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Lo Psicologo Virtuale

PORTALE DI PSICOLOGIA & PSICOTERAPIA – Dr. FABRIZIO BONINU – Psicologo & Psicoterapeuta –

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Tag: Psicologo

Pubblicato il 30 Luglio 201221 Luglio 2015

La famiglia REALIZZANTE (5)

4)l’abilità nel bilanciare intimità e distanza nelle relazioni intrafamiliari.

La famiglia REALIZZANTE (5)Altro importante tema riguarda l’abilità che il sistema familiare possiede nel riuscire a conciliare l’intimità e la distanza.

In ogni relazione la distanza psichica (…) deve essere regolata sia nella fantasia che nella realtà, trovando un equilibrio “relazionale” tra gli estremi di essere troppo vicini (fusione) ed essere troppo distanti (disimpegno). [1]

Una famiglia funzionale è una famiglia che riesce a mettere assieme due tendenze che possono essere del tutto contrastanti tra di loro e riesce a fare una sintesi. Ai due estremi abbiamo la fusionalità e il disimpegno. La fusionalità è l’incapacità che i membri di una famiglia possano percepire dei confini netti tra l’uno e l’altro membro. La fusionalità è spesso fonte di confusione perché non permette di stabilire a chi appartengono determinate emozioni che sembrano appartenere a tutti (e, perciò, a nessuno!) dei membri familiari. Il contrario della fusionalità è il disimpegno la capacità cioè di stare separati dagli altri membri della famiglia. Nessuna di queste due tendenze, se fosse presa “pura”, potrebbe essere considerata come necessaria per la funzionalità di una famiglia perché entrambe costituirebbero degli eccessi non funzionali. D’altro canto, riuscire a trovare una mediazione non sempre riesce facile e, anzi, talvolta appare proprio impossibile. Le famiglie si barcamenano tra queste due tendenze cercando di fare un lavoro di sintesi che sembra difficile. E’ anche vero che fusionalità e disimpegno possono essere predominanti all’interno di un sistema familiare in alcune fasi di vita del sistema familiare stesso.

Monica, pochi mesi, è la gioia dei suoi genitori. Non si stancano mai di accudirla e la madre cerca di passare più tempo possibile con lei, coccolandola e tenendola in braccio. Non sembra esserci nessuna separatezza tra lei e la madre. Sempre Monica, 3 anni, inizia a voler sperimentarsi rispetto al mondo circostante. Ormai ‘indipendente’ riesce autonomamente ad esplorare l’ambiente circostante. Questa curiosità allarma non poco la madre che teme possa farsi male. La preoccupazione della madre è vista, però come impedimento dalla bimba che non vuole perdersi cosa si nasconda in quel cespuglio laggiù. Nel momento in cui Monica si punge il dito con una pianta grassa nascosta nel cespuglio, torna correndo dalla madre. Sempre Monica, 17 anni si è stufata di sentire sua madre ripeterle sempre le stesse avvertenze ogni volta che le chiede di uscire. Cosa non darebbe per farla stare zitta e non sentirla più. Monica 33 anni, madre di Guenda 2 anni. Crede di poter capire l’ansia che aveva sua madre ogni volta che lei si allontanava, così come capita a lei con Guenda. Come si sente vicina alla madre e come le sembra di sentirsi in colpa per non averla ascoltata allora!

Quando ci sono bambini piccoli, spesso si assiste ad una alto grado di fusionalità tra la madre e il figlio che può coinvolgere anche tutto il resto del sistema familiare. Viceversa nella fase adolescenziale dei figli si può assistere ad un loro disimpegno, e quindi ad una forte distanziamento rispetto al sistema familiare stesso.

Come detto sono fasi che possono attraversare tutto il ciclo di vita di una famiglia. Non sono in se giuste o sbagliate a priori. Lo diventano nel momento in cui queste opzioni divengono delle gabbie all’interno delle quali non esiste più nessuna alternativa.

Con questo si conclude questa breve trattazione circa la funzionalità o la disfunzionalità di una famiglia.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

[1] Malagoli Togliatti M., Ardone R. (1992), Adolescenti e genitori, La Nuova Italia Scientifica, Roma, pag. 57

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Pubblicato il 20 Luglio 201225 Novembre 2014

Sempre a proposito di responsabilità…

Sempre a proposito di responsabilità...Mentre stavo ritoccando il post Dottore, cosa devo fare? (20.10.11), mi capita di imbattermi (strana sincronicità!) su questo interessantissimo articolo del Corriere della Sera che, secondo me, tratta da un’altra angolazione il tema della responsabilità. Sono due campi di intervento diversi: il mio articolo si riferiva al poter prendere con autonomia delle decisioni riguardanti la propria vita senza dover incaricare qualcuno a farlo al posto nostro. In questo articolo che vi segnalo, invece, si parla della scelta della propria cura. In entrambi i casi mi sembra si stia parlando di maggiore responsabilizzazione del paziente rispetto al medico. Credo sia un cambiamento epistemologico enorme: si è passati da una visione molto riduttiva che presupponeva, nella relazione medica, una persona che sapeva (l’esperto) e una persona che non sapeva (il paziente), ad una visione molto più partecipativa. Nell’approccio giocato sugli opposti esperto/inesperto, la relazione è così sbilanciata che, giocoforza, il paziente, (inesperto di se stesso?) deve fare quello che il medico gli dice di fare. Credo che questa visione riduttiva del rapporto medico/paziente, già messa in discussione all’interno del setting psicoterapeutico, ora inizi a venire messa in discussione anche all’interno degli studi medici.

Non fraintendetemi. Non voglio con questo negare le competenze di uno dei due attori della relazione terapeutica. Ma questo sbilanciamento è solo apparente perchè se è vero che il medico (e lo psicologo!) sono esperti nei loro campi, altrettanto vero è che il maggior esperto della vita del paziente è… il paziente stesso! Credo, allora, che se queste competenze venissero impiegate per avvicinare piuttosto che allontanare (io sono l’esperto e ti dico cosa devi fare!) ne guadagnerebbe il rapporto tra i protagonisti e il rapporto di fiducia.

Nonchè la terapia stessa.

Eccovi il link:

http://www.corriere.it/salute/11_settembre_21/dossier-medicina-condivisa-dottore-paziente-natali_bd248fe2-e052-11e0-aaa7-146d82aec0f3.shtml

L’articolo è di Daniela Natali.

