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Lo Psicologo Virtuale

PORTALE DI PSICOLOGIA & PSICOTERAPIA – Dr. FABRIZIO BONINU – Psicologo & Psicoterapeuta –

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Tag: Psicologo

Pubblicato il 18 Febbraio 201325 Novembre 2014

Perché ci attraggono le disgrazie?

Perché ci attraggono le disgrazieIl post di oggi riguarda un aspetto della personalità umana che mi ha sempre colpito e affascinato. Perché le persone sono attratte dalle disgrazie degli altri? Quest’osservazione è scaturita sia da diverse esperienze personali (noto, ad esempio, durante incidenti come le persone si fermino a guardare ostacolando ulteriormente la circolazione), sia per osservazione indiretta rispetto al successo che la cronaca nera ha in tutti i mezzi di comunicazione, siano essi telegiornali, giornali o internet. La domanda allora sorge spontanea: perché siamo così affascinati dalle disgrazie? Una risposta può risiedere nel fatto che ci affascinano le disgrazie che non ci toccano direttamente. Se, infatti, la disgrazie è vicina a noi o tocca persone a noi care, allora improvvisamente non siamo più così benevoli per la curiosità, neanche delle persone che vorrebbero sapere da noi notizie in più circa quello che è successo.

Questo mi ha portato alla considerazione che la curiosità sia inversamente proporzionale alla vicinanza relazionale delle persone colpite: in altre parole più le persone colpite da una disgrazia sono a noi vicine, più tentiamo di rimuovere quello che è successo, più le persone sono lontane dal punto di vista relazionale (e questo succede soprattutto con casi di cronaca nera che assurgono a veri e propri paradigmi, penso al caso di Cogne, o al caso di Avetrana o al delitto di Novi Ligure)più ne siamo irresistibilmente attratti. Questo spiegherebbe la vera e propria follia collettiva che caratterizza alcuni casi mediatici che godono di una copertura tale per cui sembra impossibile non venirne a sapere nulla. Questi casi assurgono al ruolo di catalizzatore di disgrazia per cui la gente continua a seguirle anche a distanza di mesi da quando sono effettivamente accadute. Eccoci ad un altro punto nodale della questione: sono i mass media che danno questa percezione del caso o i mass media rispondono ad un bisogno manifestato dalle persone? Questa è una domanda difficile da trattare perché potrebbe essere un circolo vizioso che si autorinforza. Se da una lato è vero che le persone sembrano più interessate, è anche vero che ormai i mezzi di comunicazione si fanno sempre meno scrupolo nel rivelare dettagli e particolari che potrebbero interessare solo una persona col gusto dell’orrido.

E allora? Quale potrebbe essere la risposta alla domanda iniziale? Forse c’è da aggiungere che l’attrazione riguardi anche lo scampato pericolo per il singolo. In altre parole il fatto che io stia vedendo o assistendo ad una disgrazia che coinvolge un’altra persona è rassicurante dal momento che mi dice che io, invece, non la sto subendo. Un modo molto sottile che esorcizza la nostra costante paura della morte. Paura che credo possa coinvolgere ad ogni livello. Forse questa potrebbe essere la spiegazione. Il fatto che la disgrazia ci attragga quando non ci coinvolge direttamente preserva l’idea di una nostra vita, di una nostro prosieguo rispetto alla morte stessa. Un’idea che viene subito messa in discussione nel momento in cui la disgrazia ci tocca. E ci permette di confrontarci con quella che è l’idea stessa che noi abbiamo della morte e della paura che questa, soprattutto il pensiero della nostra stessa morte, può provocarci.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 10 Gennaio 201325 Novembre 2014

Hai sentito?

Hai sentitoL’argomento di cui vorrei parlarvi oggi riguarda il pettegolezzo, l’arma più potente per screditare qualcuno nella nostra società. Quando vado in un’edicola oppure su un qualche sito internet, mi colpisce sempre moltissimo la sequela di pettegolezzi su persone più o meno famose che si trovano. Al di là della questione di rispetto delle vicende altrui, quello che mi chiedo è quale funzione abbia la mole di pettegolezzi, voci e dicerie di cui siamo circondati. Credo che il pettegolezzo abbia ormai una funzione sociale aggregante svolta prima dal contatto diretto con le persone. Mi spiego meglio. Fino a sessanta, settanta anni fa le persone vivevano in contesti sociali piuttosto immobili e immutabili nel quale si cresceva e si viveva circondati da persone che si conoscevano da una vita. Difficilmente l’estraneo, il diverso entravano a far parte della vita di queste comunità. Se ciò succedeva veniva subito inglobato negli usi e nei costumi della comunità. Oppure rimaneva estraneo e diventava un nuovo fattore aggregante per quella comunità (guarda come è diverso il nuovo e come siamo,invece, simili noi!). Per quanto questa similitudine fosse più ideale che reale, era, comunque, un grande fattore aggregante nelle comunità. La compattezza del gruppo era data dalla conoscenza personale e dalla possibilità di riconoscerne i membri. Questa compattezza è andata progressivamente perdendosi con le prime migrazioni di massa che provocarono un enorme rimestamento nella comunità sociale che si trovò a fronteggiare (e tuttora si trova a farlo!) la comparsa di usi e costumi nuovi ai quali doversi adattare. In altre parole alla comparsa del diverso.

