Un genitore è per sempre…

Un genitore è per sempre...Il post di oggi è dedicato ad un fatto di cronaca, che mi ha colpito molto. E’ abbastanza recente, ed è successo in Italia. Un uomo, dell’età di 68 anni, dopo il divorzio da sua moglie ha chiesto il disconoscimento della paternità anche per la figlia, figlia biologica della ex moglie ma non sua, che aveva invece riconosciuto come sua figlia, dandole il cognome, quando si era sposata con la madre. La figlia, (ex figlia?), si è opposta fermamente alla richiesta dell’uomo (ex-padre?) perché, a suo dire lesivo del suo diritto di identità. Il caso ha suscitato, come si poteva immaginare, non poche polemiche rispetto soprattutto al ruolo attuale dei genitori. La prima sezione del TAR del Lazio ha respinto le richieste dell’uomo, sostenendo che la scelta di essere padre, anche se il figlio non è biologicamente suo, non può essere revocata né cancellata per legge.

Ora, naturalmente non conosco i dettagli personali di questa famiglia, il dolore o la rabbia che possono avere spinto quest’uomo a pensare di poter fare una così clamorosa marcia indietro rispetto alle scelte che aveva sentito di poter compiere nel momento in cui ha dato il suo cognome alla bimba. Rimane semplicemente lo sgomento di fronte alla leggerezza con cui si pensa al proprio ruolo di genitori. Un padre può davvero pensare di poter disconoscere un figlio dopo che ha passato gran parte della sua vita a stare al suo fianco? E’ pensabile che una scelta di questo tipo non comporti danni psicologici pesanti rispetto all’identità di un figlio che si trova, improvvisamente, a dover ristrutturare l’idea che ha di se stesso e della sua famiglia? Ma soprattutto è pensabile che questa persona sia ancora un genitore? Che padre sarebbe dopo la sentenza che gli impedisce di disconoscere la figlia? Un padre per legge? Il caso è particolarmente delicato anche per la posizione della figlia. La cosa che più salta agli occhi è il concetto stesso di paternità. Paternità biologica e paternità affettiva. Nel caso specifico si parla di paternità affettiva: deve essere considerata meno vincolante di quella biologica? Io non credo.

Credo che una volta che si è assunta una responsabilità di fronte ad un bimbo, sia esso biologico o meno, si deve mantenere la lealtà sulla scelta che si è deciso di compiere. Pensandoci mentre scrivo, credo che, con un figlio adottivo, la lealtà debba essere ancora più ferrea, perché si dovrebbe essere ancora e più consapevoli della scelta che si sta andando a fare, consapevolezza che, spesso, passa in secondo piano per figli biologici per i quali sembra bastare il legame di sangue. In un momento storico in cui le identità sembrano farsi liquide, rarefatte, e i ruoli sempre più invisibili, dove è possibile diventa madri surrogate, o padri adottivi, o si presta il proprio corpo per una gravidanza, sembra passare in secondo piano il significato vero della genitorialità, che prescinde dal legame di sangue e dall’aver biologicamente dato la vita. Quando si sceglie e si decide di diventare genitori, si diventa genitori per sempre. Questo comporta l’avere un patto di lealtà nei confronti dei propri figli. Ovviamente questo non vuol dire l’obbligatorietà dei rapporti tra genitori e figli per tutta la vita. La scelte di ognuno di noi possono portare ad allontanare le persone che ci stanno vicino o ad interrompere i rapporti, compresi quelli più stretti come tra genitori e figli. Ma per quanto i figli possano deludere i genitori o, viceversa, i genitori si trovino nella impossibilità di mantenere un rapporto con loro, o ancora che entrambi, genitori e figli, per varie ragioni non vogliano mantenere i contatti, quello che credo debba essere fatto salvo è che non si può tornare indietro. La lealtà sta in questa impossibilità di tradire il patto fondante del rapporto. Io sono tuo genitore, io sono tuo figlio. E anche se le circostanze della vita possono portare ad un allontanamento, non possono arrivare a mettere in discussione questa verità fondante. Bene ha fatto, a mio parere, il TAR a rigettare la richiesta del padre. L’innovazione nella sentenza è stata dare più peso al legame che si era creato tra padre e figlia piuttosto che accogliere la richiesta del padre.

Il grande merito di questi casi credo sia costringere ognuno di noi a fare i conti e riflettere su aspetti della nostra vita che, perché acquisiti, diamo spesso per scontati. Forse è il caso che ci fermiamo a riflettere su cosa voglia dire essere genitori oggi. Biologici o adottivi credo non faccia alcuna differenza.

Che ne pensate?

presto…

Fabrizio

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Quella ‘brutta bestia’ dell’adolescenza…

Quella 'brutta bestia' dell'adolescenza...Ho letto qualche tempo fa un articolo che mi ha fatto riflettere sulla considerazione di quell’età ingrata che è l’adolescenza. Ingrata, naturalmente sia per gli adolescenti che si trovano a dover affrontare un cambiamento molto importante, sia per i genitori che questo cambiamento, talvolta, sono restii ad accettare. Il brano è stato scritto  da Norah Ephron, celebre sceneggiatrice e regista americana, scomparsa nel giugno del 2012. Nel testo, si fa riferimento spesso alla figura della madre ma, naturalmente, credo sia applicabile anche alla figura padre.

L’adolescente investe il genitore moderno come uno shock gigantesco, in gran parte perché è così simile all’adolescenza che hai passato anche tu (genitore). Il tuo adolescente è ombroso. Il tuo adolescente è arrabbiato. Il tuo adolescente è cattivo. Peggio, il tuo adolescente è cattivo con te. Il tuo adolescente dice parole che non ti era permesso pronunciare mentre crescevi, non che non le avessi mai sentite, prima di leggere il Giovane Holden. Il tuo adolescente fuma marijuana, che magari hai fumato anche tu, ma non prima dei diciott’anni. Il tuo adolescente sta senz’altro facendo sesso in modo stupido e sconsiderato, cosa che tu non hai fatto fino almeno a vent’anni. Il tuo adolescente si vergogna di te e cammina dieci passi avanti in modo che nessuno pensi che siete collegati in qualche modo. Il tuo adolescente è ingrato. Ricordi vagamente di essere stata accusata dai tuoi genitori di essere ingrata, ma di che cosa dovevi essere grata? Quasi niente. I tuoi genitori non erano impegnati nelle cure parentali (termine che, secondo l’autrice, avrebbe sostituito l’essere genitore). Erano solo genitori. Almeno uno dei due beveva come una spugna, mentre tu hai un comportamento esemplare. Hai dedicato anni e anni della tua vita a far sentire ai tuoi figli che ti sta a cuore ogni singola emozione abbiano mai provato. Hai riempito ogni secondo di veglia della loro vita con attività culturali. Le parole “Mi annoio” non sono mai uscite dalle loro labbra, perché non hanno avuto il tempo di pronunciarle. I tuoi figli hanno tutto quello che potevi dare – tutto e di più se si contano le sneakers. Li ami in modo spropositato più di quanto ti amavano i tuoi genitori. Eppure sembra siano venuti fuori esattamente come sono sempre venuti fuori gli adolescenti. Anche peggio. Cos’è successo? Dove hai sbagliato?  Per di più, grazie ai progressi dell’alimentazione moderna, il tuo adolescente è grande e grosso, probabilmente più grosso di te. La paghetta settimanale del tuo adolescente equivale al prodotto interno lordo del Burkina Faso, un piccolo Paese colpito dalla povertà di cui né tu né il tuo adolescente avete mai sentito parlare fino a poco tempo fa, quando entrambi avete passato parecchi giorni a lavorare su una ricerca di scienze sociali per la scuola. Il tuo adolescente è cambiato, ma in nessuno dei modi che speravi quando ti rimboccavi le maniche per cambiare il pargolo. E sei cambiata anche tu. Da un essere umano moderatamente nevrotico e discretamente allegro, in un rottame  irritabile, acido e maltrattato. Ma niente paura. C’è un posto dove puoi andare per farti aiutare . Puoi andare da tutti i terapisti e i consulenti cui ti sei rivolta negli anni prima che i tuoi figli diventassero adolescenti. (…) Ed ecco cosa ti diranno: “L’adolescenza è per gli adolescenti, non per i genitori. E’ stata inventata per aiutare i figli attaccati – o troppo attaccati – a separarsi, in preparazione del momento inevitabile in cui lasceranno il nido”; ” Ci sono cose che si possono fare per rendere la propria vita più facile” (…) Ed è completamente falso. L’adolescenza è per i genitori, non per gli adolescenti. E’ stata inventata per aiutare i genitori attaccati – o troppo attaccati – a separarsi, in preparazione del momento inevitabile in cui i loro figli lasceranno il nido. Non c’è quasi niente che possiate fare per rendervi la vita più facile, tranne aspettare che finisca. (…) Oh, il dramma del nido vuoto. L’ansia. L’apprensione. Come sarà la vita adesso? Avrete qualcosa da dirvi, voi due, una volta che i vostri figli saranno andati? Farete sesso adesso che la presenza dei figli non è più una scusa per non farlo? 

