The tree of life FILM

The tree of life FILMIl post di oggi riguarda un film molto bello visto ultimamente: The tree of life (l’albero della vita) del regista Terrence Malick (2011). Il film narra la storia della famiglia O’Brien, una famiglia media americana. Questa famiglia è composta dai genitori e da tre figli maschi.
I membri si trovano a dover fare i conti con le storie e i fantasmi stessi della propria famiglia. Già da subito intuiamo come il padre rivesta una funzione genitoriale assolutamente autoritaria, nel quale il potere è dato dall’asservimento dei figli a quello che è il suo modo di intendere la vita. La figura del padre ha un che di tragico dal momento che non sembra essere in grado di relazionarsi coi figli in altra maniera che non sia quella del rispetto o dell’imposizione di regole. Il momento nel quale il primogenito lo abbraccia e lui non sa come comportarsi è veramente molto indicativa della sua incapacità ad uscire dal ruolo del padre educatore. Altro esempio: il figlio maggiore suona il piano e questa è una delle passioni del padre. Anche in questo caso sembra più la proiezione sui figli di un proprio desiderio piuttosto che una passione del figlio. La tematica è molto interessante: quanto è pericoloso che i genitori proiettino sui figli i loro desideri e le loro aspettative? Quanto questo non permette di accogliere i reali interessi dei figli?
La famiglia viene sconvolta da un lutto. Non voglio rovinarvi la trama quindi non aggiungerò altro. Posso solo sottolineare come questo momento sia un momento di disvelamento per il padre stesso che, rendendosi conto del peso che alcune sue scelte hanno avuto sugli altri membri della famiglia, si accusa di essere causa dell’evento luttuoso stesso, e si accorge di come la sua colpa è l’aver fatto provare vergogna ma che fondamentalmente quella era la sua vergogna. Il meccanismo di disvelamento è basato sulla proiezione di quelli che sono i suoi sentimenti e che lui sente di aver attribuito all’altro. Possiamo renderci conto che quest’uomo non è incapace di amare: ama nel modo in cui probabilmente anche a lui è stato insegnato ad amare. Sembra un uomo innamorato dei suoi figli e comunica loro il suo amore anche se sembra incapace di lanci di affetto che non siano punitivi, educativi o pedagogici. Costantemente teso a cercare di far capire ai figli come ci voglia una grande volontà per farsi strada nella vita e come se si vuole avere successo non si possa essere troppo buoni. Il suo sembra un desiderio di rivalsa, di riscatto dell’uomo che si costruisce da solo che fa di se stesso ciò che vuole e che non ha bisogno degli altri. Sembra allora incarnare l’archetipo dell’homo homini lupus, dell’uomo che deve farsi largo a forza in una vita cattiva e piena di dolore, nel quale il proprio futuro lo si costruisce a discapito di ciò che avviene. Il simbolo di una vita in cui sopravvive il più forte e che sottomette il più debole.

D’altro canto abbiamo invece la figura della madre. Silenziosa, amorevole, comprensiva, accogliente. L’alter ego perfetto del marito. Quanto lui è severo, tanto lei è comprensiva. Quanto più lui è orientato ad una meta, tanto più lei sembra essere in balia dell’amore per i suoi figli. Il gioco, naturalmente, è un gioco delle parti. Parti nelle quali più il padre sembra assurgere al ruolo della regola tanto più la madre sembra obbedire alle regole di un amore incondizionato. Questa separazione, questa polarizzazione sembra in qualche modo disorientare i figli, soprattutto il maggiore che, spesso sgridato dal padre per come dovrebbe essere e invece non è, gli assicura di assomigliare più a lui che alla madre. In questa polarizzazione possiamo leggere tutte le idiosincrasie delle nostre famiglie nelle quali i ruoli e le aspettative sembrano giocare un ruolo superiore alla persona stessa.

Il film è, per me, particolarmente interessante perché riesce ad unire la realtà del microcosmo familiare che fin qui vi ho descritto, con il macrocosmo della vita stessa. Con una serie di bellissime immagini  viene rappresentata la nascita e l’evoluzione della vita sulla terra, la stessa vita che, con tutti i suoi problemi, tutti i non detti, tutto l’amore e tutta l’incapacità di esprimerlo, la piccola famiglia O’Brien simboleggia. Un inarrestabile albero della vita che inesorabilmente cresce, cambia, muta, costruisce e disfa ogni singola cosa. Un albero della vita al quale, presi a guardare il nostro piccolo orticello, spesso non ci rendiamo conto di appartenere. Un albero della vita che lega e unisce destini di persone apparentemente distanti come i genitori della famiglia O’Brien. Un albero della vita che, nel bene e nel male, forse lega e unisce i destini di tutti noi.
A presto…
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Il terapeuta riparatore

Il terapeuta riparatoreIl post di oggi è dedicato all’analisi di una figura purtroppo diffusa in terapia: quello del terapeuta riparatore. Il terapeuta riparatore è il terapeuta che, dimenticandosi la necessaria distanza dalla vita dell’individuo con cui si trova a lavorare, si schiera per una soluzione e, forte della sua posizione all’interno della terapia stessa, spinge affinché il paziente attui la soluzione da lui suggerita. Questo tipo di situazione è molto più frequente di quanto non sembri, soprattutto per situazioni che richiederebbe una maggiore apertura mentale e una maggiore capacità collaborativa del terapeuta come per esempio, quelle terapie per le quali la persona, sentendo molto forte e toccante vivere la sua omosessualità, chiede al terapeuta di guarirlo. L’aspetto più pericoloso avviene quando il terapeuta prende per buona e cerca di soddisfare questa richiesta. Questo tipo di situazioni sono, secondo me esecrabili per due ordini di motivi: innanzitutto la terapia non si svolge correttamente, dato il peso che le convinzioni, sociali, morali o religiose del terapeuta stesso, in una parola le sue convinzioni personali, vengono adoperate ed utilizzate per stabilire arbitrariamente ciò che è giusto oppure no per la vita di un altro individuo; in secondo luogo ratifica e prosegue, in una vera e propria spirale auto perpetuante, lo stereotipo per cui stili di vita bollati a lungo come non ‘normali’ siano vere e proprie malattie, quando l’omosessualità da ormai 39 anni, è stata derubricata definitivamente anche dai manuali diagnostici che noi professionisti utilizziamo nella nostra pratica clinica.