Si è dunque persa anche la conoscenza diretta delle persone con le quali quotidianamente ci troviamo a stretto contatto. Viviamo in società molto spesso impersonali nelle quali difficilmente conosciamo tutti gli abitanti dello stesso palazzo nel quale viviamo. Da cosa è sostituita quella rete di appartenenza, quella serie di conoscenze comuni, di dicerie che fanno parte del sentirci comunità? Io credo che in parte sia proprio stata sostituita dal pettegolezzo, dalla capacità di poter parlare delle vicende delle stesse persone famose, come se queste facessero parte dalle nostre conoscenze dirette, delle nostre comunità. Questo crea una sorta di sostrato comune nella quale esiste ormai una comunità virtuale, nella quale ci riconosciamo/non ci riconosciamo, che tutti possono condividere e con la quale tutti noi possiamo paragonarci/prendere le distanze. Non fraintendetemi, non dico che il pettegolezzo abbia una funzione nobile che giustifica la continua violazione della privacy delle persone. Credo solo che, accanto ad una funzione apparentemente molto semplice e chiara, il pettegolezzo celi il desiderio di sentirsi parte di qualcosa di più grande. Di una comunità. Ovvio che ci siano, poi, persone che hanno più bisogno di questo senso di appartenenza e altri che non ne avvertono un’urgenza così impellente. Credo questo possa essere dovuto al fatto che alcuni hanno diversi terreni sui quali interagire (e riconoscersi) mentre altri trovano in questo il terreno di condivisione con altri. Credo sia un aspetto nuovo di una realtà molto più complessa e articolata di come di solito la bolliamo: sono tutte chiacchiere. E se, invece, non fossero solo chiacchiere?

Voi che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 24 Dicembre 201225 Novembre 2014

Buon ‘qualunque cosa stiate festeggiando’ :)

Buon 'qualunque cosa stiate festeggiando'Vi scrivo queste poche righe, utilizzando come pretesto le feste incombenti, per ringraziarvi ed augurarvi un felice Natale (o, come da titolo, qualunque cosa festeggiate!). E’ già il secondo Natale che mi capita di poter scrivere un post per mandare gli auguri! Quando a marzo dell’anno scorso ho iniziato a pubblicare i miei pensieri, le mie riflessioni e le mie osservazioni, mai mi sarei aspettato questa partecipazione. Spero che anche per voi tutto questo possa aver significato pensare, o riflettere, o osservare diversamente le cose che vediamo talvolta quotidianamente e che spesso diamo per scontate. Come scrissi un anno fa esatto le persone che con me hanno scritto, commentato, letto, mandato email, discusso, talvolta si sono anche arrabbiate, vorrei poter rendere anche solo una parte di come questo scrivere, commentare, leggere.. in una parola sola CONDIVIDERE abbia reso la mia vita più ricca. Grazie per gli incoraggiamenti, i commenti, gli spunti di riflessione, i nuovi punti di vista. Grazie per tutto il supporto che siete stati in grado di farmi sentire. Credo che, a distanza di un anno, queste rimangano ancora le parole migliori per ringraziare tutti voi.

Vi auguro ancora di passare questi giorni come meglio potete e spero che il nuovo anno sia carico di tutto ciò che desiderate di più.

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 8 Dicembre 201225 Novembre 2014

…300.000 volte grazie:)

...300.000 volte grazieA distanza di poco tempo mi trovo ancora una volta ‘costretto’ a ringraziarvi per aver fatto raggiungere al mio blog la cifra di 300.000 ingressi! Non sapete quanto questo sia un immenso piacere per me. Non vi nascondo che aggiornare un blog sia un gran bel lavoro, comporta tutta una serie di passaggi come organizzare il materiale, scrivere gli articoli, farli ‘decantare’, ritornarci a distanza di tempo e, talvolta, correggerli. Contando anche che gran parte del tempo è assorbito dal mio lavoro ‘vero e proprio’, lo psicoterapeuta, per far conoscere il quale decisi di costruire il blog.

Tutto questo, dicevo, è decisamente molto impegnativo,soprattutto quando il lavoro che si vuol fare, come nel mio caso, è un lavoro che vuole essere curioso, corretto, puntuale, attendibile, interessante. Bene, non ho mai dato per scontato conseguire tutto questo! Io ce la metto tutta e voi, che curiosate sui miei post, commentate o mi mandate email private, mi date la misura di quanto sia riuscito a comunicarvi la mia passione e il mio impegno. Considerato poi come il ‘fratello gemello’ del blog, il sito www.lopsicologovirtuale.it abbia più di 13.000 ingressi e la pagina Lo Psicologo Virtuale su Facebook, veleggi sopra i 300 ‘mi piace’, penso che i numeri parlino chiaro. La mole di ingressi e condivisioni in poco più di un anno e mezzo testimonia come l’interesse per le questioni che trattiamo sia molto ampio. Grazie, grazie e ancora grazie. Spero che continuiate a seguirmi con la costanza, l’interesse e la partecipazione che avete fin qui dimostrato. Io come sempre ci metterò la stessa passione, l’impegno e la continuità che fino ad ora credo abbiano caratterizzato il blog.

Sperando di potervi ringraziare al più presto per il nuovo traguardo che raggiungeremo assieme.

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 2 Dicembre 201225 Novembre 2014

Fuga nella guarigione & fuga nella ricaduta…

Fuga nella guarigione & fuga nella ricaduta...Il post di oggi vuole occuparsi di due aspetti della relazione terapeutica che accadono spesso all’interno del percorso personale di una persona e che possono essere utilizzate come porta di accesso ulteriore per conoscere le dinamiche relazioni e personali che quella persona stessa usa per interfacciarsi con gli altri. Mi sto riferendo alla cosiddetta fuga nella guarigione a cui corrisponde anche la contraria fuga nella ricaduta. Cosa indicano questi due termini apparentemente ostici? Durante il percorso di terapia individuale, può capitare che il paziente, dopo pochissime sedute, dica di sentirsi notevolmente meglio e inizi a manifestare insofferenza per il prosieguo della terapia. Considerando che le prime sedute sono essenzialmente conoscitive, sembra strano che possa esserci un cambiamento così rapido in così poco tempo. Il paziente sta agendo quella che viene definita una fuga nella guarigione. Questo indica un movimento fatto dal paziente stesso per porre un freno alla terapia stessa. Come se volesse dimostrare, innanzitutto a se stesso, di essere guarito e di non avere più bisogno di continuare un percorso personale che non lo potrà guarire più di così! Questo movimento va segnalato al paziente stesso, è necessario esplicitarlo e cercare di capire che funzioni può avere rispetto alla persona stessa. Può, per esempio, avere una funzione di tipo difensivo, dal momento che pone un limite alla possibilità di effettuare un lavoro più profondo. Può avere una funzione rassicurante per il paziente (non sono poi così malato!). Può avere una funzione di indipendenza, dal momento che il paziente marca, in questo modo, il tempo della terapia, stabilendo lui quando è guarito oppure no. Va detto che questo tipo di movimento andrebbe discusso e lavorato. Può essere un ottimo modo per cercare di arrivare a qualcosa in più su di noi che possa funzionare in terapia. Va segnalato, poi, come spesso questo movimento di fuga sia del tutto provvisorio, non costituendo una campo di cambiamento e di riflessione duraturo nell’esperienza del soggetto.