A presto…

Fabrizio

 

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Pubblicato il 15 Luglio 201225 Novembre 2014

Rischi ambientali? Danni psicologici…

Rischi ambientali Danni psicologici...Proprio nel momento in cui siamo col fiato sospeso per le note vicende della nave Concordia, e sulla possibilità che questo naufragio provochi dei pesanti danni ambientali, vi riporto il link di un articolo apparso sul Corriere della Sera. Riporta i risultati di uno studio condotto da Thomas Doherty e Susan Clayton. I due, psicologi, rispettivamente del Department of Counseling Psychology e del Department of Psychology del College of Wooster, Stati Uniti, cercano di tracciare un parallelo tra gli effetti del cambiamento climatico e alcune reazioni psicologiche degli individui tra i quali, vengono citate reazioni depressive e disturbo post traumatico da stress. Questi disturbi sarebbero legati ai continui allarmi che vengono ripetuti nei mezzi di comunicazione legati ad un estremizzarsi delle condizioni climatiche. I due psicologi arrivano ad ipotizzare che possa sussistere una relazione tra i comportamenti violenti e il numero delle possibili aggressioni. Lo studio evidenzierebbe la presenza di due gruppi il cui comportamento è molto differente. Da una parte coloro che si allarmano molto a notizie di questo genere, dall’altro coloro che, invece, sembrano del tutto restie a preoccuparsi per notizie del genere. Credo sia il continuum della stessa condizione per cui più veniamo bombardati di notizie di questo tipo, meno ce ne preoccupiamo per una sorta di desensibilizzazione.

Questo aspetto viene chiamato amnesia ambientale generazionale. Credo che il problema stia tutto nell’uso della mole di informazioni che ogni giorno ci raggiungono. Se i mass media dovessero semplicemente riferire le notizie, non ci sarebbe nulla da dire. Il fatto, invece, che calchino la mano sempre di più e in maniera sempre più allarmante spettacolarizzando qualunque cosa, non può che, alla fine, ripercuotersi sul nostro senso di sicurezza. Ma credo che la mia sia una nota inutile perché, come sanno bene, la paura vende. E incrementa l’audience. E i nostri spacciatori di paura, che di audience vivono, sono sempre all’opera!

Intanto eccovi il link:

http://www.corriere.it/salute/11_luglio_15/danno-ambientale-psicologico-di-diodoro_97bf00c2-aba8-11e0-a665-5070e23b7a33.shtml

L’articolo è del Corriere della Sera (15.07.11) ed è a firma di Danilo Di Diodoro.

A presto…

Fabrizio

 

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Pubblicato il 12 Luglio 201225 Novembre 2014

La famiglia REALIZZANTE (4)

3) La formazione di confini generazionali chiari

La famiglia REALIZZANTE (4)Questo punto sarà particolarmente indigesto per le persone che sono dell’idea che i genitori debbano essere amici per i figli. Ora non allarmatevi, non cerco di sostenere il punto per cui le esigenze dei figli e quelle dei genitori non possano avvicinarsi. Il senso di questo punto sta nel fatto che ci deve essere una distinzione tra i diversi ambiti generazionali sia verso il basso che verso l’alto. Nel senso che il confine deve essere sia tra la generazione dei genitori e quella dei figli sia tra quella dei genitori che quella dei nonni. All’interno di un sistema confuso, nel quale i confini, e giocoforza le funzioni, non si sa su quale figura siano depositate, non può che creare un movimento di confusione, di non chiarezza, nel momento in cui non si riesce in qualche modo a coprire un ruolo. All’interno di una famiglia sono necessari dei ruoli, delle posizioni, che spesso è scomodo mantenere. Uno dei momenti più critici è, per esempio, la crescita dei figli soprattutto il momento in cui questi o questo diventano adolescenti. Questo provoca una necessaria ristrutturazione dei ruoli, delle funzioni in vista del cambiamento di fase di vita cui la famiglia stessa attraversa. In questa fase è necessario che chi è appartenuto (il figlio) debba in qualche modo ribellarsi per potersi percepire autonomo e in grado di vedersi come indipendente. Perché avvenga questo passaggio è spesso necessario che ci si scontri, che ci si definisca a partire da quelle che sono i ruoli genitoriali. Questa posizione non sempre è facile da reggere per il genitore che potrebbe essere tentato di fare l’amico, posizione sicuramente più facile. In caso l’adolescente abbia bisogno dello scontro per testare le sue forze, o di testare la possibilità di alzare il tiro, se dall’altra parte trova una sorta di muro di gomma che tutto ingloba, il processo di differenziazione potrebbe essere più problematico.

E’ ovvio che questi confini generazionali non debbano essere rigidi, possono avere una certa elasticità.

Proviamo ad immaginare per quale motivo un figlio possa arrivare a scontrarsi apertamente con i genitori. Per lui/lei si tratta di un test, una sorta di prova di forza che gli da l’idea di quanto possa spingersi, o di quanto possa reggere lo scontro con l’altro. Se manca la controparte di questo scontro come può fare questo tipo di test? Semplicemente non può. Questa situazione frustrante viene superata aumentando l’escalation dello scontro che può provocare ancora più smarrimento nei genitori che quindi mollano quella funzione genitoriale e gerarchica di contenimento per il figlio. Voglio dire: se i genitori si accollassero la loro funzione sarebbero appunto contenitivi nei confronti della costruzione di identità del figlio/a.

Cristian, bambino di 6 anni si scontra spesso con i genitori fin quando questi non cedono e non fanno esattamente ciò che lui chiede. “Mi creda dottore ci ho provato ma non cambia nulla, non riesco a calmarlo, potrebbe piangere per ore”. Cosa possiamo notare in questo caso? Sembra ci sia una gestione paritaria del potere tra figlio e genitori. Dove sono le funzioni genitoriali per cui le regole dovrebbero essere trasmesse al bambino? Non ci sono perché la lotta ha un solo vincitore: Cristian naturalmente. Questa situazione parla della forza di Cristian o della debolezza dei genitori di reggere il carico della loro stessa genitorialità? Quanto per loro risulti angoscioso questo continuo braccio di ferro tra loro e il figlio?

In tutte le fasi della vita ci sono dei confini, e dei ruoli che andrebbero mantenuti. L’elasticità di questi testimonia le premesse di una famiglia realizzante!