Eppure, nonostante queste premesse, è possibile trovare professionisti che pensano sia possibile curare quella che non è una malattia, assecondando più i desideri reconditi del terapeuta piuttosto che riuscendo ad accogliere quelle che sono le istanza più intime di accettazione e di rispetto che il paziente va cercando, e anzi, disconoscendole e disconfermandole ancora una volta. Vi riporto, a questo proposito, un brano tratto da un testo che affronta molto bene il punto di vista del quale stiamo parlando:

Dopo la derubricazione dell’omosessualità  come diagnosi clinica, il DSM-IV del 1974 (il manuale diagnostico usato per fare le diagnosi) prevedeva la nuova categoria dell'”omosessualità egodistonica”: il disagio e la sofferenza rispetto al proprio orientamento sessuale venivano considerati un disturbo psichiatrico. Questa categoria clinica venne in seguito rimossa nel 1987, quando si comprese che l’egodistonia può far parte del percorso evolutivo di un individuo omosessuale in un contesto eterosessista. Proprio sul concetto di egodistonia si soffermano i terapeuti riparativi. Questi permangono impermeabili alle numerose ricerche e dichiarazioni delle associazioni dei professionisti della salute mentale. Le cosiddette ‘terapie di conversione’ sono residui del paradigma patologico (…), secondo cui gli ‘omosessuali non gay’, coloro i quali non riescono a conciliare l’orientamento sessuale con il sistema di valori, possono cambiare il loro orientamento sessuale. E’ il vecchio concetto di egodistonia rispolverato, insostenibile alla luce delle oramai assodate acquisizioni scientifiche e deontologicamente impraticabile a fronte dei pesanti effetti sulla salute mentale dei soggetti che vi si rivolgono. In questo tipo di trattamento direttivo-suggestivo il terapeuta rinuncia alla sua posizione di neutralità, di chi interroga e si interroga insieme al paziente, diventando mero esecutore della richiesta e propugnatore di norme morali e religiose.” [1]

Credo che il massimo che possiamo dare alle persone con le quali abbiamo la fortuna di lavorare, sia accoglierle e rispettarle. Comprenderle più che cambiarle. Ascoltarle più che curarle. Non è semplicemente una proposta di buon senso, visto che anche deontologicamente non potremmo imporci, ne imporre la nostra volontà o le nostre convinzioni sui nostri pazienti. Può essere vero che ci siano temi coi quali può non piacere lavorare ma, in questo caso, sta alla professionalità del terapeuta riconoscerlo ed esplicitare al paziente stesso la sua inidoneità per lavorare su quella tematica. Chiunque voglia curare ciò che non è in grado di rispettare non è semplicemente in grado di fare questo mestiere, perché è la prima persona a non avere conoscenza di se stessa.

E se una persona non è in grado di essere chiara con se stessa come può aiutarne un’altra?

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

[1] Chiari, C., Borghi, L. (2009), Psicologia dell’omosessualità, Carocci, Roma, pp. 173-174

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Storia di Francesca (2)

Storia di Francesca (2)La laurea triennale e la successiva laurea specialistica sembravano più dei passatempi che delle e vere e proprie aspirazioni professionali per Francesca. La famiglia le metteva fretta ma mai abbastanza perché portasse a compimento il suo corso di studi. Altro fattore era il peso. Francesca era molto sovrappeso. Sembrava incastrata in un corpo non suo, poco femminile e poco disponibile ad essere impiegato nel gioco della seduzione adulta. Anche il suo corpo riusciva a proteggerla da quella serie di definizioni ed indipendenze o cambiamenti che la vita porta ad affrontare giunti sulla soglia dell’età adulta.

Si trovava in un corpo enorme che, come tutto quello che la circondava, dava per scontato nella sua vita, una sorta di corazza con la quale chiedeva al mondo di lasciarla stare dove si trovava, di permettere alle cose che caratterizzavano la sua vita di rimanere così com’erano. Di non cambiare. Anche in terapia assistemmo a questa duplice richiesta: assicurami che cambieremo tutto affinché nulla cambi. Ovviamente questa prima richiesta così contraddittoria, doveva essere, più che sbrogliata, esplicitata. Doveva essere chiaro che uno dei meccanismi all’interno del quale Francesca si dibatteva era che tutto cambiasse affinché tutto restasse uguale.

Ma nel momento in cui questa richiesta è stata esplicita e in qualche misura smascherata, le cose hanno iniziato a fluire meglio. Quando si agisce un meccanismo che è un automatico, non ci si accorge neanche più di farlo, diventa una sorta di punto fermo nella nostra vita che non ci si disturba neanche più di mettere in discussione. Nel momento in cui ci si prende la briga di guardare l’automatismo, di non farlo continuare ad essere tale, di iniziare a domandarsi perché le cose devono seguire pedissequamente quello schema, ecco già questo porta ad un incrinatura nell’automatismo stesso e lo mette in discussione. Questo è quello che è successo con Francesca. Gli automatismi hanno iniziato a lasciare il posto dapprima ad alcune domande mai poste, in seguito ad alcuni cambi di prospettiva che hanno portato ad una vero e propria rivoluzione nella sua vita. Dopo anni si è laureata, iniziando un tirocinio che le interessa e la soddisfa. Ha iniziato a fare delle scelte indipendenti, come quella di viaggiare con alcune sue amiche in giro per capitali europee. Va a trovare alcuni suoi amici che vivono all’estero, senza porsi poi tanti problemi su chi si occuperà di casa. Ma il grande cambiamento di Francesca ha riguardato il cibo e il suo aspetto fisico.

Francesca, quando ha iniziato ad intuire cosa potesse voler dire avere un corpo come il suo, ha iniziato seriamente a pensare a come fronteggiare questo aspetto della sua vita. Seguita da un nutrizionista, ha deciso di iniziare seriamente una dieta che, non senza sacrifici ma con enormi risultati, l’ha portata a perdere ben 30 kg rispetto al peso iniziale che aveva al momento in cui ha iniziato la terapia. Ora è semplicemente un’altra persona. Molto più curata, molto più consapevole della sua femminilità, inizia a permettersi di far intravedere la persona che per tanto tempo ha preferito celare. Le dico sempre che dovrei pubblicare una foto del prima e dopo la terapia, per testimoniare quanto la nostra percezione  spesso influenzi il modo in cui noi ci relazioniamo col mondo. Il percorso di Francesca non è finito, ma il mio supporto sta iniziando ad essere meno impegnativo. Francesca è in grado di riconoscere i suoi risultati, quello che ha ottenuto e come vorrebbe che fosse il suo futuro. Ed è stato un onore per me poter accompagnare una persona alla scoperta di se stessa. 

presto…
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Storia di Francesca (1)

Storia di Francesca (1)Il post di oggi è dedicato alla descrizione di un caso clinico. Naturalmente, come per quelli che vi ho raccontato fino ad adesso il nome e alcuni dettagli sono inventati perché non sia riconoscibile la protagonista, ma la storia è assolutamente autentica e spero possa ottenere il risultato di essere utile per qualcuno che la legge. Come inizia questa storia? Alcuni anni fa venne da me una ragazza che appunto chiameremo Francesca, 27 anni, per un problema molto vago: qualcosa non andava bene nella sua vita. Lo definisco qualcosa perché non sembrava in grado di focalizzare cosa di specifico fosse ‘sbagliato’ nella sua vita. Francesca apparentemente non sembrava neanche troppo infelice, anzi solo che nulla nella sua vita sembrava avere la piega che questa voleva prendesse: la cosa che più mancava sembrava essere una sua progettualità, le cose procedevano in automatico ma non si capiva dove fosse l’intenzione che Francesca voleva dare alla sua stessa vita. Bloccata nella frequenza della laurea triennale, non sembrava per niente consapevole del suo poter essere indipendente, coltivava molte relazioni, apparentemente molto superficiali o comunque non definite. Un altro dei suoi grandi crucci era quello legato al peso e all’alimentazione. Francesca, quando arriva è parecchio sovrappeso ma, come per altri aspetti, della sua vita, neanche questo sembra darle particolare fastidio, sembra quasi un dato di fatto con cui convivere.