L’articolo è a mio avviso interessante, a parte per l’ironia che lo pervade, per due ragioni particolari: 

A)Innanzitutto, pone l’accento sulla vicinanza di quelle che possono essere le attitudini dell’adolescente e dei genitori. Sarebbe interessante che, all’approssimarsi dell’adolescenza dei figli, i genitori ricordassero attraverso quali momenti, quali emozioni, quali turbamenti sono passati quando erano loro ad essere adolescenti;

B) Inoltre l’articolo, a mio avviso, rimescola molto bene le carte all’interno della famiglia ‘attribuendo’ l’adolescenza e i suoi cambiamenti non solo alla persona che fisicamente li sta vivendo, ma a tutta la famiglia, genitori in primis, che si trovano a dover affrontare e fronteggiare questi cambiamenti. Non parliamo dunque di un adolescente, ma di una famiglia adolescente volendo sottolineare, con questa espressione, il fatto che tutti, all’interno del nucleo familiare, siano coinvolti in questa età di passaggio: genitori, figli, fratelli. Questo rende il processo più circolare, magari più complesso, sicuramente più affascinante. Se è vero, infatti, che l’adolescente in prima persona vive il cambiamento della sua vita, è altrettanto vero che in famiglia i rapporti cambiano, le relazioni mutano, gli equilibri si trasformano. Per tutti i membri, non solo per uno. Cambiano le relazioni tra gli appartenenti alla famiglia per il solo motivo che si trovano ad interagire con un adulto e non più come un bambino. Volete che questo non influisca sulle dinamiche familiari?

Insomma un interessante punto di riflessione che porta l’adolescenza lontano dal mondo solipsistico e solitario con cui in famiglia si percepisce il cambiamento, attribuendolo esclusivamente a colui il quale, in quel momento, è anagraficamente l’adolescente della famiglia, contribuendo a riportare il tema all’interno di una serie di relazioni, in prima fila quelle familiari, che sarebbe il caso di non tralasciare. Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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The tree of life FILM

The tree of life FILMIl post di oggi riguarda un film molto bello visto ultimamente: The tree of life (l’albero della vita) del regista Terrence Malick (2011). Il film narra la storia della famiglia O’Brien, una famiglia media americana. Questa famiglia è composta dai genitori e da tre figli maschi.
I membri si trovano a dover fare i conti con le storie e i fantasmi stessi della propria famiglia. Già da subito intuiamo come il padre rivesta una funzione genitoriale assolutamente autoritaria, nel quale il potere è dato dall’asservimento dei figli a quello che è il suo modo di intendere la vita. La figura del padre ha un che di tragico dal momento che non sembra essere in grado di relazionarsi coi figli in altra maniera che non sia quella del rispetto o dell’imposizione di regole. Il momento nel quale il primogenito lo abbraccia e lui non sa come comportarsi è veramente molto indicativa della sua incapacità ad uscire dal ruolo del padre educatore. Altro esempio: il figlio maggiore suona il piano e questa è una delle passioni del padre. Anche in questo caso sembra più la proiezione sui figli di un proprio desiderio piuttosto che una passione del figlio. La tematica è molto interessante: quanto è pericoloso che i genitori proiettino sui figli i loro desideri e le loro aspettative? Quanto questo non permette di accogliere i reali interessi dei figli?
La famiglia viene sconvolta da un lutto. Non voglio rovinarvi la trama quindi non aggiungerò altro. Posso solo sottolineare come questo momento sia un momento di disvelamento per il padre stesso che, rendendosi conto del peso che alcune sue scelte hanno avuto sugli altri membri della famiglia, si accusa di essere causa dell’evento luttuoso stesso, e si accorge di come la sua colpa è l’aver fatto provare vergogna ma che fondamentalmente quella era la sua vergogna. Il meccanismo di disvelamento è basato sulla proiezione di quelli che sono i suoi sentimenti e che lui sente di aver attribuito all’altro. Possiamo renderci conto che quest’uomo non è incapace di amare: ama nel modo in cui probabilmente anche a lui è stato insegnato ad amare. Sembra un uomo innamorato dei suoi figli e comunica loro il suo amore anche se sembra incapace di lanci di affetto che non siano punitivi, educativi o pedagogici. Costantemente teso a cercare di far capire ai figli come ci voglia una grande volontà per farsi strada nella vita e come se si vuole avere successo non si possa essere troppo buoni. Il suo sembra un desiderio di rivalsa, di riscatto dell’uomo che si costruisce da solo che fa di se stesso ciò che vuole e che non ha bisogno degli altri. Sembra allora incarnare l’archetipo dell’homo homini lupus, dell’uomo che deve farsi largo a forza in una vita cattiva e piena di dolore, nel quale il proprio futuro lo si costruisce a discapito di ciò che avviene. Il simbolo di una vita in cui sopravvive il più forte e che sottomette il più debole.

D’altro canto abbiamo invece la figura della madre. Silenziosa, amorevole, comprensiva, accogliente. L’alter ego perfetto del marito. Quanto lui è severo, tanto lei è comprensiva. Quanto più lui è orientato ad una meta, tanto più lei sembra essere in balia dell’amore per i suoi figli. Il gioco, naturalmente, è un gioco delle parti. Parti nelle quali più il padre sembra assurgere al ruolo della regola tanto più la madre sembra obbedire alle regole di un amore incondizionato. Questa separazione, questa polarizzazione sembra in qualche modo disorientare i figli, soprattutto il maggiore che, spesso sgridato dal padre per come dovrebbe essere e invece non è, gli assicura di assomigliare più a lui che alla madre. In questa polarizzazione possiamo leggere tutte le idiosincrasie delle nostre famiglie nelle quali i ruoli e le aspettative sembrano giocare un ruolo superiore alla persona stessa.

Il film è, per me, particolarmente interessante perché riesce ad unire la realtà del microcosmo familiare che fin qui vi ho descritto, con il macrocosmo della vita stessa. Con una serie di bellissime immagini  viene rappresentata la nascita e l’evoluzione della vita sulla terra, la stessa vita che, con tutti i suoi problemi, tutti i non detti, tutto l’amore e tutta l’incapacità di esprimerlo, la piccola famiglia O’Brien simboleggia. Un inarrestabile albero della vita che inesorabilmente cresce, cambia, muta, costruisce e disfa ogni singola cosa. Un albero della vita al quale, presi a guardare il nostro piccolo orticello, spesso non ci rendiamo conto di appartenere. Un albero della vita che lega e unisce destini di persone apparentemente distanti come i genitori della famiglia O’Brien. Un albero della vita che, nel bene e nel male, forse lega e unisce i destini di tutti noi.
A presto…
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Storia di Francesca (2)

Storia di Francesca (2)La laurea triennale e la successiva laurea specialistica sembravano più dei passatempi che delle e vere e proprie aspirazioni professionali per Francesca. La famiglia le metteva fretta ma mai abbastanza perché portasse a compimento il suo corso di studi. Altro fattore era il peso. Francesca era molto sovrappeso. Sembrava incastrata in un corpo non suo, poco femminile e poco disponibile ad essere impiegato nel gioco della seduzione adulta. Anche il suo corpo riusciva a proteggerla da quella serie di definizioni ed indipendenze o cambiamenti che la vita porta ad affrontare giunti sulla soglia dell’età adulta.

Si trovava in un corpo enorme che, come tutto quello che la circondava, dava per scontato nella sua vita, una sorta di corazza con la quale chiedeva al mondo di lasciarla stare dove si trovava, di permettere alle cose che caratterizzavano la sua vita di rimanere così com’erano. Di non cambiare. Anche in terapia assistemmo a questa duplice richiesta: assicurami che cambieremo tutto affinché nulla cambi. Ovviamente questa prima richiesta così contraddittoria, doveva essere, più che sbrogliata, esplicitata. Doveva essere chiaro che uno dei meccanismi all’interno del quale Francesca si dibatteva era che tutto cambiasse affinché tutto restasse uguale.

