno confrontando. Questa posizione è molto importante perché permette di superare lo stereotipo ‘adulto=esperto’. Inoltre credo che il mettersi in discussione, nel confronto con l’altro, sia sempre un bene perché permette di interiorizzare un atteggiamento critico nei confronti di se stessi che impedisce di sentirsi e comportarsi come guru.

In cosa, invece, mostrare quanto possiamo imparare da loro permette una reale crescita dell’adolescente? Il passo del testo che vi riporto descrive molto bene ciò che può succedere:

Mostrare che possiamo imparare da loro ha almeno tre funzioni. Innanzitutto li rende consapevoli che hanno un contributo valido da dare. Questo accresce la loro autostima e soddisfa il loro desiderio di dare qualcosa in cambio di tutto ciò che hanno ricevuto. In secondo luogo serve a far capire loro, con l’esempio, che non si è mai finito di imparare, che si possono sempre rinnovare ed ampliare le proprie conoscenze. Questo dovrebbe favorire un atteggiamento aperto e curioso verso il mondo. In terzo luogo, in un momento in cui stanno facendo un balzo in avanti, li rassicura che i genitori non sono statici, ancorati per sempre nello stesso posto. Alcuni adolescenti vivono con un senso di colpa questo loro sviluppo che li porta a farsi carico di se stessi. Possono preoccuparsi che i genitori siano gelosi o che manchino di vitalità, come se fossero improvvisamente molto vecchi e rischiassero di essere lasciati indietro. La loro capacità di cambiare e di crescere dà ai figli il via per continuare liberamente nel proprio sviluppo. Rifiutando i genitori o cambiando la percezione che hanno delle loro qualità, gli adolescenti provano un senso di perdita, di tristezza perché non possono più fare riferimento a loro. Può succedere che per un certo periodo di tempo si sentano persi e vuoti. Anche la loro autostima ne risente. Se ciò che si è cercato di emulare non appare più così positivo, ci si sente sminuiti. La maggior parte dei ragazzi superano questa fase e riescono a vedere i genitori per quello che sono, con i lati buoni e i lati cattivi. È la battaglia con l’ambivalenza, che continuerà per tutta la vita. [1]

Quest’ultimo passaggio descrive, secondo me, molto bene quello che succede all’interno della famiglia mentre si assiste alla crescita dei membri. E’ come se l’adolescente, col suo rapido mutamento e con la sua crescita mettesse tutti i membri di fronte all’ineluttabilità del tempo che passa. Con tutto ciò che questo passare comporta.

In conclusione, tornando al punto, da adulto penso sia molto più fruttuoso e produttivo, benché spesso non sempre facile, cercare di confrontarsi con l’altro piuttosto che salire in cattedra e dare lezioni di vita. Anche, e forse soprattutto, se l’altro è ‘solo’ un adolescente.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Phillips, A. (2003), I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano

Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Adolescenti e adulti competenti: la risposta di una mamma

Adolescenti e adulti competenti la risposta di una mammaSicuramente ricorderete l’articolo di qualche tempo fa Adolescenti e adulti competenti (clicca qui per andare direttamente all’articolo). In esso si parlava della possibilità che preadolescenti e adolescenti potessero eleggere  degli adulti competenti tra quelli conosciuti e che questi adulti potessero dimostrarsi fondamentali nella crescita e come esempio per i ragazzi stessi. Naturalmente l’essere competenti non è dato semplicemente dall’essere scelti, quanto da una serie di competenze e attenzioni (la capacità di ascolto, l’assenza di giudizio, il non essere ‘cattedratici’, l’empatia ecc) che l’adulto stesso deve poter dimostrare di possedere e tramite le quali riesca a relazionarsi. Devo aver toccato un tasto dolente, con quell’articolo perché ho ricevuto diversi riscontri circa quello che ho scritto. Uno in particolare, la lettera di una mamma, mi ha colpito e volevo riportarvele integralmente:

Gentile Dott. Boninu,
Da mamma, e quindi prima educatrice dei miei figli, ho letto con profondo interesse l’articolo “Adolescenti e adulti competenti”. La ringrazio per il professionale apporto in materia di educazione, in un campo di cui tanto si scrive e si dice, ma nella realtà i disagi dei giovani vengono per la maggiore addebitati, come una colpa, ai giovani stessi. Tanto basta per deresponsabilizzarci e autoassolverci. Vorrei dire anch’io la mia, esprimendo con semplicità le mie considerazioni, il mio pensiero, sulla base delle tante esperienze di relazione con il mondo della scuola e con altri settori (anche in ambito di studi medici di pedagogia clinica). E’soprattutto come genitore che ho potuto verificare come i problemi di relazione e quindi di comprensione dei nostri figli siano principalmente riconducibili a due fattori: un’assenza di sinergia tra gli educatori coinvolti nel loro percorso di crescita, quindi uno scollegamento, una insufficiente comunicazione tra gli stessi adulti che giocano per loro i principali ruoli educativi. Da qui ne deriva, purtroppo, la scarsa credibilità di cui godono gli adulti da parte dei bambini e dei giovani in genere. Inoltre, ho spesso modo di verificare quanto gli educatori si diano da fare per adempiere ai loro doveri di protocollo, dimenticando l’universo emozionale dei diretti fruitori del loro servizio. Un preoccupante indirizzo di educazione monodirezionale sta prendendo sempre più piede, sulla base del fatto che si debba trattare tutti “allo stesso modo”, appiattendo e omologando delle personalità in formazione, lasciando pericolosamente inosservata la meravigliosa unicità che contraddistingue ogni essere umano. Sono convinta che il materiale in materia di buone strategie educative non manchi, a partire dalle stesse convenzioni internazionali che sanciscono i diritti del fanciullo. Basterebbe soltanto desiderare di conoscere i nostri bambini e ragazzi, di tacere, saper fare silenzio, mettersi in ascolto delle loro voci, delle loro passioni, occupare meno spazio e lasciare a loro quello indispensabile alla loro allegria e creatività, perché soltanto così possiamo conoscerli, e ci insegnerebbero loro ad essere dei bravi educatori, molto più che i manuali. Basterebbe essere molto, molto umani, prima che professionali. Saremmo, così, degli adulti più credibili, modelli umani per un mondo più umano e compatibile con il loro universo emozionale.
(…)
Michela

Come non essere colpiti dalla lucidità con la quale Michela centra il punto dell’argomento? Le questioni sono proprio queste: assenza di sinergia tra coloro i quali dei ragazzi si occupano (scuola, famiglia, sport,) e un forte disinteresse, per incapacità, per fretta, per superficialità, per il mondo emotivo dei ragazzi, spesso bollato come sciocco o inconcludente. A questo si aggiunga la citata capacità autoaasolutoria nel momento in cui, alle prime difficoltà nella relazione, attribuendo la responsabilità di quello che sta avvenendo all’altro e non riuscendo a capire quale sia il nostro ruolo in quella relazione, finiamo col non volercene più occupare. O pensare che siano ‘impazziti’ a causa dell’adolescenza stessa. Questa mail mi sembra particolarmente significativa, però, di un atteggiamento decisamente più consapevole, di come la coscienza di questo tipo di problematiche stia non solo aumentando ma anche necessariamente stimolando un confronto che, spero, possa portare alla riconsiderazione della costruzione delle relazioni con ragazzi/e adolescenti.

Credo che l’obiettivo debba necessariamente essere quello di recuperare la capacità critica di come ci confrontiamo coi ragazzi e di come possiamo migliorare il nostro contributo per costruire rapporti più apprezzabili da parte di entrambi gli attori in gioco. Solo percorrendo questa impervia strada, che comporta l’abbandono da parte degli adulti dell’idea deresponsabilizzante che noi non c’entriamo nulla ma che siano loro così ‘strani’, potremmo ambire sul serio al ruolo di adulti credibili, gruppo del quale, per le domande che porge, credo Michela sia un’ottima esponente.