 -(continua) –

 

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Pubblicato il 8 Luglio 201225 Novembre 2014

Gli obiettivi della terapia…

Gli obiettivi della terapia...Inizio il nuovo anno con un post dedicato a quelli che sono gli obiettivi della terapia. O per lo meno, quali siano questi obiettivi per come li intendo io. Come possono essere identificati questi obiettivi? Va detto che al primo posto credo ci sia il sintomo che il paziente ha portato. Nella terapia, la prima porta, il primo passo verso quello che è il mondo dei significati e dei simboli della persona è rappresentato dal sintomo. Accogliere questo, cercare di lavorarci, cercare anche di riconoscere il disagio che il paziente manifesta tramite quello, vuol dire entrare nel suo stesso mondo interiore. Questo, ovviamente non vuol dire che subito il sintomo sparirà, come per magia. Vuol dire che, appunto partendo da questo, cercheremo, pian piano, di allargare il focus dell’attenzione sul senso che il sintomo stesso ha nella vita del paziente. Sembra una cosa di poco conto ma, in realtà, è molto importante. Il sintomo è spesso considerato (e spesso lo è!) un fastidio da estirpare, qualcosa del quale fare volentieri a meno. Indubbiamente è così, ma può essere anche considerato il segnale tramite il quale il nostro corpo, o il nostro inconscio cerca di comunicare qualcosa. E’ in quest’ottica che credo vada contestualizzato, dal momento che la semplice estirpazione potrebbe farci perdere un importante punto comunicativo. Spesso, la patogenicità del sintomo è disarmata nel momento stesso in cui la persona lo può contestualizzare nella sua storia di vita. Quando se ne capisce il senso lo si può riconsiderare alla luce della nuova ridefinizione.

Un altro dei punti altrettanto focalizzanti l’intervento, anche se, forse, non perfettamente manifesti, per lo meno inizialmente, riguarda l’indipendenza della persona. Sto parlando, in altre parole, della possibilità che la persona possa apprendere a fare quello che facciamo assieme autonomamente. Possa, in questo senso, ‘curarsi’ da sola apprendendo a focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti e depotenziarli o disinnescarli prima che possano diventare fastidiosi se non invalidanti. L’indipendenza, o la tensione verso questa meta, porta poi ad avere non soddisfatti degli aspetti, come per esempio i consigli di cui parlo nel postDottore, cosa devo fare? (20.10.11), che in genere le persone si aspettano di poter avere.

Un altro obiettivo molto rilevante, soprattutto nell’ottica sistemica, è quello di ridefinizione. Si tratta della possibilità di cambiare o modificare la prospettiva su alcune parti della nostra storia, cercando di allargare il focus. Mi spiego meglio. Poniamo il caso di una persona che mi racconta che la madre è una vera e propria piaga, che non gli permette di avere una vita indipendente e soddisfacente. Se stessimo su questo tipo di definizione, e io tenessi per buono quello che la persona mi ha detto, non credo arriveremo da nessuna parte. Anzi forse finirei per ‘credere’ che la madre del mio paziente sia davvero questo incubo. Possiamo lavorarci su, solamente allargando il focus, non limitandoci a descrivere che cosa la madre sia per il paziente, ma quale funzione abbia per il paziente questa percezione della madre. Questo può aprire scenari e prospettive del tutto nuove che possono talvolta integrare, talvolta sostituire, le immagini che noi avevamo di quella parte della nostra vita. Se alla descrizione di prima restituissi che la madre si comporta così perchè non vuole vivere una vita da sola noi avremmo cambiato, e di non poco, la prospettiva. Questa nuova lettura può depotenziare il dolore della vicenda stessa. Se io penso che mia madre sia un’egoista questo ha un valore. Se io penso che mia madre abbia paura, ne acquista uno totalmente nuovo.

Questo è il mio modo di lavorare. Sintomo. Indipendenza. Ridefinizione. Tre punti. Tre piccoli passi per cominciare.

A presto…

Fabrizio

 

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Pubblicato il 1 Luglio 201222 Luglio 2015

La famiglia REALIZZANTE (3)

 

2) Lo stile di comunicazione

La famiglia REALIZZANTE (3)Affrontiamo un tema che riguarda lo stile con cui avvengono le comunicazione tra i vari membri del sistema familiare. Nel testo già citato viene fornita una serie di regole che sarebbero alla base di una comunicazione efficace. Vediamoli singolarmente:


  1. le transazioni una volta iniziate sono portate a termine;
  2. i problemi sono chiaramente posti e ricevono adeguata risposta;
  3. l’ostilità e i conflitti sono riconosciuti e discussi;
  4. i membri della famiglia sono consapevoli di sé e di come sono percepiti dagli altri componenti;
  5. ciascun membro è in grado esprimere opinioni diverse su ciascun altro e di comunicare speranze, paure, e aspettative senza “ritorsioni”;
  6. sono tollerate differenze di opinioni;
  7. i membri della famiglia sono capaci di scegliere tra un certo numero di comportamenti alternativi, apprendendo dall’esperienza e abbandonando modelli disfunzionali e inefficaci;
  8. i messaggi sono chiari. [1]

I primi tre punti riguardano specificamente la chiarezza e la compiutezza del messaggio. Intendo dire che nel momento in cui avviene una comunicazione è necessario che questa sia chiara e non fornisca informazioni potenzialmente contraddittorie le une con le altre. Credo, infatti, sia molto importante che non si creino, nella comunicazione stessa delle sacche poco chiare all’interno delle quali possono maturare delle discrepanze e delle incomprensioni che messaggi fuorvianti potrebbero avere.

Situazione tipo: Marco, 17 anni, chiede di poter rimanere più tardi fuori il sabato sera. Le sue continue richieste scatenano la reazione dapprima della madre, che inizialmente non ne vuole sapere ma lo appoggia (non apertamente!) perché pensa che faccia parte dell’avere 17 anni. Il padre, invece, non ne vuole sapere di lasciar rincasare il figlio più tardi. Questo discussione continua per parecchio fino ad una sera a cena, in cui scoppia una violenta discussione tra Marco e il padre. La discussione vede coinvolta anche Viola, sorella maggiore di Marco che a 17 anni non godette dei privilegi che Marco sta chiedendo. Lo scontro è aperto e palese ma la madre, che non riesce a tollerare il conflitto all’interno della famiglia, prega loro di non discuterne più, mentre il padre minaccia Marco di non volerne più sentire parlare. Cosa provoca questo? Che Marco non voglia più rientrare tardi la sera? No. Questo provoca il fatto che Marco non possa esplicitare la sua posizione all’interno della famiglia. Questo può dar vita a risentimenti e incomprensioni che possono alla lunga ripercuotersi su tutti i membri della famiglia stessa. In questo esempio ho volutamente toccato altri punti: il fatto che il conflitto non sia discusso (la mamma non tollera il conflitto), il tollerare la differenza di opinioni, e la chiarezza dei messaggi che vengono dati.

Nel terzo punto, abbiamo visto, si parla specificamente dei conflitti che devono essere riconosciuti e discussi. Non negati. La negazione del conflitto o un suo depotenziamento con frasi del tipo “non è successo nulla” o “non ne abbiamo mai parlato” è portatore di due messaggi: la famiglia non tollera un punto di vista diverso e, inoltre, non viene riconosciuta l’istanza del membro familiare che si fa carico di una posizione diversa di uno dei suoi membri. Gli altri punti esplicitano proprio questi aspetti: in una famiglia funzionale dovrebbe esistere la possibilità che i vari membri possano riconoscersi autonomia decisionale e di opinione senza che questo possa costituire una minaccia per gli altri membri della famiglia o per il sistema familiare stesso.

