La paura

pauraQual è l’emozione tra tutte più temuta? Molti di noi a questa domanda risponderebbero quasi sicuramente la paura, forse tra tutte la più vituperata. La paura è essenzialmente l’emozione che si attiva quando sentiamo di essere in pericolo. Il pericolo può essere reale o immaginato: la differenza non è importante a livello di attivazione perché anche un pericolo immaginato può avviare una serie di reazioni, sia fisiche che psicologiche, molto importanti. La paura è un meccanismo atavico, antico quanto condiviso tra specie diverse, portato avanti nella catena evolutiva come meccanismo indispensabile alla vita stessa perché, proprio la sua attivazione, permette all’individuo di salvarsi dai pericoli che incombono. E, come accennavamo, la paura è anche una delle emozioni più detestate perché associata all’ansia, al senso incombente di minaccia e di pericolo. A livello fisico tra le manifestazioni che possono segnalare la presenza in noi di paura sono:

  • aumento della percezione di pericolo;
  • aumento del battito cardiaco;
  • aumento della sudorazione;
  • maggiore attivazione di funzioni fisiche e intellettive;
  • aumento dei livelli di adrenalina;
  • fuga.

I sintomi della paura non si esauriscono in questa lista e, spesso, ognuno di noi riesce a declinare la paura con un proprio comportamento personale. Ci sono persone che si agitano visibilmente, altre diventano apatiche rasentando l’immobilismo. Possiamo dire che uno dei due ha più paura dell’altro? No, possiamo solamente dire che lo esprimono in maniera differente. Una delle reazioni più comuni ad emozioni così intense è quella di evitamento: sfuggire quell’emozione, cercare di farla andare via, non pensarci o distrarci, è una della cose che più spesso facciamo per cercare di superare la paura. Questa strategia è funzionale solo sul breve periodo, perché ci consente di non affrontare la paura in un dato momento ma non ci da indicazioni su cosa l’abbia causata. Se, per esempio, ci incute timore il fatto di parlare in pubblico, per superare la paura metteremo in atto una serie di strategie che ci consentano di affrontarla (mi vestirò in un modo che mi faccia sentire bene, farò una presentazione che riduca la possibilità di fare errori, ecc) ma, passata quell’occasione, magari non rifletterò più sul perché parlare in pubblico mi dia questo tipo di emozione. Non avrò fatto mia l’emozione accogliendola e facendola diventare parte del mio vissuto. Questa attenzione è molto difficile perché prevede un riconoscimento e un accoglimento dell’emozione. Non mi focalizzo sul singolo atto che mi provoca quell’emozione (il parlare in pubblico), ma cerco di capire cosa sia quell’emozione per me. 

La nostra esperienza ci dice che la più grande barriera al riprendersi dalle esperienze di abbandono e deprivazione non sono il dolore e il dispiacere, ma la paura e la lotta contro il dolore. Dentro di noi abbiamo infinite risorse per affrontare la perdita e la frustrazione, ma questo è difficile se non comprendiamo cosa sta succedendo e perché sta succedendo. Questa mancanza di comprensione e consapevolezza provoca la paura. Inoltre nessuno ci ha mai insegnato che il dolore ha un valore. Non abbiamo imparato che possiamo maturare solo permettendo al dolore di essere parte integrante della nostra vita. Attraverso il dolore cresciamo, ma di solito lo combattiamo anziché accoglierlo e la lotta lo fa diventare una sofferenza che si trascina più a lungo di quanto invece durerebbe se fosse accettato, sentito e lasciato fluire attraverso di noi.

Se smettiamo di resistere e riconosciamo che ciò che accade è parte di un inevitabile viaggio dentro l’anima, allora possiamo rilassarci.

Un aspetto di questa comprensione è il semplice fatto che l’amore comporta la perdita: ciò è parte dell’esperienza dell’amore. Se apriamo il nostro cuore, molte volte verrà ferito. Se siamo vicini a qualcuno, sentiremo spesso dei piccoli abbandoni. E quanto più siamo intimi con questa persona, tanto più intense saranno le emozioni.

Quando stiamo per tanto tempo lontani l’uno dall’altro attraversiamo sempre momenti in cui sentiamo intensamente la mancanza dell’altro.

Un’altra comprensione è che le esperienze di deprivazione e abbandono aprono spazi nascosti nell’inconscio che possono guarire appunto solo se vengono aperti. Il terrore e il dolore dell’abbandono che abbiamo sperimentato da bambini giacciono addormentati dentro di noi e vengono stimolati solo quando esperienze simili accadono nella nostra vita attuale. Non guariranno se non vengono aperti e sentiti. E infine, la sensazione di paura e di dolore passeranno solo se ci permetteremo di sentirle senza opporvi resistenza. Allora la confusione e lo choc, la collera e il risentimento, il dolore e l’angoscia si calmeranno. Accogliendo la deprivazione e l’abbandono ci apriamo a una profonda pace interiore. La maggior parte della lotta con la vita è dovuta proprio al nostro resistere alle emozione connesse col sentirci soli e indifesi. [1] 

La paura insomma, come le altre emozioni, non andrebbe espulsa dalle nostre esperienze ne evitata. Per quanto possa apparirci difficile, andrebbe accolta e sentita come parte integrante della nostra esperienza di vita. Solo così potremmo non solo ricomprenderla in noi ma anche depotenziare quegli effetti che percepiamo spesso come problematici. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

 

Sullo stesso tema leggi anche:

LA PAURA DI AVER PAURA

[1] Trobe, T., Trobe Demant G. (2008), Fiducia e sfiducia, Feltrinelli, Milano, pp. 116-117

 

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L’ascolto recettivo

ascoltare le emozioniCapita che le persone che mi chiedono che lavoro faccio abbiano molte curiosità su come si svolge il lavoro. Da questa curiosità fioccano moltissime domande alcune delle quali ricorrenti. Una delle curiosità riguarda l’uso del lettino: ho il lettino in studio? I miei pazienti si sdraiano sul lettino e iniziano a raccontare le loro cose? Altra curiosità ricorrente è il modo in cui si parla: sono uno di quegli psicologi che non dicono nulla per tutta la durata della seduta oppure uno di quelli che fa molte domande? Che genere di domande faccio? Le mie domande possono riguardare anche i genitori del mio paziente? E ancora: la ‘colpa’ dei problemi dei figli può essere imputata più alla mamma o al papà?

Nella rassegna degli stereotipi non può mai mancare la battuta sul fatto che faccio un lavoro molto facile dal momento che devo fare ‘una chiacchierata’ con un’altra persona. Non entrando neanche nel merito sul fatto che mi limiti a fare ‘una chiacchierata’ con i miei pazienti, mi colpisce, invece, un altro punto che è legato all’idea di ciò che succede in seduta. In seduta, questa è l’immagine che hanno molti, quello che avviene è che si parli.

Le persone vengono da me per parlare dei loro problemi, per parlare delle loro relazioni, per parlare dei loro figli. Per parlare della loro Vita. Io, a mia volta, parlo con loro di quello che mi portano e cerco di comprendere e restituire loro una visione spesso diversa da quella con la quale vengono. Naturalmente tutto questo è vero. Ma solo in parte.