Dall’altra parte del continuum terapeutico, possiamo,invece, trovare, la cosiddetta fuga nella ricaduta. Questo movimento sarebbe caratterizzato da una ricaduta o un riaggravarsi dei sintomi della persona in momenti importanti della terapia. Uno dei momenti più topici del percorso terapeutico è la fine, il momento nel quale la persona dovrebbe essere lasciata libera di spendere autonomamente le maggiori consapevolezze che la terapia avrebbe dovuto dargli. Questo momento è, inevitabilmente, un momento di importante passaggio, che non tutti vivono allo stesso modo. Molti possono essere spaventati, altri possono essere tristi, altri ancora non sentirsi pronti. Ecco allora che una ‘ricaduta’ può essere molto rassicurante e garantire anche alla persona più spaventata che non sarà lasciata, che non sarà abbandonata a se stessa. La fuga nella ricaduta ha dunque una valenza molto protettiva per questo tipo di persone. Anche in questo caso credo che il modo migliore per affrontare questo movimento sia che esso venga esplicitato in terapia, affinché possa essere discusso, significato e compreso nella relazione terapeutica. Solo così può è possibile comprendere che tipo di valore ha per la persona che ci si siede davanti.

Quelli descritti sono movimenti tipici del percorso terapeutico. Non hanno in sé valenza negativa o positiva: si tratta, piuttosto, di riuscire a comprenderli e a dotarli di significato rispetto alla nostra storia personale.

Che ne pensate? 

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 26 Novembre 201220 Luglio 2015

La psicoterapia sistemico-relazionale (2)

La psicoterapia sistemico-relazionale (2)Riprendiamo il discorso sugli aspetti che caratterizzano la terapia sistemico-relazionale. Eravamo arrivati al secondo punto: l’attenzione necessaria al processo di comunicazione. Dobbiamo tenere in considerazione il fatto che non si stia parlando della comunicazione verbale: l’uomo può comunicare in una molteplicità di forme talmente vaste, simboliche, metaforiche e non verbale da far postulare a Paul Watzlawick [2], il cosiddetto primo assioma della comunicazione: NON SI PUÒ NON COMUNICARE. Se questo assioma viene dato per assodato, si tratta allora di porre l’attenzione sugli infiniti modo in cui la comunicazione può essere espletata. Questa comunicazione stessa avviene all’interno di unsistema di regole, di norme e di leggi, codificate e non, esplicitate e non, che garantiscono alla comunicazione stessa non solo la comprensione, ma anche la condivisione e il riconoscimento. Ovviamente più a comunicazione è chiara e univoca, meno ci sarà il rischio che  insorgano dubbi sulla possibile interpretazione del messaggio stesso. Se la comunicazione avesse delle contraddizioni su diversi livelli (come per esempio dire ‘ti voglio bene’ ma essere restii al contatto con l’altro) possono sorgere delle incomprensioni a livello comunicativo che rendono la comunicazione stessa potenzialmente problematica o foriera di incomprensioni. Naturalmente, il porre l’attenzione più sulla relazione che sul singolo diminuisce il peso che il singolo stesso acquista all’interno di un sistema di riferimento più ampio. Se molte delle teorizzazioni psicologiche precedenti focalizzavano la loro attenzione esclusivamente sul singolo e sulla sua realtà interna, oppure mettevano l’accento solo su rapporti privilegiati, come per esempio il rapporto madre-bambino, all’interno della terapia sistemica gioca un ruolo fondamentale la serie di rapporti significativi all’interno del quale il singolo si muove. Questo non vuol dire che la terapia comporterà la presa in carico di tutte le persone che si conosce. Semplicemente il campo di indagine, che si può avere anche con il singolo, ha a che fare con le rappresentazioni ed i significati che quelle persone hanno per il singolo stesso. In questo senso la persona ha meno peso: non ha senso, in quest’ottica, dire che una persona è ‘malata’. Forse quella patologia si esprime tramite una persona, ma è frutto di quel sistema relazionale nella quale la persona vive. E quindi necessario comprendere che funzione possa avere il sintomo che viene manifestato tanto per il singolo quanto per il sistema. Questo non ha una funzione/significato solo per la persona che lo manifesta, ma acquista un significato aggregatore per l’intero sistema familiare. Gli ultimi due punti hanno a che fare con la considerazione del sistema familiare più esteso: da una parte è necessario, all’interno dell’ottica che prende in considerazione l’insieme di regole che ordinano il funzionamento del sistema stesso, considerare il peso della storia familiare, dei suoi miti, dei suoi valori, delle sue qualità e dei suoi punti deboli, dei suoi modelli e dei suoi fantasmi, delle sue narrazioni e dei suoi tabù. In poche parole quello che permette ai membri di riconoscersi come facenti parte di quel sistema stesso. Dall’altro riconoscere l’importanza del momento evolutivo stesso nel quale il sistema si trova al momento. Sarebbe sciocco considerare questo tipo di sistemi come statico e inamovibile. Anzi, attraversano diverse fasi di ristrutturazione (nascite, lutti, separazioni, nuove unioni…) che sarebbe bene prendere in considerazione. Insomma dovremmo, una volta accettate e fatte nostre le premesse, procedere nell’individuazione di queste tematiche.
Questo è la mia cornice di riferimento teorica.  I colleghi perdoneranno l’eccessiva semplificazione ma credo fosse più interessante che tutti capissero quello che intendevo dire. Spero di esserci riuscito.