Insomma anche se decisamente più impegnativa, credo che la scelta legata ad una comunicazione chiara possa essere preferibile ad una comunicazione che comporta non detti portatori di possibili incomprensioni.

– Continua –

 

[1] Malagoli Togliatti M., Ardone R. (1993), Adolescenti e genitori, La Nuova Italia Scientifica, Roma, pag. 57

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Pubblicato il 27 Giugno 201225 Novembre 2014

L’idealizzazione dello psicologo…

L'idealizzazione dello psicologo...Trattiamo oggi quello che, credo, sia uno degli aspetti potenzialmente più ambivalenti della mia professione: l’idealizzazione. Credo sia un processo automatico e in parte inconscio per cui l’altro si trova ad idealizzare la figura della persona che ha davanti. La premessa necessaria senza la quale, forse, questo discorso risulterebbe incomprensibile, riguarda il fatto che il rapporto tra psicologo e paziente è, per sua stessa natura, decisamente sbilanciato. Solo una delle due persone mette a nudo la sua vita, le sue convinzioni, le sue credenze, le sue forze e le sue debolezze (o così dovrebbe fare!), mentre l’altro in teoria no, rimane più sullo sfondo. Nel momento in cui la conoscenza reale è così carente, la fantasia può sopperire a queste mancanze e, unito a questa sorta di mistero che circonda la figura dello psicologo, può portare, appunto, ad una sua idealizzazione.

Una persona con la quale ho lavorato mi chiese una volta che le sarebbe piaciuto sapere che tipo di colazione preferissi. Abbiamo lavorato naturalmente, sul senso di questo tipo di richiesta, ma mi rimase sempre il dubbio se fosse auspicabile o meno mantenere questa sorta di muro tra la figura dello psicologo in seduta e la persona che si ‘nasconde’ dietro quel ruolo. Ancora adesso non riesco a trovare una risposta univoca, dal momento che sia il ‘mistero’ che il ‘disvelamento’ mi sembrano ugualmente foriere di pregi e difetti. Mantenere in secondo piano la vita dello psicologo ha la funzione essenziale di permettere all’altro di portare la sua esperienza, di metterla in gioco in prima persona. Se questa venisse in qualche modo sovrastata dalla vita dell’altro, che gioca, oltrettutto, in una posizione di ‘forza’, forse non permetterebbe all’altro di appropriarsi della sua ora, del suo spazio, della sua storia. Viceversa, se penso ad un disvelamento, seppur minimo, delle esperienze personali dello psicologo, credo potrebbero avere un’utilità in terapia dal momento che possono fungere come ‘catalizzatore’ per esperienze simili che può portare il paziente.

Insomma, quale sarà il metodo giusto? Come al solito non credo ci sia un metodo giusto. Un equilibrato dosaggio di entrambi gli aspetti credo sia il metodo da preferire. O per lo meno è il mio metodo. Quello che so è che prima pensavo che il terapeuta dovesse rimanere del tutto impassibile in terapia. Ora non ne sono più tanto sicuro!

Così, forse, non scoprirete cosa preferisco a colazione, ma spero di riuscire a mitigare l’idea che io sia distaccato di fronte alla vostra storia.

 

A presto…

Fabrizio

 

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Pubblicato il 22 Giugno 201225 Novembre 2014

La famiglia REALIZZANTE (2)

1) L’area delle strategie per risolvere i conflitti.

La famiglia REALIZZANTE (2)Il termine chiave di questo punto credo sia il sostantivo conflitti. Generalmente riteniamo che un conflitto sia una cosa negativa, un aspetto che ci sforziamo di evitare in quanto fonte di problemi. Molti studiosi (Satir, V., Psicodinamica e psicoterapia del nucleo familiare, Armando, Roma, 1973 ) hanno invece evidenziato il ruolo fondamentale che i conflitti giocano nel campo evolutivo dato che permettono, al singolo e al sistema, di sperimentare le proprie capacità ed i propri limiti. L’esistenza del conflitto è dato dalla collisione di prospettive diverse circa un fatto. All’interno del sistema familiare, questa collisione può obbligare una delle prospettive, data magari per assodata, ad essere rimessa in discussione. Questo potrebbe portare ad un cambiamento dell’intero sistema familiare. Il punto è che le strategie per risolvere i conflitti devono essere adeguate all’emersione del conflitto stesso. Se ad un bambino di 4 anni si può fare la voce grossa per indurlo a fare quello che gli stiamo chiedendo, non credo lo stesso metodo possa funzionare per un diciassettenne.

Gloria, mamma di Sandra e Ilaria, ha sempre dato più spazio al suo ruolo genitoriale piuttosto che all’ascolto dei figli. Pensava che una buona educazione fosse quella di non trattare coi figli, dal momento che, se lei diceva una cosa, così andava fatta. La cosa non era negoziabile se non per piccoli dettagli. Quando le figlie erano piccole, 6 e 4 anni, i conflitti venivano decisi in base alla premessa che mamma sapesse cosa fosse giusto per loro e il suo giudizio non fosse sindacabile. Questo modo di affrontare i conflitti è andato in tilt nel momento in cui le bambine sono diventate prima adolescenti e poi adulte. E’ ovvio che non potesse essere reiterata una modalità di interazione ormai passata, che non teneva conto delle mutate condizioni degli attori. Questo ha provocato una conflittualità sempre più ampia con escalation dello scontro anche in aree che Gloria considerava ormai acquisite. Possiamo dire che le strategie per risolvere i conflitti non fossero più adeguate, ne rappresentative, delle condizioni attuali.

Questo piccolo esempio ci fa capire il concetto di funzionalità e disfunzionalità. La strategia che Gloria adotta nella gestione dei conflitti con le figlie è disfunzionale perché non riesce a risolvere il conflitto stesso e non tiene conto dei mutati rapporti all’interno della famiglia. Il conflitto, in questo senso, può essere evolutivo perché avrebbe potuto permettere a Gloria di rendersi conto delle mutate esigenze e dei mutati rapporti con le figlie (non più solo mamma-bambino ma anche madre-figlio adulto) e di calibrare la risoluzione dei conflitti in base alle diverse condizioni. Le famiglie disfunzionali possono essere quelle in cui si reitera uno schema che ormai non ha più alcuna valenza o alcuna rappresentatività. Il non riuscire a capire che questo schema stesso non è più adatto, invece di portare ad una discussione o ad un adattamento, può portare al contrario, all’irrigidimento del modello oppure ad una “esternalizzazione” delle ragioni di quello che avviene (per esempio, la colpevolizzazione di un membro circa il problema stesso). Questo avviene molto spesso in famiglie alle prese con figli adolescenti. I genitori reiterano strategie che andavano bene ed erano adatte quando i figli erano bambini ma che non funzionano più nel momento in cui il bambino è sostituito da un giovane adulto che, data anche la sua età, si ritroverà a contestare i genitori più per cercare di affermare il suo ruolo nel sistema familiare che per attaccare loro. Molti genitori reputano questo passaggio così doloroso da non riuscire a mettersi in discussione e talvolta si irrigidiscono ancora di più nelle loro posizioni per paura che questo conflitto metta in discussione un ruolo e una primazia che, fondamentalmente, hanno paura di perdere. Questa strategia si rivela, spesso, problematica dal momento che non permette un confronto e un dialogo che può in qualche maniera cercare di smussare le posizioni di entrambi fronti.