Ma nel momento in cui questa richiesta è stata esplicita e in qualche misura smascherata, le cose hanno iniziato a fluire meglio. Quando si agisce un meccanismo che è un automatico, non ci si accorge neanche più di farlo, diventa una sorta di punto fermo nella nostra vita che non ci si disturba neanche più di mettere in discussione. Nel momento in cui ci si prende la briga di guardare l’automatismo, di non farlo continuare ad essere tale, di iniziare a domandarsi perché le cose devono seguire pedissequamente quello schema, ecco già questo porta ad un incrinatura nell’automatismo stesso e lo mette in discussione. Questo è quello che è successo con Francesca. Gli automatismi hanno iniziato a lasciare il posto dapprima ad alcune domande mai poste, in seguito ad alcuni cambi di prospettiva che hanno portato ad una vero e propria rivoluzione nella sua vita. Dopo anni si è laureata, iniziando un tirocinio che le interessa e la soddisfa. Ha iniziato a fare delle scelte indipendenti, come quella di viaggiare con alcune sue amiche in giro per capitali europee. Va a trovare alcuni suoi amici che vivono all’estero, senza porsi poi tanti problemi su chi si occuperà di casa. Ma il grande cambiamento di Francesca ha riguardato il cibo e il suo aspetto fisico.

Francesca, quando ha iniziato ad intuire cosa potesse voler dire avere un corpo come il suo, ha iniziato seriamente a pensare a come fronteggiare questo aspetto della sua vita. Seguita da un nutrizionista, ha deciso di iniziare seriamente una dieta che, non senza sacrifici ma con enormi risultati, l’ha portata a perdere ben 30 kg rispetto al peso iniziale che aveva al momento in cui ha iniziato la terapia. Ora è semplicemente un’altra persona. Molto più curata, molto più consapevole della sua femminilità, inizia a permettersi di far intravedere la persona che per tanto tempo ha preferito celare. Le dico sempre che dovrei pubblicare una foto del prima e dopo la terapia, per testimoniare quanto la nostra percezione  spesso influenzi il modo in cui noi ci relazioniamo col mondo. Il percorso di Francesca non è finito, ma il mio supporto sta iniziando ad essere meno impegnativo. Francesca è in grado di riconoscere i suoi risultati, quello che ha ottenuto e come vorrebbe che fosse il suo futuro. Ed è stato un onore per me poter accompagnare una persona alla scoperta di se stessa. 

presto…
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Storia di Francesca (1)

Storia di Francesca (1)Il post di oggi è dedicato alla descrizione di un caso clinico. Naturalmente, come per quelli che vi ho raccontato fino ad adesso il nome e alcuni dettagli sono inventati perché non sia riconoscibile la protagonista, ma la storia è assolutamente autentica e spero possa ottenere il risultato di essere utile per qualcuno che la legge. Come inizia questa storia? Alcuni anni fa venne da me una ragazza che appunto chiameremo Francesca, 27 anni, per un problema molto vago: qualcosa non andava bene nella sua vita. Lo definisco qualcosa perché non sembrava in grado di focalizzare cosa di specifico fosse ‘sbagliato’ nella sua vita. Francesca apparentemente non sembrava neanche troppo infelice, anzi solo che nulla nella sua vita sembrava avere la piega che questa voleva prendesse: la cosa che più mancava sembrava essere una sua progettualità, le cose procedevano in automatico ma non si capiva dove fosse l’intenzione che Francesca voleva dare alla sua stessa vita. Bloccata nella frequenza della laurea triennale, non sembrava per niente consapevole del suo poter essere indipendente, coltivava molte relazioni, apparentemente molto superficiali o comunque non definite. Un altro dei suoi grandi crucci era quello legato al peso e all’alimentazione. Francesca, quando arriva è parecchio sovrappeso ma, come per altri aspetti, della sua vita, neanche questo sembra darle particolare fastidio, sembra quasi un dato di fatto con cui convivere.

In realtà, come molti altri casi prima di lei, le cose iniziano a disvelarsi e ad acquisire un diverso significato mano a mano che compaiono nel racconto che Francesca fa della sua stessa vita. La prima cosa che sembra acquisire rilevanza nel suo racconto è la mancanza di confini che porta chiunque a non essere mai dentro ne fuori rispetto alla sua vita. La prima che sperimenta questa condizione è proprio lei, che non sembra riuscire a dare un ‘ordine’ alle sue priorità, alle sue aspirazioni o alle sue scelte. Tutto sembra uguale, non realmente importante secondo una sua scala di valori. Cosa faceva si che fosse difficile identificare le priorità? La sua storia familiare stessa era confusiva, era una storia nella quale vi erano spesso interscambi tra ruoli: i genitori assumevano funzioni filiali e i figli, e tra i figli molto spesso proprio Francesca, assumeva un ruolo genitoriale nei confronti dei suoi stessi genitori. Questa confusività era portatrice di ulteriore mancanza di confini, sia generazionali che di funzione e portava a considerare spesso un vero e proprio fardello la vita familiare.

Uno dei primi punti qualificanti della sua terapia è stato proprio quello di cercare di fare luce e chiarezza su ciò che succedeva come un automatismo nella sua casa. Lungi dall’essere utile per lei, questo continuo salto di funzione, se da una parte era molto lusinghiero, perché le permetteva di diventare la figura di riferimento all’interno della sua stessa casa, dall’altro era parecchio impegnativo perché la stringeva a doppio filo coi membri della sua famiglia, non permettendole neanche di potersi pensare come indipendente e con un disegno di vita lontano da loro.

Tutto quello che avrebbe potuto portarla lontano o fuori di casa come ci si aspetta da una persona che inizia ad avvicinarsi ai 30 anni, veniva negato o sabotato. Francesca aveva delle relazioni molto sfilacciate con alcuni suoi coetanei, nulla che potesse trasformarsi in un vero e proprio rapporto, nulla che potesse allontanarla dalla famiglia. La famiglia ben tollerava queste storie, perché parecchio protettive per l’equilibrio della famiglia stessa. 