Durante una seduta capita qualcosa che non sempre viene notato dal momento che non fa rumore: si ascolta.

Si ascolta l’altro, la persona che ci ha cercato e che sente di avere il bisogno di un confronto, si ascoltano le sue storie, si ascoltano le sue gioie, le sue paure, le sua ansie, le sue emozioni, le sue angosce. Si ascolta il racconto che la persona da di se stesso. Se si riesce ad essere attenti, ascoltando l’altro ci si ascolta, si ascoltano le proprie emozioni, le proprie risonanze, le proprie ansie, le proprie paure, le proprie gioie, le proprie impotenze e le proprie forze, le proprie inadeguatezze e le proprie risorse.

Se si è ancora più attenti, si riesce a costruire la condivisione di queste storie, quella vera e propria magia che avviene in terapia. Se si è bravissimi nel prestare attenzione a come restituire all’altro, capita anche che si venga ascoltati, quando si cerca di dare una nuova luce, una nuova prospettiva alla storia che il nostri paziente ci ha appena raccontato. L’ascolto è la chiave di volta di ciò che succede in terapia.

Ascoltare non è sentire, ascoltare è prendere atto, partecipando di quello che viene condiviso. Non è facile, non è immediato, non è automatico. Altri fattori entrano in gioco nel disturbare questo ascolto: il giudizio spesso è l’elemento che porta lontano il cuore, che fa perdere il contatto con l’emozione che l’altro ha scelto di condividere con noi. La superficialità è nemica dell’ascolto, nel momento in cui ci mantiene lontani da un’autentica curiosità per quello che ci stanno dicendo. L’egoismo è profondamente divisore nella costruzione di questo contatto, perché ci fa concentrare più sulle nostre prospettive che su quelle dell’altro.

Il rimedio a questi aspetti è un ascolto partecipe, riflessivo e, come lo definisce Claudio Foti, recettivo:

Nell’ascolto recettivo l’ascoltatore si dispone a recepire con sensibilità ed intelligenza i dati, i problemi, i vissuti emotivi così come vengono espressi nella comunicazione del soggetto che chiede di essere ascoltato, senza attivare immediatamente interventi tesi a consolare, consigliare, giudicare, ammonire, interrogare o interpretare. Nell’ascolto recettivo sono chiamato a prendere atto e a tentare di condividere qualcosa che esiste o che è esistito indipendentemente dalla mia volontà, indipendentemente dal mio controllo. L’ascolto di sé e dell’altro, la consapevolezza di sé e della realtà implicano l’accettazione soprattutto delle informazioni, delle situazioni, delle emozioni meno piacevoli, meno previste, meno gratificanti. Ad ascoltare buone notizie dai nostri figli, a riconoscere sentimenti positivi ed armonici dentro noi stessi, a percepire riscontri emotivi favorevoli nel mondo circostante, sono capaci tutti! Il banco di prova delle potenzialità di contenimento e di cambiamento dell’ascolto e della consapevolezza è dato dal confronto con le informazioni, con le situazioni, con le emozioni più inattese, più frustranti, più dolorose

E dunque l’ascolto e la consapevolezza possono sprigionare la loro efficacia tanto più quanto prendono le distanze dalle aspettative del controllo onnipotente e prendono forza dalla capacità di accettare la realtà a trecentosessanta gradi in tutte le sue varianti e possibilità, positive o negative, piacevoli o spiacevoli. [1]
 
La prossima volta che pensate ad una psicoterapia, provate a prendete in considerazione, oltre il lettino e la ‘chiaccherata’ l’aspetto che, per quanto poco visibile, gioca un ruolo fondamentale nella riuscita della stessa: l’ascolto.
Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Foti, C. (2012), La mente abbraccia il cuore, Edizioni Gruppo Abele, Torino, pp. 52-55    

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La tanto agognata sanità mentale

folliaNella quotidianità del mio lavoro, capita spesso di parlare con persone che non si definiscono sane, che hanno paura di sentirsi e di essere considerate strane, non comuni, non a posto. ‘Sono sicuro che sono la persona più strana che ha sentito’, ‘Non saranno in tanti messi male come me’, ‘I miei racconti ti hanno spaventato?’ sono solo alcune delle frasi che sento ripetere. Tutto questo ha avuto come conseguenza l’interrogarmi sul perché del bisogno di questa categorizzazione. Cosa significa essere sani? Chi di noi può definirsi tale?  

Prima di affrontare questo tema, ho bisogno di una piccola premessa. Da una parte temiamo profondamente che i nostri comportamenti o le nostre emozioni non siano sane, che siano strane. Di contro, invece, ci troviamo in un contesto sociale che spinge, almeno apparentemente, a considerarci e a percepirci come unici e diversi l’uno dall’altro. Ci troviamo in una sorta di dilemma: da un lato la società incoraggia la nostra originalità, dall’altro noi stessi temiamo questa originalità e cerchiamo di non apparire come troppo diversi dagli altri, di non scostarci troppo dalla norma.

Andando a scavare più a fondo, si scopre che la presunta spinta sociale ad essere diversi, unici, in realtà non è così ben accetta e che, anzi, la società spinga al conformismo e alla stereotipia, ad una omologazione, soprattutto emotiva, sempre più ampia. L’unicità che viene accettata sembra, infatti, poter riguardare solo aspetti marginali della nostra vita, legati più che altro al consumismo. Mi viene in mente un fenomeno tipicamente contemporaneo. Le nostre auto, oggi considerate un’emanazione della persona che le possiede, possono essere personalizzate all’eccesso, di modo che nessun altro abbia una vettura uguale alla nostra. Sarà UNICA. In questo caso l’anticonvenzionalità viene incentivata e sviluppata. Ma di cosa stiamo parlando? Di prodotti. Di cose. Paradossalmente non possiamo godere dello status del quale possono godere le nostre auto.

Stavamo, però, parlando di sanità: perché ora stiamo parlando di unicità? Credo che le due cose siano strettamente legate e che la nostra paura di non essere sani, o che qualcuno possa giudicarci tali, derivi dalla pressione sociale ad essere omologati e ad essere simili. Il punto importante è che finiamo per credere a questa omologazione e che, di conseguenza, facciamo di tutto per non essere diversi, diventando in questo modo i nostri primi censori, giudici inflessibili che non accettano le nostre stesse unicità.