– Continua –

 

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Pubblicato il 10 Giugno 201221 Luglio 2015

La famiglia REALIZZANTE (1)

La famiglia REALIZZANTE (1)Questa serie di post è dedicato ad un argomento che mi interessa molto: la famiglia. Questa volta cercheremo di affrontare il tema non dal punto di vista della malattia, della disfunzione, che, spesso, è l’angolazione da cui viene trattato questo argomento, ma dal punto di vista della FUNZIONALITÀ. Sembra, infatti, che siamo più attratti dalla definizione di come non dovrebbe funzionare una cosa piuttosto che cercare di descrivere che caratteristiche dovrebbe avere per essere considerata “normale”. Ora, non cercherò certo di dirvi cosa sia sano e cosa sia malato, credo abbiate imparato, nel conoscermi, che questo linguaggio non mi appartiene e credo non riesca a rappresentare una realtà ben più sfaccettata. Come si può, allora, distinguere tra una cosa che ‘va bene’ e una cosa che ‘va male’? Uno degli aspetti con cui si traduce il concetto di sanità o malattia sono i concetti di funzionalità o disfunzionalità. Questi concetti, non soffermandosi su definizioni classificatorie come i concetti da salute o di malattia, descrivono semplicemente la possibilità che la persona, in questo caso specifico il sistema familiare, sia funzionale alle loro condizioni di vita oppure no. Questi concetti aprono moltissime combinazioni possibili perché un aspetto sarà considerato non sano o insano secondo una arbitraria separazione per cui alcune cose vanno bene (per chi?) e altre vanno male e non si devono fare, quanto per il fatto che quell’individuo o quel sistema familiare possano svolgere la loro vita senza che alcuni comportamenti siano disturbanti a livello personale, relazionale, sociale od emotivo, per il singolo o per il sistema. Ora appunto come si riesce a dire cosa faccia funzionalità o disfunzionalità è un concetto da costruire.

Alcuni testi individuano 4 aree prestando attenzione alle quali si potrebbe evidenziare un buon funzionamento del sistema familiare. Queste aree sono:

  • L’area delle strategie per risolvere i conflitti;
  • lo stile di comunicazione;
  • la formazione di confini generazionali chiari;
  • l’abilità nel bilanciare intimità e distanza nelle relazioni intrafamiliari. [1]

Esamineremo singolarmente ogni punto addentrandoci un poco in ognuno di loro. Premetto che mi occuperò di questa prospettiva da un punto di vista familiare. Parlerò cioè specificamente di come queste cose avvengano all’interno di un sistema familiare. Questo non vuol dire che non possano essere anche applicate al singolo. Bisognerebbe solo considerare che questo passaggio, dal sistema famiglia all’individuo, debba essere fatto con una certa attenzione, cercando di evitare estensioni categoriche dalla famiglia all’individuo e viceversa. Sono fermamente convinto che non esista un individuo separato da un sistema di riferimento di cui fa parte, per questo prendo in considerazione il sistema di riferimento con il quale entriamo a far parte, nel bene e nel male, subito dopo (ma in realtà anche prima!) della nascita. Questa premessa è doverosa per dare addito al punto di vista dal quale esaminerò la cosa. Cercherò di illustrare ogni punto anche grazie all’ausilio di un caso clinico che possa rendere più semplice la comprensione del mio punto di vista. Tengo ad un’ultima precisazione: questo lavoro, come tutti i miei lavori, vuole essere inclusivo più che esclusivo e vuole, perciò, riferirsi a tutti i tipi di famiglie attualmente presenti nella nostra società: famiglie nucleari, estese, di fatto, omosessuali, etc.

– Continua –

 

[1]  Malagoli Togliatti M., Ardone R. (1993), Adolescenti e genitori, La Nuova Italia Scientifica, Roma, pag. 56

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Pubblicato il 8 Giugno 201225 Novembre 2014

Se lo psichiatra fa psicoterapia…

Se lo psichiatra fa psicoterapia...Fabrizio hai chiarito un dubbio che molte persone hanno … la differenza tra psicologo e psichiatra.. ora se posso vorrei farti una domanda… io, come sai, non ho frequentato nessuna scuola di psicoterapia, ma dal momento che tu l’hai frequentata, volevo chiederti cosa ne pensi del fatto che queste scuole siano aperte a medici psichiatri..

Approfitto della domanda di Martina per alcune altre precisazioni circa le professioni che si occupano di psicoterapia. Come detto in altri post (Chi è lo psicologo (04.03.2011) e Psicologo o psichiatra (07.09.11)) la qualifica di psicoterapeuta viene rilasciata alla fine della frequenza di un corso di specializzazione della durata di 4 anni. Martina specificamente mi chiede cosa ne pensi del fatto che queste scuole siano aperte anche a medici. Sostanzialmente, la differenza di formazione rende diverso l’approccio verso questo tipo di scuole. E’ ovvio che un approccio di tipo medico diferisca da una formazione di tipo umanistico come quella che forniscono le facoltà di Psicologia.

Entra in gioco, però, un altro fattore che secondo me andrebbe tenuto in considerazione. La formazione, in questo tipo di scuole, è molto particolare. Non è più solamente teorica, non è, cioè, semplicemente basata sui libri che una persona deve studiare per passare un esame. Anzi, è molto pratica, molto centrata sul coinvolgimento personale dell’individuo. In molte scuole, se non obbligatoria, è vivamente consigliato l’inzio di una terapia personale che permetta di lavorare anche sulle proprie aree di risonanza in terapia stessa. Dal punto di vista formativo, dunque, l’esperienza delle scuole di specializzazione tende ad avvicinare i due tipi di approcci, perchè l’accento viene posto sull’individuo piuttosto che sul suo background formativo. Questo, a mio giudizio, può essere un elemento che gioca a favore di questo tipo di esperienza. Sostanzialmente, e qui parlo anche per la mia esperienza personale nella scuola, gran parte del peso è data anche dalle capacità personali del singolo, dalle proprie esperienze personali, dal grado di coinvolgimento che si sceglie di avere, da una serie di esperienze che toccano, cioè, il singolo. Esperienze che, ovviamente, possono entrare in gioco nella terapia stessa. Dato l’accento posto sulle capacità del singolo, le esperienze formative precedenti possono giocare un ruolo minore. Minore non vuol dire che non ci siano. Rimangono, quindi, due approcci (quello psicologico e quello psichiatrico) che, se non condividono il punto di partenza o il taglio formativo possono, però, avvicinarsi all’interno del percorso di specializzazione, in base alle sensibilità individuali.