Che ne pensate? 

A presto…

Fabrizio 

[2] Watzlawick, P., et al. (1967), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma.

Se vuoi leggere la prima parte di questo articolo clicca sul link: la psicoterapia sistemico-relazionale (1)


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Pubblicato il 12 Novembre 201225 Novembre 2014

Lo psicologo? Al centro commerciale…

Lo psicologo Al centro commerciale...Vi segnalo un articolo che mi ha incuriosito parecchio. Si parla di una iniziativa di alcuni colleghi di Milano che hanno sostanzialmente deciso di avvicinare la domanda e l’offerta, aprendo una sorta di studio all’interno di un centro commerciale e proponendo una serie di agevolazioni tariffarie. Come riportato nell’articolo, la formula, originale e lontana dalla burocrazia, consente di superare molti tabù: intanto che sia un lusso il prendersi cura degli aspetti più bui della propria esperienza quotidiana, dei dubbi, dei tormenti che minano la serenità, del peso dei conflitti in famiglia. L’assistenza psicologica è un diritto per tutti, sostengono gli esperti di via Arona: «in primo piano per noi ci sono le esigenze di salute e il benessere dell’utente, non l’aspetto economico». Un’altra novità è che non serve appuntamento: si entra e da subito si può parlare del proprio problema con uno specialista. Non c’è da superare l’imbarazzo dell’«ultimo miglio», la telefonata a una segretaria, la diffidenza del primo incontro. 
Eliminate tutte le barriere, lo psicologo lo si può incontrare dentro uno di quei centri commerciali che stanno prendendo il posto della piazza dei paesi, dove le persone si danno appuntamento, passeggiano, trascorrono parte del loro tempo libero.

Non avrei nulla da eccepire all’articolo se non quello che la formula sia originale e ‘lontana dalla burocrazia’. Ma di quale burocrazia si parla? Perché, se una persona sceglie di andare in terapia in uno studio privato non all’interno di un centro commerciale, allora deve compilare moduli e fare file? Non ho mai sentito che funzioni così in nessuno studio. Poniamo pure che sia un’approssimazione giornalistica. Resta il fatto che non mi piaccia molto comunque l’approccio che vuole una simile formula come innovativa. Dove sarebbe l’innovazione? Nel centro commerciale? Così oltre a fare la spesa, e prelevare, potremmo aggiungere anche il farci dare una controllata. Non sono contro questa iniziativa, né contro iniziative che portino il dibattito all’interno del più ampio numero possibile di persone (d’altronde curo io stesso un blog!). Non mi piace molto l’idea che sembra esserci un approccio più moderno e uno più antiquato, dove si ha a che fare con burocrazia, barriere e tabù. Ecco, credo che questo pressapochismo sia nemico di ogni discussione seria. L’articolo è del Corriere della Sera, è a firma di Antonella De Gregorio e questo è il link:

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_novembre_11/psicologo-centro-commerciale1902125720791.shtml 

Voi che pensate di iniziative simili?

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 5 Ottobre 201225 Novembre 2014

Trasloco su Io non sono normale: IO AMO…

Trasloco su Io non sono normale IO AMO...Vi segnalo e vi invito a leggere l’intervista che la collega e amica Carla Sale Musio, autrice e curatrice di Io non sono normale: IO AMO ha pensato di fare a me e ai miei colleghi di blog Maria Grazia Rubanu col suo Giovani e alcol, Enrico Maria Secci e il suo BlogTherapy, Caterina Steri ed il suo Gocce di Psicoterapia. Cliccando sui nomi dei blog, in arancio, sarete reindirizzati sui rispettivi lavori. Come già accaduto per l’intervista ‘comune’ fatta dal dr. Enrico Maria Secci su BlogTherapy (vedi post 19.04.12), anche in questa occasione viene rivolta una sorta di intervista comune che ognuno di noi ha deciso di declinare secondo le sue personali sensibilità. L’argomento, naturalmente, non poteva che essere la normalità e le implicazioni personali e relazionali che questa comporta.

Le nostre risposte permetteranno a ciascuno di voi di conoscere meglio le nostre opinioni su quello che è il pensiero personale su un tema tanto vasto e, potenzialmente, tanto spinoso. Come detto, ognuno declina il tema con le sue diverse sensibilità e con le sue diverse prospettive. Rimane, come nell’occasione precedente, la possibilità di confrontare diverse voci e diversi pensieri, sperando di riuscire ad aumentare una molteplicità di prospettive che, da sempre, rendono un dibattito interessante.

Detto questo, vi segnalo appunto la mia intervista. Non conosco, neanche in questo caso, le date precise di pubblicazione degli altri interventi, quindi se volete conoscere quelle dei miei colleghi, vi invito a prestare attenzione al blog Io non sono normale: IO AMO. 

Come al solito, sarebbe interessante poter sapere cosa pensate di questa iniziativa!

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 25 Settembre 201225 Novembre 2014

La complessità sui banchi di scuola…(2)

La complessità sui banchi di scuola...(2)Il de-potenziamento di tutto ciò può avvenire solamente con la messa in comune o la condivisione di un punto di vista che possa essere percepito da tutti gli attori in gioco. Il rischio, altrimenti, è quello di assistere ad un escalation del conflitto foriero di potenziali distruttivi per il sistema scolastico in generale e della classe in particolare. Non è necessario essere ‘esperti’ per capire che il dialogo e la consapevolezza della parzialità del proprio punto di vista, possono indurre alla considerazione di strategie sbagliate per risolvere un problema. Tutto questo è stato osservato all’interno di un complesso scolastico del Comune di Cagliari. La comunicazione inefficace all’interno di una classe peggiorava il confronto tra genitori e insegnanti, facendo andare di mezzo la proposta educativa della stessa classe.

