L’ascolto recettivo

ascoltare le emozioniCapita che le persone che mi chiedono che lavoro faccio abbiano molte curiosità su come si svolge il lavoro. Da questa curiosità fioccano moltissime domande alcune delle quali ricorrenti. Una delle curiosità riguarda l’uso del lettino: ho il lettino in studio? I miei pazienti si sdraiano sul lettino e iniziano a raccontare le loro cose? Altra curiosità ricorrente è il modo in cui si parla: sono uno di quegli psicologi che non dicono nulla per tutta la durata della seduta oppure uno di quelli che fa molte domande? Che genere di domande faccio? Le mie domande possono riguardare anche i genitori del mio paziente? E ancora: la ‘colpa’ dei problemi dei figli può essere imputata più alla mamma o al papà?

Nella rassegna degli stereotipi non può mai mancare la battuta sul fatto che faccio un lavoro molto facile dal momento che devo fare ‘una chiacchierata’ con un’altra persona. Non entrando neanche nel merito sul fatto che mi limiti a fare ‘una chiacchierata’ con i miei pazienti, mi colpisce, invece, un altro punto che è legato all’idea di ciò che succede in seduta. In seduta, questa è l’immagine che hanno molti, quello che avviene è che si parli.

Le persone vengono da me per parlare dei loro problemi, per parlare delle loro relazioni, per parlare dei loro figli. Per parlare della loro Vita. Io, a mia volta, parlo con loro di quello che mi portano e cerco di comprendere e restituire loro una visione spesso diversa da quella con la quale vengono. Naturalmente tutto questo è vero. Ma solo in parte.

Durante una seduta capita qualcosa che non sempre viene notato dal momento che non fa rumore: si ascolta.

Si ascolta l’altro, la persona che ci ha cercato e che sente di avere il bisogno di un confronto, si ascoltano le sue storie, si ascoltano le sue gioie, le sue paure, le sua ansie, le sue emozioni, le sue angosce. Si ascolta il racconto che la persona da di se stesso. Se si riesce ad essere attenti, ascoltando l’altro ci si ascolta, si ascoltano le proprie emozioni, le proprie risonanze, le proprie ansie, le proprie paure, le proprie gioie, le proprie impotenze e le proprie forze, le proprie inadeguatezze e le proprie risorse.

Se si è ancora più attenti, si riesce a costruire la condivisione di queste storie, quella vera e propria magia che avviene in terapia. Se si è bravissimi nel prestare attenzione a come restituire all’altro, capita anche che si venga ascoltati, quando si cerca di dare una nuova luce, una nuova prospettiva alla storia che il nostri paziente ci ha appena raccontato. L’ascolto è la chiave di volta di ciò che succede in terapia.

Ascoltare non è sentire, ascoltare è prendere atto, partecipando di quello che viene condiviso. Non è facile, non è immediato, non è automatico. Altri fattori entrano in gioco nel disturbare questo ascolto: il giudizio spesso è l’elemento che porta lontano il cuore, che fa perdere il contatto con l’emozione che l’altro ha scelto di condividere con noi. La superficialità è nemica dell’ascolto, nel momento in cui ci mantiene lontani da un’autentica curiosità per quello che ci stanno dicendo. L’egoismo è profondamente divisore nella costruzione di questo contatto, perché ci fa concentrare più sulle nostre prospettive che su quelle dell’altro.

Il rimedio a questi aspetti è un ascolto partecipe, riflessivo e, come lo definisce Claudio Foti, recettivo:

Nell’ascolto recettivo l’ascoltatore si dispone a recepire con sensibilità ed intelligenza i dati, i problemi, i vissuti emotivi così come vengono espressi nella comunicazione del soggetto che chiede di essere ascoltato, senza attivare immediatamente interventi tesi a consolare, consigliare, giudicare, ammonire, interrogare o interpretare. Nell’ascolto recettivo sono chiamato a prendere atto e a tentare di condividere qualcosa che esiste o che è esistito indipendentemente dalla mia volontà, indipendentemente dal mio controllo. L’ascolto di sé e dell’altro, la consapevolezza di sé e della realtà implicano l’accettazione soprattutto delle informazioni, delle situazioni, delle emozioni meno piacevoli, meno previste, meno gratificanti. Ad ascoltare buone notizie dai nostri figli, a riconoscere sentimenti positivi ed armonici dentro noi stessi, a percepire riscontri emotivi favorevoli nel mondo circostante, sono capaci tutti! Il banco di prova delle potenzialità di contenimento e di cambiamento dell’ascolto e della consapevolezza è dato dal confronto con le informazioni, con le situazioni, con le emozioni più inattese, più frustranti, più dolorose