Spero di aver risposto ai dubbi di Martina.

A presto…
Fabrizio

 

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Pubblicato il 5 Giugno 201220 Luglio 2015

Dottore, cosa devo fare?

Dottore, cosa devo fareSpesso, con le persone con le quali lavoro, è capitato che, dopo avermi descritto delle situazioni particolarmente ingarbugliate, mi facessero delle domande tipo: “ma lei cosa farebbe?” o “mi dia un consiglio!”. Queste richieste, per quanto ne capisca l’urgenza per la persona che me lo chiede, di solito difficilmente vengono accolte nella mia pratica lavorativa. Credo si tratti di una sorta di scappatoia che la persona sceglie e me ne sottraggo appena posso. Mi spiego meglio. Quando una persona fa una affermazione del genere cosa mi sta chiedendo? Sostanzialmente mi sta chiedendo di cercare di capire la situazione, di mettermi nei suoi panni e di aiutarlo a decidere. Al posto suo. Ovviamente non stiamo parlando del fatto che voglia o non voglia dare un consiglio: non mi costerebbe nulla darne uno! Ma allora perché non faccio le cose più facili e do questo benedetto consiglio? Perchè credo non sarebbe una cosa positiva. Iniziando un lavoro assieme, io non ho asserito da nessuna parte che mi sostituirò alla persona. Anzi. Quello che reputo uno degli obiettivi principali è rendere la persona più consapevole dei suoi passi e delle sue scelte. Lavoreremo assieme per fare di tutto affinchè, focalizzandosi su se stesso, la persona riesca a prendere sempre più e, spero, sempre meglio per lei, delle decisioni che la riguardano. Se io colludessi in questo e mi spingessi ad acconsentire a questo tipo di richiesta, probabilmente la persona si sentirebbe sollevata, alleviata dal peso di dover prendere una decisione, di doversi schierare, ma ad un altro livello, non starei forse confermando l’idea che non è in grado di decidere autonomamente o di prendere liberamente una decisione? Oltretutto, c’è un altro aspetto che non mi piace molto nell’accogliere questo genere di domanda. Riguarda il fatto che, se la accogliessi, implicitamente concorderei con il fatto che ci sia un esperto che sa come devono andare le cose e un altra persona che non sa come deve andare la sua stessa vita. Come posso rinforzare il suo senso di indipendenza, l’essere autonomo dell’altro se anche io posso squalificare questo suo senso di indipendenza dicendogli cosa possa/debba fare della sua vita?

Spero converrete con me che non si tratterebbe di una mossa molto azzeccata. Non serve dunque che io decida per l’altro. Non serve che mi sostituisca ad un altro nel prendere decisioni che riguardano la sua vita. Credo serva, invece, vagliare insieme le diverse possibilità. Rifletterci. Dar loro un senso rispetto alla nostra storia. Ma l’onore e l’onere della decisione devono necessariamente ricadere sulla persona che ho davanti. Non su me. Se mai voleste lavorare con me tenete a mente questo: siete liberi di chiedermi consigli. Ma sono altrettanto libero di cercare di mettere la vostra vita, e le inevitabili decisioni che questa comporta, nelle vostre mani!

E, anche in questo caso, un brano estratto da un’opera di Whitaker descrive in altri termini ciò che volevo comunicarvi: Ho spesso pensato che il vizio peggiore per i terapeuti è dare consigli. E’ un modo per carezzare il nostro io agendo come se effettivamente sapessimo qual’è la via migliore e rinforzando così la posizione di inferiorità del cliente. Può anche essere una proposta seducente, ma ha poco a che vedere con l’obbiettivo della crescita; di fatto, la ostacola con molta efficacia! (…) Ma si tratta di qualcosa di più che essere semplicemente ridicolo o cinico o indifferente. Il processo stesso del mio rifiuto di assumere il comando è in sè un atto di attenzione… Però di genere diverso. Con questa manovra, le dico che non cercherò neanche di dirle che cosa fare, perchè credo che essa possieda tutte quelle risorse necessarie per portare a termine il viaggio. [1]

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

[1] Whitaker, C. (1988), Danzando con la famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 118

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Pubblicato il 3 Giugno 201225 Novembre 2014

ADHD – Deficit da Attenzione e Iperattività

ADHD - Deficit da Attenzione e IperattivitàL’articolo che vi segnalo oggi tratta di una delle ‘bestie nere’ della psicologia/psichiatria attuale. Stiamo parlando della famosa (famigerata?) ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) meglio conosciuta in Italia come Deficit di Attenzione e Iperattività. Nell’articolo si rileva come l’incidenza nella diagnosi di questo tipo di casi sia notevolmente aumentata passando dal 6,9% di incidenza nel 1998 all’attuale 9% con un incremento pari al 30%. La ricerca fa riferimento a risultati ottenuti negli Stati Uniti. Ma dato il loro ruolo di apripista in diverse questioni, tra le quali quelle sanitarie, non è da escludere che i risultati siano (o lo siano presto!) equiparabili con quelli di altri paesi occidentali. Nell’articolo si sottolineano tanti aspetti: il fatto che non si sappia l’origine e la causa di questo tipo di disturbo, il fatto che sembrino essere implicate ragioni di tipo sociale (ne soffrirebbero, infatti, percentualmente di più bambini che provengono da classi sociali più disagiate), il fatto che le tecnologie multitasking, tecnologie, cioè che permettono di compiere più compiti contemporanemente, associate alla continua sovraesposizione a stimoli cui siamo quotidianamente sottoposti, potrebbero portare ad un peggioramento di questo disturbo.

Mi colpisce come, invece, non venga citato lo strapotere delle cause farmaceutiche, sempre pronte a sfornare nuove classificazioni, nuove diagnosi, per creare nicchie (ormai non più tali, sembra!) di mercato dove andare a piazzare i loro prodigi tecnofarmaceutici. Non si accenna al fatto che stiamo parlando di una patologia che fu introdotta nella revisione del DSM-III-R (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders) soltanto nel 1987. La bellezza di 24 anni fa. Il 10% dei bambini statunitensi ha una diagnosi che un quarto di secolo fa semplicemente non esisteva ufficialmente. Con questo tasso di crescita esponenziale arriveremo ad un 100% di bambini diagnosticato con ADHD prima del 2050!