Se qualche altro genitore potesse/volesse comunicare la sua esperienza è, naturalmente benvenuto.

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

I no che aiutano (i genitori) a crescere (2)

I no che aiutano (i genitori) a crescere (2)L’autrice spiega questa incapacità ad assumere il ruolo genitoriale come una continua giovinezza che non permette ai genitori di collocarsi nella fascia adulta. Credo sia vero, soprattutto considerando il peso che la nostra società pone sempre più di frequente sul mito dell’eterna giovinezza, sull’abbaglio che si possa essere giovani per sempre. Nella società italiana vi è spesso poi la tendenza a rimanere figli anche in età adulta, e questo viversi figli rende ancora più complesso focalizzare le funzioni genitoriali nel momento in cui si diventa effettivamente genitori. I futuri genitori crescono quindi in una sorta di immaturità emotiva che, non permettendo loro di percepirsi appieno come adulti, non lascia loro spazio per costruire ed interiorizzare un’immagine di se stessi come genitori. Questa può essere una delle cause per cui poi si assiste ad un continuo oscillare tra posizioni amicali e posizioni genitoriali che spesso non ha altra conseguenza se non quella di disorientare i figli.

Il rischio è che i figli si trovino appunto a dover fare i conti con genitori non del tutto consapevoli del ruolo che ricoprono e che i genitori non siano in grado di assumere gli aspetti più problematici (i no appunto!) e non si trovino a dovere marcare una funzione, quella genitoriale, con la quale, abbiamo visto in precedenza, si ha spesso difficoltà ad interagire proprio perché segna inesorabilmente il nostro passaggio nell’età adulta. Si dice spesso che i genitori crescano con i figli: credo avvenga proprio in questo movimento: le continue richieste dei figli obbligano un genitore a prendere posizione rispetto al proprio ruolo. E abbiamo già delineato come la non accettazione del proprio ruolo adulto di guida possa, non essendo stato riconosciuto ed accettato, creare problemi al genitore stesso che si trova nella condizione di non saper fronteggiare queste richieste. Nella crescita è soprattutto l’adolescenza il periodo che più influisce su questo equilibrio perché muta i rapporti all’interno della famiglia. Le dinamiche diventano più complesse perché alla crescita dei figli corrisponde la marcatura del ruolo adulto dei genitori stessi che si trovano dunque a dover accettare de facto una condizione per cui spesso non si sentono pronti. Il rischio è che nascano conflitti e che si esacerbino proprio nel momento in cui lo scontro generazionale è più esplicito.

In questo fase dovrebbe giocare un ruolo fondamentale la presenza genitoriale, perché contenitiva rispetto alle tensioni che questo momento vitale comporta nella vita delle famiglie. Un ‘buon’ genitore è il genitore che, consapevole del ruolo che ricopre per il proprio figlio, è in grado di accollarsi gli onori e gli oneri della sua posizione, riuscendo a creare una relazione con il proprio figlio senza che questo comporti l’annullamento della distanza generazione o funzionale all’interno della famiglia stessa. Un genitore che fa il compagno grande del figlio probabilmente non dovrà fare i conti con la messa in discussione da parte del figlio adolescente ma altrettanto probabilmente non sarà riuscito ad assolvere in pieno alla sua funzione genitoriale. 

L’importanza dell’adulto risiede proprio nel suo compito di ‘traduttore’ della realtà, di ‘potenziatore’ di soluzioni alternative, di ‘sostegno’ emotivo, oltre che cognitivo, alla capacità di prendere decisioni: azioni fondamentali per affrontare compiti evolutivi richiesti dalla crescita! [1]

In conclusione ci è stato detto in un famoso libro quanto i no aiutino i figli a crescere [2]. Forse bisognerebbe iniziare a pensare quanto quegli stessi no aiutino a far crescere anche i genitori di quei figli.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, GiuntiDemetra, Firenze, pag. 96