E dunque l’ascolto e la consapevolezza possono sprigionare la loro efficacia tanto più quanto prendono le distanze dalle aspettative del controllo onnipotente e prendono forza dalla capacità di accettare la realtà a trecentosessanta gradi in tutte le sue varianti e possibilità, positive o negative, piacevoli o spiacevoli. [1]
 
La prossima volta che pensate ad una psicoterapia, provate a prendete in considerazione, oltre il lettino e la ‘chiaccherata’ l’aspetto che, per quanto poco visibile, gioca un ruolo fondamentale nella riuscita della stessa: l’ascolto.
Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Foti, C. (2012), La mente abbraccia il cuore, Edizioni Gruppo Abele, Torino, pp. 52-55    

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Voglio sapere

cuore_e_animaNon mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore.

Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.

Non mi interessa in quale pianeta è la tua luna. Voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se i tradimenti della vita ti hanno aperto
o se ti sei ritirato e chiuso per paura di nuove sofferenze. Voglio sapere se puoi stare col dolore, il tuo o il mio, senza fare niente per nasconderlo o dissolverlo o manipolarlo.

Voglio sapere se puoi stare con la gioia, la mia o la tua, se puoi danzare selvaggiamente e lasciare che l’estasi ti riempia dalla testa ai piedi senza ammonirci di essere cauti, o realistici, o ricordare i limiti dell’essere umano.

Non mi interessa se la storia che mi racconti è vera. Voglio sapere se tu puoi deludere qualcuno per essere vero con te stesso, se puoi sopportare l’accusa di tradimento e non tradire la tua anima, se puoi essere senza fede e quindi degno di fiducia.

Voglio sapere se puoi vedere la bellezza, anche quando non è graziosa, ogni giorno, e se puoi attingere la tua stessa vita dalla sua presenza.

Voglio sapere se puoi vivere nell’insuccesso, il tuo o il mio, e tuttavia stare sulla riva del lago è urlare alla luna piena argentata: ‘SI!’.

Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai. Voglio sapere se puoi alzarti, dopo una notte di dolore e disperazione, sfinito e dolente, e fare ciò che va fatto per dar da mangiare ai bambini.

Non mi interessa sapere chi conosci o come sei arrivato ad essere qui. Voglio sapere se puoi stare in mezzo alle fiamme con me e non fuggire.

Non mi interessa sapere dove, che cosa o con chi hai studiato. Voglio sapere che cosa ti sostiene interiormente, quando intorno tutto crolla. Voglio sapere se puoi essere solo con te stesso e se veramente ami la compagnia che hai nei momenti di vuoto. [1]
 

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Oriah Mountain Dreamer, L’invito in Trobe, T., Trobe Demant, G. (2008), Fiducia e sfiducia, Feltrinelli, Milano, pag. 190