– Continua –

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… e ora parliamo di Kevin

... e ora parliamo di KevinIl film del quale voglio parlarvi oggi è un film molto duro sulla famiglia. Si intitola …e ora parliamo di Kevin (2011)è della regista Lynne Ramsay ed magistralmente interpretato da Tilda Swinton e da John C. Reilly nei panni dei genitori del Kevin del titolo, loro primogenito. Il film, come dicevo è un film sulla famiglia ma non per la tutta la famiglia. Racconta della discesa all’inferno dei protagonisti, del lento sfaldamento di una famiglia alle prese con un dramma che diventa, piano piano, più grande di lei. Il film è spiazzante e spiazzante lo è anche nella sequenza temporale dato che non è lineare nello svolgimento, procede per salti con continui rimandi al passato e altrettanti ritorni al presente. Ci viene, in questo modo, presentata la storia della famiglia fin dalla sua origine, la coppia genitoriale. Le scene iniziali del film sono ambientate nella famosa battaglia della Tomatina, la battaglia dei pomodori, che si svolge in estate nella cittadina di Bunol, in Spagna. La luce delle scene è così particolare da far risaltare il colore rosso dei pomodori e renderlo uguale al colore del sangue. Questa caratteristica mi ha colpito molto perché, fateci caso, un oggetto con lo stesso colore, o comunque lo stesso rosso, compare in quasi tutte le scene del film. E’ come se si volesse sottolineare, anche cromaticamente, come il sangue, inteso anche come legame di sangue, sia presente dall’inizio alla fine della storia rappresentata. 
Sostanzialmente il film ruota attorno al rapporto tra il primogenito e il resto della famiglia. Fin dalla nascita sembra essere la madre il membro più spiazzato dall’arrivo del bimbo. Questo si traduce in un rapporto problematico madre/figlio e in una ridefinizione dei ruoli all’interno della coppia dei genitori: da una parte la madre non riesce ad avere, se non con difficoltà, nessun contatto fisico col bimbo e sembra incapace di gestire il rapporto con lui mentre il padre sembra essere molto più vicino e attento a questa esigenza del piccolo. Osservando la madre, si ha l’impressione che abbia più paura che trasporto verso il piccolo. Questa mancanza di contatto e di relazione le fa, in breve perdere il controllo della situazione. Ogni cosa, anche la più piccola e la più quotidiana, è fonte di scontri  e di tensioni e questo, anziché rinsaldare la coppia genitoriale, la divide in ruoli di ‘buono’ e ‘cattivo’ che sembrano essere totalmente parziali. La mancanza di relazione, quindi, non coinvolge solo madre e figlio ma anche i genitori. E’ come se in tutti i membri della famiglia mancasse la capacità di comunicare apertamente, come se tutto dovesse essere sepolto sotto una coltre di finta indifferenza e finta mancanza di problematicità, aspetto che porta a sottovalutare e a non comprendere appieno la situazione nella sua complessità. Una scena emblematica è, per me, quella nella quale, all’ennesimo comportamento del figlio, la madre, innervosita, gli da uno strattone e gli provoca un livido. Il bimbo, al ritorno del padre, non dice nulla, inventa una bugia per spiegare il livido e rafforza una complicità con la madre basata sulla menzogna e non sulla possibilità di parlare.
Nel film viene descritta molto bene questa dimensione, questa incapacità comunicativa che, nello sforzo di cercare di far si che le cose sembrino il più normale possibile, allontana sempre di più tutti i componenti della famiglia. Il fatto di avere un bambino piccolo spinge il padre a proporre il trasferimento dalla città di New York alla campagna, contro il volere della moglie. Anche qua la domanda naturale che potrebbe sorgere è: è possibile che tra loro non abbiano parlato prima, per cercare di capire cosa sarebbe successo alla nascita di un figlio? Questo è il punto nodale, che sta a monte anche rispetto alla nascita di Kevin ed è la modalità di relazione della quale Kevin stesso è vittima. Ancora la nascita della secondogenita provoca una serie di episodi che non attivano una forte funzione genitoriale, ma che, al contrario, spaventano e sembrano rendere ancora più inadeguati i rapporti tra i genitori e i figli. Crescendo il figlio diventa sempre più apertamente problematico, ma questo non porta una generale ridefinizione della famiglia che appare ancora più incapace e ancora meno disposta ad accettare e riconoscere la gravità della situazione.Naturalmente, lo ribadisco, dal mio punto di vista, non c’è un membro malato e altri membri sani: è tutto il sistema familiare ad essere problematico, anche se poi, fisicamente, è solo uno di loro quello che appare ‘disturbato’, ed è il membro che agisce questo disagio che, però accomuna tutti loro. Il disturbo arriva ad un epilogo del quale non vi svelo nulla per non rovinare la trama.
Rimane, a mio avviso, pur essendo duro e disturbante, un film interessante che pone degli interrogativi: quanto siamo responsabili per le cose che avvengono in chi cresciamo? Quanto siamo disposti a non vedere pensando di proteggerci da una sofferenza che è solo rimandata? Nel film, per esempio, viene mostrata la crudeltà di Kevin nei confronti degli animali. Può essere considerato un segnale da prendere in considerazione nel valutare il disagio di un adolescente? Chi si accanisce contro animali può, in seguito, essere pericoloso anche per le persone che lo circondano? Naturalmente il film non fornisce risposte. Crea più dubbi, interrogativi che costringono necessariamente a riflettere sul nostro ruolo, sulle nostre relazioni, sulla nostra capacità di comunicare.
Domande che spesso nascono a posteriori ma che dovremmo imparare a farci prima. Se non avete visto il film, penso che questa frase risulti abbastanza incomprensibile. Spero anche di avervi incuriosito abbastanza per spingervi a guardarlo.
Nel caso lo vedeste, fatemi sapere che ne pensate.
A presto…
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C.R.A.Z.Y.

C.R.A.Z.Y.Il film che voglio raccontarvi oggi, come al solito spunto di riflessioni, in questo caso sulla famiglia si intitola C.R.A.Z.Y. del regista Jean-Marc Vallée (2006). Il titolo è un gioco di parole tra le iniziale dei 5 figli della famiglia e la parola crazy (pazzo). Il film narra la storia della famiglia Beaulieu, una famiglia composta da due genitori e cinque figli maschi. Il protagonista tra loro è Zachary un ragazzo che si scontra non sol con la sua identità sessuale ma anche e soprattutto con l’omofobia del padre. Il regista è molto attento ad evidenziare i passaggi che portano sempre più in alto lo scontro tra Zachary e il padre. Fin dalle prime battute si intuisce la caratteristica di Zachary quando, con la madre che ha appena avuto il quinto figlio maschio, desidera spingere il passeggino del fratello. Il padre da subito si oppone alla manifestazione di questi comportamenti e, da bravo intollerante, deve attribuire all’esterno la causa di quello che non comprende, non gli piace e giudica sbagliato. La moglie è il bersaglio perfetto per questo tipo di critica e continua a rinfacciarle che se il figlio è così deve pur essere colpa di qualcuno e che la colpa, in buona sostanza, è sua. Si intravede però, in tutto il film l’incapacità del padre di confrontarsi con questo tipo di realtà.

In questo gioco delle parti,come spesso accade, la madre sembra molto più comprensiva ed asseconda i desideri del figlio cercandone di capire la motivazione piuttosto che giudicando e proibendo. In diverse scene viene sottolineato questo aspetto. Appena il padre va via di casa per lavoro la madre permette al figlio di fare cose che in presenza del padre gli sono proibite. In una famiglia questa polarizzazione tra un genitore altamente permissivo e uno altamente punito non è da considerare una buona strategia perché potrebbe disorientare il figlio tra continui permessi e negazioni. Potrebbe poi, implicitamente, dare un grande potere al figlio che, inserendosi tra dinamiche di coppia (mamma me lo concede, papà no, posso rendere evidente questo aspetto e indurli a litigare!) può portare a fratture o incomprensioni tra i due genitori.

Tornando al film la descrizione della situazione in casa è fatta con una sottile ironia che rende il film molto godibile. In una scena Zachary piccolo sente, durante i litigi tra il padre e la madre che il padre continua a ripetere che è colpa sua se il figlio è ‘moscio’. In seguito vedremo Zachary , inginocchiato ai piedi del letto della sua camera che prega Dio di non farlo essere moscio. Il film prosegue con la descrizione della crescita del ragazzo attorniato da questa paura e dall’ansia che questo gli mette. Soffre infatti, di enuresi notturna, fatto che testimonia inequivocabilmente che Zachary si porta dietro qualche ansia, mal’unica sua preoccupazione, fatta sua da quello che sente spesso dire al padre, è la paura di cosa potrebbero pensare gli altri se lo venissero a sapere. L’adolescenza porta la ribellione nei confronti del padre e le prime risse con i suoi coetanei. La figura del padre è goffamente ridicola nell’ondeggiare tra le somiglianze con lui (quando il figlio si picchia, attività ‘maschile’) oppure le somiglianze con la madre (quando fa qualcosa che non rientra tra i canoni maschili del padre). L’ambivalenza tra l’accettazione di alcuni aspetti e il rifiuto di altri, testimonia,più che la diversità di Zachary, l’incapacità del genitore di accettare la cosa e di poterla ricomprendere tra le cose accettabili. Nella famiglia, su questo, manca completamente il dialogo e tutto sembra passare per non detti, per allusioni di cui non si può mai esplicitare nulla.

Fondamentalmente un bel film che permette di cogliere l’impossibilità di crescere senza dialogo. Come al solito, se doveste vederlo, o l’aveste già visto, fatemi sapere che ne pensate.

A presto…
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Omogenitorialità (3)

Omogenitorialità (3)Ancora una volta ci troviamo, perciò, a dover sfatare un mito che è basato più su antichi preconcetti, o su altre posizioni, che legato a fatti concreti. Gli studi dimostrano che non esiste differenza tra i bambini cresciuti in diversi tipi di famiglie. In questo senso anzi tali dati evidenziano inoltre come crescere con due genitori dello stesso sesso non sia un fattore di rischio di per sé ma addirittura possa rappresentare un punto di forza. [1] Il possibile punto di forza sarebbe, indubbiamente, l’elasticità mentale. Cresciuti in un contesto ‘nuovo’ o comunque spesso non considerato come tradizionale soprattutto in alcuni paesi del mondo, i bambini cresciuti all’interno di famiglie omogenitoriali si trovano, fin da piccolissimi, a dover fare i conti col ‘diverso’ e per questo si allenano ad elaborare strategie che li renderanno più facilmente adattabili nella loro vita adulta.

Naturalmente, c’è un altro lato della medaglia che deve necessariamente essere considerato. Le famiglie omogenitoriali si trovano spesso a dover vivere in un contesto che non solo non le accetta ma le ostracizza come qualcosa di diverso e di strano. Questo fa si che la famiglia si trovi a dover vivere in un contesto più povero socialmente e, se non ha provveduto a crearsi un contesto sociale di supporto, rende problematica o solitaria la vita di queste famiglie. Tutto questo alla lunga può avere ripercussioni sulla vita della famiglia stessa quando, dal momento che risulta difficile condividere le proprie tematiche familiari con altri, si possono innescare situazioni conflittuali tra i genitori che alla lunga possono sfociare in situazioni di disagio. La necessità di un supporto sociale più ampio è il motivo per cui spesso, dall’esterno, le comunità omosessuali sembrano dei mondi a parte, come se fossero separate da un contesto sociale più ampio. E’ chiaro, invece, che se il contesto sociale fosse accettante e non giudicante si aprirebbero più possibilità di relazione tra diversi tipi di famiglie cosa che non sembra accadere quando il contesto sociale più ampio è, come detto, non accettante o giudicante.