[2] Phillips, A. (2003), I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano 

Tutti i diritti riservati 

MyFreeCopyright.com Registered & Protected 

I no che aiutano (i genitori) a crescere (1)

I no che aiutano (i genitori) a crescere (1)A quale genitore non è mai capito di dover dire ‘no’ al proprio figlio? Il post di oggi cerca di occuparsi proprio di questo: quanto sia difficile per un genitore dire di no, ma da un punto di vista diverso: quanto i no costino al genitore stesso. Questo è uno dei temi più dibattuti ultimamente riguardo l’educazione dei propri figli. Quando un genitore deve dire di no? L’argomento, come dicevo, è dibattuto da tempo perché è uno degli interrogativi su cui ci si interroga di più: è necessario dire qualche volta di no o è meglio accogliere le richieste dei figli? Diverse le tendenze: da una parte coloro che si prodigano per l’accettazione incondizionata di qualunque richiesta da parte dei figli, dall’altra coloro che invece ritengono che i genitori debbano mantenere una sorta di ‘distacco genitoriale’ rispetto ai figli. Naturalmente, come in tutti gli estremi, la soluzione potrebbe trovarsi nella mediazione ed è forse necessario cercare di considerare quella che è l’utilità di alcuni no e l’utilità di alcuni si. Il tema di questo post però voleva focalizzarsi non tanto sulla capacità dei genitori di accogliere le richieste dei figli quanto sulla capacità o meno dei genitori di riuscire a farlo.

In altre parole l‘argomento vuole essere non tanto un ragionamento sui diversi stili di educazione che i genitori possono assumere nei confronti dei figli, quanto piuttosto quella che appare spesso come un’incapacità di accettare il proprio ruolo da parte dei genitori stessi. Essere genitori significa spesso anche sobbarcarsi le parti ‘spiacevoli’ che la posizione comporta. Molti genitori ritengono invece di poter ovviare alla complessità del proprio ruolo semplicemente diventando amici dei loro figli e non si preoccupano quindi di quelle che possono essere le conseguenze di quello che dicono loro. Non sembrano essere in grado dunque di prendere in considerazione quello che è il ruolo di responsabilità che l’essere genitore spesso comporta. Questo necessariamente significa prendere delle posizioni, che spesso possono essere scomode, e tenere ferme queste decisioni. Mantenere queste posizioni non è per niente facile ed è più semplice ovviare con una posizione intermedia (la posizione amicale) che però disorienta i ragazzi che, crescendo, hanno bisogno di un modello adulto al quale confrontandosi (avvicinandosi o allontanandosene) ma col quale comunque prendere le misure. Se questo modello è un surrogato della loro cerchia amicale come può avvenire un processo di crescita equilibrato? Svolgere un ruolo genitoriale significa spesso utilizzare dei no, no che definiscono delle regole, dei confini, degli equilibri che spesso si ha timore a mantenere

Vi riporto un brano del libro Scuola: istruzioni per l’uso che descrive bene quello che cerco di dirvi riguardo al ruolo genitoriale:

Chiedo ai genitori: perché un figlio non dovrebbe avere un tempo per giocare, un tempo per interrompere i giochi, un tempo per aiutare, un tempo per studiare, un tempo per andare a letto? Perché dovrebbe essere così pericoloso dire un ‘no’ senza chiedersi, allarmati, quale trauma si stia provocando? Ho l’impressione che l’adulto oggi sia più fragile, abbia un’eccessiva paura di sbagliare e rimandi ad altri la responsabilità di porre limiti. Il sentirsi tutti un po’ più giovani delle precedenti generazioni, il dimostrare meno anni di quelli che si hanno, per cui oggi a cinquant’anni se ne possono mostrare anche dieci di meno, rischia di farci assumere atteggiamenti mentali non consoni all’essere comunque adulti. Non mi interessa che abbiate ben chiaro cosa si vuole quando si è adolescenti: (…), nostro figlio ha bisogno di un genitore, non di un amico, o di un adulto che fa l’adolescente. Nel momento che diventiamo genitori, perdiamo il diritto a rimanere adolescenti spensierati, trasgressivi e senza confini. Questa è la condizione dei nostri figli. Loro si aspettano un adulto, certamente comprensivo, disposto al dialogo, all’ascolto, ma autorevole e stabile. Un modello con cui rapportarsi, da imitare in qualche momento e da combattere in altri. I figli non sono i nostri giocattoli, neppure cavie per vedere cosa vuol dire essere genitore! L’essere genitori è un’eccellente esperienza, un viaggio magnifico, una ricerca coinvolgente, una continua trasformazione anche per noi stessi per condividere le tappe evolutive dei nostri figli, ma accompagnandoli, in quanto persone adulte, contenendoli, indirizzandoli, ben convinti che non saranno (e non dovranno essere) le nostre copie e neppure la realizzazione dei nostri desideri! [1]