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La terapia coi bambini

La terapia coi bambiniIl post di oggi è dedicato alle riflessioni che scaturiscono dal lavorare a stretto contatto con le persone più belle che mi capita di incontrare: i bambini. Spesso, in terapia, sopratutto in quella familiare, i bambini vengono tenuti fuori da quelle che sono le dinamiche familiare perché, all’interno della seduta, possono essere fonte di ‘disturbo’. E’ sicuramente vero che una seduta di terapia familiare coi bambini è più difficile da gestire, ma più per il maggior numero di membri familiari presenti piuttosto che per ‘la chiassosità’ dei bambini. Costituiscono, di contro, degli ottimi elementi, spesso privi di inibizioni e convenzioni, che permettono di avere un quadro più preciso e brillante del funzionamento familiare stesso. Quando vedo dei bambini in terapia singola l’aspetto che più mi colpisce è la possibilità che si lasciano di fidarsi, di mettersi in gioco e di partecipare a ciò che viene loro proposto. Lavorare con i bambini, naturalmente, implica qualche accortezza in più necessariamente legata sia all’età del bimbo che al suo grado di maturità emotiva e mentale. Ad un bambino spesso non si possono fare domande dirette, è necessario avere risposte, passando da quello che è il modo in cui i bambini comunicano: il gioco. Tramite il gioco è possibile accedere ad una serie di significati o di fantasie che il bambino spesso non è in grado di verbalizzare e che non troverebbe altra espressione. Il gioco può concretizzare speranze e timori e costituire un valido elemento sul quale impostare la terapia stessa che prevede il riconoscimento, l’accettazione e il lavoro su quello che il bambino prova. Spesso dimentichiamo che lavorare con il bambino è abbastanza recente come concezione. Fino all’inizio dell’800 il bambino veniva visto come un piccolo ‘estratto’ dei genitori e si è invece cercato di relazionarlo dapprima con se stesso e con i propri vissuti (psicanalisi) in seguito con l’ambiente nel quale il bambino stesso cresceva. A questo proposito è interessante la posizione dello psicologo britannico John Bowlby (1907-1990) che, tracciando una storia del lavoro coi bambini, in uno studio commissionato dall’OMS, pubblicato nel 1951 col titolo Maternal Care and Mental Health, sancì questo:

Riflettere sul bambino e sulla sua storia, per cercare le origini delle difficoltà psichiche dell’adulto, ha rappresentato una svolta fondamentale nella storia della psichiatria e della psicoterapia. (…) Tradotto in centinaia di lingue, diffuso ampiamente in tutto il mondo, il rapporto commissionato a Bowlby dall’Organizzazione mondiale della Sanità rappresenta da molti punti di vista un simbolo efficace di questo passaggio decisivo. Smettendo di considerare le difficoltà del bambino come una conseguenza diretta del suo ‘essere in un certo modo’, sfatando i miti costruiti dalla medicina ottocentesca sull’eredità biologica del carattere, dell’intelligenza e delle qualità morali, le ricerche riassunte da Bowlby proponevano di collegare i comportamenti diversi del bambino, dal loro primo manifestarsi al loro eventuale cristallizzarsi, in sintomi o difetti, alla situazione concreta in cui egli viveva. Negli istituti o a scuola, in ospedale o in famiglia, il bambino viene percepito e presentato, da questo momento in poi, come un essere caratterizzato soprattutto dalla dipendenza affettiva e dal bisogno di adattamento a contesti che egli può contribuire a mantenere (…) ma su cui non ha comunque capacità di decidere.

Cosa discende da queste considerazioni?

Il consiglio che discende da questa considerazione è molto semplice. Nessun operatore sociale (e, dunque, nessuno psicoterapeuta) dovrebbe accettare di rispondere a quesiti specialistici relativi a un bambino senza esaminarlo nel vivo della relazione che egli ha con il suo ambiente. Nessuna decisione andrebbe presa relativamente a un bambino, di conseguenza, senza tener conto in via prioritaria dell’effetto che essa avrà nel contesto in cui il bambino è posto. [1]

E’ fondamentale dunque conoscere la situazione familiare all’interno della quale il bambino vive e basarsi su questa per capire le paure o le speranze che animano un bambino. Ed è per questo motivo che, quando mi viene chiesto un appuntamento per un bambino, il primo incontro viene fissato coi suoi genitori. Questo permette di farmi un quadro della situazione familiare e di poter meglio calibrare l’intervento col bimbo stesso. Insomma, saranno pure piccoli ma credo che le nostra attenzione e la nostra sensibilità debba necessariamente essere molto grande.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Cancrini, L., La Rosa, C. (1991), Il vaso di Pandora, Carocci, Roma, pag. 194

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Settimana del benessere psicologico

settimana-benessere-psicologico giustaDal 07 al 13 ottobre si svolgerà, promossa dall’ordine degli Psicologi della Regione Sardegna, la prima edizione della Settimana del Benessere Psicologico. L’iniziativa consiste in una serie di proposte (seminari, workshop, conferenze) che permettano di avvicinare le persone ad una professione, quella dello psicologo e dello psicoterapeuta, spesso percepite come lontane e distanti. Si terranno, quindi, una serie di dibattiti, seminari, e aperture di studi con la finalità di avvicinare la nostra professione alle persone che ne sono interessate.