L’intervento è consistito nel cercare di capire le ragioni, le punteggiature delle singole parti (insegnanti, genitori ed alunni appunto) e nel cercare di far emergere la possibilità di una negoziazione e condivisione di obiettivi e mete all’interno del sistema scolastico. Credo che l’intelligenza delle persone che lavorano nella scuola in questione sia stata quella di rendersi conto delle difficoltà che avevano i vari livelli e richiedere un intervento esterno che potesse in qualche modo conciliare le varie richieste unificandole sotto un’unica ottica. Il lavoro è, naturalmente, ben più complesso di come potrebbe risultare in questa breve trattazione ed è tuttora in corso.

Mi vengono in mente, a questo proposito, le parole che Giovanni Papini scriveva sulla scuola. Forse sono idee estreme ma credo che, all’interno di una proposta educativa aperta e consapevole, se non si persegue il benessere, l’accettazione e la comunicazione dei vari sottosistemi della scuola, primo fra tutti quello dei ragazzi che la frequentano, il rischio sia quello di non capire il senso stesso dell’istituzione scuola. Il testo è del 1914:

Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero – contro il disordine – contro la solitudine – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine. (…) Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? Gli altri potete chiamarli – con morali e codici in mano – delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall’utero delle vostre spose e figliuole. Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?
Non venite fuori colla grossa artiglieria della retorica progressista: le ragioni della civiltà, l’educazione dello spirito, l’avanzamento del sapere… Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano.
Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali.
Soltanto per caso e per semplice coincidenza – raccoglie tanta di quella gente! – la scuola può essere il laboratorio di nuove verità.
Essa non è, per sua natura, una creazione, un’opera spirituale ma un semplice organismo e strumento pratico. Non inventa le conoscenze ma si vanta di trasmetterle. E non adempie bene neppure a quest’ultimo ufficio – perché le trasmette male o trasmettendole impedisce il più delle volte, disseccando e storcendo i cervelli ricevitori, il formarsi di altre conoscenze nuove e migliori.
Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istruiti per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi. 
(Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole, Giugno 1914)

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 22 Settembre 201225 Novembre 2014

La complessità sui banchi di scuola…(1)

La complessità sui banchi di scuola...(1)Anche quest’anno scolastico è finito. Un anno scolastico caratterizzato dalle solite polemiche sul funzionamento buono o meno buono di una realtà con la quale tutti, a diversi gradi, siamo chiamati in qualche modo a dover interagire. Quest’anno, complice un progetto di collaborazione con la Neuropsichiatria Infantile della Asl 8 di Cagliari, ho avuto modo di guardare a questa realtà molto da vicino avendo idea che ci siano tante cose buone e tante cose che, invece, continuano a non funzionare. Ovviamente il mio discorso riguarda specificamente la realtà di Cagliari che ho conosciuto da vicino, ma credo che alcuni punti possano essere comuni con altre realtà scolastiche. Credo che il nodo problematico principale sia quello di una carenza di comunicazione tra i diversi livelli. All’interno di una scuola possiamo delineare la presenza di almeno tre livelli: il livello degli insegnanti (I), il livello dei genitori (G), il livello degli alunni (A). Ne esistono altri (dirigenza, operatori scolastici..) ma ci limiteremo a prendere in considerazione gli attori principali. In un’ottica che potremo definire lineare possiamo immaginare che la comunicazione avviene, tra i diversi livelli,  con un passaggio che potremmo definire consequenziale e che potremmo rappresentare graficamente così: A → G → I. In realtà la comunicazione è molto più complessa e provoca reazioni ad ogni livello.

La comunicazione, infatti, non è mai così sequenziale, ed ogni comunicazione ad un livello provoca delle reazioni negli altri livelli. Anche la rappresentazione grafica prima data non sarebbe più molto rappresentativa. Dovremmo forse utilizzare una rappresentazione circolare che sarebbe pressappoco così: A ↔ G ↔ I. Anche questa rappresentazione sarebbe una semplificazione dato che dovremo naturalmente prendere in considerazione anche l’interazione tra insegnanti e alunni. La rappresentazione dovrebbe essere CIRCOLARE. Dovremmo tenerlo a mente quando parliamo di realtà complesse come può essere quella scolastica. Dovremmo considerare il fatto che la comunicazione avviene per più livelli di complessità e che soprattutto è impossibile non comunicare. Questo assioma è stato teorizzato dallo psicologo statunitense Paul Watzlawick nel testo Pragmatica della comunicazione umana.L’assioma sul quale si basano tutti gli altri è appunto quello legato alla possibilità che noi, qualunque cosa facciamo o diciamo, o qualunque cosa non-facciamo o non-diciamo, non possiamo non comunicare qualcosa a coloro i quali ci stanno vicino.

All’interno della scuola, non si può dire che una cosa è avvenuta inspiegabilmente dal momento che i vari sottosistemi hanno comunicato e interagito tra di loro anche se non avrebbero voluto farlo o non avrebbero voluto comunicare tra di loro. Questo avviene a prescindere dalla nostra intenzionalità. Se accettiamo queste premesse non possiamo che verificarne le conseguenze: nessuna nostra azione può non-comunicare con la persona alla quale rivolta. Si tratta solo di darle un valore, un senso, ma questo è soggettivo, dipende cioè dalla persona che emette e da quella che riceve il messaggio. All’interno di quest’ottica in una scuola non si può non comunicare, giusto? E allora perchè parlo delle difficoltà di comunicazione tra i vari livelli? Se è vero che non si possa non-comunicare, è altrettanto vero che questa comunicazione possa essere molto problematica. La problematicità riguarda la differenza di punteggiatura dei messaggi. Con il termine punteggiatura si intende  proprio la possibilità che ognuno di noi ha, all’interno di una sequenza comunicativa, di dare valore, esaltare alcune parti a discapito di altre parti della comunicazione stessa. Punteggiare, mettere le virgole dove noi vogliamo vadano messe. Senza pensare che l’altro potrebbe volere le virgole in un altro punto della comunicazione stessa. Questo per dire come sia soggettivo questo processo di punteggiatura nella comunicazione. Il rischio è che si possa credere che la nostra punteggiatura abbia più valore di quella dell’altro. All’interno della realtà scolastica si assiste spesso a questo. Gli insegnanti che, condividendo uno stesso punto di vista, si ‘scontrano’ con la visione della stessa realtà coi genitori che, a loro volta possono scagliarsi contro il mito delle insegnanti che non sanno fare il loro lavoro. Insomma una situazione potenzialmente molto pericolosa dal momento che può portare ad un avvitamento del conflitto su posizioni che sono inconciliabili spesso più apparentemente che realmente.