L’articolo è di Repubblica (23.08.11) ed è a firma di Angelo Aquaro.

http://www.repubblica.it/salute/medicina/2011/08/23/news/bimbi_troppo_attivi_e_distratti_la_sindrome_che_fa_paura_all_america-20743219/?ref=HRERO-3

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Pubblicato il 30 Maggio 201220 Luglio 2015

I miei impulsi omicidi…

I miei impulsi omicidi...Leggendo uno dei libri che mi ha affascinato di più ultimamente , riflettevo su un passo. Ve lo riporto integralmente:

C’è in realtà un solo modo per ‘capire’ il mondo complesso di impulsi e simboli; si deve guardare in se stessi. Solo quando sappiamo veramente identificare un certo impulso basilare in noi stessi siamo sicuri che esiste. Solo a quel punto diventa reale; fino ad allora era soltanto un buon concetto o una teoria, di ben poca utilità. Credo che la formula funzioni anche al’inverso: se non riusciamo a trovarlo in noi stessi, esso non esiste a fine pratici. Se non siamo mai stati in grado di identificare e affrontare i nostri impulsi omicidi, non saremo realmente capaci di credere che esistono, comunque non nelle persone ‘normali’. Quindi, per definizione, chiunque ammetta di avere impulsi del genere sarebbe anormale secondo le tue norme interiori nascoste.

Io credo nell’esatto opposto; credo che parte della condizione umana sia l’avere una ricca e spumeggiante vita interiore piena di impulsi. Tutti abbiamo pulsioni omicide, tutti lottiamo con impulsi suicidi, tutti abbiamo fantasie incestuose, tutti siamo terrificati dal concetto di morte. Non riuscire ad affrontare questi semplici fatti della vita significa tagliare fuori buona parte della nostra umanità. 

La consapevolezza del nostro mondo di pulsioni è in effetti il requisito essenziale alla nostra capacità di vedere, e ancora di più di capire, il mondo simbolico degli altri. Nella misura in cui possiamo affrontare le molteplici manifestazioni simboliche dei nostri stessi impulsi saremo liberi di utilizzare questa capacità nei rapporti con gli altri. [1]

Anche se scritto facendo riferimento alla realtà professionale del terapeuta, credo assolutamente che questo dovrebbe essere la linea guida fondamentale non solo di ogni professionista che si accinge a fare questo mestiere, ma di ogni essere umano. Fa riferimento alla capacità di riconoscere, maneggiare, individuare i nostri impulsi più reconditi. Soprattutto la capacità di riuscire ad attribuirceli. Credo sia un lavoro molto difficile da fare, soprattutto per quegli impulsi che ricevono la riprovazione sociale. Quegli impulsi per cui, non vedendoli in noi e attribuendoli all’altro, magari con le qualifiche di ‘brutto’ o ‘sbagliato’, ci possiamo sentire in dovere di giudicare. Di condannare. Per cui, non riconoscendoceli, possiamo sentirci migliori.

Niente di più fuorviante per riuscire a leggere la complessa realtà dell’altro.

Solo nel momento in cui siamo consapevoli di ciò che è nostro, possiamo meglio vedere cosa sia dell’altro. E questo può portare semplicemente a riconoscerlo. Senza attribuire. Senza affibiare. E, forse, senza giudicare.

A presto…

Fabrizio

[1] Whitaker, C. (1988), Danzando con la Famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 63

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Pubblicato il 28 Maggio 201220 Luglio 2015

Disturbo post-traumatico da stress (2)

Disturbo post-traumatico da stress (2)Subentrano, nel giro di pochi giorni, alcune cose che iniziano a non piacergli: non dorme bene, ha un sonno agitato e non riposante, sebbene non ricordi nessun sogno in particolare. Inizia ad insinuarsi in ogni cosa che preveda un minimo di pianificazione un sottile senso di ansia che pervade tutta la sua giornate anche nelle cose più piccole. Inizia ad avere paura ogni volta che sale in macchina, anche se i tratti di strada da fare sono brevi e non troppo trafficati. Inizia a manifestare veri e propri scoppi di ira che lui stesso giudica del tutto inadeguati a quello che li ha provocati. In uno di questi episodi, mi racconta, la causa dell’ira è legato al fatto di non trovare la sua penna preferita. Mi racconta che si sentiva assolutamente ‘fuori di testa’, sapeva benissimo che non poteva essere un motivo valido per attaccare briga con la sua fidanzata. Pur tuttavia, non era riuscito a bloccarsi in nessun modo. Sempre più spaventato da quello che gli stava succedendo, aveva deciso di forzare i tempi della guarigione rientrando a lavoro. Marco fa essenzialmente un lavoro di ufficio che gli permetteva di rientrare anche se aveva ancora il gesso. Anche a lavoro stavano succedendo cose che non lo facevano stare tranquillo e che aumentavano in lui la percezione che nulla sarebbe tornato come prima. Aveva l’impressione che gli altri lo stessero scaricando e che non godesse più della considerazione che aveva prima dell’incidente. Insomma, tutto quello che gli stava succedendo era dovuto a quel maledetto incidente. Se ci pensava razionalmente, però, si rendeva conto di quanto sembrasse sproporzionata la reazione rispetto a quello che era successo. Quando ci conoscemmo, Marco aveva deciso che non voleva più andare avanti così. Voleva cercare di far qualcosa che gli facesse capire cosa gli stava succedendo. Lavorammo, inizialmente, su quello che gli procurava più ansia. Dapprima il suo racconto si concentrò su quello che lo infastidiva maggiormente (principalmente i disturbi del ciclo sonno-veglia e l’ansia). Man mano che il lavoro procedeva sembravamo focalizzarci sempre più su una paura che sembrava sovrastare le altre. La paura che potesse succedere nuovamente qualcosa di così grave. Ma grave da che punto di vista? Marco stesso diceva che, in fin dei conti, sarebbe potuto andare molto peggio. E allora cosa era successo di cosìgrave? Continuammo a lavorarci su fino a che non si palesò ad entrambi il fatto che la cosa più grave che fosse successa riguardava il fatto che Marco avesse fatto i conti, per la prima volta nella sua vita, con l’idea che potesse morire. Per la prima volta in vita sua, aveva sentito che aveva rischiato la vita. “Se fosse passata una macchina dietro di me mi avrebbe potuto mettere sotto” ripeteva. Questa idea non lo aveva mai sfiorato prima. Tendiamo a pensare sempre che la morte riguarderà altri, non noi. Il fatto che fosse giovane, in buona salute, non gli ha mai fatto prendere in considerazione il fatto che la morte potesse riguardare anche lui. Che fosse un destino condiviso. No. Gli altri muoiono. Io no. È l’idea stessa di mortalità che fa entrare in crisi tutti i nostri valori, tutti i nostri metri, tutte le nostre idee. Tutto viene ribaltato, tutto messo in discussione. Questo può alla lunga provocare quell’ansia, quella paura di cui Marco si lamentava. Che fare? Come si fa i conti con l’idea della nostra morte? Forse uno dei primi passi può essere quella di metterlo nel novero delle cose di cui possiamo parlarci. Se lasciassimo quest’area inesplorata è come se avessimo una zona grigia che non vogliamo prendere in considerazione per paura di quello che potrebbe succedere.