La paura di essere giudicati e di essere esclusi, parte dallo stesso giudizio e dalla stessa esclusione che noi perpetriamo nei confronti di noi stessi. Se ognuno di noi dovesse realmente coltivarsi, a discapito di quello che può essere l’interesse dominante, verrebbe bollato come strano, diverso, difforme, ribadendo come la nostra unicità possa essere applicata solo ai dettagli della nostra vita, non alla sua interezza. E sappiamo come questo marchio di stranezza, diversità, difformità serva ad escludere l’altro. Ma è un marchio che noi stessi ci premuriamo di coltivare, perché primi a non accettare parti di noi che definiamo strane, o ‘non sane’. E questo processo di esclusione, partito da noi, sembra ormai più automatico del processo inverso, quello inclusivo. Siamo noi ad avere difficoltà ad integrare questa parti di noi stessi e, spaventati da quello che sentiamo o proviamo, ne cerchiamo la legittimazione all’esterno, come se il fatto che quelle emozioni le sentano anche gli altri ci rassereni e ci faccia sentire più ‘normali e sani’ di quello che saremmo disposti a concedere a noi stessi

Come possono conciliarsi allora desiderio di unicità e paura di essere diversi? Semplicemente non possono. Non lo fanno. Si vive con il disagio, con la paura di non sapere aderire ai dettami principali. ‘Non pensare a te pensa ad essere socialmente accettato’ sembra essere una di queste leggi non scritte. E nel non pensare a se stessi troviamo tutta la non accettazione della propria vita emotiva, il non occuparsi del proprio sentire. Da questa mancanza di attenzione per  stessi deriva, in seguito, la mancanza di attenzione per quelle che sono le emozioni dell’altro, in un circolo vizioso continuo che si perpetua. 

Questa non accettazione delle proprie emozioni genera, alla lunga, una grande sofferenza e un grande disagio, perché comunichiamo a noi stessi la nostra incapacità ad accogliere e a supportare quella che è la nostra unicità, e il disagio psichico è, in quest’ottica, la conseguenza di un non sentire emotivo molto costoso da raggiungere, frutto di uno scarto tra un sentire giudicato inammissibile e un “non ascoltarsi” socialmente accettato.

Ed è questa distanza, dagli altri ma soprattutto da noi stessi, che può portare a sviluppare un malessere vero e proprio che non ci fa stare bene né con noi stessi né con gli altri. Spezzare questo circolo è possibile e penso dipenda dalla capacità di recuperare il nostro senso di unicità, nel senso più pieno del termine. Non mi riferisco a scelte egoistiche che prescindano dagli interessi degli altri quanto alla riscoperta delle proprie peculiarità, delle proprie passioni, delle proprie ragioni. Ed è necessario, in questo lavoro, partire da se stessi, da ciò che più si sente autenticamente proprio, riportando l’attenzione su quegli aspetti di sé che spesso vengono sacrificati sull’altare dell’accettazione.

L’insensibilità emotiva verso se stessi diventa causa di malessere e di disagio profondo. Solo riprendendo il contatto con la nostra realtà intima, recuperando l’amore per quella nostra parte originale che spesso tendiamo non solo a non mostrare agli altri ma anche e soprattutto a noi stessi, riconoscendola e legittimandola come nostra, riusciremo a smettere di chiedere se siamo sani, non avendo paura di essere bollati dall’esterno come malati o ‘strani’.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Il pensiero divergente e la creatività

pensiero (1)Il post di oggi ha a che fare con la creatività ma soprattutto con una delle sue componenti principali: la possibilità di avere e di utilizzare il pensiero divergente. Andiamo con ordine, cercando di illustrare in parole semplici cosa sia la creatività e che cosa si intenda con questo termine. Il termine creatività è un termine che indica qualcosa di familiare eppure, quando si cerca di darne una definizione più circostanziata, diventa un termine di difficile spiegazione, sfuggente e molto ambiguo. Wikipedia la definisce come l’arte o la capacità cognitiva della mente di creare e inventare. Considerando quanto è complicata la definizione, molti per specificarla, ma rendendola in realtà un concetto ancora più nebuloso, introducono concetti di capacità personali, cuore, realtà personale, ecc. Insomma cosa sia lo intuiamo tutti, definirlo è un altro discorso. La creatività è quella capacità, non solo umana, di inventare e di creare qualcosa dal nulla o partendo da elementi dati, utilizzandoli talvolta in maniera diversa rispetto a quello per cui sono stati inventati. Si può essere creativi in ogni ambito, è una capacità che si può affinare e incrementare. Anche se ci sono persone che dicono con forza di non essere per niente creative, credo sia solo perché poco abituate ad utilizzare e a mettere in gioco questa capacità. Mi piace immaginarla come un muscolo: l’esercizio e l’uso non possono fare altro che renderla più tonica ed elastica. Viceversa la volontà di non utilizzarla la rendono sempre più rigida e impossibilitata ad esprimersi.

All’interno della definizione di creatività gioca un ruolo fondamentale quello che è stato definito come pensiero divergente. Il termine pensiero divergente fu coniato da J.P.Guilford, psicologo statunitense, che propose di considerare la creatività come realtà basata su questo concetto. Il pensiero divergente è sostanzialmente legato alla capacità di ristrutturare i termini del problema o della realtà in un modo completamente nuovo e non previsto prima dagli elementi che avevamo a disposizione. L’espressione ‘pensiero’ non ha specificamente a che fare con un atto legato all’intelligenza quanto ad una capacità ristrutturattiva che, partendo dagli elementi dati, riesce a combinare questi elementi in una soluzione nuova. Ipotizzando l’esistenza di un pensiero divergente, l’autore teorizzò, però, anche l’esistenza di un pensiero convergente, caratterizzato da peculiarità opposte a quelle del pensiero divergente. Il pensiero convergente è infatti quel pensiero nel quale le persone immaginano soluzioni che si concentrino sulla via più facile o più immediata, o non riuscirebbero ad utilizzare in maniera alternativa gli elementi proposti. Questi due tipi di pensieri sarebbero alla base rispettivamente della creatività o dell’assenza di questa caratteristica. Sarebbe necessario quindi, come per l’allenamento di un muscolo, cercare di investire risorse e attenzioni sull’allenamento del pensiero divergente cercando di stimolare nuovi punti di vista e nuove possibilità riguardo a quello che è un problema dato.

Naturalmente, come vi ho già accennato, la creatività è qualcosa di più complesso che non ha a che fare semplicemente con il pensiero quanto con un insieme e con un intrico di pensieri ed emozioni. Un fattore ostacolante o facilitante può essere il contesto. Se, per esempio, il contesto è facilitante e permette l’esplorazione di soluzioni creative e nuove, la persona che queste soluzioni prova si sente agevolata nell’andare avanti e ricerca attivamente nuove prospettive e nuove possibilità. Se invece il contesto è frenante rispetto a soluzioni creative e tende all’omologazione, necessariamente castra le soluzioni che si discostino da quelle attese portando la persona a favorire soluzioni più tradizionali piuttosto che quelle più originali e nuove. Nel primo caso è più probabile che il pensiero divergente venga stimolato ed allenato nel secondo caso il contrario. Il contesto influenza anche le emozioni che si accompagnano al processo creativo stesso: se il contesto è facilitante è molto probabile che la persona si sentirà incentivata e sempre più sicura di sé nella ricerca di una soluzione originale o nuova, percependosi come valido e creatore. Se, viceversa, il contesto è disincentivante, aumenteranno le probabilità di essere ostracizzati e porterà le persone a sentirsi non efficaci o non adeguati rispetto a quello che il contesto stesso richiede.