– Continua –

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Pubblicato il 15 Settembre 201225 Novembre 2014

NEWSLETTER…

NEWSLETTER...Come vi avevo preannunciato qualche tempo fa, stavo lavorando ad alcuni aspetti del blog che stanno prendendo forma in questi giorni. Una di quelle alle quali tengo maggiormente, riguarda un nuovo servizio: la newsletter. Per chi di voi non sapesse cosa sia, una newsletter è un sevizio tramite il quale, dopo essersi registrati, si possono ricevere delle mail con le news che riguardano il sito al quale ci si è, appunto, registrati.

Ho pensato potesse essere molto più comodo per chi si iscrive ricevere l’aggiornamento direttamente tramite la propria posta elettronica. Il ricevimento della mail non comporta, naturalmente, nessun costo.

Come ci si iscrive a questo servizio? Sulla barra laterale del blog, la barra dove si trovano la mia foto e i contatti, potete trovare un link con la dicitura Newsletter. Cliccandoci sopra, sarete reindirizzati al mio sitowww.lopsicologovirtuale.it sulla pagina dedicata, appunto, alla registrazione. A questo punto non dovrete far altro che inserire la vostra mail e il vostro nome all’interno dei due campi specifici e cliccare sul pulsante ‘abbonati’. Riceverete entro alcuni secondi, una mail che vi chiederà di confermare la vostra iscrizione al servizio. Effettuato questo passaggio il gioco è fatto: sarete abbonati a tutti gli effetti al sito, riceverete un’altra mail con la conferma dell’abbonamento e inizierete a ricevere regolarmente gli aggiornamenti sulla vostra mail.

Vi invito, pertanto, ad iscrivervi al servizio: questo consentirà di rafforzare il gruppo di lettori che mi segue sul blog.

Per qualsiasi dubbio o chiarimento potete come sempre contattarmi tramite mail all’indirizzo:

fabrizio.boninu@gmail.com 

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 9 Settembre 201225 Novembre 2014

A proposito di empatia…(2)

A proposito di empatia...(2)Abbiamo ripetuto più volte come l’empatia sia la capacità di avvicinarsi a quella che è la dimensione interiore dell’altro. Bisogna stare attenti che questa vicinanza non si trasformi in fusionalità, dimensione nella quale risulta poi impossibile riconoscere quelli che sono i propri confini e quelli che sono i confini dell’altro. Mi torna in mente l’immagine della falena che, attirata dalla luce del fuoco, deve mantenere una certa distanza dato che corre il rischio di bruciare. Credo sia, quest’ultima, un’ immagine che parla molto di me. Talvolta credo che l’avvicinarsi troppo al lato emotivo di un’altra persona, il condividerne istanze intime, possa essere eccessivamente attiguo e scattano meccanismi difensivi che riportano il contatto su un altro piano. Spesso questa via di fuga è rappresentata dall’uso dell’umorismo o della battuta. Tramite queste strategie posso ‘allontanarmi’ e riportare la situazione ad un livello per me percepito come più gestibile. Si tratterebbe di capire, date le premesse, quali siano le vicinanze che più posso sentire come problematiche, ma questo discorso svierebbe dalla trattazione di questo argomento. E’, comunque, necessario conoscere questo tipo di meccanismi difensivi perché questo ne rende più facile una loro diminuzione nel momento stesso in cui si presentano. Dobbiamo, dunque, avvicinarci agli schemi di riferimento cognitivi ed emotivi interni dell’altro come se si fosse l’altro, ma consapevoli dell’esistenza di questa condizione di ‘come se’. Se questa condizione di ‘come se’ manca, allora non parliamo più di empatia, ma, come detto, di identificazione. Un altro aspetto che sembra necessario chiarire è quello per cui empatia non significhi prendere in considerazione quelle che sarebbero le nostre reazioni, i nostri pensieri e i nostri sentimenti nelle medesime condizioni in cui si trova chi sta raccontando. Piuttosto si tratta di partire da ciò che noi faremmo, penseremmo, proveremmo nella stessa situazione arrivando alla conoscenza e al riconoscimento di ciò che ci appartiene, di mettere questi aspetti tra parentesi cercando di percepire il punto di vista dell’altro evitando di cadere nella trappola dei pre/post giudizi e interpretazioni.
Si tratta di due questioni di primissimo piano: da una parte si tratta di cercare di capire quali siano le nostre emozioni e i nostri vissuti per poterli mettere a disposizione dell’ascolto dell’altro ma nello stesso tempo arrivare a porre dei limiti tra la nostra esperienza e quella dell’altro.

Credo che questa sovrapposizione possa essere uno dei maggiori problemi all’interno dell’ascolto empatico in un setting terapeutico. Mosso dalle migliori intenzioni, l’analista può farsi carico delle emozioni dell’altro assumendo su di se un ruolo salvifico che, se umanamente comprensibile, soprattutto nei casi più problematici o sofferti, può risultare di ostacolo se non dannoso per la terapia stessa. E’ chiaro dunque che va fatto un lavoro che chiamerei diindividuazione terapeutica. Questo senza, però rinnegare la capacità di ascolto. Credo sia un gioco di forze opposte che necessitano un punto di equilibrio. Credo che questo equilibrio sia legato ad un termine a me caro che è consapevolezza. La consapevolezza è la necessità di avere presenti se stessi nella relazione, essere consapevoli della propria posizione, della propria convinzione di essere, comunque, altro rispetto all’altro. In ultima analisi l’empatia, per quanto denoti vicinanza, deve presupporre comunque distinzione per evitare confusione.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 8 Settembre 201220 Luglio 2015