Ho aderito con entusiasmo a questo progetto, pensando di offrire un colloquio di consulenza gratuito a coloro che ne fossero interessati (bambini, adolescenti, adulti, coppie e famiglie). Chi volesse approfittare dell’iniziativa può contattarmi tramite:

– telefono: 392 0008369;

– mail: fabrizioboninu@gmail.com.

I colloqui si svolgeranno presso il mio studio in Piazza Salento, 7 Cagliari.

Coloro che invece volessero un elenco completo di tutte le iniziative che diversi colleghi svolgeranno durante l’intera settimana può cliccare su Calendario Eventi Settimana del Benessere Psicologico. Sarete reindirizzati sulla pagina del sito dell’Ordine degli Psicologi dell Sardegna all’interno della quale troverete, divise giorno per giorno, tutte le iniziative che sono state programmate durante tutta la settimana. Spero l’iniziativa riscuota il successo e la visibilità che penso meriti.

Fatemi sapere che ne pensate.

A presto…

Fabrizio Boninu

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Autocelebrazioni & ringraziamenti:)

Autocelebrazioni & ringraziamentiQuesto post è dedicato esclusivamente alla nostra autocelebrazione. Partendo da alcuni numeri: ad oggi (23.09.2013) il blog ha raggiunto la cifra di oltre 611000 lettori, il sito gemello del blog (www.lopsicologovirtuale.it) sfiora i 48000 visitatori, la pagina di Facebook dedicata ha 1335 ‘mi piace’, molti post del blog promossi a ‘blog del giorno’ sul portale di Tiscali (l’ultimo in ordine di tempo il 18.09.13, La depressione da rientro). E dovrei almeno accennare alle mail che giornalmente ricevo tramite Facebook o tramite il mio indirizzo di posta (fabrizioboninu@gmail.com) che richiedono aiuto, consulenza, sostegno e che cerco di seguire quotidianamente nonostante il tanto lavoro ‘reale’ da portare avanti in studio. Questa mole di contatti ha generato una così vasta richiesta che ha dato vita a progetti che sono ancora in fase di costruzione e del quale vi terrò informati non appena vedranno la luce.

Insomma, tutto ciò per constatare, ancora una volta, e tenuto conto anche del successo dei miei ‘colleghi virtuali’ (e reali) di blog, di come ci sia un numero sempre crescente di persone interessate a tematiche legate alla psicologia e, più in generale, ad una migliore conoscenza di se stessi. Sono semplicemente onorato che così tante persone scelgano e leggano ciò che scrivo, che commentino i post, che talvolta critichino la mia posizione. Vuol dire che il dibattito è aperto, che le idee e le discussioni hanno la possibilità di circolare, che anche sui temi più ostici c’è una volontà di confronto che anima queste pagine. Posso dirvi che mai nessun intervento è stato censurato e faccio di questo uno dei miei punti di forza: qualunque sia la posizione, purché naturalmente non offensiva nei confronti di nessuno, viene condivisa e ha la possibilità di essere discussa con altri. Vi posso garantire che questo continuerà a caratterizzare sia sito che blog e che, fin dall’inizio di quest’avventura, è stato un tratto distintivo di entrambi.

Insomma, un enorme giro di parole dedicato anche al dirvi grazie, grazie per come mi seguite, per quanto partecipiate, per quanto condividete, per quanto spesso vi mettete in discussione. Grazie per aver contribuito alla costruzione di questo rimarchevole traguardo. 