Qual è la vostra esperienza? Tendete al pensiero divergente o a quello convergente? Com’è lo spazio nel quale vi muovete: facilitante od ostacolante? Se voleste condividere la vostra esperienza, avete lo spazio per farlo!

A presto…

Fabrizio Boninu

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Il compito degli educatori

Cuore-Mary

E’ più facile insegnare che educare,
perché per insegnare basta sapere,
mentre per educare è necessario essere
– Alberto Hurtado –

 

Quando accadono fatti di cronaca nera che coinvolgono bambini o adolescenti, vengono citate, tra le cause di quello che succede, la mancanza di figure educative che possano in qualche modo porre freno alla deriva apparentemente senza fine di questi fatti terribili. Chi è un educatore oggi? Il termine è veramente molto vago e potrebbe delineare tutti coloro che si occupano a vario livello di persone che abbiano bisogno di una guida. Sicuramente è un educatore il genitore, è un educatore l’insegnante, è un educatore l’allenatore sportivo.

Secondo il dizionario Treccani, l’educatore è colui il quale ‘educa, e soprattutto chi per vocazione o per professione compie l’ufficio di educare i giovani’. Punto principale di questa definizione è il termine educare: l’etimologia del termine deriva dal latino e-ducere, letteralmente condurre fuori, ma anche trarre da e sottolinea il lavoro maieutico di portare fuori l’adulto dal ragazzo, di riuscire ad insegnargli a come diventare grande. Se non ci sono dubbi sul fatto che gli adulti abbiano questo immenso potere, ce ne sono invece tanti sul come si fa l’educatore. 

Gli insegnanti o i formatori continuano a fare interventi caratterizzati dalla tendenza a spiegare, a moraleggiare, puntando esclusivamente sugli argomenti logici o sugli sforzi informativi. Siamo portati con i soggetti in età evolutiva ad esortare e a fare la predica. Ci convinciamo che il fulcro della nostra missione sia consigliare, offrire suggerimenti o soluzioni. Come educatori tendiamo sempre prima di tutto ad insegnare, argomentare, persuadere; per allontanare la complessità e la sofferenza possiamo rassicurare, simpatizzare, consolare, sostenere; quando il disagio in noi aumenta allora attendiamo a sottrarci, cambiare argomento, scherzare, distrarre; infine quando gli allievi non corrispondono più alle nostre aspettative allora etichettiamo, ridicolizziamo, umiliamo, giudichiamo, critichiamo, biasimiamo, diamo ordini, minacciamo… Magari in nome di una cultura democratica.

Siamo insomma disposti a fare di tutto per fuggire dal compito arduo dell’ascolto delle emozioni e delle storie dei nostri interlocutori. I bambini, i ragazzi che hanno difficoltà ad accettare l’altro, così come quelli che vivono l’esperienza di essere considerati diversi, sono soggetti che hanno massimamente bisogno di un ascolto attivo. Dietro la rabbia, l’arroganza, il disprezzo, l’onnipotenza che sottendono i comportamenti razzisti violenti, ci sono a ben vedere sentimenti che tendono ad essere mascherati, negati e trasformati nel loro contrario: la solitudine che spinge alla coesione compensativa del gruppo violento, l’impotenza che si tramuta in arroganza onnipotente, la paura che diventa il coraggio nei confronti dei più deboli magari perché provenienti da altrove. E ascoltare, per un educatore, non significa certo accettare schemi violenti a manipolatori, bensì favorire una circolarità dell’ascolto, promuovere nel gruppo classe la possibilità di lasciare esprimere e legittimare sentimenti, punti di vista, storie di vita che hanno una loro radicale originalità. [1]

Il punto che reputo importante del passo che vi ho riportato è la difficoltà che spesso gli adulti hanno nel rapportarsi con la realtà emotiva dell’altro. Presi come siamo dal voler imporre, con difficoltà riusciamo (se ci riusciamo!) a fermarci ad ascoltare la realtà dei ragazzi, condividerne la visione del mondo, comprendere le scelte, supportarne le paure. Il confronto coi ragazzi, e parlo per esperienza diretta, richiede, prima di entrare in contatto con l’altro, l’entrare in contatto profondo con se stessi, con le proprie paure, con la propria visione del mondo. Ed è un terreno  nel quale non ci piace avventurarci, specie se diamo per scontato che diventando adulti abbiamo anche acquisito il potere di non dover più confrontarci con parti di noi che non ci piacciono e che non hanno necessità di essere rinvangate.

Il confronto coi ragazzi invece ci porta spesso su quel terreno e faremmo di tutto per evitarlo. Più evitiamo questo confronto, più ci irrigidiamo nei confronti del bambino/ragazzo, più questo sente la nostra distanza rendendo questo un circolo vizioso che si alimenta di continuo, diventando problematico spesso durante l’adolescenza, età nella quale tutte le dinamiche appaiono particolarmente amplificate. Come si spezza il cerchio? Con l’ascolto, un ascolto attivo, un ascolto partecipe, un ascolto interessato, che faccia sentire l’altro coinvolto in quello che ci riguarda. Un ascolto che parta dal nostro stesso ascolto, dalla conoscenza, dalla comprensione e dall’accettazione di quello che noi sentiamo e proviamo. Solo in questo modo potremmo metterci a disposizione per l’altro. Non è sicuramente una cosa facile: dopotutto anche a noi è stato insegnato di crescere mettendo da parte quanto più possibile la nostra realtà emotiva.

Solo recuperando quello che ci appartiene possiamo utilizzarlo come ponte per comunicare con chi, in fondo, vuole essere aiutato a tirare fuori  e a capire come maneggiare quello che sta faticosamente iniziando a sentire. 

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

 

[1] Foti, C. (2012), La mente abbraccia il cuore, Edizioni GruppoAbele, Torino, pag. 185

 

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Voglio sapere

cuore_e_animaNon mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore.

Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.

Non mi interessa in quale pianeta è la tua luna. Voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se i tradimenti della vita ti hanno aperto
o se ti sei ritirato e chiuso per paura di nuove sofferenze. Voglio sapere se puoi stare col dolore, il tuo o il mio, senza fare niente per nasconderlo o dissolverlo o manipolarlo.

Voglio sapere se puoi stare con la gioia, la mia o la tua, se puoi danzare selvaggiamente e lasciare che l’estasi ti riempia dalla testa ai piedi senza ammonirci di essere cauti, o realistici, o ricordare i limiti dell’essere umano.

Non mi interessa se la storia che mi racconti è vera. Voglio sapere se tu puoi deludere qualcuno per essere vero con te stesso, se puoi sopportare l’accusa di tradimento e non tradire la tua anima, se puoi essere senza fede e quindi degno di fiducia.

Voglio sapere se puoi vedere la bellezza, anche quando non è graziosa, ogni giorno, e se puoi attingere la tua stessa vita dalla sua presenza.

Voglio sapere se puoi vivere nell’insuccesso, il tuo o il mio, e tuttavia stare sulla riva del lago è urlare alla luna piena argentata: ‘SI!’.

Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai. Voglio sapere se puoi alzarti, dopo una notte di dolore e disperazione, sfinito e dolente, e fare ciò che va fatto per dar da mangiare ai bambini.