Insomma la differenza, alla lunga, è fatta da tutti noi. Nel momento in cui questa realtà sarà vista semplicemente con una variante possibile della vita familiare, e non come un contesto potenzialmente pericoloso per far crescere un bambino, cambierà la percezione stessa della realtà e non verrà più avvertita come una scelta destabilizzante per la società. Mi rendo conto come questo cambio di prospettiva non sia per niente immediato o facile perché comporta la ristrutturazione di ciò che fino ad adesso è stato definito come famiglia. Ma, a mio avviso, è necessario iniziare a sfatare tutti quei falsi miti e quelle false immagini che rendono il confronto tra realtà diverse apparentemente impossibile. Molti di quelli che consideriamo passi avanti ed evoluzioni del nostro mondo sono stati ridicolizzati e derisi, ed ora sono consideriamo elementi irrinunciabili e fondamentali della nostra società. Pensate semplicemente a quello che si diceva della possibilità di concedere la possibilità di voto alle donne. Concedere loro il voto avrebbe portato alla fine della nostra società. Non mi sembra che niente di tutto questo sia avvenuto e anzi, la possibilità che le donne votino ha contribuito all’avanzamento dell’intera società.

Quando a guidarci è il pregiudizio l’unica strada percorribile è la chiusura. Un senso unico che porta al giudizio e all’esclusione. E’ necessario screditare tutto questo, cercando di passare dal giudizio alla comprensione. E il primo passo verso la comprensione è quello di guardare le cose per ciò che sono non facendosi guidare dal preconcetto o dalla paura che esse suscitano in noi. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

[1] Chiari, C., Borghi, L. (2009), Psicologia dell’omosessualità, Carocci, Roma, pag. 28

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Omogenitorialità (2)

Omogenitorialità (2)La differenza allora può risiedere in quei due semplici termini: processi e strutture. Più che una questione di mere strutture la genitorialità sarebbe una questione di processi. Quale potrebbero essere le differenze tra i due termini? Non stiamo parlando di una differenza di valore (una è meglio dell’altra) quanto di una differenza di organizzazione: il termine struttura rimanda a qualcosa di statico, di immobile, qualcosa legato più al ruolo, il termine processuale ha a che fare con qualcosa in divenire, in costruzione, più legato alla funzione piuttosto che al ruolo. Un esempio renderà il discorso più concreto. Poniamo il caso di una donna sposata, con figli che improvvisamente rimane vedova. La funzione genitoriale strutturale vorrebbe che lei facesse da madre e non potesse in nessun caso fare le veci del genitore mancante. Nella realtà, invece, succede spesso che un genitore si accolli anche la funzione del genitore mancante, che si accolli l’intero processo della vita familiare. Che poi ci si riesca o no è un altro discorso. Quello che vorrei qui rimarcare riguarda la fluidità dei processi che ha a che fare con diverse situazioni che, nel corso della vita, possono portare alla ridefinizione delle funzioni in seno alla famiglia. Questa fluidità fa parte di tutte le famiglie, fa parte del naturale processo di cambiamento insito nella vita stessa. E’ la capacità di adattamento alle mutate condizioni che fa la differenza. E’ il processo, dunque, a fare una buona genitorialità, non la struttura.

Un altro dubbio che spesso nasce nel caso specifico dell’omogenitorialità riguarda invece la possibile differenza tra lo sviluppo dei bimbi cresciuto in una famiglia eterosessuale e i bambini cresciuti in una famiglia omosessuale. Anche in questo caso, a discredito delle tesi contrarie, possono essere riportati i risultati ottenuti in vari studi condotti sull’argomento.  

Gli studi che hanno messo a confronto sia il funzionamento genitoriale sia il benessere dei bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali e in famiglie eterosessuali (…) evidenziano stili di funzionamento appropriati indipendentemente dalle diverse tipologie di composizione familiare. Nel caso specifico delle famiglie con coppia omosessuale, l’interesse dei ricercatori è volto a esplorare se e come l’orientamento sessuale di uno o entrambi i genitori possa influire su alcune variabili importanti per la crescita dei minori quali: lo sviluppo dell’identità sessuale e dell’identità di genere (identificazione di sé come maschio o femmina), l’interiorizzazione dei ruoli di genere (le aspettative circa come comportarsi in quanto uomini o donne) e dell’orientamento sessuale; l’adattamento emotivo e comportamentale; le relazioni sociali e, infine, il funzionamento cognitivo. A questo proposito le ricerche hanno trovato che i bambini cresciuti con genitori omosessuali presentano le stesse caratteristiche di bambini di età analoga cresciuti con genitori eterosessuali; condividono cioè con i loro coetanei le stesse probabilità di sviluppare un orientamento omo o eterodiretto: identificarsi con maschi o femmine, comportarsi coerentemente con il proprio genere percepito, avere un adeguato funzionamento cognitivo e sviluppare funzionali processi di sviluppo emotivo, sociale e comportamentale[1] 

Per una bibliografia completa vi rimando al testo citato. Citare singolarmente tutti i riferimenti avrebbe a mio avviso reso il testo poco scorrevole. 

– Continua –

[1] Chiari, C., Borghi, L. (2009), Psicologia dell’omosessualità, Carocci, Roma, pp. 110-111

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Omogenitorialità (1)

Omogenitorialità (1)Il post di oggi è dedicato ad uno di quei temi che sembra suscitare sempre perplessità e discussione ma che, se si ha la voglia di interrogarsi e di porsi delle domande, rimane un argomento per il quale il confronto sembra alimentato più da pregiudizi che da dati oggettivi. Oggi voglio provare con voi ad esplicitare questi dati oggettivi, far parlare loro piuttosto che il pregiudizio. L’argomento è: può un bambino che cresce con genitori dello stesso sesso crescere ‘bene’? Stiamo parlando di omogenitorialità, un aspetto della società che sta iniziando a prendere piede, stante la totale mancanza di legislazione da parte dello Stato. Nonostante questo vuoto normativo, nelle ragioni del quale non entreremo, si diffondono sempre più famiglie che sono lo specchio dei tempi nei quali volenti o nolenti viviamo, una società nella quale la famiglia è ben lontana dallo stereotipo che continuano ripetutamente a propinarci, padre madre figlio maschio e figlia femmina, quando la realtà parla di famiglie ricostituite, famiglie allargate, famiglie monogenitoriali, famiglie adottive ecc. Eppure, quando si tratta di affrontare il tema della genitorialità, ci si domanda se una coppia di genitori dello stesso sesso sia adatta a crescere un bambino. Mai che questi dubbi sfiorino le migliaia di famiglie eterosessuali nelle quali ai genitori, per il solo fatto di essere genitori biologici del bambino, credo non venga mai domandato se siano o meno adatti a crescere il loro figlio. E sarebbero migliaia gli esempi che testimonierebbero dell’incapacità di genitori eterosessuali di svolgere le funzioni genitoriali.

Qual è allora la paura più grande rispetto alle famiglie omogenitoriali? Diciamo che il dubbio più grande riguarda il fatto che un figlio (o una figlia naturalmente) cresciuti all’interno di una famiglia con genitori dello stesso sesso, non favorisca l’identificazione nel bimbo col genitore dello stesso sesso e possa farlo crescere in maniera non adeguata. Il dubbio tradotto in termini pratici è che da coppie omosessuali possano ‘svilupparsi’ figli omosessuali. Se questa teoria fosse vera, non si capirebbe come possano nascere figli omosessuali in coppie etero. Lo sviluppo dell’identità di genere è qualcosa di ben più complesso di genitori etero=figli etero e viceversa. E’ uno sviluppo che coinvolge la formazione dell’identità dell’individuo, che ha come figure di identificazione non solamente i suoi genitori ma anche altri significativi per il bambino stessoSarebbe riduttivo pensare che il bimbo sia emanazione dei soli genitori vivendo la famiglia stessa in un contesto sociale più ampio.