Grazie davvero perché senza tutti i vostri apporti tutto questo avrebbe avuto un senso completamene diverso. 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Trasloco (temporaneo!) dal vicino:)

Trasloco (temporaneo!) dal vicinoVi segnalo un mio articolo sul blog della mia amica/collega Carla Sale Musio dal titolo: LA DONNA DEL DONGIOVANNI (potete cliccare sul titolo per essere reindirizzati al post). Il post è una ‘risposta’, o forse sarebbe meglio dire una integrazione, ad un altro articolo pubblicato da Carla il 24 Agosto e avente come tema la figura del dongiovanni. In esso Carla sostiene la tesi per la quale un uomo dongiovanni sia maggiormente interessato a mascherare una propria latente omosessualità piuttosto che ad impegnarsi nel rapporto con la partner stessa.

Concentrandosi sulla figura maschile, rimane in ombra quale sia il ruolo della donna che sceglie come partner un uomo di questo tipo e sopratutto quale possano essere i motivi reconditi per cui tale scelta viene mantenuta o reiterata nel tempo. La mia riflessione, partendo da questi punti, individua tre diversi ‘tipi’ di donna e pone l’accento più sull’esistenza di una coppia dongiovanni, nella quale entrambi hanno interesse a che questo tipo di relazione funzioni, piuttosto che solamente su un uomo dongiovanni.

Non voglio svelarvi altro; non vi resta che leggere il post e farmi, anzi farci sapere che cosa ne pensate. 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Quella ‘brutta bestia’ dell’adolescenza…

Quella 'brutta bestia' dell'adolescenza...Ho letto qualche tempo fa un articolo che mi ha fatto riflettere sulla considerazione di quell’età ingrata che è l’adolescenza. Ingrata, naturalmente sia per gli adolescenti che si trovano a dover affrontare un cambiamento molto importante, sia per i genitori che questo cambiamento, talvolta, sono restii ad accettare. Il brano è stato scritto  da Norah Ephron, celebre sceneggiatrice e regista americana, scomparsa nel giugno del 2012. Nel testo, si fa riferimento spesso alla figura della madre ma, naturalmente, credo sia applicabile anche alla figura padre.

L’adolescente investe il genitore moderno come uno shock gigantesco, in gran parte perché è così simile all’adolescenza che hai passato anche tu (genitore). Il tuo adolescente è ombroso. Il tuo adolescente è arrabbiato. Il tuo adolescente è cattivo. Peggio, il tuo adolescente è cattivo con te. Il tuo adolescente dice parole che non ti era permesso pronunciare mentre crescevi, non che non le avessi mai sentite, prima di leggere il Giovane Holden. Il tuo adolescente fuma marijuana, che magari hai fumato anche tu, ma non prima dei diciott’anni. Il tuo adolescente sta senz’altro facendo sesso in modo stupido e sconsiderato, cosa che tu non hai fatto fino almeno a vent’anni. Il tuo adolescente si vergogna di te e cammina dieci passi avanti in modo che nessuno pensi che siete collegati in qualche modo. Il tuo adolescente è ingrato. Ricordi vagamente di essere stata accusata dai tuoi genitori di essere ingrata, ma di che cosa dovevi essere grata? Quasi niente. I tuoi genitori non erano impegnati nelle cure parentali (termine che, secondo l’autrice, avrebbe sostituito l’essere genitore). Erano solo genitori. Almeno uno dei due beveva come una spugna, mentre tu hai un comportamento esemplare. Hai dedicato anni e anni della tua vita a far sentire ai tuoi figli che ti sta a cuore ogni singola emozione abbiano mai provato. Hai riempito ogni secondo di veglia della loro vita con attività culturali. Le parole “Mi annoio” non sono mai uscite dalle loro labbra, perché non hanno avuto il tempo di pronunciarle. I tuoi figli hanno tutto quello che potevi dare – tutto e di più se si contano le sneakers. Li ami in modo spropositato più di quanto ti amavano i tuoi genitori. Eppure sembra siano venuti fuori esattamente come sono sempre venuti fuori gli adolescenti. Anche peggio. Cos’è successo? Dove hai sbagliato?  Per di più, grazie ai progressi dell’alimentazione moderna, il tuo adolescente è grande e grosso, probabilmente più grosso di te. La paghetta settimanale del tuo adolescente equivale al prodotto interno lordo del Burkina Faso, un piccolo Paese colpito dalla povertà di cui né tu né il tuo adolescente avete mai sentito parlare fino a poco tempo fa, quando entrambi avete passato parecchi giorni a lavorare su una ricerca di scienze sociali per la scuola. Il tuo adolescente è cambiato, ma in nessuno dei modi che speravi quando ti rimboccavi le maniche per cambiare il pargolo. E sei cambiata anche tu. Da un essere umano moderatamente nevrotico e discretamente allegro, in un rottame  irritabile, acido e maltrattato. Ma niente paura. C’è un posto dove puoi andare per farti aiutare . Puoi andare da tutti i terapisti e i consulenti cui ti sei rivolta negli anni prima che i tuoi figli diventassero adolescenti. (…) Ed ecco cosa ti diranno: “L’adolescenza è per gli adolescenti, non per i genitori. E’ stata inventata per aiutare i figli attaccati – o troppo attaccati – a separarsi, in preparazione del momento inevitabile in cui lasceranno il nido”; ” Ci sono cose che si possono fare per rendere la propria vita più facile” (…) Ed è completamente falso. L’adolescenza è per i genitori, non per gli adolescenti. E’ stata inventata per aiutare i genitori attaccati – o troppo attaccati – a separarsi, in preparazione del momento inevitabile in cui i loro figli lasceranno il nido. Non c’è quasi niente che possiate fare per rendervi la vita più facile, tranne aspettare che finisca. (…) Oh, il dramma del nido vuoto. L’ansia. L’apprensione. Come sarà la vita adesso? Avrete qualcosa da dirvi, voi due, una volta che i vostri figli saranno andati? Farete sesso adesso che la presenza dei figli non è più una scusa per non farlo? 