Non mi interessa sapere chi conosci o come sei arrivato ad essere qui. Voglio sapere se puoi stare in mezzo alle fiamme con me e non fuggire.

Non mi interessa sapere dove, che cosa o con chi hai studiato. Voglio sapere che cosa ti sostiene interiormente, quando intorno tutto crolla. Voglio sapere se puoi essere solo con te stesso e se veramente ami la compagnia che hai nei momenti di vuoto. [1]
 

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Oriah Mountain Dreamer, L’invito in Trobe, T., Trobe Demant, G. (2008), Fiducia e sfiducia, Feltrinelli, Milano, pag. 190

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Storie di ordinaria sofferenza

Storie di ordinaria sofferenzaUn giorno come tanti, in studio. Il penultimo appuntamento di un martedì è con un ragazzo nuovo. Lo chiameremo Luca.

Luca, per quanto odi questo termine, è un ‘normale’ ragazzo di 12 anni. Va bene a scuola, fa sport, è integrato nel gruppo dei suoi amici. Apparentemente non ha nulla di cui parlare e, perlomeno nei primi istanti, mi chiedo cosa ci faccia li con me. Avverto un non detto, una paura che aleggia sopra la normalità della sua vita di dodicenne. Mi  racconta tante cose, è aperto e si fida della mia curiosità, mi racconta delle sue passioni, mi introduce ai suoi sentimenti. Come se stesse entrando in un territorio minato, avverto il cambio di clima emotivo e, mentre inizia a parlare del fratello spiazzandomi, come solo gli adolescenti riescono, inizia a piangere.

Piange molto, piange lacrime amare che cerca di nascondere. Piange e io non so che fare. Non riesco a capire cosa lo abbia fatto piangere, non riesco a capire che cosa lo stia spaventando tanto, non riesco a capire cosa stiano esprimendo quelle lacrime. Non so se fermarmi o se chiedergli cosa non vada, se interpreterà meglio il mio silenzio o le mie parole. Alla fine è lui a spezzare il momento. Sempre continuando a piangere, mi dice che è così triste perché una persona ha apostrofato suo fratello col termine ‘frocio’. Ci sta male, soffre per la cattiveria delle persone e sente di non essere in grado di proteggere il fratello dall’insensibilità altrui.

Mi trovo subito a pensare cosa fare. Cercare di fargli capire quanto le persone a volte siano insensibili e non si accorgano di quanto possano fare male? Cercare di fargli comprendere quello che sente? Il mio voler fare non mi permette bene di accorgermi di ciò a cui sto assistendo: il mio spiazzamento di fronte alla bellezza, alla pulizia dei sentimenti di un ragazzo che piange per il modo ignobile in cui viene apostrofato il fratello. Mi inorgoglisce pensare di avere a che fare con una persona così bella. Penso che se ci fossero tante persone così, il mondo sarebbe un posto migliore, le persone baderebbero di più a non ferirsi. La verità è che mi emoziona. Mi emoziona profondamente. Mi fa, per l’ennesima volta, amare profondamente quello che faccio, mi fa amare il mio privilegio di poter assistere, spesso nascosta dietro alla sofferenza e alle lacrime, alla bellezza delle persone. Mi emoziona profondamente poter pensare al grande insegnamento che, magari del tutto inconsapevolmente, questo ragazzo mi sta dando. Mi emoziona profondamente la sensibilità con la quale riesce ad aprirsi davanti ad uno sconosciuto e comunicare in un solo istante le paure che prova. Mi emoziona e lo ringrazio per questo.

Sono convinto che condividere un disagio di questo tipo sia profondamente terapeutico, perché diamo la possibilità a noi stessi di far emergere i sentimenti che temiamo e che non sappiamo come gestire. Ed è profondamente terapeutico trovare una persona che non rimane indifferente a ciò che ti ferisce.

Di un’altra cosa sono convinto: di quanto profondamente mi rattristi che un ragazzo debba piangere perché le persone non accettino che il fratello potrebbe essere omosessuale. Per l’ignoranza che ancora circonda le scelte di vita che una persona può (o può non) fare. Per la superficialità con la quale le persone spesso feriscono. Non ho soluzioni per quello che mi racconta, non posso prepararlo a proteggere meglio il fratello di quanto non faccia, ne a cambiare le persone. Posso solo invitarlo a comunicare quello che prova, in primis al fratello stesso, lasciando che sappia che l’epiteto che gli rivolgono lo colpisce molto, gli provoca tutta una serie di emozioni. E che sappia che quello che prova o quello che deve subire il fratello non lascia tutti indifferenti.

A cominciare da me. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Legittimare le emozioni (2)

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La consapevolezza, funzione psichica capace di generare benessere e di sollecitare il cambiamento, può attivarsi se prevale un atteggiamento mentale di accettazione e, contestualmente, di rinuncia al controllo onnipotente della realtà. Fintanto che un soggetto si tormenta con proposizioni del tipo: ‘Avrei potuto, avrei dovuto…’, ‘Avrebbe potuto, avrebbe dovuto…’, finisce per disperdere energie preziose in vissuti logoranti di colpa, di depressione o piuttosto di rabbia, energie sicuramente sottratte a quell’impegno di consapevolezza, massimamente utile per affrontare i problemi e le difficoltà dell’esistenza. La consapevolezza delle emozioni può iniziare quando cessa il combattimento finalizzato al tentativo di eliminare vuoi le emozioni sgradite, vuoi la realtà che le ha generate ed inizia la processazione dei dati emotivi, così come possono essere rilevati nella loro specificità e nella loro autenticità. Non c’è consapevolezza se non c’è rinuncia al dominio, cioè se non lasciamo andare la pretesa di controllare tutto.

Il nostro atteggiamento è spesso, invece, improntato al controllo, alla valutazione, al giudizio che ci portano lontani dalla consapevolezza e ci avvicinano a reazioni come l’impotenza, la rabbia o la tristezza. La frustrazione è doppia perché da un lato non riusciamo nell’intento di controllare quello che proviamo, dall’altro, non essendoci potuti soffermare a capire cosa fosse quello che stavamo vivendo, aumenta il nostro senso di estraneità per noi stessi, di non conoscerci a fondo di non sapere neanche noi chi siamo. Come può questo sentire farci stare bene? Come può condurci ad una conoscenza migliore di noi stessi? Qual è il modo attraverso il quale superare questo cortocircuito tra ragione ed emozioni, questa sorta di impasse interno a noi stessi? Il primo passaggio riguarda l’accettazione di quello che proviamo, cercando di far stare fuori il giudizio, metro razionale che tentiamo di applicare alla realtà emotiva: 