– Continua –

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, GiuntiDemetra, Firenze, pag. 168

Tutti i diritti riservati 

MyFreeCopyright.com Registered & Protected 


Violenza su internet, consapevolezza e ascolto…

Violenza su internet, consapevolezza e ascolto...Non so se avete fatto caso, ma lo stillicidio di notizie di questo tipo è ormai quotidiano. Quasi tutti i giorni accade che una vicenda, condivisa su internet e sui diversi social network, qualunque sia il tema o l’argomento trattato, scateni una massa di commenti spesso triviali, retrogradi, incolti che lasciano attoniti. Non c’è alcuna remora nell’insultare, nel denigrare, nell’offendere persone che non si è mai conosciuti. Io stesso ho avuto esperienza diretta di questo modus operandi di molte persone: offese del tutto gratuite, scherni e dileggi semplicemente perché non si condividevano le mie posizioni.

Fin qui, direte, nulla di nuovo sotto il sole. Ho già affrontato l’argomento della deriva aggressiva del confronto su internet (clicca qui per saperne di più). La novità è che vorrei legare questo atteggiamento, che secondo me è la punta di un iceberg ben più grosso, con altri episodi che vedono protagonisti ragazzi adolescenti e internet. Convinto che l’associazione non sia per nulla casuale, si assiste anche in questo caso in maniera esponenzialmente sempre più frequente, ad episodi nei quali ragazzi (o ragazze naturalmente) adolescenti o preadolescenti condividano e diffondano loro foto private personali in atteggiamenti intimi, soli o con altre persone coetanee. Il mezzo informatico è ormai utilizzato quotidianamente da quasi tutti noi. E’ entrato a far parte della nostra esperienza giornaliera, un po’ come utilizzare il frigo o utilizzare la luce elettrica. Come tutti gli automatismi, non ci rendiamo neanche conto di utilizzarlo se non accadono degli intoppi nel suo stesso utilizzo. In questi casi però, quando ci si rende conto dell’intoppo, il danno è ormai fatto. E quando le conseguenze sono tragiche, gli ‘intoppi’ sono particolarmente pesanti. E’ accaduto a Cagliari all’inizio del mese di Febbraio, un fatto di cronaca particolarmente sconcertante: una ragazza di 16 anni pone fine alla sua giovane vita. Poco tempo e iniziano a comparire sulla sua bacheca di Facebook insulti e derisioni rispetto a quanto successo. Suoi stessi coetanei si avventuravano in battute di scherno e di irrispetto in un momento tragico. La domanda che mi ronzava in mente era: a cosa è dovuta quest’insensibilità? Cosa spinge dei ragazzi perfettamente ‘normali’ a compiere atti di questo tipo? Cosa spinge le persone ad insultarsi in maniera pesantissima su Internet qualunque sia l’argomento del quale si parla? Abbiamo parlato di insulti su internet, di atti osceni diffusi tramite internet e di cyberbullismo. Cosa unisce questi tre fattori?