A proposito di empatia…(1)

A proposito di empatia...(1)Con il termine empatia si intende la capacità, l’atteggiamento tramite il quale una persona può arrivare ad una comprensione dell’altro, cercando di rifuggire qualunque giudizio morale. Dobbiamo dunque tenere presente che non si tratta di una vera e propria comprensione intellettuale quanto di una comprensione ad un livello altro. Se vogliamo cercare di tracciare una differenza tra i due livelli possiamo affermare come la comprensione intellettuale si soffermi più sui fatti, sull’accaduto, sul palese, sul dato mentre la comprensione empatica è più una comprensione sottile su aspetti e su dinamiche relazionali non altrettanto palesi, sul preso. Una delle definizioni più interessanti dell’empatia è quella di Macarov (Macarov, D. Empathy: the charismatic chimera. Journal of Education for Social Work, 14, pp. 86-92.1978). Macarov assumeva come necessari ed indispensabili almeno tre fattori all’interno di un rapporto empatico:
1. Assumere il ruolo dell’altro, vedere il mondo come questi lo vede e sperimentare i suoi sentimenti.
2. Essere pronto a leggere le comunicazioni non verbali e a interpretare i sentimenti sottostanti ad esse.
3. 
Comunicare interesse, e prendersi cura (caring) sinceramente di comprendere in maniera non giudicante e di aiuto.
[1]


L’empatia è ‘la focalizzazione sul mondo interiore dell’interlocutore, è la capacità di intuire cosa si agiti in lui, come si senta in una situazione e cosa realmente provi al di là di quello che esprime verbalmente. L’empatia è la capacità di leggere fra le righe, di captare le spie emozionali, di cogliere anche i segnali non verbali indicatori di uno stato d’animo e di intuire quale valore rivesta un evento per l’interlocutore, senza lasciarsi guidare dai propri schemi di attribuzione di significato’(
scherini.googlepages.com/empatia.doc). Uno degli aspetti che reputo più interessanti, e forse più problematici, è quello di ascolto non valutativo. E’ infatti comunque difficile, per lo meno dal mio attuale punto di vista, non essere influenzati da dinamiche valutative o giudicanti nel momento in cui si entra in relazione con alcune persone. Veniamo da millenni di evoluzione, nella quale la terribile complessità della realtà, è stata in parte mitigata dall’uso di schemi cognitivo-interpretativi che, limitando il numero di variabili considerate, hanno forse permesso di arrivare a costruire un’idea stessa della realtà. Questa schematizzazione ha, ovviamente, delle pecche semplificative. Per esempio schemi attributivi di colpa o schemi attributivi di responsabilità possono portare a non farci percepire l’empatia per la persona che abbiamo davanti se giudichiamo questa colpevole della sua stessa condizione. Questo aspetto non è facilmente risolvibile dato che per essere superato richiede di mettere da parte modalità di funzionamento intrinseche alle nostre stesse capacità cognitive. Come per molte cose però, la consapevolezza dell’esistenza di questo tipo di meccanismo può portare ad un superamento nel momento in cui dovesse entrare in gioco. Anche per il lavoro terapeutico valgono le stesse regole. Il terapeuta che non volesse essere imprudente deve necessariamente acquisire una consapevolezza della propria epistemologia ovvero delle premesse che determinano il suo stesso agire. Deve riuscire a comprendere quanto del suo agire sia dettato da suoi pregiudizi sociali e culturali.Una tale consapevolezza da parte del terapeuta lo mette in grado di mantenere nel tempo una prospettiva coevolutiva, evitando di reificare le relazioni, considerandole nel loro contesto in costante evoluzione sotto la pressione dei mutamenti personali e sociali (Boscolo, L., Bertrando, P. Op. Cit). Un altro rischio che si corre nella relazione empatica è quello di perdere di vista i propri confini per aderire totalmente a quello che è il mondo psichico di un altro individuo.

– Continua –

 

[1] Boscolo, L., Bertrando, P. (1996), Terapia Sistemica Individuale, Raffaello Cortina Editore, Milano, pag. 88

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Pubblicato il 15 Agosto 201220 Luglio 2015

Cos’è la psicoanalisi?

Cos'è la psicoanalisiMi sono reso conto dopo parecchio, che su questo blog continuo a parlare di psicanalisi e psicoterapia dando per scontato che ognuno di voi sappia quale può essere la differenza tra queste due discipline. Benchè fortemente imparentate, infatti la psicanalisi e la psicoterapia sono differenti tra loro, sia come approccio, che come conseguenze. Vorrei soffermarmi un momento sulla descrizione di queste somiglianze e di queste differenze. Ho diviso gli articoli in due parti per non annoiare coloro i quali non fossero interessati alla questione. Iniziamo dalla psicanalisi. Il termine stesso psicanalisi deriva dai termini greci psiche, anima e –analisi: analisi della mente. Il metodo si focalizza essenzialmente sull’analisi della mente, o sull’analisi delle istanze che tale mente muovono. Possiamo dire che il padre della psicanalisi è universalmente considerato Sigmund Freud (1856-1939), che la sistematizzò a cavallo tra l’800 e il ‘900. Grazie alla sua teorizzazione Freud ipotizza e struttura la cosiddetta topografica freudiana della mente, che si articola attraverso tre livelli: l’inconscio, il preconscio e il conscio che saranno chiamati nell’ordine Es, SuperIo e Io. Senza entrare troppo nello specifico possiamo dire che l’inconscio è costituito da quei contenuti non accessebili alla coscienza, il super Io è l’insieme delle regole interiorizzate che costituiscono l’ideale verso cui ognuno di noi tende, mentre l’Io è l’istanza che ha a che fare con la percezione delle caratteristiche della nostra personalità cosciente. Freud immagina queste tre istanze in conflitto tra loro. Da questo aspetto conflittuale, nasce l’aggettivo che spesso accompagna il lavoro psicoanalitico: dinamico. Il modello freudiano, risentendo in parte dei modelli fisici che allora si stavano imponendo, è un modello che pone l’accento sui continui conflitti, con avanzamenti e retrocessioni delle istanze, che, in ultima analisi, sono causa dei sintomi che poi il paziente manifesta.