Per elaborare le emozioni occorre accettarle innanzitutto così come si manifestano nella nostra mente prima di cercare di elaborarle. Nel momento in cui la consapevolezza accetta le emozioni, anche le più stressanti, le circoscrive ed in qualche misura la fa evolvere. Nominare la confusione per esempio può essere il primo organizzatore mentale e linguistico della confusione stessa, l’avvio di un percorso per fare emergere un qualche elemento di chiarezza dal caos. Nel momento in cui non pretendo di dominare o manipolare queste emozioni, bensì tento di riconoscerle e di pensarle, per ciò stesso si rinforza un area della mente che riduce il rischio del sequestro emozionale: prendo atto che in me c’è rabbia o c’è tristezza, ma non c’è solo rabbia o tristezza, perché si attiva una funzione di consapevolezza che si rende conto della rabbia e della tristezza; mi accorgo che in me c’è ansia, ma non dilaga, perché c’è un’isola della mia mente dove si attiva la capacità di dare un nome all’ansia. [1]

Uno dei punti nodali sta proprio nella capacità di riconoscere e dare un nome a quello che proviamo perché questa capacità ci rende l’idea che nel momento in cui ci sia un sentimento avvertito come negativo, esista anche una sorta di contraltare dentro di noi che ci consente di capire come non siamo del tutto preda o in balia solamente di quella emozione. Se ci limitiamo a giudicarci (non sono adatto, non sono in grado di, non è normale provare questo,…) focalizziamo la nostra attenzione e la nostra consapevolezza solamente su come ci stia facendo stare male quello che proviamo, su come questo sentirci ci faccia stare male, ma non su cosa stiamo effettivamente provando. Se riuscissimo, invece, nel momento in cui proviamo un’emozione a riconoscerla, sentiremo che dentro di noi esiste un’area che riesce a non farsi travolgere dall’emozione stessa, un’area che la identifica e costituisce il primo passo perché quell’emozione sia riconosciuta e possa entrare a far parte della nostra stessa realtà psichica.

Non è sicuramente un processo facile, vanno scardinati una serie di automatismi censori e neganti che da sempre tentano di mettere a tacere la nostra realtà emotiva. Non è facile, dicevo, ma è un primo passo per portare luce su parti di noi stessi trascurate, nascoste e condannate, il mancato riconoscimento delle quali è spesso responsabile del nostro stare male.

 
Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Foti, C. (2012), La mente abbraccia il cuore, Edizioni Gruppo Abele, Torino, pp. 52-54  

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Legittimare le emozioni (1)

Legittimare le emozioni (1)Questo post è una riflessione sul peso che le emozioni giocano nella nostra vita. Molto spesso questo peso è assolutamente sconosciuto o sottovalutato perché manca la consapevolezza dell’emozione stessa. Può sembrare un gioco di parole, ma viviamo profondamente all’oscuro di quello che sentiamo nel più profondo di noi e, anzi, quando avvertiamo che quello che stiamo provando non è ‘consono’, facciamo di tutto per metterlo a tacere e nasconderlo agli altri ma sopratutto a noi stessi, rendendo ancora più difficile identificare e capire quale sia l’emozione che proviamo in quel preciso istante. Questa sorta di automatismo censore è  molto rischioso, perché ci porta a non conoscere la nostra stessa realtà emotiva. Per contrastare questa tendenza dovremmo, invece, fare il processo inverso: portare consapevolezza nel nostro vissuto emotivo, di modo da agevolare la conoscenza del nostro mondo interno e legittimarne il peso nella nostra vita. Questo processo non è scontato, anzi bisogna prestare particolare attenzione a quello che succede. La prima domanda da porsi credo sia proprio la più diretta: come si legittimano le emozioni? Il primo passaggio è sicuramente quello di riconoscere l’emozione stessa:

L’autoconsapevolezza è la capacità di legittimare, di battezzare le emozioni dopo che sono venute al mondo (psichico), per tentare di capirne il senso e le cause al fine di poterle padroneggiare e gestire. Nella comunità tradizionale battezzare e dare un nome a un bambino significava accoglierlo nella comunità sociale, accettarlo come portatore di una dignità, di un qualche diritto: ‘anche lui è un cristiano!’. Analogamente dare un nome alle emozioni significa poterle accettare come portatrici di una dignità psicologica, di una capacità informativa e segnaletica. Dal momento che un’emozione intensa è nata, è comparsa nella mente, vale la pena che venga riconosciuta. Un tempo un figlio illegittimo, che nasceva di fuori del matrimonio e non riceveva il cognome paterno, non possedeva diritti. Analogamente un’emozione rilevante che è entrata nello psichismo e non risulta pensabile e nominabile, diventa priva di diritti e non ha possibilità di comunicare alla mente del soggetto le informazioni di cui è portatrice

Il passo riportato, come tutti i successivi, è tratto dal testo di Claudio Foti del quale trovate i riferimenti bibliografici in basso. Colpisce in questo passaggio il parallelismo tra il battesimo e la consapevolezza: così come il battesimo sancisce l’ufficialità dell’ingresso del bambino nella comunità cristiana, allo stesso modo il riconoscimento e la consapevolezza rende possibile che le nostre emozioni entrino all’interno della nostra autocoscienza. L’autoconsapevolezza passa necessariamente per riconoscere e dare un nome, ‘battezzare’ appunto, le nostre sensazioni, le nostre emozioni, i nostri sentimenti, di modo che abbiano la possibilità di essere integrate in noi. 

L’autoconsapevolezza emotiva, che costituisce il primo principio dell’intelligenza emotiva, è la capacità di ascoltare e dirigere l’orchestra: è la capacità di riconoscere, pensare e nominare i vissuti emotivi che si ritrovano nella mente del soggetto, che spesso entrano velocemente ed imprevedibilmente nel suo campo mentale, che talvolta vi ristagnano oppure fluiscono oppure ancora si scontrano o si accavallano e che in ogni caso non sono autogenerati dalla volontà del soggetto. Mentre la logica del controllo onnipotente persegue l’eliminazione, il soffocamento o il camuffamento delle emozioni giudicate non consone e non opportune, il controllo delle emozioni a cui  possiamo realisticamente pervenire non è immediato, è per così dire un controllo in seconda battuta: non possiamo pretendere un controllo in prima battuta, cioè che le emozioni sgradite vengano immediatamente cancellate o non entrino affatto nella nostra mente. È più realistico e sano imparare a confrontarsi con le emozioni che sono già entrate nel nostro campo mentale e ad impegnarsi a riconoscerle, a dialogare con esse, a gestirle, per evitare che esse siano capaci di sequestrarci. [1]

Spesso non riusciamo invece a riconoscere o a dare un nome a queste emozioni proprio perché ne siamo spaventati o perché non le consideriamo consone al nostro stato. Questo ci porta a negarle, a volerle controllare, a volerle reprimere proprio perché non ci piace come ci fanno stare, come ci fanno sentire, e faremmo di tutto pur di levarle dalla nostra esperienza, faremmo di tutto pur di non sentire quello che stiamo sentendo e provare ciò che stiamo provando.