Un altro punto dolente dell’argomento ha a che fare col rapporto che genitori omosessuali hanno coi loro figli. La posizione più comune è quella di coloro che non vogliono la possibilità per coppie omosessuali di adottare dei bambini. Ma come ci si dovrebbe comportare con i figli naturali? Mi spiego meglio: una donna ha dei figli con un uomo, suo marito. Dopo alcuni anni di matrimonio la coppia ha problemi. Si separano e la donna va a convivere con quella che diventa a tutti gli effetti la sua compagna. Quale sarebbe la posizione di coloro che non possono tollerare l’idea dell’omogenitorialità? Si dovrebbero portare via i figli alla donna? Affidarli al padre? O comunque bisognerebbe garantire il legame col genitore biologico per quanto abbia uno stile di vita ostracizzato a livello legislativo? E’ una questione che non sembra mai interessare coloro che si occupano di questo argomento. Credo che una delle prime cose che dovremmo fare a questo punto è quello di cercare di ridefinire il concetto stesso di genitorialità. Stante tutte le molteplici forme attraverso cui si può organizzare una famiglia, che cosa rende due persone due genitori? Vi riporto il passaggio di un testo per me molto esplicativo sulla questione: in questo senso il concetto stesso di genitorialità viene ridefinito. La funzione genitoriale non può più essere riduttivamente ricondotta ai legami di sangue (cosa che non si riscontra nelle famiglie con figli adottivi), alla presenza di entrambi i genitori (cosa che non pertiene nelle famiglie monogenitoriali) o alla presenza di un unico nucleo accudente (cosa che non avviene, ad esempio, nelle famiglie ricomposte). Una genitorialità funzionale basata sui processi più che sulle strutture, allora, dipende dalla capacità dei genitori di proteggere i figli in modo stimolante, insegnare loro il limite senza soverchiare, favorire l’autonomia nell’interdipendenza e affrontare i conflitti in modo cooperativo (Fruggeri, 2005). [1]

– Continua –

[1] Chiari, C., Borghi, L. (2009), Psicologia dell’omosessualità, Carocci, Roma, pag. 110

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Animal kingdome

Animal kingdomeIl film che voglio raccontarvi oggi è un film che narra le vicende di una famiglia molto particolare. Si intitola Animal kingdome (2010) del regista David Michod. Il film racconta la storia di Joshua, detto “J” Cody. Il ragazzo, diciassettenne, perde la madre per un overdose e chiama la nonna materna ad occuparsi della situazione. La nonna lo porta in casa sua dove vive con gli altri tre suoi figli, zii di Joshua. L’unico particolare che vi aggiungo è che la famiglia sembra dedita alla criminalità per vivere e sembrano molto ambigui i rapporti tra i membri della famiglia stessa. La famiglia è organizzata all’interno di una confusione e di una ambiguità che colpiscono. Gli zii sembrano, infatti, sebbene tutti e tre adulti, ancora molto figli della signora e sembrano essere tutti in un rapporto di parità tra loro. Anche il rapporto tra la madre e figli sembra essere particolare, morboso. Per buona parte del film non viene spiegato dove sia il padre.

Vi riporto questo film perché credo possa rappresentare molto bene, ovviamente con un esito, quello criminale, che non sempre è scontato in situazioni di questo tipo, quanto possano essere problematiche quelle famiglie nella quale la confusività (comunicativa, relazionale, di ruoli, di funzioni) sembra pervadere tutti i livelli. Diverse scene contengono messaggi assolutamente incongruenti tra loro. Ho già accennato, per esempio, al fatto che questa famiglia sia dedita al crimine. In una scena assistiamo ad un diverbio molto acceso, sul fatto che dopo essere andato in bagno, uno degli zii non si sia lavato le mani. Quali regole funzionano? Solo quelle della famiglia stessa? In una scena successiva li vediamo mentre fumano all’interno di un locale pubblico. Sembra allora che questa famiglia abbia in qualche maniera costruito delle sue regole. E fin qui non ci sarebbe nulla di male dal momento che ogni sistema familiare è portatore di una sua visione e di sue regole. La discrepanza è rintracciabile nel momento in cui le regole della famiglia sembrano assolutamente slegate dal contesto nella quale la famiglia vive o, comunque, slegate dal contesto sociale generale. Questo provoca una sorta di autoreferenzialità assolutamente sconcertante. L’incongruenza di cui parlo viene accentuata da moltissimi episodi all’interno del film: i tre figli della donna si picchiano tra loro quasi fossero ragazzini e la madre li sgrida proprio come se fossero piccoli. Sembra una fotografia congelata di tempi ormai passati. Ma che per questa famiglia sono tragicamente il presente. Oppure le reazioni della donna, quando un amico dei tre viene ucciso dalla polizia. La madre cerca di consolare il figlio che piange proprio come farebbe se lui fosse un bambino.

Anche il racconto della donna su come la figlia (madre di J) sia uscita fuori dalla famiglia assume contorni particolari. La donna spiega come abbia lasciato la figlia per una regola non rispettata in un gioco a carte in cui i giocatori erano ubriachi. Lo racconta con una incongruenza totale tra il modo in cui il racconto avviene e il fatto in sé. Come se stesse parlando di  sciocchezze e non della sua stessa figlia. Questo sistema, nella sua autoreferenzialità, è del tutto isolato dall’esterno. Non solo hanno regole loro, ma nessuno di loro sembra avere una relazione con altre persone. Anzi, nel momento in cui l’esterno entra in casa, il sistema familiare si attiva affinché possa ben presto lasciarlo. Qualunque tentativo del mondo esterno di entrare viene bloccato. Naturalmente vale anche il contrario e viene bloccato nello stesso modo anche qualunque tentativo di uscire da questa famiglia. E in quest’ottica, quella di non poter uscire, di non poter avere autonomia, quel patto non scritto per cui o si sta dentro o si muore, che leggo anche la morte dell’unica figlia uscita di casa, la mamma di J. Perché non sopravvive? Perché estromessa dal suo clan? E la sua morte è forse il modo per far rientrare il figlio e ‘lavare’ così la colpa di essere uscita? 

E la fine è altrettanto tragica di quanto fin qui raccontato. La famiglia non salva e, anzi, porta J a legarsi, in qualche modo in maniera indissolubile con i suoi zii. Ripeto, è un film molto disturbante, violento. Può infastidire molto, quindi ne consiglio la visione solo se si tiene conto della tematica trattata. Credo sia un esempio, un pessimo esempio, di come il mancato confronto, l’interazione e la mediazione di regole, di prospettive diverse, possano portare alla follia di una visione che tutto giustifica e tutto consente. Anche se tutto questo ha come teatro e avviene per la propria famiglia.

A presto…
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Gli analfabeti delle emozioni

Gli analfabeti delle emozioniIl post è una riflessione che parte dal bellissimo brano che Umberto Galimberti, filosofo e psicanalista italiano, scrisse all’indomani dell’ennesimo caso di cronaca nera che vedeva, nella parte dell’assassino, giovanissimi. La riflessione parte da questo punto: qual è il mondo interiore di questi giovani? Eccovi il pezzo:

L’hanno trovata morta in un cascinale abbandonato, vicino alla sua abitazione. Ancora non sanno se il ragazzo che ieri notte ha confessato il delitto ha agito da solo o insieme ad altri, che per ora restano in quella cupa ombra dove la sessualità si mescola alla violenza, in quel cocktail micidiale che, a dosi massicce, la televisione quotidianamente distribuisce nell’indifferenza generale.

Quel che è certo è che una brava ragazza di 14 anni, che sabato scorso era uscita con le chiavi di casa e il suo cellulare, come fanno tutti i ragazzi della sua età, a casa non tornerà più. Ma come è fatto il mondo fuori casa?Non dico il mondo in generale, ma il mondo di questi ragazzi di cui ieri, in un lucido intervento su Repubblica, Marco Lodoli ha descritto il loro apparato cognitivo in questi termini: “I processi intellettivi più semplici, un’elementare operazione matematica, la comprensione di una favoletta, ma anche il resoconto di un pomeriggio passato con gli amici o della trama di un film, sono diventati compiti sovrumani di fronte ai quali gli adolescenti rimangono a bocca aperta, in silenzio. (…)”. Semplicemente non capiscono niente, non riescono a connettere i dati più elementari, a stabilire dei nessi anche minimi tra i fatti che accadono davanti a loro, che accadono a loro stessi”.