In realtà, come molti altri casi prima di lei, le cose iniziano a disvelarsi e ad acquisire un diverso significato mano a mano che compaiono nel racconto che Francesca fa della sua stessa vita. La prima cosa che sembra acquisire rilevanza nel suo racconto è la mancanza di confini che porta chiunque a non essere mai dentro ne fuori rispetto alla sua vita. La prima che sperimenta questa condizione è proprio lei, che non sembra riuscire a dare un ‘ordine’ alle sue priorità, alle sue aspirazioni o alle sue scelte. Tutto sembra uguale, non realmente importante secondo una sua scala di valori. Cosa faceva si che fosse difficile identificare le priorità? La sua storia familiare stessa era confusiva, era una storia nella quale vi erano spesso interscambi tra ruoli: i genitori assumevano funzioni filiali e i figli, e tra i figli molto spesso proprio Francesca, assumeva un ruolo genitoriale nei confronti dei suoi stessi genitori. Questa confusività era portatrice di ulteriore mancanza di confini, sia generazionali che di funzione e portava a considerare spesso un vero e proprio fardello la vita familiare.

Uno dei primi punti qualificanti della sua terapia è stato proprio quello di cercare di fare luce e chiarezza su ciò che succedeva come un automatismo nella sua casa. Lungi dall’essere utile per lei, questo continuo salto di funzione, se da una parte era molto lusinghiero, perché le permetteva di diventare la figura di riferimento all’interno della sua stessa casa, dall’altro era parecchio impegnativo perché la stringeva a doppio filo coi membri della sua famiglia, non permettendole neanche di potersi pensare come indipendente e con un disegno di vita lontano da loro.

Tutto quello che avrebbe potuto portarla lontano o fuori di casa come ci si aspetta da una persona che inizia ad avvicinarsi ai 30 anni, veniva negato o sabotato. Francesca aveva delle relazioni molto sfilacciate con alcuni suoi coetanei, nulla che potesse trasformarsi in un vero e proprio rapporto, nulla che potesse allontanarla dalla famiglia. La famiglia ben tollerava queste storie, perché parecchio protettive per l’equilibrio della famiglia stessa. 

– Continua –

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… e ora parliamo di Kevin

... e ora parliamo di KevinIl film del quale voglio parlarvi oggi è un film molto duro sulla famiglia. Si intitola …e ora parliamo di Kevin (2011)è della regista Lynne Ramsay ed magistralmente interpretato da Tilda Swinton e da John C. Reilly nei panni dei genitori del Kevin del titolo, loro primogenito. Il film, come dicevo è un film sulla famiglia ma non per la tutta la famiglia. Racconta della discesa all’inferno dei protagonisti, del lento sfaldamento di una famiglia alle prese con un dramma che diventa, piano piano, più grande di lei. Il film è spiazzante e spiazzante lo è anche nella sequenza temporale dato che non è lineare nello svolgimento, procede per salti con continui rimandi al passato e altrettanti ritorni al presente. Ci viene, in questo modo, presentata la storia della famiglia fin dalla sua origine, la coppia genitoriale. Le scene iniziali del film sono ambientate nella famosa battaglia della Tomatina, la battaglia dei pomodori, che si svolge in estate nella cittadina di Bunol, in Spagna. La luce delle scene è così particolare da far risaltare il colore rosso dei pomodori e renderlo uguale al colore del sangue. Questa caratteristica mi ha colpito molto perché, fateci caso, un oggetto con lo stesso colore, o comunque lo stesso rosso, compare in quasi tutte le scene del film. E’ come se si volesse sottolineare, anche cromaticamente, come il sangue, inteso anche come legame di sangue, sia presente dall’inizio alla fine della storia rappresentata. 
Sostanzialmente il film ruota attorno al rapporto tra il primogenito e il resto della famiglia. Fin dalla nascita sembra essere la madre il membro più spiazzato dall’arrivo del bimbo. Questo si traduce in un rapporto problematico madre/figlio e in una ridefinizione dei ruoli all’interno della coppia dei genitori: da una parte la madre non riesce ad avere, se non con difficoltà, nessun contatto fisico col bimbo e sembra incapace di gestire il rapporto con lui mentre il padre sembra essere molto più vicino e attento a questa esigenza del piccolo. Osservando la madre, si ha l’impressione che abbia più paura che trasporto verso il piccolo. Questa mancanza di contatto e di relazione le fa, in breve perdere il controllo della situazione. Ogni cosa, anche la più piccola e la più quotidiana, è fonte di scontri  e di tensioni e questo, anziché rinsaldare la coppia genitoriale, la divide in ruoli di ‘buono’ e ‘cattivo’ che sembrano essere totalmente parziali. La mancanza di relazione, quindi, non coinvolge solo madre e figlio ma anche i genitori. E’ come se in tutti i membri della famiglia mancasse la capacità di comunicare apertamente, come se tutto dovesse essere sepolto sotto una coltre di finta indifferenza e finta mancanza di problematicità, aspetto che porta a sottovalutare e a non comprendere appieno la situazione nella sua complessità. Una scena emblematica è, per me, quella nella quale, all’ennesimo comportamento del figlio, la madre, innervosita, gli da uno strattone e gli provoca un livido. Il bimbo, al ritorno del padre, non dice nulla, inventa una bugia per spiegare il livido e rafforza una complicità con la madre basata sulla menzogna e non sulla possibilità di parlare.
Nel film viene descritta molto bene questa dimensione, questa incapacità comunicativa che, nello sforzo di cercare di far si che le cose sembrino il più normale possibile, allontana sempre di più tutti i componenti della famiglia. Il fatto di avere un bambino piccolo spinge il padre a proporre il trasferimento dalla città di New York alla campagna, contro il volere della moglie. Anche qua la domanda naturale che potrebbe sorgere è: è possibile che tra loro non abbiano parlato prima, per cercare di capire cosa sarebbe successo alla nascita di un figlio? Questo è il punto nodale, che sta a monte anche rispetto alla nascita di Kevin ed è la modalità di relazione della quale Kevin stesso è vittima. Ancora la nascita della secondogenita provoca una serie di episodi che non attivano una forte funzione genitoriale, ma che, al contrario, spaventano e sembrano rendere ancora più inadeguati i rapporti tra i genitori e i figli. Crescendo il figlio diventa sempre più apertamente problematico, ma questo non porta una generale ridefinizione della famiglia che appare ancora più incapace e ancora meno disposta ad accettare e riconoscere la gravità della situazione.Naturalmente, lo ribadisco, dal mio punto di vista, non c’è un membro malato e altri membri sani: è tutto il sistema familiare ad essere problematico, anche se poi, fisicamente, è solo uno di loro quello che appare ‘disturbato’, ed è il membro che agisce questo disagio che, però accomuna tutti loro. Il disturbo arriva ad un epilogo del quale non vi svelo nulla per non rovinare la trama.
Rimane, a mio avviso, pur essendo duro e disturbante, un film interessante che pone degli interrogativi: quanto siamo responsabili per le cose che avvengono in chi cresciamo? Quanto siamo disposti a non vedere pensando di proteggerci da una sofferenza che è solo rimandata? Nel film, per esempio, viene mostrata la crudeltà di Kevin nei confronti degli animali. Può essere considerato un segnale da prendere in considerazione nel valutare il disagio di un adolescente? Chi si accanisce contro animali può, in seguito, essere pericoloso anche per le persone che lo circondano? Naturalmente il film non fornisce risposte. Crea più dubbi, interrogativi che costringono necessariamente a riflettere sul nostro ruolo, sulle nostre relazioni, sulla nostra capacità di comunicare.
Domande che spesso nascono a posteriori ma che dovremmo imparare a farci prima. Se non avete visto il film, penso che questa frase risulti abbastanza incomprensibile. Spero anche di avervi incuriosito abbastanza per spingervi a guardarlo.
Nel caso lo vedeste, fatemi sapere che ne pensate.
A presto…
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Quanto costa emotivamente Facebook?