Il problema fondamentale è che qualunque tipo di controllo è un controllo ex post, a posteriori, quando ormai abbiamo già fatto esperienza di ciò che abbiamo vissuto. Per sua stessa natura, il mondo delle emozioni non è dominabile dalla ragione, questo può avvenire (apparentemente) solo dopo che abbiamo provato l’emozione. Subito dopo la ragione può intervenire per cercare di riportare ‘l’irrazionalità emotiva’ all’interno delle briglie razionali, e possibilmente censurarlo o negarlo, ma il vissuto sarà stato già incamerato senza che neanche sia stato possibile capire cosa sia successo, o cosa abbia causato la nascita di quell’emozione. Questo non permette il riconoscimento, il battesimo di cui parlavamo prima, e fa si che lo stato provato rimanga incompiuto e sconosciuto nell’animo della persona che l’ha provato. 

– Continua – 
[1] Foti, C. (2012), La mente abbraccia il cuore, Edizioni Gruppo Abele, Torino, pp. 52-54 
 
 
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La morte ai tempi di Facebook

La morte ai tempi di FacebookUna nuova morte ‘famosa’ scuote il mondo reale e, di conseguenza, il mondo virtuale. L’ultimo episodio riguarda il famosissimo attore Robin Williams scomparso lo scorso 11 Agosto. Dal giorno in questione, come in moltissime altre occasioni del genere, sui social network abbiamo assistito al florilegio dei più vari stati: citazioni famose dai film interpretati dall’attore, immagini degli stessi film, immagini dei film con le frasi più rappresentative, appassionati stati dove si viene messi al corrente di quale film è stato più importante per la persona che lo posta.

Lungi da me l’idea di pensare che esista un modo giusto o sbagliato per celebrare la scomparsa di qualcuno, noto, però, un punto che mi colpisce: questa condivisione continua, questa sorta di incapacità a fermarsi un attimo e cercare di capire cosa veramente la scomparsa di una persona che giudichiamo tanto importante ha provocato in noi, testimonia ancora una volta di più sia la nostra incertezza a maneggiare un tabù come la morte, sia la nostra profonda difficoltà nel riuscire a contenere le nostre stesse emozioni. Non c’è quasi interruzione tra ciò che avviene e il modo in cui viene condiviso, nessun momento nel quale la persona possa pensare a cosa ciò che sta accadendo sta provocando in lui.  Se ci fermassimo a pensare, credo che avremmo modo di sentire davvero quello che ci sta passando per la mente (e per il cuore!).

Questa continua rincorsa ad essere più veloci degli altri a commentare, più rapidi nel condividere status, più originali degli altri nello scrivere cose sulla nostra bacheca, mi porta a ritenere che più che contattare l’emozione per quello che sta avvenendo, stiamo cercando di allontanarla, di condividerla, di ‘scaricarla’, delegando alla spartizione con gli altri il peso stesso della nostra emozione.

Questo è comprensibile: una morte, per quanto possiamo pensare sia quella di una persona ‘lontana’ e non conosciuta, è invece molto dolorosa quando abbiamo la sensazione che quella persona ci abbia accompagnato in tanti rilevanti momenti della nostra vita, partecipandovi ed entrandovi a far parte a tutti gli effetti. Una persona che, come in questo caso, può averci fatto ridere, fatto piangere, fatto riflettere, fatto star male, una persona che, a sua insaputa (o forse per niente a sua insaputa!) ha partecipato alla vita di milioni di persone. Il dolore, per quanto appunto non sia una persona presente (dovremmo veramente iniziare a ridefinire i termini che utilizziamo quotidianamente!) è sentito, il dispiacere per la perdita della persona è forte perché percepito come perdita di qualcosa anche nostro.

Tutto questo, anziché farci fermare un attimo, attiva spesso, di contro, una reazione opposta: buttare fuori, scacciare, allontanare. Questo accade anche alla morte di persone conosciute personalmente, quando il funerale stesso diventa occasione per mettere assieme i dolori, per far sì che ognuno possa partecipare e condividere il dolore con gli altri.

Nell’era dei social network questa tendenza molto comune, la condivisione del dolore, è cambiata in maniera paradossale: è diventata una rincorsa, come dicevo prima, a mostrare agli altri quanto l’evento ci abbia colpito ma, il momento stesso in cui lo mostriamo è il momento in cui abbiamo più difficoltà ad entrare in contatto con ciò che sentiamo: ‘l’esposizione’ è l’istante di maggiore distanza dall’emozione provata. Non ci lasciamo che poco spazio per riflettere, per sentire cosa sia stato a provocare quel dolore. Nulla di tutto questo appunto, tutto è pubblico, tutto già dato in pasto a Facebook, tutto già espulso nel fiume di milioni di altri post che segnalano la ormai universale incapacità a fermarci a vivere privatamente un momento di dolore.

Questo è il punto da cui ripartire secondo me: il nostro dolore. Prima di mostrarlo in un post su Facebook, proviamo a fare quello che ci costa di più: condividerlo con noi stessi. Proviamo a stare su quello che proviamo, a cercare di capire il senso di quel dispiacere per la morte dell’attore famoso.

Credo sia uno dei pochi modi attraverso il quale un’esperienza dolorosa può trasformarsi in qualcosa di diverso e insegnarci aspetti nuovi di noi stessi. Altrimenti il rischio è che sembri solo l’ennesima occasione per mostrare agli altri ciò che in realtà abbiamo difficoltà a sentire.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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La paura di aver paura

La paura di aver pauraQuesto post è dedicato ad una delle emozioni più ancestrali che guida la vita dell’uomo: la paura. Cos’è la paura fondamentalmente? Come abbiamo accennato, è una delle emozioni primarie che accomuna gli uomini agli animali, una sensazione istintuale attraverso la quale, percependo un pericolo reale o presunto, vengono attivate tutta una serie di reazioni fisiche e psicologiche che fanno percepire un senso di pericolo o un bisogno di fuga, le sensazioni fondanti della paura stessa. Ovviamente esistono gradi diversi di attivazione di questa emozione. I gradi sarebbero in ordine crescente: timore, ansia, paura, panico, terrore. Se ci pensiamo, la sensazione di paura è l’emozione che ci ha garantito la sopravvivenza evolutiva. Perché allora questa emozione è una delle più vituperate? Se è stata selezionata filogeneticamente, è evidente che ha delle implicazioni rispetto al nostro stesso profilo evolutivo. Eppure, come dicevo, è una delle emozioni dalle quali si cerca di sfuggire più spesso. Come se ci facesse paura la stessa idea di poter avere paura. In effetti è una delle cose dalle quali cerchiamo di fuggire più spesso. Semplicemente non vogliamo avere paura, vogliamo sentirci sicuri e protetti. Eppure questa odiosa emozione si ripresenta spesso all’improvviso, soprattutto sotto la forma familiare dell’ansia, disturbo percepito con sempre maggior fastidio.