A questa diagnosi (che posso tranquillamente confermare perché questi stessi ragazzi li ascolto quattro o cinque anni dopo, un po’ più evoluti ma non tanto, all’università) resta solo da aggiungere che carenti non sono solo i nessi “cognitivi”, verbalizzati con un linguaggio che più povero non si può immaginare, ma anche quelli “emotivi”, per cui viene da chiedersi se questi ragazzi dispongono ancora di una psiche capace di elaborare i conflitti e, grazie a questa elaborazione, in grado di trattenersi dal gesto. Esiste nella nostra attuale cultura e nelle nostre pratiche di vita un’educazione emotiva che consenta loro di mettere in contatto e quindi di conoscere i loro sentimenti, le loro passioni, la qualità della loro sessualità e i moti della loro aggressività? Oppure il mondo emotivo vive dentro di loro a loro insaputa, come un ospite sconosciuto a cui non sanno dare neppure un nome? Se così fosse, di fatti simili a questa tragedia avvenuta nel Bresciano aspettiamocene molti, perché è difficile pensare di poter governare la propria vita senza un’adeguata conoscenza di sé. E qui non alludo alla conoscenza postuma che in età adolescenziale o in età adulta porta qualcuno dallo psicoterapeuta a cercare l’anima o direttamente in farmacia nel tentativo di sedarla; ma faccio riferimento a quell’educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure, che mette al riparo da quell’indifferenza emotiva, oggi sempre più diffusa, per effetto della quale non si ha risonanza emozionale di fronte ai fatti a cui si assiste o ai gesti che si compiono. E chi non sa sillabare l’alfabeto emotivo, chi ha lasciato disseccare le radici del cuore, si muove nel mondo pervaso da un timore inaffidabile e quindi con una vigilanza aggressiva spesso non disgiunta da spunti paranoici che inducono a percepire il prossimo innanzitutto come un potenziale nemico.

E tutto ciò perché? Perché manca un’educazione emotiva: dapprima in famiglia, dove i giovanissimi trascorrono il loro tempo in quella tranquilla solitudine con le chiavi di casa in tasca e la televisione come baby sitter, e poi a scuola, quando ascoltano parole che fanno riferimento a una cultura che, per esser tale, non può che esser distante mille miglia da ciò che la televisione ha loro offerto come base di reazione emozionale. Oggi l’educazione emotiva è lasciata al caso e tutti gli studi e le statistiche concordano nel segnalare la tendenza, nell’attuale generazione, ad avere un maggior numero di problemi emozionali rispetto a quelle precedenti. E questo perché oggi i giovanissimi sono più soli e più depressi, più rabbiosi e ribelli, più nervosi e impulsivi, più aggressivi e quindi impreparati alla vita, perché privi di quegli strumenti emotivi indispensabili per dare avvio a quei comportamenti quali l’autoconsapevolezza, l’autocontrollo, l’empatia, senza i quali saranno sì capaci di parlare, ma non di ascoltare, di risolvere i conflitti, di cooperare. Se la scuola non è sempre all’altezza dell’educazione emotiva, che prevede, oltre a una maturazione intellettuale, anche una maturazione psicologica, l’ultima chance potrebbe offrirla la società se i suoi valori non fossero solo business, successo, denaro, immagine, ma anche qualche straccio di solidarietà, relazione, comunicazione, aiuto reciproco, che possano temperare il carattere asociale che, nella nostra cultura, caratterizza sempre di più il mondo giovanile. Nel deserto della comunicazione emotiva che da piccoli non è loro arrivata, da adolescenti non hanno incontrato, e nelle prossimità dell’età adulta hanno imparato a controllare, fa la sua comparsa il “gesto”, soprattutto quello violento, che prende il posto di tutte le parole che questi ragazzi non hanno scambiato né con gli altri per istintiva diffidenza, né con se stessi per afasia emotiva.

Si tratta di gesti che mettono in crisi la giustizia e, con la giustizia, la società che per tranquillizzarsi è sempre alla ricerca di un movente. E il movente in effetti non c’è, o se c’è è insufficiente, comunque sproporzionato alla tragedia, persino ignoto agli stessi autori. Cercarlo ci porta lontano, tanto lontano quanto può esserlo l’avvio della nostra vita, dove ci è stato insegnato tutto, ma non come “mettere in contatto” il cuore con la nostra mente, e la nostra mente con il nostro comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel nostro cuore. Queste “connessioni”, che fanno di un uomo un uomo, non si sono costituite, e perciò sono nate biografie capaci di gesti tra loro a tal punto slegati, da non percepirli neppure come propri. Questo è il nostro tempo, il tempo che registra il fallimento della comunicazione emotiva e quindi la formazione del cuore come organo che prima di ragionare, ci fa “sentire” che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che ci faccio al mondo.

UMBERTO GALIMBERTI, Gli analfabeti delle emozioni, La Repubblica, 5 ottobre 2002.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Succede…

Succede...Succede. Ogni tanto succede. Ogni tanto succede che un Paese faccia passi avanti verso una ‘normalità’ da molti agognata e percepita come non più rinviabile. Talvolta succede anche in Italia. Peccato che, come spesso avviene, questo passo avanti venga fatto dalle sentenze, perché la classe politica, così spesso indegna rappresentante di questo Paese, non sia ancora riuscita a dare un benché minimo indirizzo sociale a cambiamenti che ormai avvengono da tempo. Di cosa sto parlando? Della ormai famosa, per molti famigerata, sentenza della Corte di Cassazione che stabilisce come, in una causa per l’affidamento di un figlio, il fatto che la mamma conviva con una donna, sua compagna, non costituisca motivo per negarle la custodia e anzi, riconosce che sia fondamentalmente un pregiudizio” il fatto che “sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale”. Vi rinvio a questo link per una lettura dell’articolo apparso sul sito di Repubblica. La corte riconosce così che non ci sono gli strumenti per affermare che un bimbo con una coppia di genitori dello stesso sesso stia ‘peggio’ che in una coppia eterosessuale. E aggiungo che non ci sono gli strumenti neanche per affermare che, altro pregiudizio da sfatare, i figli di una coppia omosessuale crescano inevitabilmente con problemi di identificazione, avendo entrambi i genitori dello stesso sesso, che diventino cioè da grandi omosessuali a loro volta. Anche perché, se la stessa logica ferrea fosse applicata su coppie eterosessuali, non si capirebbe come da coppie eterosessuali nascano figli omosessuali. Naturalmente è partito l’apriti cielo da tutte quelle associazioni che si battono per il riconoscimento di un unico assetto familiare e che non riescono neanche a contemplare le diverse sfaccettature che i rapporti tra le persone possono avere. Anche questa volta capofila della battaglia contro, è stato il Vaticano che, con la consueta attenzione, delicatezza, rispetto e riguardo per la vita delle persone coinvolte in vicende simili, per bocca di un suo alto rappresentante arriva a dire che ‘l’adozione dei bambini da parte degli omosessuali porta il bambino a essere una sorta di merce’ ( Vincenzo Paglia, presidente del dicastero vaticano per la famiglia, arcivescovo, Corriere della Sera, 13.01.13). A parte che non si capisce per quale motivo i bambini diventino merce in caso di affidamento a famiglie omosessuali, specificamente nel caso in questione, ci si è concentrati  sul fatto che il padre del bambino fosse così inaffidabile che la Corte abbia scelto il ‘male minore’. E’ una bugia.

La Cassazione non ha optato per il male minore ma ha compiuto una scelta strategica basata sulla prospettiva migliore per il ragazzo, decretando ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno come  non ci sono certezze scientifiche a questi preconcettiAnzi a dire il vero esiste ormai una mole molto ampia di studi [1] che dimostra esattamente il contrario, e cioè che non esistono differenze nello sviluppo di bambini in coppie eterosessuali od omosessuali a nessun livello. Eppure non succede così spesso che questo sia un tema che la nostra classe politica abbia il coraggio di affrontare. E anche adesso, che ci ritroviamo sotto elezioni, e dovremmo prendere una decisione su chi guiderà questo paese, non sentiamo mai come intendono affrontare e risolvere alcuni temi di natura sociale che, accantonati o ignorati da troppo tempo, non possono essere più rinviati ne prorogati. Sappiamo tutto di spread, tasse, tassi, riforme fiscali ma un Paese non è solo economia. Certi temi devono semplicemente essere affrontati, devono essere prese delle decisioni che, mettendo da parte inutili e screditati pregiudizi e affrontando il tema da un punto di vista civile e maturo come questo Paese si vanta, spesso a torto, di essere, possa portare al riconoscimento dei diritti non solo dei minori, ma di migliaia di persone per le quali questa non è una battaglia di buone intenzioni ma riguarda la stessa vita, la sua organizzazione e il suo significato. Deve essere sanata una situazione che non può più essere tollerata. E sarebbe necessario che venisse affrontata dalla nostra classe dirigente, i nostri rappresentanti e non tramite sentenze e ricorsi. A volte succede che un Paese faccia passi verso la civiltà. A volte succede che un Paese faccia delle cose per TUTTI i suoi cittadini. A volte succede che i pregiudizi vengano abbattuti. A volte succede. Vorrei che succedesse decisamente più spesso.