Quanto costa emotivamente FacebookSempre a proposito dell’impatto che i social network hanno sulla psiche degli individui, vi segnalo un interessante articolo apparso su Repubblica. Se all’inizio il popolare sito Facebook sembra essere scagionato dall’indurre depressione grazie ad uno studio svolto nell’Università del Wisconsin svolto su 190 studenti, procedendo nell’articolo si sottolinea come diversi studi abbiano sottolineato il peso che la vita sociale sui nuovi media sembrino avere un impatto emotivo molto forte su persone che già dimostrano una scarsa autostima. Un rapporto pubblicato dall’Aap, la prestigiosa American Academy of Pediatrics, sosteneva proprio questa tesi: i ragazzi soffrono il confronto sul social network più popolare del mondo. Trovarsi sovraesposti con un numero sempre più alto e interconnesso di persone, rende questo confronto ipoteticamente infinito e pone diverse considerazioni in merito al proprio valore per le persone che meno credono nelle loro potenzialità. Qualcuno potrebbe obiettare che non è necessario che una persona stia su Facebook (o Twitter).

In realtà credo stia qua la trappola e l’ambivalenza di questi nuovi mezzi: costa molto esserci ma è altrettanto costosa la scelta di non esserci. Il rischio dell’esclusione è altissimo e sentito come pericoloso sopratutto in fasce di età che dell’inclusione e del riconoscimento sociale fanno un punto importante. Mi riferisco in primo luogo agli adolescenti per i quali poter essere su Facebook non costituisce una scelta quanto una non evitabile opzione. Può essere anche questa sorta di ‘obbligatorietà’ a far sentire ancora peggio le persone che vedono riflesso il proprio insuccesso in una scala ancora più grande di quella che può essere per esempio una semplice scuola. Insomma, credo sia un fattore importante da prendere in considerazione e da ponderare nel momento in cui si parla di questi fenomeni. Liquidati come realtà virtuali, stanno assumendo caratteristiche sempre più reali e concrete, come nell’episodio citato nell’articolo, del suicidio di una ragazza.

Alcuni studiosi, per descrivere il senso di scoramento che pervade le persone quando pensano di non avere successo su Facebook parlano già di Facebook Depression, in cui le persone possono entrare in crisi per aspetti legati a l’ansia da approvazione, l’attesa del “mi piace” e del “retweet”. Non so se la soluzione corretta possa essere quella di bloccare le applicazioni che spingono a ritornare su Facebook più volte al giorno. Penso che una soluzione possa essere accompagnare il ragazzo ad un uso consapevole e cosciente del mezzo del quale si appresta ad entrare a far parte. Considerate che Facebook è nato nel 2004 (Twitter addirittura nel 2006!) e non abbiamo ancora una generazione pienamente cresciuta utilizzando questi media. Dobbiamo necessariamente tenere presente l’esponenzialità che avranno in futuro questo tipo di fenomeni e rivolgergli un’attenzione sempre crescente.

Mi ha colpito, alla fine del articolo, l’intervento della dottoressa Megan Moreno, membro della American Psychiatric Assosiation (APA), secondo la quale comunque, può essere “uno strumento efficace per la diagnosi tempestiva di un disagio psicologico. Effettivamente, se riuscissimo ad affiancare i  ragazzi nell’uso di questi strumenti, potremmo non solo condividere con loro la scoperta di quello che i social network ci permettono di fare, ma anche accorgerci quando questo sta diventando fonte di disagio e di difficoltà. Insomma, potrebbe esser un’occasione attraverso la quale gli adulti imparino a relazionarsi diversamente con questi strumenti. E magari coi loro ragazzi.

Intanto il link: 

http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/07/11/news/facebook_per_depressi_anzi_no-38890812/?ref=HREC2-13 

L’articolo è di Giulia Santerini. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Le ‘leggi’ del sesso (e dell’amore!)

Le 'leggi' del sesso (e dell'amore!)Qualche giorno fa, tornando a casa in macchina, ascoltavo distrattamente la radio quando, nel tipico chiacchiericcio radiofonico, mi colpisce la notizia che in alcuni stati americani, moltissime pratiche sessuali, ritenute accettabili tra due adulti consenzienti, siano vietate o regolamentate per legge. I divieti hanno per lo più risvolti comici per la loro inapplicabilità sostanziale. Incuriosito, facendo qualche ricerca su internet, ho trovato una vera e propria genesi dell’assurdo riguardo ad alcune delle leggi che regolamenterebbero lo svolgimento di attività sessuali tra adulti. Per esempio, in Oregon, esattamente nella cittadina di Willowdalw, è contro la legge per un marito bestemmiare mentre fa sesso. A Sioux Falls, negli alberghi, ogni stanza deve avere letti gemelli. Ed i letti devono essere sempre separati per un minimo di due piedi quando una coppia affitta una stanza solo per una notte. Ed è illegale fare l’amore sul pavimento tra i letti. Nello Utah nessuna donna può fare sesso con un uomo mentre corre in ambulanza all’interno dei confini della cittadina di Tremont. Se sorpresa, la donna può essere incolpata di ‘infrazione sessuale’ e “il suo nome verrà pubblicato sul giornale locale”. L’uomo non è incolpato e il suo nome non è rivelato. A Washington, D.C la sola posizione sessuale accettabile è la “posizione del missionario”. Qualsiasi altra posizione sessuale è considerata illegale. (fonte www.nemesi.net) Ma si arriva a degli assurdi che sono involontariamente comici nel loro stesso rigore. Per esempio in West Virginia un uomo può fare sesso con un animale solo se questo supera i 18 kg, e non ricordo più in quale stato era permesso, ma solo per donne, possedere un numero massimo di sette vibratori, mentre in un altro stato ancora due amanti durante l’amplesso non potevano sussurrarsi nemmeno all’orecchio parole volgari.