Dopo questa brevissima introduzione, di cosa si occupa allora la psicanalisi e qual’è il suo scopo? Diciamo che la psicoanalisi ha lo scopo di favorire la maturazione della personalità riprendendo il racconto la dove era stato interrotto. Si tratta di un’esperienza di maturazione e non di restaurazione: la psicoanalisi non procede con alcun programma calcolato a cui sottomettere il paziente in quanto ha come obiettivo il miglior sviluppo possibile della sua economia psichica. Il paziente è invitato a esprimere liberamente tutto ciò che pensa e che sente. (…) Secondo Freud e la maggior parte delle scuole analitiche lo svolgimento completo dell’analisi è relativo allo sviluppo di una relazione tra il paziente e l’analisi (transfert); l’analizzato percepisce all’interno della relazione terapeutica tutta una serie di situazioni affettive che replicano relazioni affettive e conflittuali della sua vita. Il transfert dunque (…) permette l’interpretazione da parte dell’analista, la presa di coscienza del significato da parte dell’analizzato e la conseguente riduzione della condotta nevrotica stessa. [1]

Come detto, la costruzione teorica freudiana è ben più complessa e articolata. Freud, tra i tanti meriti, ebbe quello di focalizzare l’attenzione sul rapporto che si instaura tra terapeuta e paziente, il transfert. Questo rapporto gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della terapia perché, tramite la costruzione di ruoli e situazioni affettive (in terapia) che replicano quelle della sua vita, il paziente può arrivare ad una maggiore comprensione di queste stesse situazioni affettive.

Abbiamo appena iniziato a presentare una disciplina complessa come la psicoanalisi. I miei colleghi perdoneranno l’eccessiva semplificazione a fronte della maggior comprensione per tutti coloro i quali, pur interessandosi di questa materia, non sono addentro ad alcune questioni. Ci occuperemo in un altro post della psicoterapia cercando di evidenziarne le differenze con la psicoanalisi.

A presto…

Fabrizio

[1] Cancrini, L., La Rosa, C. (1991), Il vaso di Pandora, Roma, Carocci, pag. 288

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Pubblicato il 10 Agosto 201225 Novembre 2014

ATTIVITA’IN CORSO: I have a dream…

ATTIVITA'IN CORSO I have a dream...E’ in corso di svolgimento (Marzo – Giugno 2012) il laboratorio di intelligenza emotiva ‘I have a dream’. Il percorso nasce dall’idea che la crescita rappresenti un momento di confronto nella vita dei ragazzi. L’adolescenza, spesso descritta come età difficile, può diventare, se sostenuta, un viaggio alla scoperta di sé, dei propri pensieri e dei propri vissuti, un’esplorazione verso mete sconosciute e una possibilità di relazione senza timore di essere giudicati.

Il percorso, strutturato in sette incontri, si pone come obiettivi:

  • favorire l’appartenenza consapevole al gruppo dei pari;
  • potenziare la consapevolezza dei propri vissuti favorendo il dialogo interiore;
  • scoprire e valorizzare il proprio talento.

E’ rivolto a ragazzi che frequentano la prima classe della scuola secondaria di primo grado. Gli incontri si svolgono presso la Cittadella della Salute – Distretto Sociosanitario Cagliari Area Vasta – ASL Cagliari, via Romagna 13 – 09100 Cagliari. Il gruppo è condotto da me e dalla mia collega Karol Pagini. Il laboratorio è svolto in collaborazione con la Neuropsichiatria Infantile e dell’Adolescenza della Asl 8 di Cagliari. L’ente coinvolto opera per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle patologie dell’età evolutiva e dell’adolescenza. Si occupa dei bambini e degli adolescenti da 0 a 18 anni attraverso la presa in carico globale e la creazione di percorsi di salute personalizzati, rispettosi dei bisogni, delle dignità della persona e delle famiglie. 

Il laboratorio vero e proprio è stato preceduto da un incontro con i genitori dei ragazzi. In questa occasione è stato presentato loro il progetto e le finalità che il laboratorio stesso si proponeva di centrare. Proprio in questo incontro io e la mia collega abbiamo percepito come i genitori stessi fossero interessati ad un confronto sia con la nostra figura professionale sia con altri genitori. Ne è nato un dibattito molto partecipato ed interessante all’interno del quale ci siamo accorti di come la maggior parte dei consigli che comunemente vengono dati ai genitori ignora il mondo dell’emozione dei figli. Questi consigli si basano su teorie educative interessate al fatto che i bambini si comportino male, ma sono teorie che ignorano i sentimenti che sottendono a quei comportamenti. All’interno della comprensione del mondo emotivo del ragazzo, si voleva sottolineare, infatti, come gli estremi pedagogici del ‘troppo amore’ e della ‘troppa severità’ potessero essere, allo stesso modo, modelli lacunosi. Se, infatti, si volesse mettere l’accento sulla comprensione delle emozioni del ragazzo, questo non potrebbe né dovrebbe portare ad un accettazione acritica di qualunque comportamento manifestato dal ragazzo stesso. Anzi si sottolineava il valore fortemente contenitivo, e perciò rassicurante, del mondo delle regole. Ovviamente tutto ciò può porre il genitore in una posizione scomoda e difficile da mantenere. Come detto, la discussione è stata molto proficua e ha permesso di conoscere i diversi mondi familiari che si trovavano nel gruppo.
Il lavoro è in corso e in corso sono anche le valutazioni di progetti simili, quindi legati a gruppi di coetanei come anche la possibilità che si possa iniziare un lavoro di supporto alla genitorialità.
Chi fosse interessato alla partecipazione ai progetti può contattare, per informazioni, il numero 3920008369 o contattarmi via mail all’indirizzo fabrizioboninu@gmail.com.
A presto…
Fabrizio
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