 A presto…

Fabrizio

[1] Per chi volesse approfondire il tema, consiglio la lettura dell’esaustivo libro di Cristina Chiari e Laura Borghi (2009), Psicologia dell’Omosessualità, Carocci.

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Simpsonterapia…

Simpsonterapia...Il post di oggi è tanto una provocazione quanto una chiave di lettura. Vorrei riflettere con voi sulle infinite possibilità di lettura che abbiamo della realtà che ci circonda. Quella che vi propongo oggi riguarda una di queste realtà ed è sotto gli occhi di tutti. Mi riferisco alla sigla di apertura del famoso cartone animato I Simpson in onda regolarmente da anni in Italia. Per chi non lo conoscesse il cartone (ma è un termine assolutamente riduttivo!) narra le strampalate vicende di una famiglia media americana e di tutti i possibili intrecci che la vita di queste persone può avere quotidianamente. Il programma si apre, appunto, con una sigla che apparentemente non dice molto su quello che state per vedere dato che fornisce una rapida carrellata dei personaggi della serie: vediamo Homer, il capofamiglia, che lavora in una centrale nucleare, la madre Marge impegnata a fare la spesa con la figlia piccola Maggie, il primogenito Bart che esce da scuola e va sul suo amato skateboard e Lisa impegnata nelle prove della lezione di musica. Ora, apparentemente, nulla di che. In realtà vorrei cercare di dimostrarvi quanto siamo circondati da livelli di complessità che si tratta solo di cogliere. La sigla, spesso non trasmessa o trasmessa tagliata è un capolavoro di complessità crescente e di simbolismo e contiene temi notevoli. Si apre con una visione dall’alto di Springfield, la media cittadina americana dove vivono i Simpson. Questa cittadina è sovrastata dalla onnipresente centrale nucleare. Sembra possibile una prima lettura simbolica: tutto è sovrastato dal potere economico e dalla possibiltà di poterci fare affari. La sigla procede con una inquadratura sulla scuola elementare dove, immancabilmente Bart, noto per non essere troppo tranquillo, sta scontando la sua punizione scrivendo centinaia di volte la stessa frase sulla lavagna. La frase che scrive è sempre al negativo. Non appena suona la campana di fine delle lezioni Bart farà immancabilmente l’esatto contrario di quanto ha appena scritto. Seconda lettura: quanto è utile un sistema scolastico impeganto solamente nel reprimere piuttosto che nel comprendere? Andiamo avanti: Homer sta armeggiando con una barra di plutonio nella centrale nucleare. Appena suona la fine del turno, si volta e se ne va come se quello che stava facendo non lo riguardasse più. Terza lettura: che sistema di lavoro può essere quello nel quale la responsabilità del singolo sembra non esistere? Accade, però, che la barra gli si attacchi addosso, ma torneremo su questo aspetto più avanti. La sigla prosegue facendoci vedere Marge e la piccola Maggie alla cassa del supermercato intente a pagare la spesa. Marge è chiaramente distratta dal fatto di leggere una rivista in cui si parla di come essere madri e, mentre sta leggendo non sta più badando a cosa succede a Maggie che, nel frattempo, viene presa e passata sul lettore ottico della cassa che, paradossalmente, le attribuisce un prezzo. La scena è emblematica per diverse ragioni: rappresenta quanto spesso siamo impegnati più a pensare alle cose piuttosto che a farle e quanto nella nostra società abbiamo ormai mercificato tutto. La sigla va avanti seguendo un altro personaggio: Lisa. La vediamo nella sua classe di musica, intenta a suonare il suo amato sax, ma nel non seguire alla lettera gli altri, il gruppo, suscita la riprovazione del suo insegnante. Anche questa scena è fortemente simbolica: vi troviamo una forte critica ad un sistema scolastico omologante e per niente capace di far risaltare le diversità individuali. Nello stacco successivo ritroviamo Homer: sta tornando a casa in macchina ma c’è qualcosa che lo infastidisce: la barra di plutonio nella schiena! Senza pensarci la prende e la butta all’esterno della macchina dove finisce per essere presa da Bart che sta tornando a casa sul suo skateboard. Da una parte scorgiamo l’irresponsabilità di un padre che ricade sul figlio (che potrebbe essere estesa, generazionalmente, nell’irresponsabilità dei comportamenti di una generazione che ricadono su quella successiva), dall’altro sempre la deresponsabilizzazione del singolo che sembra interessato solo al suo benessere e non a quello della collettività Anche se alla fine la collettività verrà rappresentata dal suo stesso figlio. Tanto per ricordarci che anche noi siamo ‘gli altri’ per qualcuno! Nella scena successiva abbiamo Marge e Maggie in macchina, stanno rientrando a casa: Marge suona il clacson e lo fa di rimando anche la figlia con il suo volante giocattolo. Il messaggio qua è chiarissimo: i figli crescono per imitazione, ci guardano e imparano come comportarsi e, volendo estendere il discorso, bisognerebbe stare attenti ai modelli imitativi che gli si offrono. Alla fine di una carrellata velocissima in cui compaiono moltissimi personaggi della serie (messaggio: viviamo in società!) i cinque si incontrano nella scena cult del divano che termina con una gag ogni volta diversa dalla precedente.

Insomma si tratta, a mio avviso, di un piccolo trattato di sociologia in appena un minuto di apparente cartone animato. Possiamo smettere di semplificare le cose: la complessità è intorno a noi. Dovremmo solo impegnarci a leggerla.

A presto…

Fabrizio

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Da solo o nel lettone?

Da solo o nel lettoneL’articolo che vi segnalo oggi tratta un tema sul quale il dibattito è acceso da sempre e che, non credo, questo articolo contribuirà a fare scemare. Si tratta però, di un interessante punto di vista e vorrei riportarvelo. L’articolo tratta del cosiddetto co-sleeping, cioè l’abitudine di molti genitori di far dormire il proprio figlio nel letto matrimoniale. Per anni si è ripetuto che questo tipo di comportamento non fosse un comportamento corretto né per i bambini, che sembravano non poter sviluppare una propria autonomia nel momento dell’andare a letto, né per la coppia che, con il figlio in mezzo, si vede privata di un momento di intimità per la coppia stessa.

La ricerca, svolta dalla Stony Brook University di New York, e pubblicata su Pediatrics, arriva a risultati diversi e giunge a conclusioni che non sono così contrarie a questa pratica. Il risultato sembra essere che abituare i bambini a dormire tra le lenzuola che odorano di mamma e papà non comporti per loro alcun effetto collaterale. (…) Lo studio ha preso in esame 944 coppie non abbienti con un figlio di un anno, monitorandone nel lungo periodo la situazione psicologica e le abitudini legate al sonno. Dai dati è emerso che i bambini che avevano dormito nel lettone avevano raggiunto lo stesso livello di sviluppo comportamentale e cognitivo di quelli che avevano sempre dormito da soli. 

Come per tutte le cose, potrebbero essere evidenziati aspetti positivi e negativi in entrambe le situazioni. Il far dormire il bambino nel lettone secondo alcuni pediatri avrebbe risvolti positivi dal momento che favorirebbe il rapporto del bimbo coi genitori e ne farebbe avvertire la vicinanza. Dormire da soli, sopratutto per il modo in cui viene gestita la ‘separazione’ del bimbo dai genitori, può portare invece a sviluppare paure (del buio, di esser soli, di essere abbandonati…) che potrebbero avere ripercussioni sul bambino stesso. Come detto il far dormire il bimbo nel letto dei genitori priva la coppia stessa di un momento e di uno spazio suo che andrebbe invece, gestito e calibrato meglio, soprattutto nel momento in cui il nuovo arrivato può far saltare i delicati equilibri su cui la coppia stessa si regge. Credo che la linea guida da seguire sia, come al solito, il buon senso. Non credo esistano ricette adatte per ogni situazione e per ogni famiglia. Ci sono diverse esigenze che andrebbero considerate (bambino/coppia) e non necessariamente, se non apparentemente, in antitesi. 

L’articolo è di Repubblica (25.07.11) ed è a firma di Sara Ficocelli. Il link:

http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2011/07/25/news/nessun_danno_se_il_bimbo_dorme_nel_lettone_dalla_scienza_via_libera_al_co-sleeping-19597348/ 

Sarebbe interessante poter condividere le vostre esperienze in merito!

A presto…

Fabrizio

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