Ora, a parte che vorrei sapere come materialmente possano essere fatte rispettare leggi così assurde, la cosa che mi colpisce è quanto il legislatore abbia avuto bisogno o necessità di regolamentare un chiamiamolo ‘settore’ assolutamente privato dove, stante la consensualità degli adulti che lo praticano, dovrebbe invece vigere la libertà assoluta, la possibilità che le persone possano liberamente esprimersi l’uno con l’altra. La sessualità, scelta esclusiva personale, e più in generale le scelte affettive, dovrebbero essere demandate esclusivamente al singolo. E invece, nel campo più generale dell’amore, ci troviamo di fronte ad estremi come quello dell’iperlegiferazione americana. Mi viene in mente la domanda e la risposta (scusate l’autocitazione!) che diedi nell’intervista fattami dalla collega Carla Sale Musio riguardo appunto la libertà nell’amore. Mi si chiedeva se credevo che l’amore potesse esser normale e la risposta fu: l’amore è la dimensione dell’uomo nel quale l’essere normale ha, forse, meno senso. Data la sua scelta esclusivamente personale, non ha senso, credo parlare di normalità o anormalità,  fatto salvo, ovviamente, il rispetto per l’altro. Invece dobbiamo scontrarci ogni giorno con ‘esperti’ che pretendono di tracciare una demarcazioni tra ciò che in amore è normale e ciò che invece non lo è. L’amore è uno dei contesti più anormali e potenzialmente rivoluzionari nella vita ed è per questo che, e non è un caso, la spinta normalizzatrice è stata più forte durante tutta la storia dell’uomo con giustificazioni religiose, dogmi sociali, riprovazione  e così via. E sono, questi, aspetti che hanno pesato e che tuttora gravano tanto nelle scelte di vita delle persone.

Credo fermamente in quello che risposi in quell’occasione. Gli esempi ai quali vi ho appena accennato mi sembrano si possano ricondurre a questo, nient’altro che una sciocca regolamentazione di quello che è uno degli aspetti più liberi della persona umana. L’intento è quello di  regolamentare e disciplinare un settore nel quale le regole valgono molto poco. Naturalmente, lo ribadisco, la libertà vale ed è massima solo nel rispetto delle persone coinvolte.

Rubo la battuta alla già citata dottoressa Carla Sale Musio: il cuore non è normale. Credo sia assolutamente vero. Su quanto cerchino di essere normalizzatrici le spinte del legislatore, invece, ci sarebbe ancora molto da discutere.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Siamo ciò che diciamo…

Siamo ciò che diciamo...Il post di oggi riguarda un aspetto che spesso sottolineo all’interno dei miei articoli: l’importanza di quello che diciamo. Il linguaggio costituisce uno degli aspetti più importanti e probabilmente più sottovalutati della nostra realtà quotidiana. Credo sempre più fermamente che noi non ci limitiamo a usare le parole per descrivere la nostra realtà, ma che la nostra realtà sia costruita a partire da quello che noi diciamo. Insomma l’importanza del linguaggio non è un aspetto secondario ma è il modo con cui noi costruiamo la nostra stessa realtà.

A questo proposito ho trovato una testimonianza interessante nell’articolo del famoso scrittore Roberto Saviano che sulla versione on line del quotidiano La Repubblica (11.05.13) si occupa del tema indirettamente parlando della crescente arroganza o scortesia a cui assistiamo nel linguaggio corrente, sui social network o su internet in generale. Vi riporto il brano che ha attirato la mia attenzione:

L’educazione nel web, anzi l’educazione al web, sta ancora nascendo. Scegliere di usare un linguaggio piuttosto che un altro è fondamentale. Ogni contesto ha il suo linguaggio e quello dei social network per quanto diretto non è affatto colloquiale. Si nutre della finzione di parlare in confidenza a quattro amici,  –  il che giustificherebbe ogni maldicenza, ogni cattiveria  –  ma in realtà tutto quello che si dice è moltiplicato immediatamente all’infinito, ed è quindi il più pubblico dei discorsi. Non si tratta di essere ipocriti o politicamente corretti (espressione insopportabile per esprimere invece un concetto colmo di dignità), ma di comprendere che usare un linguaggio disciplinato, non aggressivo, costruisce un modo di stare al mondo. I linguisti Edward Sapir e Benjamin Whorf hanno teorizzato la relatività linguistica secondo cui le forme del linguaggio modificano, permeano, plasmano le forme del pensiero. Il modo in cui parlo, le cose che dico, e soprattutto come le dico, le parole che uso, renderanno il mondo in cui vivo in tutto simile a quello connesso alle mie parole. Se uso (non se conosco, ma proprio se uso) cento parole, il mio mondo si ridurrà a quelle cento parole. Noi siamo ciò che diciamo. Quindi il turpiloquio, l’insulto o l’aggressività costruiscono non una società più sincera ma una società peggiore. Sicuramente una società più violenta. I commenti biliosi degli utenti di Facebook e Twitter portano solo bile e veleno nelle vite di chi scrive e di chi legge. Purtroppo questa entropia del linguaggio sta contagiando anche la comunicazione politica, sempre all’inseguimento della grande semplificazione, della chiacchiera divertente e leggera, della battuta risolutiva. Spesso parole in libertà, senza riflessione, gaffe continue alle quali bisogna porre rimedio. La verità è che se ripeti in pubblico le fesserie dette in privato non sei onesto e gli altri ipocriti, sei semplicemente maleducato e in molti casi irresponsabile.

Mi sono già occupato del tema sull’uso dell’insulto o dell’aggressività sui social network (vedi per esempio Perché siamo così aggressivi su internet? ), e sono dunque d’accordo sull’analisi che fa Saviano rispetto al fatto che se una persona comunica le proprie idee in maniera maleducata non sia sincera ma solo, in ultima analisi, profondamente scortese. Il passo in più che intendo aggiungere riguarda il fatto che usando il turpiloquio, e considerando la premessa fatta circa l’idea che il linguaggio che utilizziamo ci costruisca, io svilisco anche me stesso, insulto anche il mio mondo e faccio si che quello che risalti nel mio modo di avvicinare le cose sia essenzialmente il turpiloquio o l’insulto. Questo modo di approcciare le cose porta a credere che un linguaggio scurrile o le offese siano i soli modi con i quali io posso comunicare con gli altri.

Ecco, credo sia un’aspetto sul quale portare maggiormente attenzione per evitare che diventi un automatismo pensare che questo sia il solo modo di comunicare le proprie idee. Se il nostro linguaggio costruisce la nostra realtà, essere più attenti e interessati a ciò che diciamo non potrà che migliorare la costruzione del nostro stesso mondo. Un mondo nel quale magari maleducazione non sarà sinonimo di sincerità.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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C.R.A.Z.Y.

C.R.A.Z.Y.Il film che voglio raccontarvi oggi, come al solito spunto di riflessioni, in questo caso sulla famiglia si intitola C.R.A.Z.Y. del regista Jean-Marc Vallée (2006). Il titolo è un gioco di parole tra le iniziale dei 5 figli della famiglia e la parola crazy (pazzo). Il film narra la storia della famiglia Beaulieu, una famiglia composta da due genitori e cinque figli maschi. Il protagonista tra loro è Zachary un ragazzo che si scontra non sol con la sua identità sessuale ma anche e soprattutto con l’omofobia del padre. Il regista è molto attento ad evidenziare i passaggi che portano sempre più in alto lo scontro tra Zachary e il padre. Fin dalle prime battute si intuisce la caratteristica di Zachary quando, con la madre che ha appena avuto il quinto figlio maschio, desidera spingere il passeggino del fratello. Il padre da subito si oppone alla manifestazione di questi comportamenti e, da bravo intollerante, deve attribuire all’esterno la causa di quello che non comprende, non gli piace e giudica sbagliato. La moglie è il bersaglio perfetto per questo tipo di critica e continua a rinfacciarle che se il figlio è così deve pur essere colpa di qualcuno e che la colpa, in buona sostanza, è sua. Si intravede però, in tutto il film l’incapacità del padre di confrontarsi con questo tipo di realtà.