Com’è andata a finire? Non è andata a finire perché il lavoro è ancora in corso. Stiamo lavorando su quest’idea, sulla necessaria ristrutturazione che questo ha comportato nella vita di Marco. Paradossalmente solo ricomprendendo la morte all’interno della nostra vita possiamo provare a sconfiggere quel senso di instabilità che stava mandando Marco nel panico. Mi piace pensare ad una frase che descrive perfettamente quanto descritto. Contenuta nello splendido libro Danzando con la famiglia, del terapeuta Carl Whitaker, dice: l‘idea che solo affrontando la nostra morte siamo liberi di vivere veramente è spaventosamente esatta. [1] 

Credo riassuma perfettamente ciò che intendevo comunicarvi!

A presto…

Fabrizio

[1] Whitaker, C. (1988), Danzando con la famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 65

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Pubblicato il 27 Maggio 201220 Luglio 2015

Disturbo post-traumatico da stress (1)

Disturbo post-traumatico da stress (1)Il caso clinico che voglio sottoporvi oggi riguarda il cosiddetto disturbo post-traumatico da stress. È un disturbo che colpisce persone che siano state esposte ad episodi particolarmente acuti o pesanti di fattori stancanti. Secondo il DSM-IV, il manuale che contiene i criteri diagnostici in base al quale vengono, appunto, effettuate le diagnosi, il disturbo è caratterizzato da diversi aspetti. Vediamoli brevemente:

A) La persona ha vissuto, ha assistito o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri; 2)la risposta della persona comprendeva paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore.

B) l’evento traumatico viene rivissuto persistentemente in uno (o più dei seguenti modi):

1) Ricordi spiacevoli ricorrenti (…);

2) Sogni spiacevoli ricorrenti dell’evento;

3) Agire o sentire come se l’evento traumatico si stesse ripresentando (…);

4) Disagio psicologico intenso a fattori scatenanti interni o esterni (…);

5) Reattività fisiologica ad esposizione.

C) evitamento persistente dello stimoli associati con il trauma e attenuazione della reattività generale (…) con tre o più dei seguenti elementi:

1) Sforzi per evitare pensieri, sensazioni o conversazioni associate col trauma;

2) Sforzi per evitare attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma;

3) Incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma;

4) Riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative;

5) Sentimenti di distacco e di estraneità rispetto agli altri;

6) Affettività ridotta (…);

7) Sentimenti di diminuzione delle prospettive future (per es. aspettarsi di non poter avere una carriera, un matrimonio o dei figli o una normale durata della vita).

D) Sintomi persistenti di aumentato arousal [col termine arousal si intende lo stato di attivazione psicofisiologica dell’organismo] (non presenti prima del trauma), come indicato da almeno due dei seguenti elementi:

1) Difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno;

2) Irritabilità o scoppi di collera;

3) Difficoltà a concentrarsi;

4) Ipervigilanza;

5) Esagerata risposte di allarme.

E) la durata del disturbo ( sintomi ai criteri B, C, e D) è superiore a 1 mese.

F) il disturbo causa disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti. [1]

Dopo questa breve introduzione il caso clinico. Questa esperienza è la storia di un paziente che chiameremo Marco. Marco, 32 anni, si reca a lavoro in sella al suo scooter. Un malaugurato (o no?) giorno, la sua vita si scontra con quella di un’altra persona che toccandolo, lo fa cadere dallo scooter. Nella caduta Marco non riporta gravi danni fisici (ha una lussazione al piede destro) ma sbatte forte la testa. Indossa il casco e, questo, evita danni ben peggiori. Dopo l’incidente Marco si rialza apparentemente illeso e riesce addirittura a recarsi al pronto soccorso più vicino. Da questo momento in poi il suo racconto si fa sempre più confuso. Entra, infatti, in uno stato molto forte di agitazione e di confusione. Non ricorda quello che gli è successo, non riesce ad orientarsi su dove si trovi e continua ripetere domande di cui, poco dopo, sembra dimenticare la risposta. Questo suo atteggiamento disorienta moltissimo i suoi familiari e amici che, nel frattempo, hanno raggiunto l’ospedale. Intanto Marco entra sempre di più in confusione, continua a fare le stesse domande e ad allarmare sempre di più le persone che si trovano con lui, che non capiscono quanto possa stare male. All’interno del nosocomio, intanto Marco viene sottoposto ad una serie di esami di accertamento che escludono danni al cervello. Questo non tranquillizza parenti e amici che vedono come invece Marco sembri avvitarsi sempre di più su stesso e sulle sue ridondanti domande. I parenti, preoccupati, rinforzano questo disorientamento alternandosi intorno a lui con il pretesto di cercare di farlo rinsavire ma alimentando in lui la confusione. I sanitari, nel frattempo, decidono che Marco si possa calmare solo evitando che venga assillato da loro e dalla loro presenza e lo tengono in un corridoi isolato dagli altri di modo che possa in qualche modo calmarsi. Questo stratagemma ottiene esattamente l’effetto opposto. Non vedendo nessuno di conosciuto che possa in qualche modo rassicurarlo, Marco si agita ulteriormente e lo stato di confusione prende il soppravvento facendolo entrare in uno stato di angoscia. Inizia a piangere sconsolato. Non sa dove si trovi, non sa che cosa gli sia successo, non vede nessuno di conosciuto, si guarda e vede come è ridotto non capendone il motivo. In breve non capisce minimamente la situazione e anche quel poco che pensava fosse chiaro, inizia a sfumare in una confusione ancora più grande. Non riesce neanche a comprendere in quale città si trovi. Racconta come, guardando fuori dalla finestra, si chieda dove sia capitato. Continua a chiedere a chiunque si trovi a tiro cosa sia successo. Dapprima lo rassicurano, ma il fatto di non ricordare quello che gli è stato detto lo rende tabula rasa dopo pochi secondi. Il disorientamento non passa neanche quando, finiti tutti gli esami, alla fine viene dimesso con prognosi di riposo assoluto. Il giorno dopo si sente stordito, indolenzito, e confuso, ma qualcosa sembra essere passata: la confusione continua. Ora, sembra in grado di trattenere le cose che gli dicono.

– Continua –

[1] DSM-IV-TR (2009), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ed. Elsevier Masson, Milano

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