L’articolo è a mio avviso interessante, a parte per l’ironia che lo pervade, per due ragioni particolari: 

A)Innanzitutto, pone l’accento sulla vicinanza di quelle che possono essere le attitudini dell’adolescente e dei genitori. Sarebbe interessante che, all’approssimarsi dell’adolescenza dei figli, i genitori ricordassero attraverso quali momenti, quali emozioni, quali turbamenti sono passati quando erano loro ad essere adolescenti;

B) Inoltre l’articolo, a mio avviso, rimescola molto bene le carte all’interno della famiglia ‘attribuendo’ l’adolescenza e i suoi cambiamenti non solo alla persona che fisicamente li sta vivendo, ma a tutta la famiglia, genitori in primis, che si trovano a dover affrontare e fronteggiare questi cambiamenti. Non parliamo dunque di un adolescente, ma di una famiglia adolescente volendo sottolineare, con questa espressione, il fatto che tutti, all’interno del nucleo familiare, siano coinvolti in questa età di passaggio: genitori, figli, fratelli. Questo rende il processo più circolare, magari più complesso, sicuramente più affascinante. Se è vero, infatti, che l’adolescente in prima persona vive il cambiamento della sua vita, è altrettanto vero che in famiglia i rapporti cambiano, le relazioni mutano, gli equilibri si trasformano. Per tutti i membri, non solo per uno. Cambiano le relazioni tra gli appartenenti alla famiglia per il solo motivo che si trovano ad interagire con un adulto e non più come un bambino. Volete che questo non influisca sulle dinamiche familiari?

Insomma un interessante punto di riflessione che porta l’adolescenza lontano dal mondo solipsistico e solitario con cui in famiglia si percepisce il cambiamento, attribuendolo esclusivamente a colui il quale, in quel momento, è anagraficamente l’adolescente della famiglia, contribuendo a riportare il tema all’interno di una serie di relazioni, in prima fila quelle familiari, che sarebbe il caso di non tralasciare. Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Il terapeuta riparatore

Il terapeuta riparatoreIl post di oggi è dedicato all’analisi di una figura purtroppo diffusa in terapia: quello del terapeuta riparatore. Il terapeuta riparatore è il terapeuta che, dimenticandosi la necessaria distanza dalla vita dell’individuo con cui si trova a lavorare, si schiera per una soluzione e, forte della sua posizione all’interno della terapia stessa, spinge affinché il paziente attui la soluzione da lui suggerita. Questo tipo di situazione è molto più frequente di quanto non sembri, soprattutto per situazioni che richiederebbe una maggiore apertura mentale e una maggiore capacità collaborativa del terapeuta come per esempio, quelle terapie per le quali la persona, sentendo molto forte e toccante vivere la sua omosessualità, chiede al terapeuta di guarirlo. L’aspetto più pericoloso avviene quando il terapeuta prende per buona e cerca di soddisfare questa richiesta. Questo tipo di situazioni sono, secondo me esecrabili per due ordini di motivi: innanzitutto la terapia non si svolge correttamente, dato il peso che le convinzioni, sociali, morali o religiose del terapeuta stesso, in una parola le sue convinzioni personali, vengono adoperate ed utilizzate per stabilire arbitrariamente ciò che è giusto oppure no per la vita di un altro individuo; in secondo luogo ratifica e prosegue, in una vera e propria spirale auto perpetuante, lo stereotipo per cui stili di vita bollati a lungo come non ‘normali’ siano vere e proprie malattie, quando l’omosessualità da ormai 39 anni, è stata derubricata definitivamente anche dai manuali diagnostici che noi professionisti utilizziamo nella nostra pratica clinica.

Eppure, nonostante queste premesse, è possibile trovare professionisti che pensano sia possibile curare quella che non è una malattia, assecondando più i desideri reconditi del terapeuta piuttosto che riuscendo ad accogliere quelle che sono le istanza più intime di accettazione e di rispetto che il paziente va cercando, e anzi, disconoscendole e disconfermandole ancora una volta. Vi riporto, a questo proposito, un brano tratto da un testo che affronta molto bene il punto di vista del quale stiamo parlando:

Dopo la derubricazione dell’omosessualità  come diagnosi clinica, il DSM-IV del 1974 (il manuale diagnostico usato per fare le diagnosi) prevedeva la nuova categoria dell'”omosessualità egodistonica”: il disagio e la sofferenza rispetto al proprio orientamento sessuale venivano considerati un disturbo psichiatrico. Questa categoria clinica venne in seguito rimossa nel 1987, quando si comprese che l’egodistonia può far parte del percorso evolutivo di un individuo omosessuale in un contesto eterosessista. Proprio sul concetto di egodistonia si soffermano i terapeuti riparativi. Questi permangono impermeabili alle numerose ricerche e dichiarazioni delle associazioni dei professionisti della salute mentale. Le cosiddette ‘terapie di conversione’ sono residui del paradigma patologico (…), secondo cui gli ‘omosessuali non gay’, coloro i quali non riescono a conciliare l’orientamento sessuale con il sistema di valori, possono cambiare il loro orientamento sessuale. E’ il vecchio concetto di egodistonia rispolverato, insostenibile alla luce delle oramai assodate acquisizioni scientifiche e deontologicamente impraticabile a fronte dei pesanti effetti sulla salute mentale dei soggetti che vi si rivolgono. In questo tipo di trattamento direttivo-suggestivo il terapeuta rinuncia alla sua posizione di neutralità, di chi interroga e si interroga insieme al paziente, diventando mero esecutore della richiesta e propugnatore di norme morali e religiose.” [1]

Credo che il massimo che possiamo dare alle persone con le quali abbiamo la fortuna di lavorare, sia accoglierle e rispettarle. Comprenderle più che cambiarle. Ascoltarle più che curarle. Non è semplicemente una proposta di buon senso, visto che anche deontologicamente non potremmo imporci, ne imporre la nostra volontà o le nostre convinzioni sui nostri pazienti. Può essere vero che ci siano temi coi quali può non piacere lavorare ma, in questo caso, sta alla professionalità del terapeuta riconoscerlo ed esplicitare al paziente stesso la sua inidoneità per lavorare su quella tematica. Chiunque voglia curare ciò che non è in grado di rispettare non è semplicemente in grado di fare questo mestiere, perché è la prima persona a non avere conoscenza di se stessa.

E se una persona non è in grado di essere chiara con se stessa come può aiutarne un’altra?

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

[1] Chiari, C., Borghi, L. (2009), Psicologia dell’omosessualità, Carocci, Roma, pp. 173-174

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