In questo gioco delle parti,come spesso accade, la madre sembra molto più comprensiva ed asseconda i desideri del figlio cercandone di capire la motivazione piuttosto che giudicando e proibendo. In diverse scene viene sottolineato questo aspetto. Appena il padre va via di casa per lavoro la madre permette al figlio di fare cose che in presenza del padre gli sono proibite. In una famiglia questa polarizzazione tra un genitore altamente permissivo e uno altamente punito non è da considerare una buona strategia perché potrebbe disorientare il figlio tra continui permessi e negazioni. Potrebbe poi, implicitamente, dare un grande potere al figlio che, inserendosi tra dinamiche di coppia (mamma me lo concede, papà no, posso rendere evidente questo aspetto e indurli a litigare!) può portare a fratture o incomprensioni tra i due genitori.

Tornando al film la descrizione della situazione in casa è fatta con una sottile ironia che rende il film molto godibile. In una scena Zachary piccolo sente, durante i litigi tra il padre e la madre che il padre continua a ripetere che è colpa sua se il figlio è ‘moscio’. In seguito vedremo Zachary , inginocchiato ai piedi del letto della sua camera che prega Dio di non farlo essere moscio. Il film prosegue con la descrizione della crescita del ragazzo attorniato da questa paura e dall’ansia che questo gli mette. Soffre infatti, di enuresi notturna, fatto che testimonia inequivocabilmente che Zachary si porta dietro qualche ansia, mal’unica sua preoccupazione, fatta sua da quello che sente spesso dire al padre, è la paura di cosa potrebbero pensare gli altri se lo venissero a sapere. L’adolescenza porta la ribellione nei confronti del padre e le prime risse con i suoi coetanei. La figura del padre è goffamente ridicola nell’ondeggiare tra le somiglianze con lui (quando il figlio si picchia, attività ‘maschile’) oppure le somiglianze con la madre (quando fa qualcosa che non rientra tra i canoni maschili del padre). L’ambivalenza tra l’accettazione di alcuni aspetti e il rifiuto di altri, testimonia,più che la diversità di Zachary, l’incapacità del genitore di accettare la cosa e di poterla ricomprendere tra le cose accettabili. Nella famiglia, su questo, manca completamente il dialogo e tutto sembra passare per non detti, per allusioni di cui non si può mai esplicitare nulla.

Fondamentalmente un bel film che permette di cogliere l’impossibilità di crescere senza dialogo. Come al solito, se doveste vederlo, o l’aveste già visto, fatemi sapere che ne pensate.

A presto…
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Nato in mesi invernali? Rischi la depressione…

Nato in mesi invernali Rischi la depressione...Il post di oggi è legato ad un articolo comparso qualche tempo fa sul Corriere della Sera. Riporta i risultati di uno studio pubblicato su Psychiatry Research dall’Università di Bologna, condotto su 870 ragazzi e 653 ragazze con età compresa fra 10 e 17 anni che porterebbe alla considerazione del fatto che ci sarebbe un maggior rischio di depressione legato alla fotoperiodicità luminosa particolarmente corta della stagione invernale a seconda dei mesi in cui si è venuti alla luce. Lo studio riporta i punteggi della scala GSS (acronimo di Gobal Seasonality Score, scala di stagionalità globale) che segna una correlazione tra i mesi di nascita e la propensione dell’individuo a cader nella depressione. Lo studio sarebbe particolarmente’sfavorevole’ per le ragazze che sembrerebbero più soggette a cadere in questo tipo di problematiche. Chi fosse interessato ai test che sono stati utilizzati all’interno dello studio può leggerne i nomi nell’articolo.

La cosa che colpisce leggendo, o almeno che ha colpito me, è la continua lotta che l’uomo cerca di fare per riuscire a trovare una correlazione tra fattori, esogeni ed endogeni, per cercare di spiegare un aspetto che forse caratterizza l’uomo dalla sua comparsa sul pianeta. D’altronde, se dovessimo dare per scontato, in accordo con la teoria evoluzionistica darwiniana, che noi si stia evolvendo, migliorando, allora dovremmo anche ipotizzare che la depressione abbia un significato in senso evolutivo se, con tutte le migliorie che hanno caratterizzato la nostra storia, questa è rimasta come una compagna fedele nel cammino dell’uomo.

Eppure continuiamo la ricerca di un perché universale, di un fattore generale che possa spiegare i ‘fattori di rischio’ che caratterizzano alcuni rispetto ad altri circa il rischio di essere colpiti da quella che viene considerata a tutti gli effetti una malattia ma che, a diversi livelli, caratterizza parte della vita di noi tutti. Detto da una persona nata in pieno inverno (26 Gennaio): credo sia una semplificazione eccessiva considerare la data di nascita come un fattore pro o contro la comparsa della depressione. Credo giochino un ruolo rilevante fattori che difficilmente possono essere misurati e valutati statisticamente come la propria storia personale, le proprie radici, le proprie relazioni e la propria sensibilità, fattori che, se considerati renderebbero lo studio impossibile da vagliare per la mole di variabili intervenienti che potrebbero influenzare i risultati. Colpisce come nello studio non venga preso minimamente in considerazione il peso che le persone hanno sulle vicende del ‘nascituro invernale’, come se un bambino nascesse da solo e fosse solo la fotoperiodicità ad influenzare la sua propensione alla depressione. Qualcuno ha valutato le conseguenze della fotoperiodicità sulle figure adulte significative per un bambino al momento della nascita? Insomma l’evidente semplificazione non può che far riflettere sull’utilizzabilità di questo tipo di scoperte che, seppur condotte con metodi scientifici, non si capisce che tipo di utilità abbiano nell’affrontare una realtà complessa come quella depressiva. 

Comunque, per chi fosse interessato, eccovi il link: http://www.corriere.it/salute/12_marzo_14/oroscopo-depressione-peccarisi_99191c06-6c54-11e1-bd93-2c78bee53b56.shtml 

L’articolo è firmato da Cesare Peccarisi.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Omogenitorialità (3)

Omogenitorialità (3)Ancora una volta ci troviamo, perciò, a dover sfatare un mito che è basato più su antichi preconcetti, o su altre posizioni, che legato a fatti concreti. Gli studi dimostrano che non esiste differenza tra i bambini cresciuti in diversi tipi di famiglie. In questo senso anzi tali dati evidenziano inoltre come crescere con due genitori dello stesso sesso non sia un fattore di rischio di per sé ma addirittura possa rappresentare un punto di forza. [1] Il possibile punto di forza sarebbe, indubbiamente, l’elasticità mentale. Cresciuti in un contesto ‘nuovo’ o comunque spesso non considerato come tradizionale soprattutto in alcuni paesi del mondo, i bambini cresciuti all’interno di famiglie omogenitoriali si trovano, fin da piccolissimi, a dover fare i conti col ‘diverso’ e per questo si allenano ad elaborare strategie che li renderanno più facilmente adattabili nella loro vita adulta.