Fondamentalmente credo che alla base di tutto questo ci sia la totale inconsapevolezza del mezzo che si sta utilizzando. Questo aspetto può riguardare sia adulti che ragazzi ma in questo post voglio concentrarmi sui secondi. Soprattutto i ragazzi, si trovano spesso soli a maneggiare e a gestire un mondo che è assolutamente più grande di loro e per il quale nessuno ha fornito loro uno strumento di comprensione. All’interno di Internet tutto sembra un gioco, tutto sembra facile, tutto sembra a portata di clic, tutto sembra possibile, e niente sembra avere conseguenze: tanto quella cosa li non è ‘reale’. È una realtà virtuale dalla quale si può uscire nel momento stesso in cui lo si desidera. Questo pensiero si trasforma spesso in una trappola. Un tempo la fruizione di internet era limitata all’uso di un pc: ora l’accesso ad internet è praticamente costante attraverso i telefoni. Molti ragazzi ne possiedono uno e hanno piani tariffari che consentono la navigazione su internet costantemente. Naturalmente molti pochi adulti si preoccupano di spiegare o di stare vicino a questi ragazzi nell’uso di tanta potenza. L’inconsapevolezza dei ragazzi, infatti è specchio dell’inconsapevolezza dei tanti adulti che non si preoccupano minimamente di aiutare o di dare degli strumenti di comprensione a questi ragazzi. Probabilmente non avendone avuto a loro volta. Sarebbe come se mettessimo loro in mano un’arma non spiegando come funziona, e stupendoci poi che l’uso di quest’arma possa provocare feriti o, peggio, morti. Ed anche questo è solo la punta di un disinteresse totale che il mondo degli adulti rivolge ai suoi ragazzi.

Presi da mille incombenze e, non di rado, spaventati dalla loro crescita, troppi adulti semplicemente li lasciano a loro stessi, senza nessun sostegno e senza nessun supporto, non fornendo loro nessuno strumento per capire il mondo all’interno del quale stanno iniziando a muoversi. Questo disorienta moltissimo i ragazzi che si trovano a non avere figure adulte di riferimento con le quali potersi confrontare e impedisce loro di acquisire la consapevolezza e l’autonomia necessarie nel mondo adulto. L’unica soluzione è un ripensamento totale del patto generazionale tra adulti e ragazzi. Stare loro vicini, fornire loro un orecchio (e un cuore) che li ascolti può veramente fare la differenza. Sento già l’obiezione che mi si potrebbe muovere, sopratutto da parte di chi ha figli adolescenti: ‘Ma io cerco di ascoltare mio figlio e lui che non vuole ascoltare o parlare con me!’. Cosa fare in questo caso? Non reputo necessario che l’adulto di riferimento sia uno dei due genitori. Succede spesso che durante l’adolescenza i ragazzi abbiano bisogno di disconfermare le figure genitoriali e debbano in questo senso metterglisi contro. Sta all’intelligenza degli adulti capirlo e trovare una ‘figura adulta fiduciaria’ che il ragazzo riconosce come degno di stima e del quale i genitori stessi si fidino. Attenzione, non sto parlando solo di psicologi: potrebbe essere un amico/a dei genitori, un parente, un allenatore qualcuno che possa fungere da intermediario tra la figura genitoriale e il ragazzo. Una persona che possa servire da riferimento ed affiancare i ragazzi nella consapevolezza di quello che stanno facendo.

Confrontandomi spesso, per motivi professionali, con la realtà di ragazzi pieni di tutto ma sostanzialmente abbandonati a se stessi, credo che qualunque passo fatto nella direzione di ascoltarli e supportarli non possa non essere l’obiettivo condiviso di ognuno di noi.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

 MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Un sapore di ruggine e ossa