Ma se c’è una cosa che credo di aver imparato in questi anni, è quello che più che fuggire dovremmo imparare a stare. Stare sull’emozione, stare sulla sensazione, stare sul disagio. Anche se questo stare è scomodo, pesante, difficile. Anche se vorremmo fuggire a gambe levate facendo finta di niente. Credo che proprio qua si annidi il punto. Se fuggiamo, se facciamo finta di non averla, non possiamo portare l’attenzione su cosa l’ha causata, su quali siano le ragioni che quella paura ci fa sentire, qual è il senso di questa paura rispetto alla nostra storia. Se riusciamo a stare, a non fuggire, possiamo apprendere qualcosa di nuovo su di noi, cosa ci spaventa, cosa provoca in noi. Non è una cosa da poco perché comporta una nuova consapevolezza su se stessi. E non è neanche una cosa facile perché va contro tutta la nostra esperienza che è appunto quella di sfuggire, di cercare di evitare ciò che ci fa stare male. Se è una reazione comprensibile (chi vuole stare male?), credo che alla lunga sia controproducente dal momento che la fuga non permette di affrontare o conoscere il nodo che quella paura ha portato. 

In merito a questo c’è un brano che descrive molto bene ciò che intendo: credo che una buona salute mentale sia determinata non tanto dall’evitare le emozioni negative, quanto nella ricchezza di espressioni emozionali differenti che possiamo mettere in campo. Non è negativo avere paura di una situazione nuova, ma può diventare disfunzionale se non provo a cercare risorse, dentro o fuori di me, che mi permettano di provare il coraggio di affrontare la mia paura, piuttosto che “rimuoverla” attribuendo ad altri o alla situazione il mio senso di sofferenza. Non è detto che riesca a superare la mia paura, ma posso provarci. Se non creo questa condizione, è probabile che la paura prenda il sopravvento e mi faccia credere che quello è il solo modo di affrontare l’altro o le situazioni in genere. [1]

La mancata accettazione di queste nostre emozioni ci porta spesso ad agire la rabbia o la deresponsabilizzazione che, se ci pensiamo bene, non fanno altro che allontanarci ancora una volta dalla nostra paura, e ripetono inesorabilmente quel circolo vizioso per cui non ci conosciamo-ciò che intravediamo non ci piace e ci spaventa-fingiamo che non esista-continuiamo a non conoscerci. L’unico modo per spezzare il circolo, per quanto doloroso sembri, è quello di portare la propria attenzione sul momento stesso del disagio e quindi, in buona sostanza, cercare di accogliere la nostra stessa emozione.

Nonostante possa farci paura l’idea di avere paura.

Che ne pensate?

presto…

Fabrizio 

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, Giunti Demetra, Firenze, pag. 164

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Quanto siamo emotivamente (inter)/(in) dipendenti?

Quanto siamo emotivamente (inter)(in) dipendentiLa riflessione che condivido oggi è nata da una osservazione che si può fare immediatamente e personalmente: provate a lasciare a casa il telefono e ditemi come vi siete sentiti tutto il giorno senza questo oggetto. Prima di arrivare alle conclusioni permettetemi una breve digressione sociologica. La premessa parte dal fatto che fino a non molto tempo fa, inizio del secolo scorso tanto per dare delle coordinate temporali, il mondo era molto diverso da come lo consideriamo ‘normale’ oggi. Dovremmo anche tenere a mente che le persone vivevano all’interno di comunità che erano in qualche misura autonome rispetto a come le conosciamo adesso. Le persone, con poche eccezioni, nascevano e morivano nello stesso luogo e di solito la comunità era in grado di sostentarsi autonomamente. Anche le persone riflettevano questa autonomia. Molti erano in grado di costruire, fare o procacciarsi ciò che serviva per vivere. Se anche non si era in grado di fare tutto, al’interno della comunità esisteva qualcuno che poteva farlo per te rendendo la comunità di fatto indipendente. Anche le persone sviluppavano un senso di indipendenza potendo contare sulle proprie risorse piuttosto che su un infinità. Col cambiamento che coinvolse tutto il mondo occidentale, le cose cambiarono notevolmente. Si iniziò, con le varie rivoluzioni industriali, a diversificare funzioni e ruoli sopratutto dal punto di vista lavorativo e iniziò quella specializzazione del mondo del lavoro i cui frutti vediamo anche adesso. Abbiamo, infatti molti lavori che sono di assoluta specialità (anche il mio lo è!) e che prevedono delle figure formate ad hoc per svolgere determinate funzioni. Ovviamente, più una persona si specializza in un determinato settore, più diventa difficile che sappia fare delle cose che non ha appreso in quel determinato ambito. Questo fa si, necessariamente che quella persona dipenda da altre persone per soddisfare altri bisogni. Non si saprà costruire una casa (e ne dovrà comprare una da chi la costruisce per lui!), non si saprà procacciare il cibo (e lo dovrà reperire da che si occupa di allevarlo/coltivarlo per lui, glielo porti a casa e così via!) ecc. Quale sono le conseguenze di questo processo? Quella forse più evidente è la totale interdipendenza l’uno dall’altro, l’impossibilità che ognuno di noi possa sentirsi in grado di pensare autonomamente la propria vita.

E veniamo al punto. O meglio torniamo all’inizio. Questa continua interdipendenza ha figliato, e non poteva essere altrimenti, anche nella nostra psiche, andando ad intaccare il senso della nostra capacità di non dipendere dagli altri. Mi spiego meglio. Quando entriamo nel versante emotivo questo sentimento di dipendenza diventa sempre più costoso e pesante da reggere. Se prima si aveva a che fare col semplice nucleo familiare o con la comunità nella quale si viveva, ora, con i mezzi tecnologici a nostra disposizione, questo senso di dipendenza è legato a centinaia (se non migliaia) di persone con le quali interagiamo in maniera virtuale ma le cui conseguenze possono ben essere annoverate come reali. E un’altra conseguenza della quale dovremmo necessariamente tenere conto riguarda il possibile senso di esclusione che una persona può provare nel non sentirsi ricompresa o accettata all’interno di queste comunità virtuali più ampie. Il costo di questo continuo legame virtuale è molto pesante da sopportare. Ormai non prendiamo neanche più in considerazione l’ipotesi di non poter essere rintracciati in qualunque posto o a qualunque ora. Siamo formalmente legati a chi ci cerca con qualunque mezzo lo faccia. Attenzione, non sto demonizzando il mezzo del quale, d’altronde, anche io mi servo in abbondanza. Vorrei soltanto riflettere su quanto la nostra percezione di autonomia emotiva sia sempre più fragile nel momento in cui non sentiamo di poterci connettere con tutti gli altri. Che fine ha fatto la nostra indipendenza emotiva? Che fine ha fatto la capacità di percepirci autonomi? Appena ci succede qualcosa il primo impulso è quello di condividerlo. Non una brutta ragione, sicuramente, ma quanto siamo capaci ormai di godere di una cosa per noi stessi? 

Tornando all’inizio, so che alcuni di voi considerano del tutto improponibile l’esperimento di lasciare il telefono a casa. Se mi succede qualcosa come faccio? Se mi cerca qualcuno quando mi trova? Quali risorse in più avevamo quando questi mezzi non erano così presenti nelle nostre vite? Non sto pensando di tornare indietro quanto di guardare con attenzione ciò che facciamo controllando in continuazione il telefono. Forse non avremo gli ultimi aggiornamenti di Facebook. In compenso magari saremo in grado di gestire una giornata senza telefono, con noi stessi.

Sentendoci emotivamente più liberi?

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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