Naturalmente, c’è un altro lato della medaglia che deve necessariamente essere considerato. Le famiglie omogenitoriali si trovano spesso a dover vivere in un contesto che non solo non le accetta ma le ostracizza come qualcosa di diverso e di strano. Questo fa si che la famiglia si trovi a dover vivere in un contesto più povero socialmente e, se non ha provveduto a crearsi un contesto sociale di supporto, rende problematica o solitaria la vita di queste famiglie. Tutto questo alla lunga può avere ripercussioni sulla vita della famiglia stessa quando, dal momento che risulta difficile condividere le proprie tematiche familiari con altri, si possono innescare situazioni conflittuali tra i genitori che alla lunga possono sfociare in situazioni di disagio. La necessità di un supporto sociale più ampio è il motivo per cui spesso, dall’esterno, le comunità omosessuali sembrano dei mondi a parte, come se fossero separate da un contesto sociale più ampio. E’ chiaro, invece, che se il contesto sociale fosse accettante e non giudicante si aprirebbero più possibilità di relazione tra diversi tipi di famiglie cosa che non sembra accadere quando il contesto sociale più ampio è, come detto, non accettante o giudicante.

Insomma la differenza, alla lunga, è fatta da tutti noi. Nel momento in cui questa realtà sarà vista semplicemente con una variante possibile della vita familiare, e non come un contesto potenzialmente pericoloso per far crescere un bambino, cambierà la percezione stessa della realtà e non verrà più avvertita come una scelta destabilizzante per la società. Mi rendo conto come questo cambio di prospettiva non sia per niente immediato o facile perché comporta la ristrutturazione di ciò che fino ad adesso è stato definito come famiglia. Ma, a mio avviso, è necessario iniziare a sfatare tutti quei falsi miti e quelle false immagini che rendono il confronto tra realtà diverse apparentemente impossibile. Molti di quelli che consideriamo passi avanti ed evoluzioni del nostro mondo sono stati ridicolizzati e derisi, ed ora sono consideriamo elementi irrinunciabili e fondamentali della nostra società. Pensate semplicemente a quello che si diceva della possibilità di concedere la possibilità di voto alle donne. Concedere loro il voto avrebbe portato alla fine della nostra società. Non mi sembra che niente di tutto questo sia avvenuto e anzi, la possibilità che le donne votino ha contribuito all’avanzamento dell’intera società.

Quando a guidarci è il pregiudizio l’unica strada percorribile è la chiusura. Un senso unico che porta al giudizio e all’esclusione. E’ necessario screditare tutto questo, cercando di passare dal giudizio alla comprensione. E il primo passo verso la comprensione è quello di guardare le cose per ciò che sono non facendosi guidare dal preconcetto o dalla paura che esse suscitano in noi. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

[1] Chiari, C., Borghi, L. (2009), Psicologia dell’omosessualità, Carocci, Roma, pag. 28

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Omogenitorialità (2)

Omogenitorialità (2)La differenza allora può risiedere in quei due semplici termini: processi e strutture. Più che una questione di mere strutture la genitorialità sarebbe una questione di processi. Quale potrebbero essere le differenze tra i due termini? Non stiamo parlando di una differenza di valore (una è meglio dell’altra) quanto di una differenza di organizzazione: il termine struttura rimanda a qualcosa di statico, di immobile, qualcosa legato più al ruolo, il termine processuale ha a che fare con qualcosa in divenire, in costruzione, più legato alla funzione piuttosto che al ruolo. Un esempio renderà il discorso più concreto. Poniamo il caso di una donna sposata, con figli che improvvisamente rimane vedova. La funzione genitoriale strutturale vorrebbe che lei facesse da madre e non potesse in nessun caso fare le veci del genitore mancante. Nella realtà, invece, succede spesso che un genitore si accolli anche la funzione del genitore mancante, che si accolli l’intero processo della vita familiare. Che poi ci si riesca o no è un altro discorso. Quello che vorrei qui rimarcare riguarda la fluidità dei processi che ha a che fare con diverse situazioni che, nel corso della vita, possono portare alla ridefinizione delle funzioni in seno alla famiglia. Questa fluidità fa parte di tutte le famiglie, fa parte del naturale processo di cambiamento insito nella vita stessa. E’ la capacità di adattamento alle mutate condizioni che fa la differenza. E’ il processo, dunque, a fare una buona genitorialità, non la struttura.

Un altro dubbio che spesso nasce nel caso specifico dell’omogenitorialità riguarda invece la possibile differenza tra lo sviluppo dei bimbi cresciuto in una famiglia eterosessuale e i bambini cresciuti in una famiglia omosessuale. Anche in questo caso, a discredito delle tesi contrarie, possono essere riportati i risultati ottenuti in vari studi condotti sull’argomento.  

Gli studi che hanno messo a confronto sia il funzionamento genitoriale sia il benessere dei bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali e in famiglie eterosessuali (…) evidenziano stili di funzionamento appropriati indipendentemente dalle diverse tipologie di composizione familiare. Nel caso specifico delle famiglie con coppia omosessuale, l’interesse dei ricercatori è volto a esplorare se e come l’orientamento sessuale di uno o entrambi i genitori possa influire su alcune variabili importanti per la crescita dei minori quali: lo sviluppo dell’identità sessuale e dell’identità di genere (identificazione di sé come maschio o femmina), l’interiorizzazione dei ruoli di genere (le aspettative circa come comportarsi in quanto uomini o donne) e dell’orientamento sessuale; l’adattamento emotivo e comportamentale; le relazioni sociali e, infine, il funzionamento cognitivo. A questo proposito le ricerche hanno trovato che i bambini cresciuti con genitori omosessuali presentano le stesse caratteristiche di bambini di età analoga cresciuti con genitori eterosessuali; condividono cioè con i loro coetanei le stesse probabilità di sviluppare un orientamento omo o eterodiretto: identificarsi con maschi o femmine, comportarsi coerentemente con il proprio genere percepito, avere un adeguato funzionamento cognitivo e sviluppare funzionali processi di sviluppo emotivo, sociale e comportamentale[1] 

Per una bibliografia completa vi rimando al testo citato. Citare singolarmente tutti i riferimenti avrebbe a mio avviso reso il testo poco scorrevole. 

– Continua –

[1] Chiari, C., Borghi, L. (2009), Psicologia dell’omosessualità, Carocci, Roma, pp. 110-111

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Omogenitorialità (1)

Omogenitorialità (1)Il post di oggi è dedicato ad uno di quei temi che sembra suscitare sempre perplessità e discussione ma che, se si ha la voglia di interrogarsi e di porsi delle domande, rimane un argomento per il quale il confronto sembra alimentato più da pregiudizi che da dati oggettivi. Oggi voglio provare con voi ad esplicitare questi dati oggettivi, far parlare loro piuttosto che il pregiudizio. L’argomento è: può un bambino che cresce con genitori dello stesso sesso crescere ‘bene’? Stiamo parlando di omogenitorialità, un aspetto della società che sta iniziando a prendere piede, stante la totale mancanza di legislazione da parte dello Stato. Nonostante questo vuoto normativo, nelle ragioni del quale non entreremo, si diffondono sempre più famiglie che sono lo specchio dei tempi nei quali volenti o nolenti viviamo, una società nella quale la famiglia è ben lontana dallo stereotipo che continuano ripetutamente a propinarci, padre madre figlio maschio e figlia femmina, quando la realtà parla di famiglie ricostituite, famiglie allargate, famiglie monogenitoriali, famiglie adottive ecc. Eppure, quando si tratta di affrontare il tema della genitorialità, ci si domanda se una coppia di genitori dello stesso sesso sia adatta a crescere un bambino. Mai che questi dubbi sfiorino le migliaia di famiglie eterosessuali nelle quali ai genitori, per il solo fatto di essere genitori biologici del bambino, credo non venga mai domandato se siano o meno adatti a crescere il loro figlio. E sarebbero migliaia gli esempi che testimonierebbero dell’incapacità di genitori eterosessuali di svolgere le funzioni genitoriali.

Qual è allora la paura più grande rispetto alle famiglie omogenitoriali? Diciamo che il dubbio più grande riguarda il fatto che un figlio (o una figlia naturalmente) cresciuti all’interno di una famiglia con genitori dello stesso sesso, non favorisca l’identificazione nel bimbo col genitore dello stesso sesso e possa farlo crescere in maniera non adeguata. Il dubbio tradotto in termini pratici è che da coppie omosessuali possano ‘svilupparsi’ figli omosessuali. Se questa teoria fosse vera, non si capirebbe come possano nascere figli omosessuali in coppie etero. Lo sviluppo dell’identità di genere è qualcosa di ben più complesso di genitori etero=figli etero e viceversa. E’ uno sviluppo che coinvolge la formazione dell’identità dell’individuo, che ha come figure di identificazione non solamente i suoi genitori ma anche altri significativi per il bambino stessoSarebbe riduttivo pensare che il bimbo sia emanazione dei soli genitori vivendo la famiglia stessa in un contesto sociale più ampio.

Un altro punto dolente dell’argomento ha a che fare col rapporto che genitori omosessuali hanno coi loro figli. La posizione più comune è quella di coloro che non vogliono la possibilità per coppie omosessuali di adottare dei bambini. Ma come ci si dovrebbe comportare con i figli naturali? Mi spiego meglio: una donna ha dei figli con un uomo, suo marito. Dopo alcuni anni di matrimonio la coppia ha problemi. Si separano e la donna va a convivere con quella che diventa a tutti gli effetti la sua compagna. Quale sarebbe la posizione di coloro che non possono tollerare l’idea dell’omogenitorialità? Si dovrebbero portare via i figli alla donna? Affidarli al padre? O comunque bisognerebbe garantire il legame col genitore biologico per quanto abbia uno stile di vita ostracizzato a livello legislativo? E’ una questione che non sembra mai interessare coloro che si occupano di questo argomento. Credo che una delle prime cose che dovremmo fare a questo punto è quello di cercare di ridefinire il concetto stesso di genitorialità. Stante tutte le molteplici forme attraverso cui si può organizzare una famiglia, che cosa rende due persone due genitori? Vi riporto il passaggio di un testo per me molto esplicativo sulla questione: in questo senso il concetto stesso di genitorialità viene ridefinito. La funzione genitoriale non può più essere riduttivamente ricondotta ai legami di sangue (cosa che non si riscontra nelle famiglie con figli adottivi), alla presenza di entrambi i genitori (cosa che non pertiene nelle famiglie monogenitoriali) o alla presenza di un unico nucleo accudente (cosa che non avviene, ad esempio, nelle famiglie ricomposte). Una genitorialità funzionale basata sui processi più che sulle strutture, allora, dipende dalla capacità dei genitori di proteggere i figli in modo stimolante, insegnare loro il limite senza soverchiare, favorire l’autonomia nell’interdipendenza e affrontare i conflitti in modo cooperativo (Fruggeri, 2005). [1]

– Continua –

[1] Chiari, C., Borghi, L. (2009), Psicologia dell’omosessualità, Carocci, Roma, pag. 110

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La ricetta della felicità sta nell’agire?

La ricetta della felicità sta nell'agireNel post di oggi vorrei segnalarvi un articolo di Repubblica nel quale si riportano i risultati di diversi studi circa la ricetta giusta per la felicità. Ovviamente non si parla di un metodo per trovare la felicità quanto sulla possibilità che muoversi, darsi da fare, possa avere delle implicazioni circa la propria percezione di essere felici. Sarebbe una sorta di capovolgimento rispetto all’idea che basti pensare positivo per essere tali! Nell’articolo si accennano a diversi studi compiuti da diversi psicologi, che cercarono di tracciare quali potevano essere le caratteristiche personali che potevano far si che una persona realizzasse i suoi obiettivi (e fosse, per questo, felice). I diversi studi che vengono riportati andrebbero verso una direzione comune: bisognerebbe agire per raggiungere dei risultati percepiti come positivi. Probabilmente la possibilità di agire ha a che fare con il sentirsi attivi e non in balìa di evenienze sulle quali non possiamo fare nulla e che ci fanno sentire impotenti. Credo che più che una questione di agire, sia una questione di riuscire ad accompagnare testa e azione. Che senso avrebbe sennò agire senza che il pensiero accompagni quello che stiamo facendo? Il fatto di sentirsi in grado di muoversi e di raggiungere gli obietti che ci si è prefissati non può che far stare bene, anche solo per il fatto di non farci percepire l’immobilità rispetto ad un obiettivo che ci sta a cuore. Risulta, forse, precipitosa una distinzione tra pensare ed agire, dal momento che ognuna si riverbera nell’altra. Se agiamo e otteniamo risultati, stiamo meglio e questo rinforza il nostro muoverci. Se, viceversa, agiamo e non otteniamo nulla, stiamo male e forse non  più propensi a muoverci. 

All’interno dell’articolo del quale vi ho postato il link, si trova anche il collegamento con un altro articolo, sempre di Repubblica, che fa il punto su quali caratteristiche debba avere un piano per cercare di conquistare ciò che ci si è prefissi nella vita. Le caratteristiche sarebbero:

  1. concretezza (scegliere obiettivi che si è in grado di raggiungere),
  2. convinzione di farcela (se siamo i primi a non credere di potercela fare come si può sperare di centrare l’obiettivo?),
  3. realizzare un desiderio alla volta (cercando di capire quali sono le priorità o gli obiettivi più facilmente raggiungibili),
  4. non porre obiettivi lontani nel tempo (cercando di prefissare anche un ragionevole limite temporale per l’ottenimento di ciò che si vuole),
  5. trovare la giusta motivazione (naturalmente per cercare di ottenere ciò che vogliamo dovremo essere motivati ad ottenerlo!),
  6. organizzare le giornate ( di modo che l’obiettivo sia in parte strutturato in un tempo che permetta anche la pianificazione stessa del suo raggiungimento),
  7. l’ottimismo (ovvero la capacità di non lasciarsi abbattere dalle difficoltà che necessariamente si incontrano),
  8. non pensare al presente (cercare, cioè, di non fare un raffronto con la propria attuale realtà che può essere demotivante). Credo che questo elenco sia interessante soprattutto per la possibilità di dare una risposta concreta su come affrontare ed organizzare il ‘muoversi’. Non so se sia la ricetta della felicità. Probabilmente è solo la ricetta di una migliore organizzazione, pratica e cognitiva, sul come cercare di affrontare dei problemi.

Eccovi il link dell’articolo:

http://www.repubblica.it/scienze/2012/07/05/news/per_la_felicit_non_basta_pensare_positivo_servono_azioni_e_comportamenti_vincenti-38498506/?ref=HRERO-1

L’articolo è di Valeria Pini.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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