Un sapore di ruggine e ossaIl film che voglio raccontarvi oggi si intitola Un sapore di ruggine e ossa (2012) diretto dal regista francese Jacques Audiard, e che ha come interpreti principali Marion Cotillard nel ruolo di Stephanie e Matthias Schoenaerts in quello di Alain. Il film narra sostanzialmente due cose: la disabilità e l’incontro. Stephanie fa l’addestratrice di orche in un parco tematico mentre Alain conduce la sua vita alla ricerca di una sistemazione. Tanto la prima sembra organizzata quanto il secondo sembra allo sbando. La vita di Alain è ‘complicata’ notevolmente dalla presenza di un figlio, al quale il padre non sembra riuscire a dare una sistemazione, sia fisica che affettiva nella sua vita. In realtà, e lo vedremo nel corso di tutto il film, Alain ha difficoltà a relazionarsi col figlio che, obbligandolo a fare il genitore, a fare, in ultima analisi l’adulto, lo costringe a vedere una parte di sé col quale non sembra in grado di interagire. Questo lo porta a non cercare un modo stabile per sostenersi, a dipendere dagli altri, soprattutto la sorella che assume un ruolo materno in questo suo ‘accudire’ il fratello. In uno dei diversi lavori che Alain si trova costretto a fare per sopravvivere, incontra Stephanie. L’incontro sembra, per la diversità dei due, destinato a non poter durare, e infatti i due si perdono di vista.

Ma un fatto spariglierà le carte delle loro vite. Durante un incidente in vasca con le orche, Stephanie perde entrambe le gambe. Assistiamo al passaggio doloroso della presa di coscienza dei propri limiti e dei limiti delle persone che in un cambiamento così drastico possono non reggere e trovarsi impreparati ad affrontare il cambiamento. Il fidanzato di Stephanie, per esempio,incapace di fronteggiare questo cambiamento, la lascia e lei si ritrova, ancora più sola, a non riuscire ad andare avanti. Riscopre allora l’incontro casuale con Alain. Si vedono, ed in questo frangente l’apparente mancanza di sensibilità di Alain svolge una funzione di primaria importanza. Stephanie non riesce più a vedere se stessa come una persona ‘normale’, ma come una persona menomata incapace di avere una vita comune. Alain, rude e brusco nell’approcciare al suo handicap, la costringe ad agire e a pensare a se stessa come una persona prima che ad un portatore di handicap. Stephanie all’interno dell’ottica della commiserazione della sua situazione viene trascinata nella normalità da Alain che la coinvolge in tutto quello che fa. Semplicemente rivolgendole delle domande, la costringe a pensare alla nuova sé stessa, a non poter semplicemente rimpiangere una vita precedente ma a dover decidere cosa fare della sua vita attuale. Molto simbolico, in questo, il suo primo bagno nel mare, la ripresa di una vita precedente (lavorava nell’acqua) ma anche e soprattutto la nuova rinascita nella nuova condizione. “Vuoi nuotare?”, le chiede mentre lei è combattuta se farlo oppure no. Alain la costringe in qualche misura a fare prima di poter pensare di non essere in grado di farlo.

Alain riesce i questo modo a fare conciliare Stephanie con la sua nuova vita. Bisogna prestare attenzione al movimento inverso, di come Stephanie riesca, di contro, a conciliare Alain con la sua vita adulta, offrendogli la possibilità di prendersi la responsabilità di una relazione e di una vita adulta. Che passa, inevitabilmente anche attraverso momenti di tensione con la vecchia vita, rappresentata soprattutto dal figlio. Ed è solo quando rischia di perderlo che capisce il valore che ha per lui e l’impossibilità di lasciarlo andare e di fallire definitivamente come adulto, lo porta a combattere con tutte le sue forze per scardinare la situazione.

Ed è solo nel momento della consapevolezza del valore delle scelte in atto che i protagonisti possono pensare di diventare una famiglia. Un film molto bello, che consiglio di vedere anche e sopratutto perché, attraverso scelte mosse non dal facile pietismo che spesso circonda il tema dell’handicap, permette una riflessione su cosa voglia dire incontrarsi superando le proprie difficoltà, fisiche od emotive che siano.

Nel caso lo vedeste, o lo aveste già visto, fatemi sapere che ne pensate.

A presto…
Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected